IV Domenica di Quaresima (B) – La liberazione è vicina

 

LA CROCE, VIA DI RITORNO AL PADRE

2Cr 36, 14-16.19-23;  Sal 136;  Ef 2, 4-10;  Gv 3, 14-21

1960 ca., Marc Chagall, The Exodus

The Exodus di Marc Chagall

 

Con questa quarta domenica il nostro cammino verso la Pasqua di Cristo, e verso la nostra Pasqua in Lui, si avvia al compimento. La liturgia di questo giorno ci mostra già il compimento. Da un lato oggi sentiamo di deserti e di esili, ma dall’altro intravediamo le vie di liberazione: mentre si parla di esilio, si dice di Ciro il Grande che apre porte insperate di libertà; mentre si parla di deserto, Gesù ci annunzia il Figlio dell’uomo innalzato come segno di guarigione; mentre si guarda all’uomo “morto” a causa dei suoi peccati, si parla di Cristo che vivifica, e fa con-risuscitare “con” Lui e con-sedere nei cieli “con” Lui, come scrive l’autore della Lettera ai Cristiani di Efeso… E’ allora davvero tempo di “radiosa tristezza”, e la Chiesa è certa di questo chiamando questa domenica con il nome “laetare”: è domenica di santa letizia per i doni promessi e per le vie di libertà che la Pasqua ci apre, in un già che avrà pienezza al compimento della storia… Oggi siamo invitati alla speranza, alla gioia vera: la liberazione è vicina, il Figlio dell’uomo innalzato attira tutti.

La Quaresima, se è stata davvero verifica del nostro vivere da discepoli, ha fatto emergere il peccato e la nostra incapacità a custodire la Parola e ad amare gli altri; ma Dio suscita liberazione (Ciro il Grande, nel racconto del Libro delle Cronache, è presentato come un “chiamato” dal Signore), Dio ama tanto il mondo da dare il Figlio che sarà “innalzato” nel deserto delle nostre infedeltà…volgere a Lui lo sguardo ci guarisce dal morso del serpente antico. La vergogna di Cristo sulla croce fa diventare tollerabile la nostra vergogna per il nostro peccato.

 Il testo tratto dal Secondo libro delle Cronache ed il passo dell’Evangelo di Giovanni sono accomunati da quella che potremmo definire una “confessione” di Dio: il suo amore per la creazione. Questo Dio ha infatti “inviato i profeti perché amava il suo popolo e la sua Dimora”… e “ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio”. La stessa azione di Dio che desidera purificare il male che abita le sua creature è mossa solo da questo stupefacente amore eterno; il motivo del rallegrarsi è allora riposto in questa salvezza generata dall’amore di Dio.
L’autore delle Cronache non racconta solo una storia, così come aveva fatto l’autore dei Libri dei Re che narrano gli stessi fatti, ma interpreta quegli avvenimenti e ne fa una lettura teologica: il peccato e la ribellione del popolo furono tali da far pensare che non ci fosse più possibilità di “guarigione”, e quel Tempio distrutto ne sembrava una tremenda icona. Dio però appare “insoddisfatto” di quella consequenzialità meccanica di peccato-castigo, e così suscita Ciro, il Re dei Persiani, che trasforma in salvatore per il suo popolo, di quel popolo che nulla ha fatto per meritare una salvezza.
Quella che sembrava una punizione si dimostra essere luogo di misericordia; Dio è capace di trasformare il persecutore in salvatore e così crea una via per riportare il popolo alla fedeltà. La misericordia è via per la conversione, e non il contrario! Ciò che regge la vita del popolo, ha compreso il Cronista, è l’amore incondizionato di Dio; tutto il resto è occasione e conseguenza. Il tempo dell’esilio è allora tempo di rinascita, in quel tempo completo (settanta anni, numero simbolico perché storicamente l’esilio durò cinquanta anni!) il popolo può ritornare: è un tempo concesso per la conversione, che però avverrà solo dinanzi all’esplodere dell’imprevedibile e immeritata misericordia.

Parallelo all’esilio, che diviene luogo di salvezza e di rinascita, è l’innalzamento del Figlio dell’uomo, in cui si narra l’amore di Dio che salva e guarisce. Il passo che oggi si legge fa parte del primo grande discorso di Giovanni, e siamo nel cosiddetto capitolo di Nicodemo, un capitolo ampio e complesso; la liturgia di oggi ce ne fa leggere solo un tratto, in cui si intrecciano parole che l’Evangelista pone sulle labbra di Gesù e parole della Chiesa di Giovanni. Nelle parole di Gesù c’è  il primo annunzio della Passione che, nella teologia giovannea, avviene con il linguaggio dell’innalzamento: «Come Mosè innalzò il serpente nel deserto così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo». L’Innalzato è il Figlio che così rende eloquente l’Amore del Padre: nell’innalzamento il Figlio unisce cielo e terra e, attraverso la croce, ritorna al Padre. la croce, dunque, si presenterà in tutto l’Evangelo come via di ritorno al Padre; una via su cui il Figlio non ritorna da solo al Padre, ma “trascina” con sè tutti gli uomini amati e cercati dal Padre (cfr Gv 20, 17).
In questa domenica di letizia, tutto questo ci deve allora far vedere la croce come luogo di comunione, via di accesso a Dio, come nuova scala di Giacobbe (cfr Gen 28, 10-22); i Padri spesso hanno fatto questa lettura della croce come scala che unisce cielo e terra, secondo il racconto dell’episodio di Giacobbe.
Gesù però qui cita in modo esplicito un altro testo, il testo del Libro dei Numeri (Nm 21, 4-9) in cui si racconta della mormorazione dei figli di Israele nel deserto, simbolizzata dal morso di serpenti velenosi (alla lettera “ serpenti infiammati”). Mosè, dinanzi agli israeliti che muoiono per quel morso “infiammato”, prega il Signore, e questi gli ordina di costruirsi un serpente di rame e di innalzarlo su di un’asta: chi lo guarderà sarà guarito dal veleno dei serpenti! Una immagine, questa, fortemente connotata culturalmente, in cui si intrecciano vari sensi: da un lato, per molte culture antiche, il serpente era simbolo di vita e di guarigione, perfino di immortalità e dall’altro, nella cultura biblica, il serpente è simbolo insinuante di morte e peccato (forse proprio in polemica con la venerazione e adorazione del serpente diffuse tra i popoli vicini)… L’idea che c’è dietro a questa pagina del Libro dei Numeri è che si guarisce da un male contemplando una figura di quello stesso male: sarà infatti proprio contemplando il male supremo, l’uccisione del Figlio di Dio, che si guarirà dal male; sarà contemplando l’Amore crocefisso che si guarirà dal veleno dell’odio e dell’orgoglio…

Al termine dell’Evangelo, Giovanni dirà della necessità di volgere lo sguardo al Trafitto (cfr Gv 19, 37) per aderire a Lui, per credere in Lui; e Nicodemo, andando a quell’appuntamento con il Trafitto innalzato, verrà alla luce, lui che era andato da Gesù di notte (cfr Gv 3, 2); e sarà capace di accogliere quel corpo trafitto e consacrarlo come Tempio definitivo (cfr Gv 19, 39-40), “luogo” di incontro di ogni uomo con il Dio che ha «tanto amato il mondo da dare il suo Figlio Unigenito».
In quel Trafitto innalzato avverrà ogni giudizio; ed il giudizio avverrà – diremmo – per pura contemplazione: nella logica del Quarto Evangelo, per il giudizio non ci sarà bisogno che il Figlio dell’Uomo venga sulle nubi del cielo (cfr Mc 14, 62); per il giudizio basterà che sia innalzato il Crocefisso: è la fede nel Crocefisso che determina il giudizio, è il confronto con quell’amore che silenziosamente manifesterà il giudizio. Questo, dunque, non sarà questione di “sentenze”, ma questione di adesione al Figlio Innalzato e donato dall’amore del Padre; sarà questione di adesione a quell’amore del Padre.
Una tale visione è molto liberante, ma richiede una costante vigilanza. Il giudizio, così, non è un qualcosa che si esaurisca in un momento, ma diviene realtà quotidiana che discerne se i nostri passi vanno nella luce o vanno nelle tenebre. Scrive infatti Giovanni qualche pagina avanti del suo Evangelo che chi crede ha la vita eterna: usa dunque un verbo al tempo presente, perchè la vita eterna di cui parla il Quarto Evangelo non è un qualcosa riservato ad una vita futura, ma è già, in qualche modo, presente in un oggi che voglia e sappia “respirare” il respiro di Dio, che è l’amore del Padre narrato nell’Innalzato.

Tutto questo deve essere letto in un’atmosfera serena e di luce, e non in un clima in cui il giudizio abbia un sapore incombente, che affligge ed opprime l’uomo. Giudizio e guarigione, al contrario, vivificano ed autenticano la vita quotidiana: il giudizio infatti non è teso a condannare, ma chiede di esporre la vita all’Innalzato, per averne guarigione volgendo a Lui lo sguardo.

Tutto questo non è operazione astratta ma avviene in un luogo concreto, nel luogo della tentazione e della prova…è lì che il Signore si piega sull’uomo per guarirlo.
Dice infatti Gesù: «Come Mosè innalzò il serpente nel deserto così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo»: nel deserto, in Cristo innalzato sulla Croce, Dio si offre all’uomo; nel deserto possiamo gioire e lasciarci guarire; nel deserto, con lo sguardo fisso a Lui, camminiamo verso la luce della Pasqua!
Nel deserto!
Il deserto non si salta, si attraversa…
Il deserto è la nostra condizione, perchè è ciò che sta tra ogni “Egitto” di schiavitù e la Terra promessa della libertà dei figli.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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SOLO LA ROCCIA CHE E’ CRISTO FA LA DIFFERENZA

 Dt 11, 18.26-26.32; Sal 30; Rm 3, 21-25a.28; Mt 7, 21-27

 

Aderire a Gesù Cristo con tutta l’esistenza, nella concretezza dell’esistere, nel quotidiano spicciolo, umile, profondo: ecco l’esito del Discorso sul monte! Leggiamo infatti nelle nostre assemblee domenicali la conclusione del Discorso; chissà perché il Lezionario esclude gli ultimi due versetti (Quando Gesù ebbe terminato questi discorsi le folle erano stupite del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità e non come i loro scribi) in cui lo stupore della folla interpella il nostro stupore e l’autorità di Gesù ci richiama a posare su di Lui il nostro sguardo perché la sua autorità riposa sul fatto che Lui è ciò che dice; nulla di ciò che ha rivelato a noi come vera nostra possibilità, dalla beatitudine alla piena fiducia in Dio, è qualcosa che Lui non viva concretamente e palesemente.

La conclusione del Discorso ci chiede un’adesione radicale al suo Evangelo; è questo l’unico modo per resistere alle tempeste della storia, agli attacchi della mondanità che ha sempre un solo scopo: omologare i credenti alle sue vie mediocri quando non perverse e questo perché i credenti non turbino il corso di una storia improntata alle logiche di profitto, di cura di sé, accrescimento di sé e della propria potenza.

La verità di una vita di adesione a Lui non è proclamata dal dire parole cristiane, dal “fare” liturgie in cui si cantano bellissimi Kyrie (Non chi mi dice: Signore, Signore!) ma neanche dall’operare con predicazione, esorcismi e addirittura con miracoli … Nulla è escluso dalla tragica possibilità di non essere riconosciuti come appartenenti davvero al Cristo (Non vi ho mai conosciuti!) perché solo abili costruttori di “scene cristiane” non di vita cristiana: la dimensione liturgica, la dimensione della predicazione, la dimensione dell’operare attivo nella storia.

Come sempre (non dobbiamo mai essere sazi dal ripetercelo!) il vero problema non è il “fare” ma l’“essere”! Non paia una frase scontata perché scontata non è; oggi soprattutto in certe prassi ecclesiali pare che sia una “strada maestra” … ma una strada che non porta da nessuna parte! La parola dell’Evangelo di oggi ce lo ripete con forza.

Davanti alla parola che Gesù ha detto, davanti alla parola che Gesù è ci si può porre solo in due modi: giocarsi la vita su di essa perché vi si è colta una via di autentica umanità, che certo ha un prezzo dinanzi alla mondanità ed alle sue lusinghe, oppure giocare con quella parola usandola per sentirsi “buoni” e facendola diventare una “via religiosa” strumento di mondanità.

Il paragone della casa costruita ci conduce prima cosa a guardare ai due uomini che costruiscono: tutti e due provengono dall’ascolto di Gesù ma ognuno poi imbocca una strada. Un po’ come ha detto il celebre passo del Deuteronomio che oggi abbiamo ascoltato come Prima lettura a preparazione immediata a questo testo di Matteo … oggi io pongo davanti a voi una benedizione e una maledizione cioè una via di vita e una di morte. I due ascoltatori di Gesù, dopo aver ascoltato la rivelazione dell’uomo nuovo (Chi ascolta queste mie parole, cioè il Discorso sul monte), costruiscono ciascuno una casa, la loro casa, cioè si mettono all’opera per edificare la loro vita, il loro “abitare” il mondo e la storia. Come lo faranno? Le fondamenta o saranno poste su un ascolto che dà credito a Gesù ed alla possibilità di umanità che ha rivelata o sul rifiuto di ciò che si è ascoltato per dar credito al mondo. Ecco l’alternativa!

Chi si pone in un ascolto vero le parole di Gesù “le fa” (così in greco: “poièi”), le coglie cioè come via possibile e vi edifica su un quotidiano saldo, sulla roccia di quella parola cui dà credito.

L’altro sceglie la via facile delle sabbie del mondo; la sabbia scivola, sdrucciola, muta … le sabbie del mondo sono le mode, le illusioni di essere liberi, di autodeterminarsi, di decidere “in toto” della propria vita … le sabbie del mondo sono vie facili perché sono in superficie … le sabbie le sceglie chi non vuole fare la fatica di scavare per trovare la roccia … Luca nel suo passo parallelo (cfr Lc 6,46-49) ci fa capire che non si tratta di due terreni diversi, uno in un luogo ed uno in un altro, ma dello stesso luogo; la differenza, precisa Luca, sta nello scavo … cioè nella fatica.

Siamo alle solite: aderire a Gesù costa! Costa la fatica dell’alterità, costa la scelta (indubbiamente ardua) di voler essere dei “perdenti” per il mondo. Costa perché aderire a Gesù è fidarsi della via della croce; la via sulla quale non si resiste al malvagio, si porge l’altra guancia, si rinuncia al proprio diritto, si condivide la fatica dell’altro, si dona e non si possiede … la via sulla quale si mette la vita nelle mani di Dio fidandosi di Lui. E’ questa la via di Gesù e Gesù stesso ci dice oggi che questa via è roccia salda e paradossalmente le vie “sicure” del mondo sono solo sabbia sdrucciolevole.

La domanda non banale è: a chi crediamo? Di chi ci fidiamo?

Capiamo che allora ha ben ragione Paolo quando ci dice – nel passo della Lettera ai cristiani di Roma che oggi si ascolta – che è tutto solo e sempre una questione di fede! E’ la fede-adesione a Gesù che salva perché essa è la roccia su cui si può stare saldi anche tra le tempeste e lo straripare di grandi acque che vorrebbero sommergerci ed annegarci. Le “opere” non salvano se non c’è adesione della vita … le “opere” più stupefacenti possono essere una tragica illusione di giustizia e di verità se non poggiano sulla roccia dell’ adesione a Cristo.

Gli operatori di “religione”, di prodigi strepitosi e di predicazioni folgoranti possono essere chiamai nel giorno del giudizio sulla storia operatori di iniquità.

Solo la roccia che è Cristo fa la differenza.




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