VIII Domenica del Tempo Ordinario – L’inganno della ricchezza

 

A CHI APPARTENGO?

 

Is 49, 14-15; Sal 61; 1Cor 4, 1-5; Mt 6, 24-34  –

 

M. van Reymerswaele (1540) - Il cambiavalute e sua moglie, Firenze

M. van Reymerswaele (1540) – Il cambiavalute e sua moglie, Firenze

La liturgia in questa domenica ci mette tra le mani una pagina davvero complessa, ricca di spunti, di immagini, di domande, di richieste, di necessità; una pagina molto complessa, ma altrettanto completa, per permettere al discepolo di Gesù di realizzare la propria vocazione, la propia identità, la propria verità e collocazione nel mondo.

Il primo punto che Matteo mette in tavola è la domanda circa la nostra appartenenza … “A chi appartengo?”. Ecco cosa ciascuno dovrebbe chiedersi con verità: Non si possono servire due padroni! Un detto lapidario e forte, in cui gli studiosi vi ravvisano una delle “ipsissima verba Jesu”, verissime parole di Gesù. Il verbo servire” che Matteo usa in lingua greca è il verbo “douleúein”, che non significa semplicemente “prestare un sevizio”, ma “appartenere a qualcuno” (tanto è vero che il “doulos” è lo schiavo), e quindi essere totalmente di quel qualcuno, e disposto a tutto ciò che egli chiede.

Tante cose minacciano la nostra appartenenza a Dio, minacciano cioè il primato di Dio nei nostri cuori: il potere, il piacere, il danaro, il prestigio; e per Gesù c’è un simbolo potente di tutto questo: il danaro. Quando c’è il danaro – pensiamoci bene – si può avere tutto il resto: potere, piacere e prestigio… Gesù chiama il danaro con la parola ebraica “mammona”, parola che deriva dal verbo “aman” – da cui “amen” – che significa “porre fiducia”, “avere sicurezza”: il danaro allora è padrone spietato quando diventa il termine di ogni fiducia e sicurezza; rende schiavo e avvilisce chi crede invece di dominarlo e di dominare attraverso di esso … è tremendo. Per Gesù il denaro è davvero l’anti-Dio, e non bisogna tentare di metterlo assieme a Dio! Tanti hanno creduto, e credono, di poterlo fare e di poter servire sia Dio sia il danaro, di poter mettere assieme cioè la ricchezza smodata e Dio, addirittura pensando che la ricchezza possa essere “premio” alla “giustizia” (un certo pensiero calvinista l’ha affermato con forza!); oppure si crede di poter mettere assieme Dio e danaro pensando di servire Dio con offerte, opere, beneficenze … tanti credono di onorare Dio così, ma questo non è il Dio di Gesù!

L’inganno della ricchezza (cfr Mt 13, 22) conduce ad un atteggiamento assolutamente estraneo al discepolo di Cristo: l’affanno. Gesù, con un imperativo, lo esclude dai suoi: “Non affannatevi!”. Matteo per il verbo “affannarsi” usa “merímno”, che è proprio l’“essere in ansia”, l’“essere nell’angoscia”, l’essere cioè sempre con il fiato sospeso, sempre in allarme, sempre a volere di più… E’ il rapporto sbagliato con le cose che genera questo affanno, che Gesù non vuole per noi.

Quando in questo testo evangelico si parla del cibo e dei vestiti non si vuole dire che non siano cose importanti, cose da non cercare, cose irrilevanti, cose per cui non vale la pena perdere tempo o fare fatica. No! Il problema non è volere o cercare queste cose, che servono alla nostra vita e alla nostra identità e dignità; il problema è dare loro un valore tale da “mangiarsi” tutto il resto; il problema è pensare che, avute queste cose, tutto sia risolto, o che, avute queste cose, la vita sia messa al sicuro, in tranquillità… è l’inganno di oggi, in questo tempo di crisi, in cui si vuole credere che non si possa pensare alle cose di fondo, alle cose di senso perchè c’è crisi economica, lavorativa, sociale, politica … e si dice così perfettamente il contrario di ciò che qui Gesù afferma: cercare prima tutte queste cosesicurezza, lavoro, danaro sufficiente, saldezza economica e politicae poi cercare il resto…. questo è un inganno infinito!

Gesù qui è chiaro: il primato va dato al Regno e alla sua giustizia! Anche questa è un’espressione difficile: cosa significa “cercate prima il Regno di Dio e la sua giustizia e tutte queste cose vi saranno poste davanti”? Una cosa va detta subito: il primato non è assolutizzazione! Il “primato del Regno” serve a dare spazio a tutte le altre cose; dicendo infatti queste parole, Gesù non vuole “salvare” il Regno, ma vuole salvare lo spazio della vita dell’uomo, perchè in esso si possano dispiegare tutte le relazioni, le potenzialità, il godere delle cose… insomma il primato del Regno rende possibile all’uomo una vita bella, crea una vita buona, crea una vita felice perchè piena di senso; una vita in cui tutto, gli affetti, le cose, le opere delle nostre mani, abbiano il giusto spazio e non mortifichino l’uomo, possedendolo. Il “primato delle cose” invece, che è idolatria, che schiaccia l’uomo e lo mortifica (parola chiarissima: lo fa parere morto!), rende l’uomo “doulos”, schiavo delle cose e, quindi, egli stesso cosificato. Il padrone-Dio, invece, è Uno a cui si appartiene ma che libera, e libera le potenzialità, i possessi, gli affetti.

La giustizia di Dio è il modo in cui Dio si comporta con l’uomo, è la sua volontà di gioia e salvezza per ogni uomo. “Cercare la giustizia del Regno” allora è far proprio questo modo di Dio di guardare la storia e gli uomini! La giustizia per Matteo è sempre dono di Dio (perchè è il suo modo di essere per noi!), ma è compito per noi, un compito che si adempie lottando per la fraternità.

Per questo Regno e per questa giustizia, Gesù chiede che noi mettamo all’opera la nostra ricerca: è un verbo bellissimo quello che qui Matteo pone sulle labbra di Gesù; è il verbo “zétein”, che significa “cercare con passione”, cercare con slancio, con tensione, prendendo iniziative per giungere alla meta, progettando vie da percorrere per giungervi! Si badi che non è affanno: quello è terribile ed imprigionante, quello è angoscioso ed opprimente, quello si svolge sempre su di un terribile sfondo nero … la ricerca che qui Gesù ci chiede è, invece, la bellezza della vita dell’uomo, è lo slancio dei “sogni”, è la fatica bellissima di costruire una storia sensata, di amare i fratelli, di costruire con loro la comune casa della fraternità, la comune casa dell’umanità. La ricerca è animata dalla speranza, l’affanno invece dalla disperazione: colui che cerca è un entusiasta della vita e dell’uomo, è un appassionato di Dio e dei fratelli, è un uomo mai sazio e felice di avere sempre fame e sete di senso … chi si affanna invece è un depresso, che ha solo paura, ha solo sguardi pessimistici sul mondo e sulla storia, che vede in ogni altro uomo un nemico o un rivale che possa sottrargli qualcosa …

Chi cerca il Regno e la sua giustizia scoprirà che tutte le cose sono dono di Dio (…gli verranno poste avanti…), e le riceverà con gratitudine; chi si affanna invece se ne crede padrone, ed in realtà ne è dominato, ne è schiavo. Il testo usa il futuro (vi saranno poste davanti), e ciò significa che tutto dipende da qualcosa che deve venire prima: la ricerca del Regno e della sua giustizia.

“Tutte queste cose” (cioè cibo, vestito, domani) sono secondarie, e non nel senso che non sono utili, o importanti, o che se ne possa fare a meno (chi può dire una cosa così insensata?); sono cose econdarie nel senso che da sole non stanno in piedi: vogliono uno spazio giusto in cui essere messe, ed un modo corretto di cercarle e di viverle. Non sono cosa da guardare con disprezzo, come certa “spiritualità” cristiana (o presunta tale!) ha voluto affermare con grande disumanità … il problema è un altro: quando il primato è di Dio, questo crea lo spazio per tutte le altre cose bellissime che Lui stesso ha creato per noi; chi accumula perchè affannato, dimentica Dio (il Donatore!) e dimentica gli altri (con cui è necessario condividere!). Chi ha scoperto il primato di quella ricerca appassionata del Regno è discepolo di Gesù, perchè – come Lui – condivide. Tutto. Gesù condivise perfino la sua qualità divina: “spogliò se stesso” facendosi schiavo come noi, con noi (cfr Fil 2, 7), salì su una croce per donarci la libertà dei figli, per donarci la figliolanza di Dio che era tutta sua …

Gesù, che ha cercato il Regno di Dio e la sua giustizia, con l’amore appassionato per il Padre e per gli uomini suoi fratelli, ci chiede di percorrere la stessa via di suprema libertà!

Diciamoci la verità: se sappiamo leggere profondamente questa pagina di Evangelo, sentiamo di respirare in uno spazio infinito di libertà e di bellezza.

Questo spazio è la nostra vocazione!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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 SENZA AFFANNO

 Is 49, 14-15; Sal 61; 1Cor 4, 1-5; Mt 6, 24-34

 

Come sempre l’Evangelo è radicale, non ammette mezze misure, non tollera compromessi e mediocrità; chiede invece uno sguardo limpido e puntato verso Dio ed i suoi lidi, verso Dio e quindi verso l’uomo nuovo che Gesù narra con tutto se stesso e che, nell’Evangelo di Matteo, sta delineando nel Discorso sul monte.

Nel passo di oggi Gesù pone serenamente, ma senza possibili scappatoie, una duplice via: essere servi di Dio o servi del mondo; servi del Regno di Dio e nel Regno di Dio o servi del danaro che regge tutti i regni mondani e tutti i poteri mondani. Nelle logiche mondane vivere l’Evangelo e le sue esigenze è impossibile; l’Evangelo è rovina di chi vuole governare il mondo con il danaro ed il potere, con gli equilibrismi ed i compromessi; è così! Il mondo o è sconfitto dall’Evangelo e da chi è disposto a pagare un prezzo per l’Evangelo o sconfigge l’Evangelo lusingando i credenti e ingannandoli col far credere loro che l’Evangelo stesso è una chimera, un “bel sogno” ma irrealizzabile.

Dall’altro versante però bisogna purtroppo dire, e dirselo con forza,  che anche tra coloro che parlano di Regno di Dio e in quel seme del Regno che è la Chiesa, l’ingresso delle logiche mondane è altrettanto mortifero … se con l’Evangelo non si può avere successo nel mondo, con il mondo, con le sue vie, non si può avere “successo” nel Regno e per il Regno! Chi pretende di usare le “strategie” mondane per far crescere il Regno si apre all’operazione più mortifera che ci sia: impedire a Dio di agire, di salvare, di reggere. Già i Profeti l’avevano gridato innanzi ai re di Israele e di Giuda: non si regge il popolo santo di Dio con le alleanze con i vari “Egitti” o “Assirie” (cfr Is 30, 1-7) … si guida il popolo di Dio solo con l’Alleanza con il Dio Vivente; se vogliamo altre regole e alleanze oltre l’Evangelo, perché questo non ci basta, stiamo già tradendo l’Evangelo e ci stiamo inchinando ad un altro signore (così scrive Matteo: “kyrios”!). Ma uno solo è il Signore! (cfr 1Cor 8,5-6) Chi si inchina ad altri signori prima o poi diventa come loro (così il Salmo 115!) e questa è una tremenda verità verificabile ogni giorno tra noi credenti: si diventa subito come loro, con gli stessi sguardi, le stesse mani rapaci, le stesse bocche sigillate alla verità, lo stesso immobilismo che teme ogni ulteriore. Non è forse questo il male che appesta le nostre vite ecclesiali? E di questo siamo tutti responsabili: basta chinare il capo ai signori del mondo.

Chi invece si china al Signore diventa come Lui! E’ straordinario ed è l’esperienza della santità che Gesù ci spalanca. Si è santi come Dio è santo non facendo mille cose ma inchinandosi a Lui, fidandosi di Lui.

Qui il nostro passo di Matteo si versa in quelle parole dolci e forti dell’invito a guardare gli uccelli del cielo e i gigli del campo

Di fronte alle cose Gesù ci mette in guardia dall’affannarci (il verbo “merimnào” significa “darsi pensiero”, “preoccuparsi animosamente”, “affannarsi”), dall’affannarci spasmodicamente puntando solo al domani e perdendosi il presente! Così le cose assumono il volto di un “signore” che possiede il nostro tempo: l’oggi perché ci impedisce di viverlo e il domani perché ce lo fa apparire come un incubo che dà affanno. Chi si getta in questo affanno toglie a Dio la sua signoria e depone la fiducia in Lui.

Si badi che le cose che Gesù cita non sono cose accessorie o voluttuarie, ma sono cibo e vestito: le due cose che gli animali hanno naturalmente ma che l’uomo deve procurarsi. Questo significa che Gesù non esclude la necessità di queste cose, né il lavoro per procacciarsele (d’altro canto il lavorare la terra è già compito dell’Adam nel giardino dell’ in-principio; cfr Gen 2,6.15), quello che Gesù esclude è l’affanno per queste cose e il trasformare il mezzo in fine. Il lavoro è mezzo per la custodia del creato, è mezzo per la realizzazione dell’uomo, se diventa fine diviene idolo che immediatamente assimila a sé l’uomo, lo trasforma in un servo cieco, in una “macchina da lavoro”, in un “produttore”, in un “accumulatore”… E’ quanto tragicamente vediamo oggi di continuo, è quanto oggi “disumanizza” la nostra società in cui o il lavoro manca o diviene, il più delle volte, catena che schiavizza e rende l’uomo non più uomo.

Credo che questa pagina dell’Evangelo di oggi ci spinga, come cristiani, a lottare per  l’umanizzazione dell’uomo, a dire dei “no” netti a ciò che fa dell’uomo uno schiavo. Questa disumanizzazione può avvenire a vari livelli: ci sono uomini che sono resi schiavi da chi si proclama signore e pretende dai suoi simili un lavoro disumanizzante che priva l’uomo della “vita umana” facendolo macchina da produzione e da profitto; ci sono poi uomini che credono di essere liberi e addirittura signori perché si sono dati anima e corpo al lavoro per produrre con affanno per sé, per accumulare per una ipotetica sicurezza o più semplicemente per il piacere del possesso.

Sono due situazioni tragiche ma la seconda è peggiore della prima perché chi la vive non sa di essere diventato come loro  che hanno bocca e non parlano, hanno occhi e non vedono, hanno orecchi e non odono, hanno naso ma non odorano, hanno mani e non palpano, hanno piedi e non camminano … non sanno di essersi “cosificati” come gli idoli che servono, non sanno che se non parlano, non vedono, non odono, non odorano, non palpano e non camminano sono come morti.

I primi sono quelli che invece possono e devono lottare per una vera umanizzazione del loro vivere quotidiano, del loro lavoro. Questo è un compito che i cristiani condividono con tutti gli uomini che sono appassionati di umanità. Noi cristiani abbiamo in più la forza dell’Evangelo che ci spinge, la consapevolezza della possibilità straordinaria che in Cristo ci è donata, quella dell’uomo nuovo; noi cristiani abbiamo questa parola di Gesù forte e sicura: Non affannatevi … Dio farà per voi molto più di ciò che fa per gli uccelli del cielo e per i gigli del campo … Noi abbiamo nel cuore quella parola che conclude questa pagina odierna: Cercate prima il Regno di Dio e la sua giustizia e tutte queste cose (quelle per cui gli altri si affannano) vi saranno date in sovrappiù … Non affannatevi per il domani … ad ogni giorno basta la sua pena.

Queste parole, se siamo capaci di accoglierle, ci pongono nelle mani di un Dio che provvede e custodisce con amore di madre, come ha scritto Isaia nel passo che abbiamo ascoltato come prima lettura; queste parole ci pongono in un sano realismo ben piantati nel quotidiano senza fughe sterili verso un futuro che affanna e ci pongono liberi in un presente da vivere nelle mani di Dio.

Il credente è così un uomo vero che custodisce l’oggi con il suo “sì” al creato ma abitando una piena fiducia in Dio.




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