ASCENSIONE DEL SIGNORE

ASCENSIONE DEL SIGNORE

At 1,1-11; Sal 46; Eb 9,24-28;10,19-23 opp. Ef 1,17-23; Lc 24,46-53

             L’Ascensione del Signore è l’ora in cui, come dice Isaia (cfr Is 55, 10-11) la Parola torna a Dio dopo aver compiuto ciò per cui era stata mandata! Ha fecondato la terra degli uomini con il suo amore fino all’estremo, ci ha consegnato il Volto del Padre nella sua verità e bellezza senza le distorsioni delle religioni, ha dato i semi per il pane della vita. Ora torna al Padre dopo aver adempiuto la sua missione. Questo ritorno però non è un abbandono del mondo e della Chiesa nata dalla sua Pasqua … Luca, autore degli Atti, di cui oggi abbiamo letto l’inizio,e dell’Evangelo di cui oggi abbiamo letto la conclusione, ci narra questo mistero dell’Ascensione in due modi diversi e complementari.

E partiamo proprio dall’ultima pagina dell’Evangelo. È  una pagina colma di benedizioni!

L’Evangelo si era aperto con una benedizione mancata, quella del sacerdote Zaccaria, padre del Battista, che, reso muto dalla sua incapacità a fidarsi, non riesce a benedire il popolo in attesa all’esterno del Santuario; ora, nell’ultima pagina dell’Evangelo, quella benedizione sospesa allora scende su tutta l’umanità con abbondanza e pienezza e rende i discepoli del Cristo capaci di una lode benedicente a Dio; infatti il tutto si conclude con i discepoli che stanno sempre nel tempio lodando e benedicendo Dio.

Il Cristo risorto in questo giorno porta la nostra carne nel cielo, nel grembo di Dio; l’uomo finalmente trova la sua dimora; Gesù, uscito dalla terra dei sepolcri, porta la nostra umanità nella terra di vita eterna, nel grembo dell’Amore che è Dio! Da quel giorno benedetto che oggi celebriamo, la Pasqua giunge alla terra promessa e noi comprendiamo qual è la meta del nostro cammino nella storia; siamo chiamati a trasformare la storia con l’annunzio dell’Evangelo della remissione dei peccati (cfr Lc 24,47); noi discepoli di Gesù sappiamo che la patria è oltre la storia. Siamo chiamati ad amare la storia senza fuggirla ma sapendo di essere in essa pellegrini e forestieri (cfr 1Pt 2,11) e con lo sguardo capace di desiderare l’oltre. Tutto questo sarà possibile perché i discepoli del Cristo sono pieni della benedizione di Lui. Le mani di Gesù, levate sui suoi, sono l’ultima immagine di Lui che essi devono custodire; le mani del Cristo, trafitte per amore, che si levano a benedire: una benedizione su loro che sono il principio della Chiesa, una benedizione che si stende su tutta la storia; la prima volta, infatti, Luca scrive che Gesù li benedisse ma poi ribadisce questa benedizione usando un’altra forma verbale: nel benedire loro … una forma continuativa. Così Gesù ascende al cielo, nel benedire loro … è una benedizione che si prolunga per i secoli, che si estende sulla storia da parte di Colui che, uscito dalle strettoie del tempo e dello spazio, ora può essere presente in ogni tempo ed in ogni luogo. La benedizione, allora lo comprendiamo, è dichiarazione di presenza, di una presenza altra, una presenza sottratta ai sensi e ravvisabile solo nella fede. In Gesù Risorto che porta la nostra umanità (anche con le sue ferite!) nel grembo trinitario di Dio, si adempie allora in modo definitivo la promessa fatta dal Signore ad Abram all’inizio della storia della salvezza: In te si diranno benedette tutte le famiglie della terra (cfr Gen 12, 3b). Per mezzo di Gesù, figlio di Abram secondo la carne, davvero ogni famiglia della terra è benedetta, può sperimentare la presenza del Signore che ama e salva, la può sperimentare perché ormai la benedizione appartiene ad ogni popolo! Straordinario!

I due racconti di Luca ci mostrano che questa assenza-presenza del Signore Risorto inaugura un tempo nuovo in cui la Chiesa è invitata non solo a guardare in alto (in verità gli angeli del racconto di Atti chiedono ai discepoli di non fissarsi a guardare in alto) ma a compromettersi con la storia che attende un annuncio di salvezza e di liberazione; questo annunzio dal giorno dell’Ascensione occupa un frattempo che durerà fino a quando si vedrà tornare Gesù allo stesso modo in cui lo si è visto andare in cielo. Un frattempo che è carico allora di responsabilità per coloro che hanno sperimentato il suo amore e la sua misericordia.

L’Ascensione non è allora giorno di addio ma giorno di nuova presenza che genera responsabilità attiva e feconda.

Oggi forse l’ammonimento degli angeli dell’Ascensione andrebbe riformulato all’uomo del nostro tempo troppo dimentico di guardare al cielo. Vorrei osare questa riformulazione: Uomini di questa storia, perché non guardate più il cielo? Chiesa di Cristo perché non guardi più il cielo dove è entrato Cristo che da lì tornerà?

Chi non guarda più il cielo non è più neanche capace di portare alla storia le ragioni del cielo … Chi non guarda più il cielo non è capace di leggere a pieno la storia, la imprigiona nelle maglie dell’effimero, del transitorio; chi non guarda più il cielo si incatena ad una incapacità di cogliere il senso … troppi giorni restano privi di senso … chi non guarda più il cielo non è capace di vivere a pieno la storia e compromettersi in essa per le ragioni del cielo … e le ragioni del cielo sono tutte racchiuse nel corpo del Cristo, trafitto e glorioso, che, come scrive l’autore della Lettera agli Ebrei è assiso  nei cieli per intercedere in eterno per noi, Lui che è benedizione per tutte le genti. Le ragioni del cielo sono racchiuse in Lui e nel suo amore fino all’estremo, un amore che solo le ragioni del cielo possono sostenere … Dobbiamo dircelo con franca crudezza oggi il nostro occidente è malato di grettezza e di bieco egoismo perché ha smesso di guardare al cielo, si è fatto convincere di benessere da custodire con avarizia e noncuranza degli altri! Il nostro occidente con le sue scelte di morte e di difesa dei “propri confini” (che vergogna sena fine!) sta smarrendo l’umano! Noi discepoli della benedizione siamo disposti a lottare contro il “disumano” che avanza? Siamo disposti a difendere la carne dell’uomo che è per sempre carne di Dio a qualunque popolo, religione, terra o cultura appartenga? Se muore questa difesa dell’umano siamo indegni di celebrare l’Ascensione del Signore!

 

                    P.Fabrizio Cristarella Orestano

 

Ulisse Sartini: Ascensione

 

 

 

 

 

SESTA DOMENICA DI PASQUA

SESTA DOMENICA DI PASQUA

 At 15,1-2.22-29; Sal 66; Ap 21,10-14.22-23; Gv 14, 23-29

 

La Chiesa nata dalla Pasqua di Gesù è immersa nella storia; come sapientemente ha voluto scrivere il Concilio Vaticano II, essa non è di fronte al mondo ma nel mondo. E’ nel mondo come lievito nella pasta (cfr Mt 13,33), come sale, come luce posta in alto (Mt 5, 13-16) e questo nonostante le sue molteplici e palesi infedeltà. Questo essere nel mondo le fa sentire però tutta la contraddizione che la mondanità le propone, essa comprende, quando davvero è Chiesa di Cristo, di dover essere portatrice di un annunzio fatto non di sapienza umana ma di stoltezza della croce. Il mondo le si mostra ostile come fu ostile con Gesù … un ostilità che proprio in questi giorni vediamo incredibilmente avere un rigurgito di violenza perlomeno verbale … credevamo che il mondo fosse più indifferente che ostile oggi, invece, rivediamo un’ostilità con accenti e toni inusitati. Chiaramente oggi un certo stile di Chiesa, quello che Papa Francesco cerca di affermare, è in aperta contraddizione con certe logiche dilaganti in Italia e nel mondo, logiche di separazione, di distinzione, di rifiuto del diverso, di indipendenza tra i popoli … logiche che illudono e promettono una salvezza che davvero non verrà; noi uomini o ci salviamo assieme o non ci salveremo affatto.

La parola dell’Evangelo che risuona in questa domenica è per la Chiesa la più grande consolazione, ma soprattutto è la grande, straordinaria strada su cui la Chiesa può e deve continuare il cammino nella storia, fedele alla parola di contraddizione che è la parola della Croce.

E’ una parola di promessa a cui Gesù è restato fedele, tanto è vero che noi siamo qui; senza quella promessa di Lui e senza la sua fedeltà la Chiesa non potrebbe essere più, sarebbe solo una “societas” di uomini e noi l’avremmo distrutta da molti secoli. Se la Chiesa permane nella storia (oggi in questa forma, domani chissà…) è solo per la promessa fedele di Dio. Culmine di questa promessa è la presenza di Dio nel credente, esito straordinario ed inaudito della rivelazione cristiana, esito estremo dell’incarnazione di Dio e della Pasqua di croce e risurrezione. Una presenza che va accolta attraverso una custodia, quella della Parola! Il verbo greco che Giovanni usa per dirci questo è un verbo che in sé ha sì il senso di osservare, ma soprattutto di conservare, di custodire. La Parola che è Gesù va custodita, così si accoglie Dio in se stessi e gli si fa spazio. Dio non si merita, si accoglie! La vera vita è essere abitati da Dio e ciò è possibile solo custodendo la Parola. Come già sentivamo nel discorso sul Pastore (cfr Gv 10) anche qui il testo passa velocemente da Gesù al Padre: accogliere la Parola che è Gesù, conservarla e custodirla è accogliere Gesù stesso e il Padre; tutto questo è reso possibile dall’invio dello Spirito Paraclito. Solo nell’Evangelo di Giovanni è usata questa parola che evoca un venire accanto, vicino; Gesù in Giovanni chiama così lo Spirito Santo che invierà ai suoi, nel mondo, dopo la sua Pasqua ma, chiamandolo un altro Paraclito (cfr Gv 14,16) afferma di essere Lui stesso il primo Paraclito perché venuto vicino a noi, in nostro aiuto. L’invio promesso dello Spirito Paraclito ha soprattutto uno scopo: rendere viva la Parola di Gesù, anzi, vorrei dire ancora, la Parola che è Gesù. Non si tratta tanto di ricordare dei contenuti, un messaggio, delle osservanze da compiere, qui si tratta di tenere presente una persona: Gesù, con tutto ciò che ha detto e fatto. L’Evangelo è tutta la vita di Gesù , tutta la vita di Gesù dà ragione anche alla resurrezione e la rende credibile: una vita spesa per amore come quella di Gesù non poteva infatti restare nella morte perché questa è contraddizione dell’amore.

Nell’Evangelo di Luca il tema è ricorrente e anche gli angeli al sepolcro chiedono alle donne, se vogliono comprendere quella tomba vuota, di ricordarsi delle parole di Gesù (cfr Lc 24, 6-8) … e le donne potranno andare ad annunziare la grande notizia agli apostoli perché esse si ricordarono (cfr Lc 24,8). Il ricordarsi di Gesù, opera dello Spirito in noi, rende viva la sua Parola e rende palese al nostro intimo di essere abitato da Dio. Affermazione questa davvero vertiginosa che qui giunge ad una pienezza di rivelazione e di realizzazione in Cristo ma che già la Prima Alleanza aveva chiara come la grande meta della vita del credente. Lo Shemà Israel ha questa dinamica: dall’ascolto la conoscenza e l’adesione e finalmente l’amore.

I rabbini di Israele dicevano: lo Shemà provoca in noi la Shekinà, cioè la presenza del Signore! Il Salmo 132 dice: Non concederò sonno ai miei occhi finché non trovi una dimora per il Signore, ma la tradizione sinagogale amava tradurre interpretando questo versetto in modo straordinario: Non concederò sonno ai miei occhi finché io non divenga un luogo per la Shekinà del Signore!

Già Israele aveva questa attesa e Gesù ne è il compimento!

Questa liturgia di oggi davvero ci dà una meta vertiginosa ma che è il frutto più vero e grande della Pasqua che abbiamo celebrata: essere dimora di Dio!

Davvero non possiamo concedere sonno ai nostri occhi finché non avremo il coraggio di accogliere il grande dono, finché la nostra libertà, nelle vesti dell’ascolto della Parola e della memoria di Cristo, Parola uscita dal Padre, non si apra, per la forza del Paraclito a quella presenza di Dio che cerca il nostro intimo per prendervi dimora. Il Paraclito è Colui che difende, è in noi per difendere … ci verrebbe da pensare che difende in primo luogo noi; no! In noi difende Dio, difende in noi i diritti di Dio. Ricordando la Parola che è Gesù il Paraclito difende Dio che ha, nella mia vita dei diritti che noi spessissimo gli neghiamo. In noi c’è uno spazio che è di Dio e che noi spessissimo teniamo ingombro di miriadi di altre cose … il Paraclito difende quello spazio di Dio. La memoria della Parola, lo spazio di Dio, i diritti di Dio in noi … tutto questo ci fa “luogo” di Dio!

La meta è diventare assieme “luogo” di Dio come la Gerusalemme celeste vista da Giovanni nello straordinario tratto dell’Apocalisse che è oggi la seconda lettura. La santa Gerusalemme non ha Tempio perché Dio, l’Agnello sono in lei Tempio … tutto è diventato Tempio di Dio! Possiamo, più che capire, intuire la bellezza e la vertigine di questa verità!

Non concederò sonno ai miei occhi finché io non divenga un luogo della Shekinà del Signore! (Targum al Salmo 132, 4-5).

 

                                    P.Fabrizio Cristarella Orestano

 

La Gerusalemme celeste Miniatura dal ms. R16 2/ Foglio 25v (1255-1260 ca.). Cambridge, Trinity College.

 

 

QUINTA DOMENICA DI PASQUA

QUINTA DOMENICA DI PASQUA

 At 14, 21b-27: Sal 144; Ap 21,1-5a; Gv 13, 31-33a.34-35

 In queste domeniche del tempo di Pasqua la contemplazione del mistero del Figlio di Dio crocefisso e risorto, il mistero di Gesù, Figlio dell’uomo che racconta nella sua carne il volto autentico di Dio, si dispiega con ampie volute in tutta la sua bellezza e in tutti i sui frutti.

            I testi della Santa Scrittura che oggi vengono proclamati in tutta la Chiesa ci fanno soffermare su un dono, anzi sul dono pasquale più autentico: il comandamento nuovo. Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amati, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Non è questa una legge ma un dono, un dono radicato però in un altro dono, nel dono di Gesù che consegna la sua vita in un amore fino all’estremo (cfr Gv 13,1). E’ un dono che ha radici profonde nel dono del Padre al mondo, un mondo tanto amato da Lui, un mondo per cui ha dato (lo stesso verbo che Gesù usa per dire che ci un comandamento nuovo) il suo Figlio Unigenito (cfr Gv 3, 16). Un dono che è un concreto consegnare la propria vita per amore…

            E’ necesario, infatti, notare che il comandamento nuovo è dato da Gesù solo dopo che Giuda fu uscito e lui non lo ha fermato; quell’amore, dunque, che Gesù dona ai suoi nel comandamento nuovo è ormai già reale e attuale in lui: Giuda sta precipitando nella notte del mondo in cui trascinerà anche Gesù che liberamente si lascerà afferrare dalle tenebre per raggiungere nell’amore ogni uomo che è nelle tenebre.

            Il comandamento è detto nuovo nel senso di definitivo, di ultimo; sì, è l’estremo dono di cui saranno capaci i discepoli per l’invio dello Spirito che Gesù promette (la prossima domenica ascolteremo questa promessa di Gesù nel quarto Evangelo). Lo Spirito ricorderà loro Gesù ed il suo donarsi, ricorderà loro che il volto di Dio è visibile solo nell’amore estremo di Gesù e comprenderanno che è quella l’unica via per narrare Dio al mondo.

            L’amore estremo di Gesù è un amore fedele che ama anche quell’amico che sta precipitando nella notte ed anche per lui si offre, quell’amore fedele non si spaventa dell’infedeltà e del tradimento, non si spaventa delle impressionanati debolezze degli uomini, ma tutti avvolge e tutti attira a sé (cfr Gv 12, 32). Questo amore è gloria  di Dio, è cioè narrazione, epifanìa del peso (questo il significato originario della parola ebraica) che Dio ha per Gesù e di contro del peso che Gesù ha per Dio… Per il IV Evangelo il mistero della Pasqua è mistero di gloria in quanto la croce è la via con cui il Figlio dice Padre! nell’amore offrendosi e la resurrezione è la via con cui il Padre dice Figlio! risuscitandolo.

            In questo movimento di amore e di gloria Gesù vuole che entriamo anche noi! Il comandamento nuovo è il dono che è porta a questo mistero tenerissimo della gloria. Solo amandosi i suoi discepoli saranno riconoscibili perché a lui somigliantissimi. Non saranno gli atteggiamenti pii o religiosi a dare identità ai discepoli di Gesù ma solo quell’amore che li fa simili al Signore e Maestro. E’ inutile cercare altrove l’identità cristiana, questa è possibile solo a chi accetta il dono dell’amore e vive nel comandamento nuovo.

            O la Chiesa di Cristo è questo o si smarrisce in mille e mille rivoli stravolti e stravolgenti che nulla hanno più di Cristo e che non hanno luce e sapore di definitivo ma avranno sempre il tanfo di morte del caduco e del transitorio. Quando i cristiani smarriscono il comandamento nuovo ammantano il transitorio di eterno e divengono idolatri delle opere delle loro mani e questo è tremendo. La parola di Gesù che questa domenica risuona in tutta la Chiesa è carezza sul cuore mostrandoci la semplicità estrema della via di Gesù! Via umanissima e perciò divina! Ecco l’uomo! dirà Pilato dinanzi al volto di Gesù sfigurato per amore; Ecco l’uomo dovrebbe poter dire il mondo con stupore e speranza dinanzi al volto d’amore dei discepoli di Gesù. Vorrei dire: innanzi al volto d’amore della Comunità dei discepoli di Gesù! Infatti – si badi bene – il comandamento nuovo riguarda l’amore all’interno della comunità dei discepoli; l’ultimo compito (mandatum novum!) è l’amore che i discepoli devono avere l’un l’altro! Solo se si amano tra loro i discepoli di Gesù potranno rendere conoscibile l’amore ai “tutti”! Il mandatum novum non riguarda l’amore universale ma l’amore intra-ecclesiale! Se ci si ama “dentro” la Chiesa e non in un modo generico ma “come” ha amato Gesù, cioè “dando la vita”, tutti gli uomini potranno sapere che c’è un modo nuovo di essere uomini, di vivere le relazioni, d concepire la storia e il senso della propria vita! L’identità cristiana – ripetiamolo con forza – non è data da nulla che non sia questo amore scambievole che racconta Dio! Solo così il mondo conoscerà il vero volto di Dio: attraverso una comunità di uomini e donne che si amano a costo di perdere la vita, che si amano nello stie paradossale e radicale di Gesù! Può amare il mondo e servirlo solo chi ha fatto l’esperienza di essere amato fino all’estremo, solo chi a partire da questo ha imparato ad amare i fratelli che hanno condiviso assieme questo essere amati dal Cristo … l’amore intra-ecclesiale è annunzio e scuola d’amore nello stile “folle” di Gesù!

            Così, solo così, si cammina nella storia verso quel nuovo cielo e nuova terra che, con infinita nostalgia d’eterno, canta Giovanni nel passo dell’Apocalisse che è proclamato oggi.

            Così, solo così, l’umanità si potrà presentare come sposa adorna e pronta  per il suo sposo.

            Così, solo così, solo nell’agàpe del comandamento nuovo la Chiesa sarà dimora del Dio-con-noi!

            Solo questa è la via per condurre umilmente la storia a quel giorno benedetto e nuovo (definitivo perché giorno senza tramonto) in cui il Signore tergerà ogni lacrima e ne abbatterà per sempre le atroci cause: la morte, il lutto, il lamento ed il dolore! Giorno benedetto in cui si abbracceranno l’infinita grazia di Dio e l’umile amore che la Chiesa ha saputo vivere a partire dal dono del Crocefisso Risorto.

            L’agàpe fa nuove tutte le cose!

            Gesù in questa via ha creduto, l’ha vissuta e l’ha cantata! Gesù l’ha sognata anche per noi: Vi do un comandamento nuovo, che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amati così amatevi anche voi gli uni gli altri.

            Semplice!  Tremendamente semplice! Tanto semplice da far tremare!

 

                                       P.Fabrizio Cristarella Orestano

 

 

           

 

 

 

 

 

 

QUARTA DOMENICA DI PASQUA

QUARTA DOMENICA DI PASQUA

 At 13, 14.43-52; Sal 99; Ap 7,9.14b-17; Gv 10, 27-30

            La riflessione sul mistero pasquale continua questa domenica con l’ icona del buon pastore; quest’anno passa un brano brevissimo del decimo capitolo dell’evangelo di Giovanni, brano forse troppo breve che, estrapolato dal suo ampio contesto, rischia di aprire a discorsi generici e moralistici … magari di tipo vocazionale per l’uso invalso di fare di questa domenica un momento di preghiera per le vocazioni sacerdotali. Credo che bisogna leggere questo testo in una più ampia prospettiva, in un’ottica certamente rivelativa del volto di Dio mostrato in Gesù e nella sua croce e risurrezione.

            Il quarto Evangelo ha chiarissima questa prospettiva: Gesù è la narrazione, la spiegazione del Padre (Gv 1,18); questa narrazione sarà per Giovanni il motivo della condanna di Gesù: la verità che ha narrato è la sua identità di Cristo e di Figlio di Dio, egli è il Cristo perché è Figlio di Dio; sarà ucciso perche presenta un Cristo altro e un Dio altro rispetto a quello che si pensa. Gesù narra un Dio che non risponde alle attese e ai timori degli uomini; quello che Gesù narra con tutto se stesso non è un Dio potente che si impone e vince, che esonera i suoi dal dolore, dalla malattia e dalla morte; non è un Dio che assicura il funzionamento del mondo, un Dio “della natura” che provvede alla fecondità della terra, al benessere delle greggi, al contenimento dei fenomeni naturali che spaventano l’uomo … è certo Colui che tutto regge perché è il Creatore ma è il Dio della storia, che si fa storia con gli uomini che egli ama … è Signore perché si fa schiavo con gli schiavi (e questo fin dal tempo dell’Esodo era chiaro: è il Dio degli schiavi e non del Faraone!), è pastore perché agnello mansueto ed offerto. È salvatore perché perde la sua vita.

            Noi abbiamo idee ambigue sul Cristo, ma anche sulla vita, anche sulla morte … abbiamo idee falsate anche su Dio e di conseguenza anche sull’uomo; Gesù si presenta a noi come Colui capace di non di compiere le nostre attese che spesso si volgono verso orizzonti miopi e fallaci, ma di compiere le sue promesse! La promessa che questo Evangelo di oggi tratteggia è la promessa di una vicinanza straordinaria tra noi e Lui; una vicinanza che siamo capaci di cogliere perché è la vicinanza di chi si è fatto davvero nostro compagno nella sofferenza e nella morte, è la vicinanza di chi ci precede nel cammino di umanità, ci precede proprio come il pastore che nell’uso orientale procede sempre avanti al gregge. Bevendo il calice della nostra umanità dolente Gesù ha creato un legame indistruttibile ed assoluto con ogni essere umano. Ecco cosa rende la voce e la parola di questo pastore inconfondibili; chi appartiene al suo gregge le riconosce! Il battezzato ha dentro di sé come un senso ulteriore capace di riconoscere quella voce e quel volto ogni qual volta Gesù lo sfiora più da vicino … come il discepolo amato ha la vocazione di gridare E’ il Signore a quanti non sanno cercarlo e sono raggelati nelle loro infecondità (cfr Gv 21,7). Chi è capace di riconoscere la sua voce  appartiene al suo gregge, come Maria di Magdala che nel giardino riconosce la sua voce che la chiama per nome e non deve pretendere di afferrarlo con le proprie mani (Cfr Gv 20,17) ma deve cominciare a vivere nelle mani di Lui; in questo testo evangelico mi pare davvero straordinaria questa immagine delle mani di Cristo pastore, un’immagine che si dilata fino a mostrare altre mani ancora, quelle del Padre; mani che si sovrappongono in una rivelazione grandiosa che questa pagina giovannea ci consegna: Io ed il Padre siamo uno!  Abitando le mani del Figlio si abitano le mani del Padre!

            “Mano” indica la forza, il potere, la capacità di agire … le pecore dovranno passare attraverso uno scandalo che capovolge tutte le logiche di buon senso: dovranno capire che quella mano in cui si sono rannicchiate è potente perché ha scelto l’impotenza dell’ essere inchiodato ad una croce; quella  mano ferita per l’amore, dopo la Pasqua radunerà le pecore disperse, le stringerà a sé, le farà diventare suo gregge per sempre e nulla le potrà strappare da quella mano. E’ ancora la rivelazione di un paradosso incredibile di un amore più forte della morte, un amore che non è forte, come abbiamo capito a Pasqua, perché evita la morte ma perché l’attraversa. Gesù è pastore bello-buono perché nel suo agire paradossale dona la vita per le sue pecore, dona la vita perché esse abbiano la vita eterna!

            Tutto questo ha un terreno meraviglioso, un luogo caldo: la mano di Dio che la mano trafitta del Figlio ci ha narrato in una scandalosa alterità.

            Come non fidarsi di una mano trafitta per me? Dove trovare un luogo più sicuro se non in quelle mani? Lui, il Cristo, le mani per il gregge se l’è sporcate! nel suo sangue!

Affidarsi a quelle mani sarà per noi fonte ulteriore di vera conoscenza  del Dio narrato a pieno nella Pasqua di Gesù.

 

                               P.Fabrizio Cristarella Orestano

 

ARCABAS, pseudonimo di Jean-Marie Pirot, (Trémery26 dicembre 1926 – Saint-Pierre-de-Chartreuse23 agosto 2018): Crocifisso (part.) (Parrocchia Spirito Santo e S. Alessando Martire in Portoviejo – Ecuador)