II Domenica di Pasqua (B) – A porte chiuse

 

Apparizione a porte chiuse - Duccio di Buoninsegna (Maestà del Duomo di Siena)

Apparizione a porte chiuse – Duccio di Buoninsegna (Maestà del Duomo di Siena)

DENTRO LE NOSTRE PAURE

 

At 4, 32-35; Sal 117; 1Gv 5, 1-6; Gv 20, 19-31

 

Ciò che sconfigge il mondo è la nostra fede! Così ha detto Giovanni nel passo della sua Prima lettera che oggi si legge. Il mondo è arrogante, il mondo è autosufficiente, il mondo ha le sue regole razionali e di buon-senso, il mondo si fida di se stesso. Si comprende che, se questo è l’“identikit” del mondo, ciò che si oppone al mondo è la fede, perchè credere significa deporre ogni arroganza, se la fede è vera fede e non sistema di potere e di prevaricazione; credere significa fare il salto oltre il razionale ed il buon-senso; credere è mettere fiducia in un Altro!

La fede che vince il mondo per Giovanni non è una fede generica in un Dio generico, o peggio in un “qualcosa” di superiore; si tratta invece della fede in Gesù Cristo, Figlio di Dio inviato dal Padre, che è venuto nel mondo e ha parlato al mondo con tutta la sua vicenda: dall’acqua al sangue, cioè dal Battesimo al Giordano, fino al sangue del Golgotha.
Non solo con l’acqua, che richiama la sua vicenda pre-pasquale, ma anche con il sangue che narra la sua vicenda di Pasqua fatta di morte e risurrezione; di questo mistero unitario di Cristo è testimone lo Spirito che è verità.
Non accogliere questo mistero è rimanere con le porte chiuse dinanzi alla testimonianza dello Spirito, testimonianza che ora passa necessariamente per la Chiesa radunata dal Risorto.

Nel sommario di Atti che oggi si legge nella liturgia, la Chiesa è testimone della Risurrezione con una vita fatta di condivisione vera e radicale. E’ come se Luca qui ci volesse dire che senza questa condivisione concreta di beni non si narra la fiducia in Dio, non si narra di un Dio affidabile cui consegnare la propria esistenza. Chi non condivide è ancora uno che si fida di sè, delle proprie cose, del proprio possedere…si fida di ciò che ha, perchè questo lo mette al sicuro. Insomma chi non condivide dice ancora il suo “amen” alle cose e non al Risorto, che ha vinto il mondo.

La celeberrima scena del Cenacolo che oggi si legge si colloca alla sera del giorno di Pasqua e all’ottavo giorno.
Ci sono porte chiuse
Queste porte chiuse ricevono Gesù risorto al proprio interno: il Risorto va a visitare le prigioni che gli uomini si creano con le loro paure; il Risorto va a visitare il mondo che tiene nelle sue braccia – ben stretti – coloro che appartengono al Cristo («erano tuoi e li hai dati a me» cfr Gv 17, 6): la loro arroganza, la loro razionalità, il  buon-senso, il fidarsi solo di se stessi ha impedito loro di accogliere l’Evangelo annunziato da Maria di Magdala fin dal mattino di quel “giorno uno” (cfr Gv 20, 1ss).
Ed eccoli lì, ancora dietro le porte chiuse della loro autosufficienza aggravata da una buona dose di paura. sì, la paura…è una delle armi migliori del mondo: il tentatore sa che deve far entrare in scena la paura per vincere i discepoli, per vincere gli uomini…

E Gesù? Gesù entra a porte chiuse
Entra cioè in quell’inferno chiuso delle loro angosce, delle loro paure ed autosufficienze; e quando Lui entra quello spazio chiuso si riempie di bellezza: pace, gioia, misericordia… inizio di un mondo nuovo!
Lui entra, e soffia da Creatore e ri-Creatore; va a condividere quelle porte chiuse che dopo potranno spalancarsi, perchè ormai dentro ci sono uomini trasformati, uomini testimoni di vita e non più di paura.

Tommaso, che era assente nel giorno di Pasqua, era rintanato in porte chiuse tutte e solo sue; in porte tanto chiuse da non prevedere neanche la presenza degli altri “condiscepoli” (cfr Gv 11, 16): è il primo peccato di Tommaso; è la sua prima mancanza di fede, per cui non riesce a vincere il mondo. Tommaso non crede all’umanissima forza dello stare assieme nella fraternità: in quella sera di Pasqua è solo perché si fida solo di se stesso.

Gli altri, usciti dalla loro tenebra di paura e di autosufficienza, cercano di strapparlo dalla sua tenebra: non ci riescono. Giovanni scrive infatti che essi «gli dicevano: Abbiamo visto il Signore!», e usa il verbo all’imperfetto per dire che la loro testimonianza a Tommaso non fu un momento, non fu una parola veloce e fugace: glielo ripetevano con amore, con la forza dello Spirito, glielo dicevano nella pace, con la dolcezza della misericordia: il Risorto infatti aveva dato loro il compito di perdonare

Tommaso, però, è troppo asserragliato nelle sue porte chiuse
Solo se entra Gesù in quelle porte chiuse tutto cambia…e così Gesù, che sa che nella Chiesa c’è anche Tommaso, che nella Chiesa ci sono anche quei cuori più duri degli altri, entra nelle porte chiuse di Tommaso.
Giovanni, con profondità, scrive che Gesù entra di nuovo a porte chiuse, e sono solo quelle di Tommaso; gli altri infatti sono liberi…
Solo per Tommaso Gesù rifà tutto: annunzia la pace e spalanca a lui le sue ferite perchè, come aveva chiesto, lo tocchi, e dia soddisfazione alla sua insana e folle voglia di prove tangibili…
Quando però Gesù è dentro, tutto si “scioglie”…povero Tommaso! Non tocca nulla, non asseconda più il mondo che lo abitava e lo rendeva prigioniero. Dice solo poche parole, che sono la confessione di fede in Gesù più grande dell’Evangelo: «O Kyriós mou kaì o theós mou» (Signore mio e Dio mio).

Gesù non va a prendersi una rivincita. Gesù, paradossalmente, “gli obbedisce” affinché in lui possa sorgere l’obbedienza. Fiorisce lì l’estrema beatitudine dell’Evangelo: «Beati quelli che hanno creduto senza vedere».

Il Risorto chiede la fede, la fede e basta! Solo così i suoi discepoli potranno vincere il mondo.

Tommaso poteva essere il primo di noi, che abbiamo creduto e crediamo senza vedere (cfr 1Pt 1, 8), ed invece ha voluto essere l’ultimo di quelli che hanno visto e danno testimonianza a noi…
Poteva essere la primizia della Chiesa della pura fede, senza nulla aver visto; è stato invece l’ultimo frutto della fede che scaturisce dall’incontro con il Risorto…

Cristo ha accolto questa via di Tommaso, e vi ha acconsentito. Noi oggi fondiamo la nostra fede anche sulla sua testimonianza a cui l’Evangelo attribuisce quel vertice di consapevolezza: Gesù è Signore e Dio!
La sua testimonianza, che è colma della tenerezza di un incontro personale (Signore mio e Dio mio): le piaghe del Crocefisso sono andate a cercarlo nella sua incredulità; il Signore conosceva il suo cuore, le sue domande, le sue fragilità, il suo peccato e gli ha aperto ancora le piaghe della Passione perchè Tommaso potesse trovarvi rifugio, e da lì, rifiorire e ridivenire Apostolo con gli altri Apostoli.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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III Domenica di Quaresima – Presso il pozzo

LA SETE DI DIO

 Es 17, 3-7; Sal 94; Rm 5, 1-2.5-8; Gv 4, 5-42

 

Questa terza domenica di Quaresima ci dà accesso ad una delle pagine più dense ed evocative del Quarto Evangelo: la scena di Gesù al pozzo con la donna samaritana. Pagina teologicamente densa di significati battesimali ma strettamente intrecciati alla concretezza delle vite degli uomini che vivono le loro vicende nella storia tra desideri, aridità, seti che paiono inestinguibili, cadute che sembrano disperate, slanci che cercano l’ “oltre”, domande che vogliono risposte. La donna samaritana di questa pagina giovannea è davvero una figura che assomma in sé tutte le dinamiche umane con le loro bellezze e cadute. La pagina di Giovanni però è anche evocativa di un’altra dimensione: la fatica di Dio per cercare i nostri passi perduti fin dal giardino dell’ in-pricipio dal suo grido: Adamo, dove sei? (cfr Gen 3,9). E’ mezzogiorno, dice l’Evangelista, e Gesù siede stanco al pozzo di Sicar … ha sete! Che strana quell’ora; forse evoca la condizione moralmente ambigua della donna; c’è infatti un proverbio popolare ebraico che suona così: Quella è una che va al pozzo a mezzogiorno ed è un modo per dire che si tratta di una prostituta o comunque di una donna di pessima fama; le altre donne a quell’ora sono in casa impegnate per i preparativi del pasto … quelle povere donne usavano quell’ora “strana” per non fare incontri imbarazzanti e per non essere insultate. Quell’indicazione poi del mezzogiorno ha poi un significato luminosamente simbolico anche per altro; dicono infatti alcuni Padri: Se Dio è stanco per noi allora si può dire che il sole splende alto! Inoltre, bisogna dire, che per Giovanni quest’ora è la stessa che verrà annotata scrupolosamente al momento dell’intronizzazione del Messia coronato di spine sul Lithostrotos (cfr Gv 19,14); è dunque l’ora della rivelazione del Messia. Proprio qui, infatti, al pozzo di Sicar Gesù si rivelerà quale Messia capace di togliere ogni sete che tormenta l’uomo facendolo cadere in cisterne screpolate (cfr Ger 2,13) in cui la sete non solo non viene tolta, ma diviene tormento che mette in balia di idoli; in tal senso i cinque mariti della Samaritana probabilmente adombrano i “cinque baalim” (alla lettera “cinque padroni”) che, diceva il Talmud, adoravano gli stolti samaritani; era questa chiaramente una calunnia ma Giovanni fa eco di questa diceria per mostrare dove conducano le seti che non sanno indirizzarsi.

Questo incontro al pozzo ha sapore nuziale (pensiamo alle nozze di Isacco combinate al pozzo di Nacor in Gen 24,10 ed all’incontro al pozzo di Giacobbe e Rachele in Gen 29,9), e la sete di Gesù e la sua stanchezza incontrano la vita ferita di questa donna che racconta le nostre vite ferite e le nostre seti senza risposta.

E’ l’incontro che la liturgia di questa terza domenica di Quaresima vuole che avvenga tra noi credenti e Lui, il Signore vittorioso sulle tentazioni, e portatore di luce e bellezza al cuore del dolore dell’uomo. In questo cammino il Signore incontra questa Samaritana che intreccia con Lui davvero un dialogo “intrigante”: chi è che ha sete? Chi ha l’acqua? Chi fa le domande più vere? Sembra che la sete sia di Gesù, che l’acqua la possa attingere solo la donna e questa abbia delle domande importanti da fare; in realtà il racconto capovolge tutto: la sete di Gesù è vera ma serve a parlare di un’altra sete, quella che abita inestinguibile la donna … la brocca ce l’ha la donna e sembra che lei possa attingere alle profondità del pozzo ma è Gesù che si rivela capace di un dono che toglie ogni sete … le domande “teologiche” pure le esprime la donna ma alla fine sarà Gesù che le chiederà di credere di trovarsi dinanzi al Messia. E’ un itinerario battesimale, itinerario di verifica del battesimo per noi che già abbiamo il dono di Dio ma non lo conosciamo per davvero perché non ne abbiamo fatto a pieno esperienza, non abbiamo permesso al Battesimo di portarci là dove voleva portarci!

Questa pagina ci provoca a chiedere a Dio di essere Lui la risposta alle nostre seti, ci provoca a chiederci con coraggio se sappiamo di vivere, quali credenti, una vita “alla presenza” del Signore.

La domanda tragica che Israele si pose nel deserto, radice del suo peccato, quello che più ha disgustato il Signore (cfr Sal 95,10: Quella generazione mi disgustò per quarant’anni … non vogliono conoscere le mie vie!) è Il Signore è in mezzo a noi sì o no? E’ domanda tremenda perché dubita di Dio, avendone sperimentata la salvezza. Se si dubita e si dimentica di essere e vivere presenza del Signore tutto si falsa nelle vite dei credenti; è quello che accadde ad Israele nel deserto. Alla Samaritana Gesù rivela il suo esserci, il suo essere di fronte a lei … e allora tutto cambia nel cuore assetato di quella donna: Gli disse la donna: “so che deve venire il Messia … quando verrà ci annunzierà ogni cosa”. Le dice Gesù: “Io sono che parlo con te”.

Ecco che l’itinerario quaresimale ci conduce oggi davanti al volto di Cristo, che ci dice che è di fronte a noi e che ci parla … ecco la verità in cui entrare per adorare il Padre … ecco la fonte che ora in noi diviene possibilità di placare tutte le seti che viviamo e che ci abitano. Gesù ci promette di diventare per noi fonte che risponde alle seti … l’acqua che Cristo dona non va intesa come estinzione della sete che l’uomo prova, ma come risposta ad essa. Non si tratta di spegnere la sete, anzi bisogna aumentare la nostra sete senza opporvisi con “vari” cinque mariti … Gesù non spegne la sete della donna con facili risposte “religiose” ma mostrandole la vera acqua. Il problema allora non è la sete ma l’acqua che la può ristorare … Gesù dà una fonte che zampilla in noi come pace alle nostre seti; seti che permangono e devono permanere perché chi non ha sete è uno sazio che crede di avere tutto ed invece è un miserabile (cfr Ap 3,17).

Gesù si è accostato a questa donna non come il Dio che giudica, ma come Colui che le parla rivelandole un Evangelo di presenza e di vita nuova, in cui la sete umana ha una risposta in quei passi stanchi di Dio che viene a cercarci fin nella nostra carne. Gesù, dicendole quella sua verità che la tiene schiava, non la giudica e le consegna quell’“io sono” che le rivela il volto presente di Dio! Ed ecco che la donna lascia lì la sua brocca. E’ questa un’immagine potente di ciò che è necessario anche a noi: abbandonare le brocche con cui attingiamo per le nostre mille seti; lasciare ciò che riteniamo essenziale per volgere il cuore a quello che davvero lo è!

Nel passo della sua Lettera ai cristiani di Roma che oggi ascoltiamo, Paolo parla di un versare amore da parte di Dio nei nostri cuori, un amore che è eccedente, sorprendente, inimmaginabile ad ogni buon senso “religioso”; un amore che non è premio per un merito, ma è umile dono di un Signore che si siede stanco al nostro pozzo per chiederci di dargli da bere per poi farci scoprire che è di noi che Lui ha sete.

Per questo amore gratuito, preveniente, che viene a cercarci vale la pena lasciare le nostre fragili brocche.

Lasciamoci afferrare dalla speranza perché Gesù, partita la donna, fa una cosa meravigliosa: “sogna”! Sogna un biondeggiare di campi pronti per la mietitura, sogna un’umanità che in Lui potrà trovare senso, gioia, forza per lottare volgendo le spalle agli idoli che ingannano facendo di noi uomini degli assetati senza speranza!

Il sognare di Cristo Gesù al pozzo di Sicar generi i nostri sogni!




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