XXV Domenica del Tempo Ordinario (B) – Come i bambini

 

 

IL CORAGGIO DI ESSERE ULTIMI

Sap 2, 12.17-20; Sal 53; Gc 3, 16 – 4, 3; Mc 9, 30-37

 

 

La scorsa domenica l’Evangelo di Marco ci ha mostrato come il primo annunzio della passione abbia trovato l’incomprensione, il cuore duro e l’inciampo addirittura satanico in Pietro, radicato nelle sue idee e nei suoi sogni di “potere” e di “sapere” tanto da volere un Cristo potente, e pretendendo di sapere tutto, tanto da voler insegnare a Gesù!
Oggi, il secondo annunzio della passione trova ancora dei cuori duri, e non ha più successo del primo!

In primo luogo il testo ci dice che i discepoli «non comprendevano queste parole» (l’annunzio della passione) «ed avevano paura a chiedergli spiegazioni»…insomma c’è un “non capire” e un “non voler capire”. Qui i Dodici non hanno scusanti in quanto Gesù, ha scritto Marco (cfr Mc 8, 32), diceva queste cose circa la sua passione con “parresía”, apertamente, con franchezza, senza veli! Ma sono proprio le cose dette così che spaventano e si vogliono scavalcare ad ogni costo.
D’altro canto la passione, in questo secondo annunzio, viene meglio specificata da un particolare che non è secondario; non si parla più di “anziani, sommi sacerdoti e scribi”, qui si parla di uomini: il Figlio dell’uomo è consegnato nelle mani degli uomini, significa che non basta non far parte di quelle categorie storiche per essere innocenti in questa storia di dolore del Figlio dell’uomo!
Sono gli uomini i destinatari di quella “incomprensibile” consegna da parte del Padre!
Sì, perché è il Padre il “consegnatario”: se infatti gli uomini sono i destinatari ed il Figlio dell’uomo è l’oggetto, Colui che consegna è solo il Padre. Il Padre, che lo ha già consegnato agli uomini nell’Incarnazione, e che lo ha già consegnato agli uomini come Parola definitiva (cfr Eb 1, 1-4), ora lo consegna come estremo dono all’umanità; ma gli uomini ne faranno ciò che vorranno, fino ad ucciderlo appendendolo ad una croce.
Gli uomini. Tutti gli uomini! Nessuno escluso!
Non sono stati né Giuda, né quegli Ebrei, né il Sinedrio, né Pilato con i romani… Certamente loro hanno fatto la loro parte materialmente e storicamente, ma sono le mani di tutti gli uomini ad essere macchiate del suo sangue che, paradossalmente, ha lavato e salvato tutti!

Tutto questo mistero di amore, però, resta chiuso al cuore di quei Dodici che sono proprio i più vicini a Gesù; e Marco sottilmente, e forse non tanto – perchè bisogna solo fare attenzione e capire le concatenazioni presenti – ce ne spiega qui il motivo: non può capire l’amore chi è teso a cercare primati, privilegi e potere.

Dice il testo dell’Evangelo che i Dodici sono per via: un’espressione importante che ci richiama alla nostra quotidianità, al nostro essere “per via” nella sequela di Cristo; ma i Dodici, invece di seguire davvero Gesù che va alla consegna, seguono se stessi, le loro idee, i loro miseri deliri di potere…

Pietro avrà anche obbedito e sarà tornato “dietro a Gesù, così come gli era stato detto («Torna dietro a me!» cfr Mc 8, 33), ma è rimasto con il cuore lì dove era andato. e cioè davanti a Gesù, a sbarrargli il passo e ad insegnargli come doveva fare il Messia! Pietro e gli altri pensano che il Cristo debba essere potente perché vogliono gustare una fetta di quel potere!
«Chi è il più grande tra noi?»
«
Chi comanda?»
Continuano a non capire, e in questo secondo annunzio della passione Marco ci mostra che questo non capire non è solo teorico; l’Evangelista, infatti, ci mostra un modo concreto, pratico dell’incomprensione: cercano i primi posti. Volere i primi posti, voler apparire, volersi imporre sugli altri mostra quanto si sia lontani dalla via che Gesù ha imboccato. Loro vogliono i primi posti.
Quello che Gesù diceva è per loro inaccettabile, incomprensibile.
Una cosa però certamente l’avevano capita: Gesù non la pensava così!
Lo considerano strano? Sono convinti di riuscire pian piano a fargli cambiare idea? Certamente, alla domanda circa la natura dei loro discorsi, essi tacciono. Si vergognano? Non vogliono affrontare il discorso? Non vogliono ancora sentirsi dire, con franchezza, quelle cose che tanto li turbano, e che vogliono distoglierli dai loro sogni di potenza?
Gesù è paziente, e comunica ancora ai suoi, con delle parole e con un gesto, le vie incredibili e paradossali che vuole e che deve imboccare; ecco le vie incredibili di Dio: loro, i discepoli, desiderano i primi posti, Gesù desidera l’ultimo posto!

Quel bambino che Gesù pone al centro abbracciandolo, è segno non di innocenza ma dell’ultimo posto che Lui vuole abbracciare per indicare al mondo le vie del Padre.

Gesù abbraccia, accoglie quell’ultimo posto, quello che occupano i bambini, del tutto dipendenti e fragili; d’altro canto i bambini nell’Evangelo di Marco, fino a questo momento, erano apparsi, incredibilmente, sempre in vesti non solo fragili, ma anche “impure”: bambina è la figlia di Giairo nell’impurità della morte (cfr Mc 5, 42); bambina è la figlia della donna siro-fenicia, impura perché posseduta da un demonio (cfr Mc 7, 30), bambino è l’epilettico ai piedi del Tabor con le sue manifestazioni disumane (cfr Mc 9, 23 ss). Tutti, secondo le categorie culturali dell’epoca, impuri per motivi diversi.
Il bambino che qui Gesù abbraccia è icona della condizione del servo, è icona di im-potenza (in greco “pàis” significa “bambino” ma anche “giovane schiavo”).

Ai discepoli che sognano potenza Gesù presenta un’icona di impotenza dicendo che chi accoglie quella debolezza, quella fragilità nel suo nome accoglie Lui stesso e, paradossalmente, Dio…
E qui Marco è di una forza straordinaria, in quanto ci mostra che all’ultimo posto c’è addirittura Dio! Quel bambino è dunque icona delle scelte di Dio, e quindi delle scelte del Figlio dell’uomo!

Essi sono disposti ad accogliere questa debolezza?

Accogliere significa ascoltare, significa rendersi disponibili, ospitare, mettersi al servizio.
Accogliere significa innanzitutto essere disposti a farsi “capovolgere” da colui che si accoglie, dai suoi bisogni; l’esempio del bambino richiama a chi non conta nulla, colui che nessuno ascolta, che tutti trascurano…
Accogliere il bambino è segno dell’accogliere un Dio che sulla croce si farà impotenza, si renderà “inascoltabile” da ogni mente piena di buon-senso o di immagini “religiose”; un Dio che per accogliere noi piccoli e peccatori non esita di salire su una croce che lo fa peccato in nostro favore (cfr 2Cor 5, 21).

Nel passo della Lettera di Giacomo, che è oggi la Seconda lettura,  leggiamo che nell’uomo sorgono guerre e liti che derivano da passioni che “combattono” dentro di lui…è il desiderio di possedere e di dominare che è radice di tutti i dolori e lacerazioni che gli uomini si infliggono; il Figlio dell’uomo è venuto per rendere possibile nell’uomo la sapienza che viene dall’alto, che rende simili a Dio: pacifici, miti, arrendevoli e pieni di misericordia; che rende veri, privi di ipocrisia, cioè privi di finzione (in greco Giacomo scrive “aniupócritos” e, in greco “iupocritós” è l’attore, uno che veste dei panni che non sono suoi, e che finge di essere un altro).

Le strade di morte e dolore, ci dice Marco, sono vinte solo da chi sceglie l’ultimo posto. Un ultimo posto che però non è una scelta solo simbolica ed esteriormente umile (ipocrita!), ma una scelta realmente umile perché diviene servizio, diviene chinarsi innanzi agli altri. Gesù ha detto infatti:«chi vuole essere il primo sia servo di tutti».

Questo è possibile solo se si accoglie la piccolezza. E’ la sola via per accogliere Lui, per accogliere il Padre. Diversamente si imboccano strade diaboliche di divisione e di morte, di ricerca di sé ad ogni costo, si spasmodici desideri di primati per dominare gli altri.

Cristo ha scelto il posto dello schiavo crocefisso.
Che la sua Chiesa abbia sempre il coraggio di capire questa parola, quella della croce (cfr 1Cor 1, 18); abbia il coraggio quotidiano di fare a Lui domande su come vivere questo coraggio di essere ultimi.

E’ per noi tutti una grande provocazione: essere ultimi. Ma per davvero!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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IV Domenica di Avvento – La Visitazione

UN ABBRACCIO TRA PROMESSA E COMPIMENTO

Mi 5, 1-4a; Sal79; Eb 10, 5-10; Lc 1, 39-45

 

Visitazione, Ghirlandaio (Museo del Louvre)

L’ultima tappa del nostro Avvento non poteva che essere racchiusa in un abbraccio. Sì, quell’abbraccio di Maria e di Elisabetta, che Luca ci narra con un intento teologico di altissimo profilo,  va colto; purtroppo questa pagina è stata letta troppe volte in senso moralistico come un atto di aiuto caritatevole di Maria nei confronti della parente incinta.

La Visitazione è invece un mistero che visualizza, appunto la visita di Dio al suo popolo. Nell’intento di Luca bisogna guardare oltre il fatto narrato e cogliervi il mistero di Dio.

Nella dolcezza di questo incontro di Ain Karim c’è, infatti, l’abbraccio tra la promessa ed il compimento, tra il desiderio e l’appagamento, tra la Prima e la Definitiva Alleanza.

Elisabetta è gravida ma è gravida non solo di Giovanni il Battista ma è gravida di tutta l’attesa della Prima Alleanza, di tutte le speranze suscitate dalla promessa di Dio. Nel grembo di Elisabetta si adunano in Giovanni, estremo profeta della Prima Alleanza, tutte le promesse di Dio al suo popolo Israele, tutte quelle promesse che potrebbero essere riassunte proprio nella prima di quelle promesse, quella fatta ad Abramo: “In te saranno benedette tutte le genti della terra”! (cfr Gen 12, 3). E non a caso Elisabetta, incontrando Maria parla subito in termini di “benedizione” (“Benedetta tu tra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo”).

Il grembo di Maria è invece gravido del sì di Dio a tutte le sue promesse (cfr 2Cor 1,20). Maria, che con la sua obbedienza è divenuta Arca della presenza di Dio tra gli uomini, è colei che prende l’iniziativa del viaggio verso Elisabetta; è infatti sempre Dio che va incontro a chi lo attende, è sempre Lui (qui con i passi della vergine di Nazareth) che si muove per andare incontro all’uomo.

Nell’abbraccio di queste due madri Luca ci mostra allora l’incontro tra promessa e compimento, tra l’Antico ed il Nuovo Testamento! Mai l’uno senza l’altro! Senza l’Antico Testamento non possiamo comprendere il dono immenso che in Cristo ci è stato fatto e lo stesso Nuovo Testamento senza l’Antico non capisce il dono che porta in grembo.

L’Antico Testamento è il desiderio, e senza desiderio non ci può essere incontro. E’ il grande dramma della storia: c’è un Dio non desiderato e non amato e c’è un uomo che ha grandi desideri e sete d’amore ma non sa che solo Dio può appagare il suo desiderio ed il suo amore.

L’incontro tra le due donne è avvolto di tenerezza e di esultanza; Elisabetta è colmata di gioia e sente danzare il suo bimbo nel grembo, sente il suo profondo inondarsi di gioia; Maria riceve da Elisabetta la parola di conferma del dono che ha ricevuto: “A che debbo che la madre del mio Signore venga a me?” Sì, è madre ed è madre del Signore.

Il Quarto Evangelo dirà che il Battista è l’“amico dello sposo che esulta di gioia alla voce dello sposo” (cfr Gv 3,29) ma qui, nel grembo di Elisabetta,  egli esulta già al solo suono della voce della madre dello sposo! E’ l’esultanza del desiderio che trova risposta.

Al termine  di questo Avvento occorre davvero che ci si interroghi sul nostro desiderio di Dio…i desideri sono potenti, sono forza che trascina; se i nostri desideri non desiderano Dio come riconosceremo i suoi passi, come avremo capacità di essere sentinelle nella notte (cfr Is 21,11) che gridano per annunziare che l’atteso, il desiderato è alle porte? Quando smarriamo il desiderio tutto si appiattisce, tutto perde slancio e non avremo capacità di stupore dinanzi a Dio ed alla sua bellezza. Come invece questa pagina di Luca è piena di desiderio, di gioia, di stupore! L’Avvento voleva questo per noi: desiderio, gioia, stupore! Per Dio e per il suo Cristo!

Lo stuporestupore che l’attesa è stata colmata da un compimento tanto più grande dell’attesa stessa; stupore che la piccolezza è luogo dell’avvento di Dio! Maria, che nel “Magnificat” canta la grandezza di Dio che si china sulla sua piccolezza (parla di “tapénoisis” che più che “umiltà” significa “pochezza”!) fa eco, in fondo, alle parole del Profeta Michea, che abbiamo ascoltato quali prima lettura, in cui la piccolezza di Betlemme è cantata con stupore quale luogo in cui Dio manifesta la sua misericordia e l’adempimento delle sue promesse.

La pagina della Visitazione contiene la prima beatitudine dell’Evangelo: Beata colei che ha creduto all’adempimento delle parole del Signore. La beatitudine fondamentale: quella della fede! Senza la fede, infatti, non si desidera nessun adempimento di promessa, senza fede non si può gioire di Dio, senza fede non si riconosce la visita di Dio! E’ la fede che ha permesso a Maria di riconoscere la visita da parte di Dio alla sua piccola vita e di accettala, è la fede che ha permesso ad Elisabetta di riconoscere d’essere visitata dalla madre del Signore! Se riflettiamo ci ricordiamo che alche l’ultima beatitudine dell’Evangelo riguarda la fede: “Beati quelli che pur non avendo visto crederanno” (cfr Gv 20,29).

Maria ha creduto perché ha ascoltato e l’ascolto ha fatto in Lei la Parola, fino a dare carne alla Parola! Un inno della Chiesa d’oriente canta Maria come donna tutta orecchio, tutta ascolto!

Che la Chiesa sia anch’essa cantata come Sposa tutta orecchio, tutta ascolto! Solo così genererà la Parola al mondo, solo così accenderà di desiderio il mondo in cui è immersa, solo così saprà testimoniare il Dio fedele alle promesse fatte ai padri!

p. Fabrizio Cristarella Orestano 

 




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