XVII Domenica del Tempo Ordinario – La preghiera

QUNADO PREGATE DITE COSI’… 

Gen 18, 20-21. 23-32; Sal 137; Col 2, 12-14; Lc 11, 1-13

 

Oratio

La preghiera…troppo marginale nella vita di tanti credenti, troppo banalizzata, troppo paganeggiante … troppo svalutata nella prassi ecclesiale, anche se, a parole, nessuno negherebbe l’importanza del pregare nello spazio ecclesiale. Quello che però non viene negato con le parole (sarebbe “indecente”!) è poi ridotto al lumicino nella prassi, con la scusa – piena del solito “buon-senso” – che le urgenze sono molte, e che … “il Signore sa…”

Gesù però ha pregato. Nonostante le urgenze, anzi proprio perché le urgenze premevano…cosa, infatti, è più urgente dell’annunziare al mondo l’Evangelo? Eppure Gesù non era un “faccendone”, e alimentava quell’urgenza con il contatto vivo con il Padre, con il tempo dato a Lui, con l’ascolto vissuto nella fede.

Tutt’altro che marginale è il pregare di Gesù nel racconto di Luca: prega durante il battesimo al Giordano, prega sul Tabor, prega per scegliere i Dodici, prega nelle fatiche apostoliche, prega nel Getsemani, prega sulla croce, prega ad Emmaus quando “prende il pane e rende grazie” …

La preghiera è porta aperta sul mondo di Dio, è porta e via per quello stesso mondo, per venire a noi e per donare a noi la capacità di essere uomini del Regno.

Il passo di questa domenica ci mostra come la preghiera di Gesù sia provocatoria per i discepoli; lo vedono pregare e gli chiedono che insegni loro a fare lo stesso. La preghiera che Gesù insegna ai discepoli è il “Pater” che, pensiamoci bene, non è una qualsiasi preghiera, né tantomeno una formula di preghiera; è ben altro. Gesù certo dice: “Quando pregate dite così” ma già il fatto che il Nuovo Testamento ce ne trasmetta due versioni ci testimonia che non sono le parole che contano … quel che conta è esprimere fiducia, figliolanza, creaturalità, dipendenza … quello che conta è mettersi dinanzi a questo Dio che Gesù ci ha consegnato come Padre, con libertà e amore, con coraggio e umiltà, con sguardo ampio su se stessi e sul mondo.

La pagina straordinaria del Libro della Genesi, in cui assistiamo all’intercessione di Abramo, è già un’immagine potente della preghiera e della relazione che Dio vuole che instauriamo con Lui. Abramo ha una preghiera audace ma umile … è audace perché sa di essere ascoltato e sa anche di essere stato visitato da Dio (il passo di oggi, infatti, segue immediatamente al racconto della visita dei Tre Uomini che Abramo riceve alle Querce di Mamre); è umile perché è preghiera della creatura dinanzi al Creatore, ed è umile perché, mentre dice al Signore ciò che pensa e ciò che teme, si fida dei giudizi di Dio. Non osa dare ordini a Dio, ma ardisce fare domande…Abramo non pretende di essere colui che deve trovare giusti a Sodoma, è il Signore che li deve trovare; insomma è il giudizio di Dio che determinerà l’esito della preghiera.

La preghiera di Abramo è coraggiosa perché è vera intercessione! “Intercedere”, infatti, significa, alla lettera, “fare un passo tra”: Abramo si pone tra Dio ed il suo sdegno e Sodoma… Abramo osa rischiare di stare dalla parte “sbagliata” … ma ci sta per amore degli uomini suoi fratelli … Insomma la preghiera è cosa seria, è presa di posizione, è rischio … e questo perché l’amore è “rischioso”, l’amore è “presa di posizione” …

Nell’Evangelo, Gesù non solo consegna il “Pater” ma aggiunge anche un insegnamento sulla preghiera … il “Pater” è dato da Luca in una forma breve diversa da quella usuale che è tratta dall’Evangelo di Matteo: la forma sintetica di Luca, per molti esegeti, potrebbe essere una forma più vicina all’originale uscita dalla bocca di Gesù e di cui Matteo elaborerebbe una versione con allargamenti e chiarimenti. Qui il Padre è invocato semplicemente e senza alcuna specificazione: Padre! E’ come un’esplosione che parte dal profondo del cuore, dal profondo di quella coscienza filiale che Gesù viveva in modo unico e radicale, e che dona ai suoi discepoli, a coloro che mettono fede nella sua fede. E’ dalla fede di Gesù in questo Dio dei padri, che è suo Padre, che sgorga questo grido di fiducia che in Luca non ha bisogno di altro … solo Padre!

La santificazione del Nome” va colta rettamente perché tanti pensano che sia riconoscere la santità di Dio, in realtà qui si chiede che il credente possa essere lui stesso strumento della proclamazione della santità di Dio. La vita filiale, altra, differente (santa!) del credente racconta la paternità di Dio, l’alterità di Dio, cioè la santità di Dio!

L’altra domanda, quella circa il Regno (“Venga il tuo Regno”) probabilmente nella redazione più antica di Luca (testimoniata da alcuni manoscritti) suonava “Venga il tuo Spirito Santo su di noi e ci purifichi” (poi si sarebbe conformata per assimilazione al testo di Matteo diventando “Venga il tuo Regno”!). Ma comprendiamo che l’una cosa è radice dell’altra: se lo Spirito viene sulla Chiesa e la purifica, essa diviene luogo del Regno, diviene luogo in cui inizia a regnare Dio e non più il peccato (cfr Rm 6, 12).

Segue poi la domanda al Padre circa il pane necessario per ogni giorno…comprendiamo che è invito alla sobrietà e ad ogni logica di accumulo, di ogni fidarsi di ciò che si possiede. Chiedere il pane di ogni giorno è chiedere un cuore capace di fidarsi, un cuore abbandonato a Colui che è chiamato Padre. Se Lui è Padre non ho più bisogno di rifugiarmi nell’accumulo per provvedere all’incerto domani.

La domanda successiva è la richiesta del perdono dei peccati chiamati qui da Luca proprio “peccati” (amartías) e non “debiti” (oifeilémata) come Matteo … poi si parla di “debitori”, come Matteo, in modo che sia chiaro che il discepolo rimette, perdona, condona, rinunzia ai crediti … il discepolo è uno capace di “perdere” per amore del Padre; è uno che, amato da questo Dio che è Padre, è capace di avere un cuore come quello di un padre che ai figli tutto dona e nulla chiede.

L’ultima domanda da rivolgere al Padre è quella circa le tentazioni … cosa si chiede? Il semitismo che qui è usato, come in Matteo, farebbe pensare ad un Dio che “induce” alla tentazione; in realtà, lo sappiamo, la Scrittura non distingue la cause prime dalle seconde, o la causa attiva da quella permissiva per cui andando sempre alla “causa prima” si arriva sempre a Dio. In realtà qui si chiede a Dio di donare la capacità di attraversare la tentazione, la prova. La parola greca che Luca usa è “peirasmòn” che appunto significa “prova”, “ora di pressura”, “tentazione” a cedere al mondo ed alle sue vie. Le “prove” per l’Evangelo sono quelle che ha subito Gesù nel deserto quando il diavolo gli voleva indicare vie mondane; le “prove” sono quelle che lo stesso Gesù ha subito durante la passione, prove in cui ha dovuto attraversare il dolore, l’ingiustizia e la morte; “prove” perché ore in cui si deve restare fedeli, saldi nella fede, ore in cui è necessario resistere fidandosi di Dio. Tutto questo spalanca il cuore del discepolo ad una grande fiducia; “in primis” la fiducia di essere ascoltati da Dio. Il Padre ascolta la preghiera … questa era già ferma coscienza di Israele che, nella liturgia sinagogale, chiama Dio “shomea tefillah”, cioè “ascoltante la preghiera

Il Padre che Gesù ci narra ascolta e compie le vie dell’amore che ha nel suo cuore paterno. Come scriveva Bonhoeffer: “Dio non sempre esaudisce le nostre preghiere ma è sempre fedele alle sue promesse”. Colui che ascolta ci conduce per le vie delle sue promesse che non vengono meno, e a cui Lui non viene meno.

C’è una cosa che questo Padre non rifiuta mai a chi glielo chiede: lo Spirito Santo; lo Spirito è infatti quell’Amore che il cuore di questo Padre sente di continuo traboccare per i suoi figli; lo Spirito è quell’Amore che ha donato Gesù al mondo (cfr Lc 1,35) e che al mondo darà la Chiesa (cfr At 2, 1ss) generando figli nel Figlio. E’ lo Spirito che ci fa figli, è lo Spirito che grida in noi “Abbà” (cfr Gal 4,6)!

Ecco perchè l’Evangelo di oggi si chiude sulla promessa certa del dono dello Spirito! E’ Lui, lo Spirito, che ci può far dire, in verità, senza infingimenti, senza doppiezza, ma nella vera filialità “Abbà”! Il Padre non nega questo Spirito che fa figli, questo Spirito che permette all’uomo di riconoscersi creatura e figlio!

E’ quello che l’Adam era nell’“in principio”!

p. Fabrizio Cristarella Orestano

 

 




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XVI Domenica del Tempo Ordinario – Marta, “affannata e agitata per molte cose”

Cristo in casa di Marta e Maria (Diego Velázquez)

L’ESSENZIALE. QUELLA PARTE BELLA CHE NON DEVE ESSERE TOLTA!         

 Gen 18, 1-10; Sal 14; Col 1, 24-28; Lc 10, 38-42

 

Cristo in casa di Marta e Maria (Diego Velázquez)

Cristo in casa di Marta e Maria (Diego Velázquez)

Ecco questa domenica un testo evangelico tra quelli celeberrimi, ma anche tra quelli abusatissimi e letti quantomeno con parzialità, se non ideologicamente. Il più delle volte, infatti, si è letto questo testo come contrapposizione tra vita attiva e vita contemplativa, idea già di per sé peregrina e ristretta, ma anche anacronistica per le preoccupazioni ecclesiali dell’evangelista Luca. La lettura del testo, allora, va fatta liberandolo da queste idee preconcette, e cercando di andare al cuore di un racconto che Luca pone all’inizio del grande viaggio di Gesù a Gerusalemme (Lc 9, 51).

Al capitolo precedente (Lc 9,52-53), lo leggevamo qualche domenica fa, l’evangelista ci aveva narrato del rifiuto dei samaritani di ospitare Gesù; qui invece c’è una donna che ospita Gesù nella sua casa, e al capitolo diciannovesimo (Lc 19, 1-10), al termine del viaggio di Gesù verso Gerusalemme, troviamo Zaccheo che ospita Gesù in casa sua: comprendiamo allora che si tratta di una grande inclusione che ha come tema l’ospitalità.

Non si tratta però di una generica ospitalità, che pure è un tema importante sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento, si tratta invece dell’ospitare, dell’accogliere Gesù! Un’ospitalità, questa, che per essere vera richiede un atteggiamento di fondo particolarissimo: essere disposti a lasciarsi capovolgere! Gesù porta “in casa” una parola che mette sottosopra il modo di vivere, di pensare…una parola che sconvolge schemi, abitudini e ritmi, ma soprattutto una parola che capovolge il “cuore” dell’uomo stesso.

I samaritani, che avevano rifiutato Gesù, non erano stati disposti a lasciarsi mettere in crisi dalla sua presenza “altra”, dalla sua presenza di “straniero”, dalla sua parola diversa che avrebbe contraddetto le loro tradizioni e credenze, che avrebbe messo in crisi le loro radicate inimicizie. Zaccheo, alla fine del grande viaggio in cui Gesù ha “indurito la sua faccia verso Gerusalemme” (cfr Lc 9,51), accogliendo Gesù nella sua casa muta tutto ciò che lui è stato fino a quell’ora, tutto quello in cui lui ha messo fede e per cui ha iniquamente lottato … e “la salvezza entra in quella casa” (cfr Lc 19,9).

Lo stesso racconto tratto dal Libro della Genesi, che in questa domenica costituisce la prima lettura, è sì un racconto di ospitalità ma di ospitalità di Dio e, quando si accoglie Dio, succede sempre qualcosa che muta l’andamento della propria storia: Abramo e Sara, ormai vecchi e senza speranza, ricevono l’annunzio di una nascita in cui Isacco (il “figlio del sorriso”) sarà capovolgimento delle loro vite ed adempimento della promessa.

Qui, dunque, Marta ascolta da Gesù una parola che esalta ciò che lei criticava, una parola che le rivela la miseria della sua accoglienza che dimentica l’essenziale; Marta deve mutare prospettiva: non c’è una parte migliore ed una peggiore (d’altro canto Luca non scrive che “Maria ha  scelto la parte migliore” ma “ha scelto la parte bella, buona”!), ma ci sono delle priorità, delle essenzialità che vanno capovolte.

Quello che è essenziale, e che innerva tutta la vita del credente, è l’ascolto del Signore. Siamo alle solite: l’ebreo Gesù non può non proclamare con forza che il comandamento primordiale del popolo santo di Dio è lo “Shemà”: “Ascolta!”. Senza ascolto non c’è amore, senza ascolto si smarrisce tutto e si rischia, come Marta – che pure con gioia ha spalancato la sua casa a Gesù – di essere distratti. Marta sta facendo un errore grossolano: ha accolto Gesù, ma ha dimenticato l’essenziale di quell’accoglienza. Il verbo greco “perispáomai” significa proprio “essere distratto”, cioè essere rivolto ad un altrove che non è primario! Questo è un rischio continuo che può inverarsi anche con le migliori intenzioni. C’è un motto di spirito di un rabbino che, a tal proposito, dice parlando di un suo illustre collega: “Quel rabbi è tanto indaffarato a parlare di Dio che dimentica che Dio esiste davvero!” E’ certo un motto paradossale, ma mi pare una “icona” di tanti affanni ecclesiali che incredibilmente distraggono da Dio, dalla sua conoscenza, dal suo ascolto.

Marta è “affannata e agitata per molte cose”, e qui Luca usa il verbo greco “merimnào” che precedentemente Gesù aveva usato per dire ai discepoli di “non agitarsi per il cibo, per il vestito, per il domani” (cfr Lc 12,22ss), e – sempre in quel discorso – Gesù con lo stesso verbo aveva affermato che l’agitarsi è proprio dei pagani (Lc 12,30)!

E’ incredibile, ma anche l’agitarsi per Dio e per il prossimo (in questo secondo caso, quanti “iperattivi” nella Chiesa!) rischia di diventare pagano! Questo certo non significa che non bisogna consumarsi e “bruciare” nell’amore, ma che bisogna saper cogliere l’essenziale; e non solo coglierlo, ma anche non stigmatizzarlo, per giustificare se stessi ed i propri vuoti attivismi in chi lo ha colto o cerca di coglierlo. Quante volte, nella vita della Chiesa, i “faccendoni” stigmatizzano quelli che “perdono tempo” sulla Parola o nella preghiera! E’ una delle derive più tristi nella vita della Chiesa! Una di quelle derive mascherate di bene e generate dalle “urgenze”; le urgenze però non sempre (quasi mai!) portano all’essenziale.

Tante volte, invece, le urgenze ingannano e allontanano dall’essenziale. Per esempio: è certo urgente lavorare e guadagnare il pane, ma è essenziale instaurare relazioni vere, profonde, umane in famiglia, nel mondo, nelle vite comunitarie, con gli altri uomini … se per l’urgenza del lavoro smarrisco l’essenziale, tutto diventa brutto, cattivo…E’ allora necessario scegliere la parte bella perché tutto divenga bello.

Marta ha rischiato di vivere in modo “brutto” (“abbrutito”!) il suo lavoro “per Gesù” (!), di viverlo addirittura nel rancore e nell’arroganza verso la sorella e verso Gesù stesso (a cui osa dare ordini a causa della sua irritazione: “Dille!”); il rimprovero di Gesù, carico di verità e di affetto, deve riportarla all’essenziale.

Certo, “fare molto” è segno di amore, ma può essere anche via che fa morire l’amore; Marta potrebbe giungere a sera senza accorgersi che Gesù è stato là, senza cogliere nulla di quello che Gesù dice ed è…potrebbe riempirlo di cibo preparato bene ed anche con l’intenzione dell’amore, ma potrebbe smarrire il cuore dell’amore che è “stare con”, che è l’ascolto.

Marta deve lasciarsi capovolgere da Gesù: lei ha accolto Gesù nella sua casa, ma Maria lo ha davvero ospitato cogliendo il “novum” che Gesù ha portato nella storia. Un “novum” di cui è piccolo segno quel volere un donna nella posizione di discepolo (“ai piedi” è espressione tecnica per dire “essere discepolo”; cfr At 22,3), cosa assolutamente non ammessa da nessun rabbi.

Maria si è invece lasciata prendere per mano da quel “novum” che ha colto nel suo ascolto di Gesù, tanto da lasciarsi condurre in una posizione “nuova” per una donna di quel tempo; Maria saprà cogliere da questo ascolto il “novum” profondo di Gesù, e saprà prendere posizione in quel capovolgimento che Gesù propone alla vita dei credenti. Per il Quarto Evangelo, Maria, alla fine della vicenda di Gesù, riempirà di profumo quella stessa casa diventando “profetessa” della Pasqua di Gesù, con quel vaso spezzato e con quell’unzione, segni della morte e sepoltura di quel Rabbi che aveva già inondato la sua vita con il profumo di una parola “nuova”, e perciò capace di ribaltarle l’esistenza.

L’evangelo di questa domenica allora, lungi dal contrapporre contemplazione ed azione, proclama con ferma certezza la necessità di partire sempre dall’essenziale. E’ quella la parte buona e non deve essere tolta!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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II Domenica di Quaresima – la Luce del Tabor

La Trasfigurazione di Beato Angelico (affresco) – Museo nazionale di San Marco, Firenze

L’ALTROVE DI DIO

Gen 15, 5-12; 17-18; Sal 26; Fil 3, 17-4,1; Lc 9, 28-36

 

La scena del Tabor è al centro della seconda tappa della Quaresima. Luca non la chiama “Trasfigurazione” (“metamorphosis” in greco) perché probabilmente, per il suo uditorio di provenienza pagana, poteva risultare una parola ambigua, che rimandava alle “metamorfosi” mitologiche cantate dai grandi poeti greci e latini (pensiamo ad Omero, a Esiodo o a Ovidio). Luca ci tiene a dire che non si tratta di un “mito”, ma di una rivelazione di Dio che avviene nella storia degli uomini amati da Dio (cfr Lc 2,14).

Nei versetti che precedono questo racconto, Gesù ha annunziato la sua passione e ha proclamato che alcuni, viventi in quel momento, avrebbero visto la gloria del Figlio di Dio (cfr Lc 9, 21-27). Per Luca ciò che accade sul Tabor (il nome del monte non è mai citato dagli evangelisti, ma la tradizione antichissima della Chiesa ha localizzato sul Tabor questo episodio, e non c’è motivo per situarlo altrove!) è conferma di quella parola: qualcuno, i tre discepoli scelti da Gesù, inizia a vedere la gloria, a rendersi conto, cioè, della presenza di Dio che salva. In più, Luca ci dice che il volto di Gesù divenne altro! Ora, se decodifichiamo questa parola, comprendiamo cosa accadde lì, durante la preghiera di Gesù sul monte: i tre discepoli ricevono in dono la capacità di scorgere uno svelamento della santità, dell’alterità di Gesù! Gesù è altro! Gesù non è solo quello che loro avevano potuto vedere o capire… Guai a chi riduce Gesù ai soliti schemi delle nostre comprensioni e delle nostre dinamiche…Gesù è altro! Gesù è quell’alterità che vuole afferrare la nostra umanità, per darle quello stesso sapore altro che è il “sapore di Dio”! Sul monte, il Padre proclama che in quel Figlio amato è offerta a tutti una vera possibilità di alterità, di santità! Un’alterità che tocca e fa brillare di bellezza la nostra carne, il nostro volto quotidiano, le nostre vesti di ogni giorno… è, infatti, il Gesù di tutti i giorni che sul monte diventa “altro”!

Dio viene sempre a spezzare i soliti schemi: a rendere fecondo chi è infecondo, a rendere glorioso ciò che è misero. Le letture di questa domenica presentano proprio il Dio che spezza gli schemi scontati degli uomini: Abramo, vecchio e infecondo, è condotto da Dio a guardare il cielo stellato ed a credere più allo sfavillare di quelle infinite fiammelle nel buio che alla sua vecchiaia sterile…Dio è altro e rende altro! Nella sua Lettera ai cristiani di Filippi, Paolo confida a quei credenti la sua certa speranza che la nostra miseria non resta miseria, la nostra fragilità non resta fragilità…ciò che è misero è chiamato alla gloria di Dio.

La scena del Tabor però ci dice anche che tutto questo non è “a basso prezzo”, e che Gesù è il Figlio amato disposto ad incamminarsi sulla via di un esodo “costoso”, un esodo che “compie le promesse di Dio”!

I tre discepoli, saliti sul monte del “volto altro”, accanto a Gesù vedono Mosè ed Elia, i profeti per eccellenza della Prima Alleanza.

Anch’essi sono saliti sul “monte” per incontrare la gloria di Dio: Mosè, che aveva guidato l’esodo dall’Egitto sperimentando al Sinai la presenza di Dio, chiese di vedere un volto che tuttavia non poté vedere (cfr Es 33, 17-23). Elia, che su quello stesso monte era salito stanco e perseguitato, aveva percepito la presenza di Dio non nei turbini, nel fuoco o nella tempesta, ma in un silenzio trattenuto che gli chiedeva di iniziare ad intraprendere gli ultimi passi della sua vita, nell’umiltà di chi sa che qui non ha una stabile dimora (cfr 1Re 19,12). Elia, infatti, di lì a poco verrà rapito da Dio in un turbine di fuoco per un esodo definitivo da questo mondo, lasciando ad Eliseo il suo ministero (2Re 2,11-12). Ora sul Tabor, tra Mosè ed Elia, c’è Gesù, il quale – nel mostrare a Mosè quel volto che tanto aveva desiderato vedere – è pronto ad entrare nel silenzio trattenuto della morte, in cui Dio paradossalmente parlerà all’uomo, raccontandogli la sua tenerezza e la sua misericordia. L’Esodo di Mosè si compirà in Gesù, ed il Dio silenzioso di Elia scenderà davvero nel silenzio del sepolcro di Gerusalemme…

Luca sottolinea che Mosè ed Elia parlano con Gesù dell’esodo che avrebbe compiuto a Gerusalemme (e Luca, sapientemente, usa il verbo del raggiungimento della pienezza, “pleròo”). L’antico esodo di Isrele dall’Egitto finalmente sarà compiuto.

Ciò che Mosè aveva iniziato, ora verrà donato a tutte le genti che, in Gesù, potranno uscire da una terra di schiavitù disumanizzante per una terra di vera umanità e di libertà! Anche l’esodo di Elia sarà compiuto in Gesù: Elia, infatti, dovette uscire da sé per giungere ad “altro”; Elia, uomo di fuoco, nell’incontro con il “silenzio trattenuto” sul monte, dovette divenire uomo di silenzio; fu fatto uomo nuovo, tutto proiettato ad una patria nell’“altrove” di Dio, ad una patria altra, come scrive Paolo nel passo di oggi della sua Lettera ai cristiani di Filippi. L’esodo di Elia sarà compiuto in Gesù poichè questi creerà l’uomo nuovo, capace di dimorare nel silenzio di Dio, e vivendo la storia con lo sguardo fisso nell’altrove di Dio.

Dinanzi a tutto ciò resta il rischio del sonno: Pietro e gli altri vivono quest’ora del Tabor in un sonno opprimente, e anche Abramo, nella prima lettura, precipita nel sonno mentre Dio passa per l’Alleanza. Questo sonno ci parla dell’impotenza dell’uomo davanti all’iniziativa di alleanza che Dio vuole stipulare con la storia; questo sonno ci dice che la nostra condizione è spesso quella di chi entra in un ottundimento, che è incapacità a cogliere l’alterità che Dio ci propone, incapacità a cogliere quell’ora di esodo dinanzi a cui bisogna prendere una decisione: entrarci e basta! In quel sonno si può avere la stolta pretesa di voler imprigionare Dio in tende costruite da noi, come ingenuamente vorrebbe Pietro: “Facciamo tre tende, una per te, una per Mosè ed una per Elia”… sì, ingenuamente perché vorrebbe abitare nella luce di Pasqua senza passare per la passione, senza nessun esodo costoso. Luca dice che questo è essere insipienti: Non sapeva quel che diceva

Vivere questo tempo di Quaresima ci impone di entrare nel silenzio e scoprire lì i desideri di Dio a nostro riguardo. Vivere la Quaresima significa essere disposti a quella croce su cui l’uomo vecchio deve essere crocefisso…e questo fa male! Non si arriva alla tenda della gioia senza i “no” dolorosi da dire all’uomo vecchio; è la dinamica pasquale per la quale la Quarsima è ascesi, esercizio, allenamento.

La luce del Tabor ci conforta, e ci mostra la meta in quel volto altro; un volto altro che desidera dare anche a noi alterità…ma ne pagheremo il prezzo?

La voce del Padre sul monte ci consegna l’estremo “Shemà” che compie il primo dato ad Israele: Ascoltate Lui! Solo questo ascolto ci rende capaci di intraprendere con Gesù l’esodo pasquale!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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