Domenica delle Palme (Anno C) – Un orrore abitato da Dio

 

CULLA DI UNA STORIA NUOVA

Is 50, 4-7; Sal 21; Fil 2, 6-11; Lc 22, 14-23, 56

 

Ognuno di noi è l’Adam fatto di no potenti a Dio e alle sue vie; la mano tesa dell’Adam dell’in-principio verso l’albero che proclamava il limite di creatura è storia di tutti i giorni. Noi: una mano tesa a rapire per noi, per salvarci, per aver capacità di salvare la propria vita e di darle l’inebriante sapore della potenza senza limiti e senza barriere.

La Passione di Cristo Gesù è argine alla deriva tremenda di ogni Adam. Gesù capovolge l’Adam, lo conduce al sogno di Dio; non in un in-principio di un’età dell’oro che non è mai esistita, ma verso un futuro inimmaginabile in cui la storia, la nostra storia, può essere trasfigurata. Dobbiamo essere convinti che Cristo non è venuto a riportarci al passato perduto, ma è venuto a portarci al futuro di Dio che è futuro dell’uomo e della storia.

La storia della Passione, che quest’anno leggiamo nella redazione dell’Evangelista Luca, è storia di un radicale rifiuto. Gesù rifiuta fino in fondo di salvarsi con le proprie mani e si getta nelle mani del Padre; mani che non vede, ma che nella fede sa che vi sono oltre la cortina buia e tenebrosa della morte.

La Passione trasfigura la storia! Non bisogna aspettare l’alba di Pasqua per essere avvolti in questa trasfigurazione; lì, nel sepolcro nel giardino, il Padre porrà il sigillo del suo amen sul Figlio eletto e sui suoi passi d’amore nella storia. All’alba di Pasqua coglieremo il frutto meraviglioso ed inaudito di una vittoria che ci schiude una possibilità infinita di vita, che vince davvero la morte!
La Passione è però già trasfigurazione! Questa storia che oggi la Chiesa fa risuonare in tutte le assemblee di credenti, che così entreranno nella Grande Settimana, letta senza Gesù potrebbe essere una solita storia: orrore, ingiustizia, perfidia, avidità, gratuita malvagità, accanimento contro un uomo solo, assenza totale di pietà, cosificazione di un uomo, tradimenti, viltà, fughe, calcoli di potenti, folle manipolate…è tutto l’arsenale di Satana promesso a Gesù fin dalle prime pagine dell’Evangelo: «il diavolo si allontanò da lui per tornare al tempo fissato» (Lc 4, 13); le aberrazioni del cuore umano sono tutte contro Gesù; è il mistero del male annidato nel cuore della storia.
Questo racconto della Passione sarebbe solo orrore se non ci fosse Gesù: lui trasforma tutto, trasfigura tutto…E fa questo solo con la misericordia e l’amore. Questo orrore è abitato dall’Amore di Dio, mostrato a pieno a noi uomini in Gesù. Solo così esso diviene un Evangelo, una bella notizia! Dal pane spezzato come corpo dato e dal calice come sangue versato, fino all’estremo atto d’abbandono di quel «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito», è tutto dono di misericordia che trasforma gli orrori abitandoli di perdono! Tutto questo fino a quella vertigine che mai uomo religioso ha saputo pronunciare: Perdonali!
Così la Passione è culla e origine di una storia nuova e trasfigurata… E’ una possibilità davvero offerta all’umanità, una possibilità di salvezza a caro prezzo (1Cor 6, 20) data agli uomini per abitare anch’essi questa storia di amore e misericordia vicendevole.
La Passione di Cristo, via di salvezza per la storia di ogni Adam; la Passione di Cristo, via da percorrere per i suoi discepoli; la Passione di Cristo è una consegna per noi che ci diciamo suoi discepoli.

Questo Evangelo ci dice dove è la salvezza: ci si salva solo perdendo la vita! E’ il paradosso insostenibile dell’Evangelo, è la stoltezza e la follia (1Cor 1, 25) dell’Evangelo…ma solo chi sostiene questo stolto e folle paradosso entra veramente in una sequela che lo salva e che, incredibilmente, salva il mondo.

Con la Passione il cristiano sa come deve attraversare la storia: senza scorciatoie che evitano il Golgotha. Il cristiano sa dove attingere la vera gioia di una vita bella, buona e felice: nell’amore fino all’estremo (Gv 13, 1), nella misericordia di Cristo sperimentata su di sé e perciò donata ancora.
La Passione è una consegna che ci dà l’incredibile possibilità di salvare la storia; sì, lo possiamo, se abbiamo il coraggio di lasciarci immettere nell’Amore del Crocifisso. Tutto questo è dato e richiesto a noi cristiani: sanare con l’amore e la santità gli orrori della storia; le derive del mondo e quelle dolorosissime della Chiesa di Cristo possono essere sanate solo da uomini e donne che accolgono la consegna della Passione per essere altro! Per essere santi! Accoglieremo la santità, il gran sogno di Dio per noi, se accoglieremo la misericordia che ci salva, come il ladro appeso alla croce che si abbandona ad un perdono misericordioso, e getta alle spalle quell’orrore della storia che il ladro stesso aveva contribuito a costruire col suo coltello insanguinato e con la sua sete di oro.

Entriamo così in questa Pasqua di quest’anno di grazia!
Auguriamo a noi stessi e a tutti i credenti che in questi santi giorni le parole di Gesù non vengano ridette invano nelle nostre liturgie; che quelle parole ci spremano lacrime buone e ci conducano ad una gioia che non tema oscuramenti.

Accogliamo il Signore che viene nelle nostre vite segnate dal male del mondo: «Benedetto il Veniente nel nome del Signore»! (Lc 19, 38). Senza paura lasciamogli piantare la Croce nel nostro profondo, lasciamo che lì esploda l’Amore e la vita del Risorto!

E’ ancora l’ora della Pasqua del Signore!

p. Fabrizio Cristarella Orestano

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

II Domenica del Tempo Ordinario (B) – Abitare con Lui

 

IL CUORE DI OGNI DISCEPOLATO

 

Icona di Gesù Maestro con il Discepolo Giovanni (secolo XX)

Icona di Gesù Maestro con il Discepolo Giovanni (secolo XX)

1Sam 3, 3-10.19; Sal 39; 1Cor 6, 13-15.17-20; Gv 1, 35-42

 

Nei giorni scorsi, contemplando il mistero dell’Incarnazione, abbiamo letto più volte e con stupore quello straordinario ed icastico versetto di Giovanni: «Il Verbo divenne carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (cfr Gv 1, 14); oggi, in questa domenica che segue il Tempo di Natale, l’Evangelo di Giovanni, riprendendo questo tema dell’“abitare”, ci dà ancora un suggerimento fondamentale per la nostra vita di discepoli.
Se Lui, il Verbo, è venuto «a piantare la sua tenda tra di noi», quello che conta per noi è il voler dimorare presso di Lui, con Lui, in Lui; quello che conta davvero è chiedere dove Lui dimori per stabilire con Lui la nostra dimora.
Il quarto evangelista ha caro questo tema perché ha caro il desiderio profondo che fu il senso di tutta la sua esistenza, del suo discepolato, del suo dare la vita.

Come si dà la vita per Gesù? Per Giovanni la risposta è semplice: stando con Lui, abitando presso di Lui. Nel Quarto Evangelo, Gesù stesso dirà: «voglio che dove sono io siano anch’essi con me»  (cfr Gv 17, 24; Gv 12, 26).

Il racconto di vocazione che il Quarto Evangelo ci trasmette nella pagina evangelica di questa domenica, così diverso da quello dei sinottici, sottolinea proprio questa dimensione: Andrea ed il discepolo amato (qui chiamato ancora “l’altro discepolo”), dopo la coraggiosa ed umile indicazione del Battista, seguono Gesù e ricevono subito una domanda: «Che cercate?»
E’ impressionante come la relazione con Gesù inizi con una domanda da parte di Lui; Gesù cerca subito di far venir fuori, da chi l’inizia a seguire, le ragioni più profonde che hanno mosso i suoi passi: che si cerca? E’ da lì che bisogna partire.

La domanda di Gesù riceve immediatamente una risposta: cercano il “luogo” in cui abita questo straordinario Rabbi… Si badi, non è solo la domanda discreta di un indirizzo; è la domanda che contiene, forse, già un desiderio: abitare con Lui; è la domanda che brucia il loro cuore, è la domanda sulla “dimora” dell’altro, sul luogo della sua intimità e profondità.

Non a caso qui Giovanni inizia ad usare il verbo che sarà il nerbo, nel suo Evangelo, di ogni discorso sul discepolato: il verbo “ménein”, la cui traduzione è “rimanere”, “dimorare”.
Gesù nei Discorsi di addio (cfr Gv 13-17) ne farà un vero e proprio ritornello: chi vuole essere suo discepolo deve trovare questa “dimora” (“moné” cfr Gv 14, 2); deve imparare a dimorare; deve desiderare di dimorare, di rimanere: “rimanere nel suo amore” (cfr Gv 15, 9b), “rimanere nella sua parola” (cfr Gv 8, 31), “rimanere in Lui come i tralci nella vite” (cfr Gv 15, 1ss).

La vita con Lui non è qualcosa di passeggero, di occasionale§; non è “una stagione della vita”. La vita del discepolo vuole invece una stabilità (parola cara alla vita monastica, che fa della “stabilitas” un luogo di profezia!); la vita del cristiano maturo è la vita di uno che ha cessato di “stare sulla soglia” ma che è entrato per sempre, stabilmente, nella casa. E’ la vita di uno che è disposto a stare con Lui, sempre! Non può fare più diversamente!

Il discepolo amato è il “discepolo che rimane” e, alla fine del Quarto Evangelo, Gesù risponderà esplicitamente a Pietro: “voglio che egli rimanga finchè io ritorni” (cfr Gv 21, 22). Quello che conta per ogni discepolo amato è dunque questo rimanere; per Giovanni fu questo il sale di tutta la sua vita…rimanere!
Ha provato la gioia di questo rimanere con Lui: prima di partire sulle strade del mondo, Giovanni ha gustato il vivere con Lui, l’essergli vicino, accompagnandolo ovunque, vivendo lì dove Lui viveva, rimanendo con Lui fino ai piedi della croce, lì sul Golgotha (cfr Gv 19, 26)…
Se Giovanni ci dovesse descrivere la sua vocazione, lo farebbe così: «da un giorno benedetto iniziai a dimorare con Gesù (ne ricorda dopo sessant’anni perfino l’ora: era l’ora decima!) e non ho più smesso!»

Quel dimorare materiale si versò poi in un dimorare profondo con Lui ed in Lui, di un dimorare di Gesù in lui, che fu il senso di tutta una lunga esistenza di fedeltà, di costosa fedeltà: fedeltà nella persecuzione e nel dolore, nei lavori forzati a Patmos, nel dolore di vedere i fratelli morire…Gesù fu la forza della sua vita, a partire da quel fare dimora assieme.

Così, forte di questa esperienza esistenziale, Giovanni consegna alla Chiesa questa via del rimanere…del trovare, giorno dopo giorno, la propria casa lì dove è la casa del Cristo, di Colui che si degnò di “abitare in mezzo a noi” (cfr Gv 1, 14) per giungere a “dimorare in noi” (cfr Gv 14, 23).

Straordinaria avventura quella del rimanere, del dimorare…un’avventura che ad un occhio superficiale potrebbe parere poco dinamica, ma che in realtà custodisce una forza dirompente. Come sono deboli certe appartenenze in cui non si passa mai dalla sequela difficile al rimanere a qualunque costo, anche nelle contraddizioni e nelle fragilità! Giovanni sogna una Chiesa così! Gesù voleva una Chiesa così! Non una Chiesa della “soglia”, ma una Chiesa del “dimorare”!

L’inizio di questo tratto di Tempo ordinario è segnato da questo tema del rimanere, per dirci come vivere il nostro tempo quotidiano: la strada è una sola, ed è quella del dimorare!
E’ lì, nel nostro rimanere, che Gesù opererà in noi le sue opere; lì ci darà un nome nuovo e ci renderà roccia, come farà con Simon Pietro; il fratello di Andrea è invitato anche lui ad iniziare quel dimorare: Gesù lo fissa con sguardo magnetico, con sguardo che attrae a quel rimanere con Lui, e gli fa una promessa: Sarai chiamato Kefas…una promessa che mette le sue radici in quel dimorare che inizia. Dimorando in Lui, Simone diverrà Roccia!

Questa è anche l’esperienza di Samuele che traspare dal suggestivo racconto del Primo libro di Samuele che oggi fa da prima lettura: Samuele acquistò autorità poiché il Signore era con lui, nè lasciò andare a vuoto una sola delle sue parole.
Il segreto di Samuele era questo dimorare con il Signore; un dimorare che già era iniziato con quel suo stare, fin da piccolo, lì dove era l’Arca di Dio, che era il luogo della dimora di Dio in mezzo al suo popolo…

Dimorando presso il Signore si aprono le porte all’azione di Dio in noi, a quell’azione che è trasformazione e senso nuovo e pieno dell’esistenza.

p. Fabrizio Cristarella Orestano