TUTTI I SANTI

TUTTI I SANTI

Ap 7, 2-4.9-14; Sal 23; 1Gv 3,1-3; Mt 5, 1-12a

Quando pensiamo ai “Santi” siamo tentati di pensare ai perfetti, a cristiani angelici, liberi dalle pastoie della nostra fragile umanità.

E’ una delle vie con cui il cristianesimo è stato reso innocuo dagli stessi cristiani; è stato addolcito perché non ferisse il cuore; perché l’ uomo vecchio rimanesse ben saldo e piantato nella storia a fare i suoi affari più o meno loschi rimanendo con l’etichetta di cristiano. E così la santità è diventata l’eccezione, la straordinarietà. Quante volte sentiamo la stolta espressione Sono un uomo non sono un santo! Come se si potesse essere davvero uomo senza essere santo!

Essere santo non è altro dall’essere uomo, vorrei dire che la santità è la pienezza dell’umanità; Gesù non è venuto a indicarci una via sovrumana ma una via umanissima, quella che Lui stesso ha percorso!

Oggi la Chiesa contempla la Communio sanctorum: noi i santi in cammino  nella storia, contemplando quelli che hanno compiuto il loro cammino e sono alla meta, sentiamo con loro una straordinaria cosa in comune: noi e loro  apparteniamo a Dio, siamo altro dal mondo, siamo distinti. E questo non in maniera arrogante o elitaria, ma per grazia, per essere seme di santità per il mondo. Santo (in ebraico kadosh) significa “altro”, “distinto”, “separato” (la kedushà è il taglio del cordone ombelicale!)… Il santo, come Dio (Lv 19,2) è  altro rispetto al mondo e alle sue logiche.

La pagina evangelica delle Beatitudini nella versione di Matteo, che oggi si proclama in tutta la Chiesa, è una pagina che certo non risponde alle attese che tanti avevano su Gesù. Dinanzi a Lui c’erano attese e domande morali … Gli stessi apostoli, dopo la Risurrezione, ancora mostrano queste attese: Signore, è questo il tempo in cui ricostruirai il regno di Israele? (At 1,6) o altri avevano chiesto Che debbo fare per avere la vita eterna? (Mt 19,16) quasi volendo dei  precetti che potessero instaurare un alto ordine morale.

Gesù con le Beatitudini non intende fare nulla di ciò; non è il proclama di un ordine nuovo nella storia, non è risposta alla “maledetta” ansia di fare degli uomini religiosi. Gesù qui rivela. Rivela l’uomo nuovo e la qualità della vera gioia. Gesù rivela quello che fa di Lui stesso il Santo di Dio (cfr Gv 6,69), in una gioia diversa da quella del mondo, che lo rende l’uomo nuovo in cammino verso Dio (secondo Andrè Chouraqui, nella sua traduzione francese della Bibbia, la parola greca màkarios, “beato”, corrisponde all’ebraico ashrei che evoca il cammino retto che conduce direttamente al Signore). 

Il beato è “in primis” Gesù. E’ Lui il povero, l’afflitto, l’affamato e assetato di giustizia; è Lui il misericordioso (interessante anche qui la versione francese di Chouraqui che traduce Beati i materni, cioè quelli capaci di un amore viscerale, senza ragioni; un amore tanto grande da essere capace di perdono come quello di una madre. D’altro canto chi è misericordioso dona e custodisce la vita, proprio come una madre!); è Lui il puro di cuore che guarda gli altri non per possederli ma con sguardo trasparente … è Lui il  puro di cuore che non ha il cuore diviso; e Lui il costruttore di pace perché con la sua vita e la sua croce ha fatto pace tra cielo e terra; è Lui il perseguitato per la giustizia perché per realizzare la giustizia del Padre (il suo progetto di amore) si è lasciato oltraggiare e inchiodare alla croce.

Le Beatitudini allora, svelando il volto di Cristo, svelano una via di gioia paradossale di cui i mondo ride. Il mondo però non sa che c’è una moltitudine immensa di uomini e donne che, come scrive Giovanni nel testo del Libro dell’Apocalisse che oggi si legge, seguendo Gesù, il Santo di Dio, sono stati resi vittoriosi (hanno le palme nelle mani) e sono stati resi seme di novità per tutta l’umanità da cui provengono e questo senza distinzione di razza, di popolo, di lingua. Il mondo, scrive sempre Giovanni, ma nel passo della sua Prima lettera, che pure oggi la Chiesa propone, non conosce i santi perché non conosce Dio; per questo il paradosso che essi portano per il mondo è incomprensibile: il mondo non può comprenderlo, né conoscerlo. Il mondo non può immaginare che poveri, afflitti, miti, affamati e assetati di giustizia, misericordiosi, puri, pacifici, perseguitati siano beati, siano gente che avrà la vittoria, siano gente che ha trovato senso … il mondo pensa che la terra è dei ricchi, degli arroganti, di coloro che schiacciano i poveri per i loro interessi, di chi non perdona, di chi è lussurioso, guerriero, persecutore …

Eppure i santi, dice Gesù,  possederanno la terra! E’ lo stesso  paradosso che il Crocifisso ha mostrato al mondo con la sua vittoria! Il Risorto, il Signore è il Crocifisso! Lui il Cristo sulla croce ha sperimentato la povertà, l’afflizione, la mitezza; è stato sulla croce perché affamato e assetato di giustizia; lì, sulla croce, è stato misericordioso perdonando ed amando fino all’estremo, lì è stato puro di cuore, con il cuore unificato dall’amore, senza doppiezze o ambiguità; lì, sulla croce, ha operato la pace (cfr Ef 2,15), lì ha sperimentato l’ingiusta persecuzione.

Il problema della santità (l’unico serio problema per un cristiano!!) è se crediamo che la via debole della croce sia davvero via di sapienza di Dio, se crediamo davvero che la via debole di Cristo con la sua mitezza ed umiltà, sia una via vincente proprio perché così altra da quelle del mondo. Il problema della santità è se questo mondo con le sue vie tortuose, perverse e mortifere, con le sue vie arroganti e “vittoriose” (sempre ammantate di buon senso) ci stia stretto o se, alla fin fine, ci stiamo comodi perché ci siamo adeguati …

Oggi la solenne memoria di  Tutti i Santi ci indica un’altra strada, una strada di compromissione con Colui che chiamiamo Signore, una via che Lui ci indica come beatitudine e che Lui per primo ha percorso … gli prestiamo fede?

Se gli crediamo stiamo nella storia seguendo Lui ed il suo Evangelo , quando sperimenteremo i “no” del mondo che ci porranno ai margini, che ci faranno sentire l’amaro sapore del rifiuto, dell’irrisione quando non quello della persecuzione, allora sapremo che, se per il mondo siamo dei perdenti, per Cristo saremo dei beati perché la storia  darà ragione al Crocifisso perché la sua è via umanissima, perché via d’amore. Una via costosa ma umanissima. In fondo, infatti, l’unica cosa che davvero importa all’uomo per essere uomo è amare ed essere amato.

P. Fabrizio Cristarella Orestano

Beato Angelico: Incoronazione della Vergine e santi (1432 ca.) (Firenze, Galleria degli Uffizi)

TRENTESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Sir 35, 12-14.16-18; Sal 33; 2Tm 4,6-8.16-18; Lc 18, 9-14

 

Davanti a chi si prega?

            Dove si prega?

            L’autentica preghiera cristiana avviene in un “luogo”  straordinario, non in un luogo, non in un tempio ma “in” Dio. Stando in Lui, dimorando in Lui, sentendosi avvolti dal suo Amore di Padre, dalla tenerezza del Figlio che ci ha amati e ha dato se stesso per noi (cfr Gal 2,20), nell’abbraccio dello Spirito che abita in noi e ci trascina “in” Dio … E tutto questo non solo è il luogo della preghiera ma anche il motivo della lode che anima ogni vera preghiera. Lode per qualcosa che Dio ha fatto e fa per noi e lo fa in modo totalmente gratuito, a prescindere dai nostri “meriti”.

            La parabola del fariseo e del pubblicano ci presenta due personaggi che incarnano la possibilità e la capacità o meno di pregare per davvero. In fondo Gesù non racconta questa parabola per parlarci direttamente della preghiera ma per parlarci di due cuori, di due modi di essere uomo davanti a Dio e davanti agli altri uomini. In questo racconto di Gesù la preghiera è solo (!) lo specchio veritiero del cuore dei due uomini. Nella preghiera si ravvisa la qualità dell’uomo. E’ così.

            Ed ecco la preghiera del fariseo, uomo “religioso”, impeccabile, infallibile, irreprensibile. Una preghiera che sembra iniziare bene: O Dio, ti ringrazio … Anche Gesù inizia a pregare in modo molto simile: Ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra … (cfr Lc 10,21). Gli esiti sono però radicalmente diversi. Gesù ringrazia il Padre per quello che il Padre ha fatto rivelando ai piccoli i misteri del Regno: Sì, perché così è piaciuto a te… , dice Gesù. Il fariseo no: ringrazia per sé; non eventualmente per quello che Dio ha fatto in lui ma per quello che egli è e per quello che egli non è; non per quello che Dio ha fatto ma per quello che lui stesso fa. E qui la preghiera, direi, “abortisce” e diventa un’altra cosa: monologo capace solo di innalzare un muro tra lui e Dio! Un monologo folle in cui il fariseo addirittura si vanta davanti a Dio! Un monologo in cui trova agevolmente posto il disprezzo per gli altri, un disprezzo che non si accontenta d’essere generico per coloro che sono ladri, ingiusti, adulteri ma che si appunta anche su un soggetto concreto: quel pubblicano che certo lo ha disturbato quando l’ha visto osare entrare nel Tempio. Il monologo del fariseo è tanto folle d’orgoglio che elenca una serie di presunti precetti cui presta osservanza; dico presunti perche in verità nessun precetto della Torah chiede il digiuno due volte alla settimana, il Libro del Levitico lo prescrive una volta all’anno (cfr Lv 16,29); lui invece digiuna due volte alla settimana per espiare i peccati “degli altri”; certo non i suoi perché lui è irreprensibile (quanti ne conosciamo di uomini e donne irreprensibili, incapaci di chiedere perdono, che hanno una ragione per tutti i loro comportamenti e che non attendono altro che tu chieda loro perdono … magari per aver pensato male!); inoltre le decime, secondo la Torah, (cfr Dt 12,17) vanno pagate non dall’acquirente ma dal produttore; lui il fariseo, però, paga anche quello che non deve e questo per sentirsi la coscienza a posto nel dubbio che il produttore avesse non pagato la decima  … (l’espressione greca “panta osa ktõmai” è più preciso tradurla tutte le cose che acquisto e non tutte le cose che possiedo).

            Il fariseo tragicamente crede di pregare ma non prega, crede di sbandierare a Dio la sua “giustizia” ma tornerà a casa sua senza giustificazione; aveva calpestato gli altri e quella concreta incarnazione degli altri che è quel pubblicano pur di elevarsi ma alla fine è nulla agli occhi di Dio. I saggi rabbini d’Israele già lo dicevano: La giustizia dell’uomo è un panno immondo.

            L’altro, il pubblicano, è entrato nel Tempio a testa bassa … non ha nulla da portare a Dio, solo la sua miseria, il suo peccato, i mille compromessi che ha fatto con se stesso e con la parola della Torah … è a mani vuote … le mani le usa solo per battersi il petto e per dire così che lì, nel suo petto, nel suo cuore c’è la causa di ogni sua miseria; in quel cuore fragile, incline al male … Non dice tante parole ma le sole sensate che noi uomini possiamo dire dinanzi alla santità di Dio: Sii benevolo con me … abbi pietà di me. A questo piccolo uomo gravato dal suo peccato gli altri appaiono tutti migliori di lui; avrà anche guardato con ammirazione a quel fariseo pieno di giustizia, con le mani levate a Dio e con le tante parole che gli si leggevano sulle labbra; gli altri sono tutti migliori di lui perché lui è “il” peccatore. Il testo greco è così: c’è l’articolo determinativo: Abbi pietà di me il peccatore. Quasi che sia lui l’unico peccatore … Quando questi tornò a casa, ci dice Gesù, non era più a mani vuote, aveva il dono più grande di Dio che con amore lo rendeva giusto: Tornò a casa sua giustificato.

            Il problema allora qui non è quello del modo migliore di pregare, qui è questione di verità e di consapevolezza della verità.

            Il fariseo non sa la verità né di Dio, né di sé perché è ubriaco di se stesso. E’ lui l’orizzonte angusto della sua vita. Il pubblicano invece non sa altro che la sua verità cioè che è povero e peccatore, a mani vuote e con una sola speranza: la misericordia di Dio. E questo ci dice che sa pure la verità  di Dio, sa pure chi è Dio: è il Dio capace di amore e misericordia nella più assoluta gratuità. Direbbe S. Agostino che questo pubblicano è il vero sapiente: La vera sapienza – scrisse infatti S. Agostino – è sapere chi sei Tu, o Dio, e chi sono io.

            E’ impressionante che S. Benedetto nella sua Regola addita questo pubblicano come unico modello del monaco che, quando ha percorso tutta la scala dell’umiltà, deve essere come “publicanus ille”, come quel pubblicano (RB VII,65).

            E’ così, e non solo per il monaco. E lì la nostra meta perché poi da lì il Signore compirà in noi le sue opere. Solo così l’uomo può consegnarsi nella mani di Colui che lo può plasmare fino a dargli il volto di Cristo, fino a dargli quella capacità di combattere la buona battaglia, di giungere al termine della corsa della sua storia custodendo la cosa che più conta: la fede, l’adesione a Lui che ci ama. In fondo il meraviglioso passo della Seconda lettera a Timoteo che oggi leggiamo è un modo di farci vedere in Paolo concretamente incarnato “publicanus ille”, in lui che si è riconosciuto amato nella più assoluta lontananza, mentre era nemico (cfr Rm 5,8-10).

            Se avremo il “coraggio” dell’umiltà che è verità, il Signore ci porterà a “volare alto”: Chi si umilia sarà innalzato!

 

               P.Fabrizio Cristarella Orestano

 

Il fariseo e il pubblicano (Icona contemporanea)

 

 

 

 

VENTINOVESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

 

Es 17, 8-13; Sal 120; 2Tm 3,14-4,2; Lc 18,1-8

 

La necessità della preghiera.

            Una necessità che è tale sempre. Una parola, come si comprende, molto “fuori moda”, una parola che contraddice l’idea diffusa nel mondo (ma purtroppo anche in certi ambienti ecclesiali, pure se detto “tra i denti” e a volte solo con sorrisetti ironici!) che la preghiera sia evasione “in-utile” per i bisogni molteplici e concreti dell’uomo. La mentalità mondana, e ripeto penetrata anche all’interno della Chiesa, guarda alla preghiera come una sindrome da disadattati che vilmente fuggono le responsabilità; a volte in certi ambienti ecclesiali la preghiera è quella cosa che purtroppo “si deve fare” ma che di deve fare presto per non togliere tempo alle “cose importanti”, “fattive”, “concrete”, “utili” che invece meritano tutto il nostro tempo e le nostre fatiche. E’ la grande “eresia” di oggi che toglie alla Chiesa il suo vero volto, e toglie anche all’azione concreta della Chiesa il sapore di opera di Dio, il profumo di azione evangelica … toglie alle “opere” quel nerbo di forza evangelica e le fa diventare opere tra le opere e fa diventare la Chiesa stessa un’organizzazione benefica tra le altre.

            Gesù, invece, nel testo odierno, sottolineato anche dal passo del Libro dell’Esodo in cui la preghiera di Mosè è la vera azione liberatoria dalla violenza schiacciante di Amalek, dice con chiarezza che c’è un “sempre” per la preghiera.

            Certamente la parabola della vedova e del giudice iniquo va collocata all’interno del contesto in cui l’evangelista Luca la pone perché solo così ne comprenderemo la portata e la libereremo dalle facili interpretazioni banali ed utilitaristiche.

            Il contesto è la cosiddetta piccola apocalisse di Luca che è al capitolo 17 dopo la guarigione dei dieci lebbrosi ed il riconoscimento da parte dell’unico che ritorna che Gesù è il Tempio di Dio, luogo della presenza di Dio. Ai farisei che chiedono il “quando” della venuta del Regno Gesù risponde che il Regno è già presente (perché Lui è presente!) ma seguiranno giorni in cui il Figlio dell’uomo verrà sottratto al mondo, giorni in cui si desidererà uno solo dei suoi giorni. Quando tornerà ci sarà il discernimento nel mondo: si separeranno quelli del Regno da quelli che non hanno accolto il Regno. Il suo ritorno è imprevedibile e non bisogna dar credito ai falsi profeti. Una cosa però è certa: il Figlio dell’uomo verrà. E intanto? E qui c’è la parabola della vedova e del giudice iniquo.

            I due protagonisti di questa parabola sono funzionali al racconto ma anche ulteriori rispetto al racconto stesso; rimandano ad altre realtà. La vedova adombra la Chiesa che è privata dello Sposo che nella sua passione (pure annunciata nella piccola apocalisse da Luca; cfr 17,25) le è strappato; è povera perché non ha più identità: una sposa senza lo sposo; nulla può colmare il suo vuoto. Ha solo una ricchezza: il desiderio e l’invocazione; due cose preziosissime perche la rendono capace di accogliere Colui che desidera. E il giudice ingiusto? Certamente è funzionale al racconto ma adombra non una realtà ma una proiezione, forse potremmo dire una tentazione. Quel giudice è quello che ci appare essere Dio: sordo, insensibile, incapace di fare giustizia. Quella del giudice iniquo è una delle maschere perverse che noi mettiamo sul volto di Dio … il suo ritardo ci pare iniquità e a volte intendiamo perfino il suo esaudirci come frutto delle nostre suppliche sgradevoli più che frutto del suo amore. Se ci riflettiamo è davvero tremendo. La vedova, in verità, davvero lotta con Dio che vuole quella lotta a costo d’essere scambiato per un giudice ingiusto; la vuole perché solo in quella lotta, come Giacobbe (cfr Gen 32,23ss), possiamo scoprire chi è Lui e scoprire anche il nostro vero nome. La lotta, il desiderio incessanti sono lo spazio che permette che la venuta sia desiderata, accolta, riconosciuta. Il ritardo di Dio, come scriverà anche Pietro (2Pt 3,8ss), è luogo della sua “macrothimìa”, della sua pazienza che guarda in grande l’uomo e le sue possibilità;  Dio ritarda  perché la vedova possa crescere nel desiderio di deporre gli abiti del lutto dinanzi al volto del Veniente.

            La parabola strana si chiude con un’assicurazione ed un monito drammatico. L’assicurazione è la certezza della risposta di Dio dinanzi al desiderio dell’uomo che grida a Lui il suo bisogno di Lui; il monito è quella domanda che resta aperta (e come potrebbe essere chiusa?): Il Figlio dell’uomo quando verrà troverà la fede sulla terra?

            L’attesa di Dio ed il tempo della lotta non hanno un esito automatico. Lui certo tornerà ma l’esito è affidato al consenso dei discepoli. L’esito è affidato a ciò di cui i discepoli riempiranno il tempo dell’attesa. Se questo tempo è riempito dalla preghiera tutta la vita della Chiesa si animerà di desiderio di Dio e del Suo Cristo e in questa luce essa verrà contagiata dall’amore crocifisso del Figlio di Dio. Nel grembo caldo della preghiera sarà possibile fidarsi di una venuta che tarda ma che certo brillerà all’orizzonte della storia perché la storia si versi nell’eterno.

 

 

                              P.Fabrizio Cristarella Orestano

Il giudice iniquo e la vedova (Icona contemporanea)

 

 

VENTOTTESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

 

2Re 5,14-17; Sal 97; 2Tm 2,8-13; Lc 17, 11-19

 

La lebbra: il morbo che sfigura e rende immondi. Nella Scrittura è metafora potente della lontananza dell’uomo da Dio, è metafora potente del peccato che toglie all’uomo il volto dell’uomo. E’ segno di incredulità, di condanna … è causa di separazione dal popolo santo (il contrario della santificazione che è separazione dal mondo per appartenere al popolo santo, cioè separato); è segno della rovina dell’uomo che vuole ergersi a signore della sua stessa vita.

            Nella prima lettura, tratta dal Secondo Libro dei Re e nell’Evangelo di oggi, emergono due stranieri che partono dalla fede e giungono alla lode. Naaman il Siro, tormentato dal disfacimento della lebbra, deve compiere una fatica nella fede per poter credere che le acque del Giordano siano luogo di purificazione più e meglio di tutte le acque di Damasco (i Padri useranno questa parola per affermare che solo le acque di Israele – le Scritture – immergono nella conoscenza di Dio che sana ogni uomo); i dieci lebbrosi del racconto di Luca devono anch’essi sottoporre la loro fede, che pure ha gridato parole di fiducia, ad una prova difficile: Gesù non fa gesti, non li tocca, resta a distanza (quella che loro dieci hanno osservato per rispettare la Legge. Cfr Lv  13,45-46) e pronuncia solo una parola ancora nell’ottica dell’osservanza della Legge: Andate a Gerusalemme, al Tempio,  per far sì che i sacerdoti constatino la vostra guarigione.

            Si deve notare che i dieci lebbrosi partono ancora con la lebbra che divora le loro carni; partono senza vedere nulla. Nell’obbedienza, “in itinere”, nell’andare si trovano purificati. La loro fede passa per l’obbedienza, conduce all’obbedienza e, solo nell’obbedienza, riceve il dono della purificazione.

            Nella nostra vita credente abbiamo bisogno di questa obbedienza senza garanzie, quell’obbedienza che atto di fede che non vede (cfr Gv 20,29). Dovremmo ripetercelo spessissimo questo versetto di Luca: nell’andare si trovarono purificati. Dobbiamo ripetercelo soprattutto mettendo l’accento a quel “nell’andare” più che al trovarsi purificati. La fede vera parte al buio,  attraversa la prova come Naaman e i dieci lebbrosi. Quando ogni giorno questo ci è richiesto noi abbiamo però qualcosa che né Naaman né i dieci sventurati dell’Evangelo avevano: la possibilità di ricordarsi della vittoria di Cristo Gesù sulle potenze di morte. Paolo, nella seconda lettura di questa domenica, scrivendo a Timoteo lo incita alla fiducia con un imperativo: Ricordati di Gesù Cristo, del seme di David (cioè: in Lui le promesse di Dio si sono compiute!) che è risorto dai morti.

La memoria di Lui e della sua vittoria ha per noi un potenziale immenso: sostiene la nostra povera fede anche al buio perché la fede, come dicevano i Padri, non è mai meridiana, non ha cioè la luce di mezzogiorno, ha sempre la luce vespertina, o forse sarebbe meglio dire che ha la luce dell’aurora … La memoria di Lui, inoltre, si insinua nei nostri pensieri e spezza ed interrompe le vie dei pensieri mondani; la memoria di Gesù è memoria dell’amore fino all’estremocon cui siamo stati amati da Dio.

Ricordati di Gesù Cristo! Se ci ricordiamo di Lui il cuore si riempie di un grande bisogno di lode, un bisogno che non può essere frenato. La differenza tra il samaritano che torna a ringraziare e gli altri nove non è tanto in un senso di gratitudine e di educato dover ringraziare che lui sente e gli altri no. Sarebbe troppo banale, moralistico … Luca ha un altro intento: quel samaritano mondato quando ha constatato che nell’obbedienza era stato guarito non ha puntato il cuore sulla sua guarigione, su se stesso, nella pur legittima gioia di essere di nuovo pienamente un uomo ed un uomo libero. Si è ricordato di Colui da cui tutto questo proveniva: si è ricordato di Gesù ed ha capito che è Gesù il luogo in cui si incontra quel Dio che ci rende uomini a sua immagine (liberandoci dalle lebbre che ci sfigurano), è Gesù il luogo in cui si loda Dio! D’altro canto lo stesso Naaman, guarito da Eliseo, fa lo stesso: torna dal profeta per lodare Dio e per portare con sé della “terra” di Israele su cui lodare sempre Dio anche quando tornerà in Siria!  Luca, al centro del suo Evangelo, che inizia nel Tempio di Gerusalemme e si conclude ancora nel Tempio, ci dice sottilmente che il Tempio definitivo e nuovo è Gesù! E’ Gesù la terra di Dio su cui la lode ha senso e forza! Che Gesù sia il Tempio, la sola terra santa dell’incontro con Dio, Luca ce lo ripeterà sul Calvario nel “segno” del velo del Santo dei Santi scisso dall’alto nell’ora della morte del Crocefisso … qui però, nel passo di questa domenica, già ce lo dice e lo fa proprio con le labbra di Gesù: Non si è trovato chi tornasse a render gloria a Dio se non questo straniero!

Andare a Lui, a Gesù, è andare a render gloria a Dio. La fede del samaritano mondato è piena, la fede lo ha salvato. Se la lebbra è segno di lontananza da Dio, ora egli si fa vicino a Gesù; se la lebbra è segno del peccato che sfigura, a lui è donato di nuovo un volto, se la lebbra è segno di incredulità ora la sua fede è passata per la prova che lo ha reso davvero un credente. E’ salvo! Il samaritano guarito che torna a lodare Dio in Gesù, ha riconosciuto che solo Gesù è la novità, ha riconosciuto che, come scrive Karl Barth (Introduzione alla teologia evangelica), è Gesù Cristo la novità. E’ Lui il miracolo, l’infinitamente meraviglioso che fa dell’uomo che lo conosce e che da Lui è conosciuto, un uomo meraviglioso, una volta per sempre e fino al suo più profondo.

 

                      P.Fabrizio Cristarella Orestano

 

Guarigione dei dieci lebbrosi,

Miniatura dal manoscritto dal Codex Aureus, 10351040 circa

NorimbergaGermanisches Nationalmuseum