II Domenica dopo Natale (B) – La Santa Sapienza

 

IL SAPORE DI DIO

 

Sir 24, 1-4.8-12; Sal 147; Ef 1, 3-6.15-18; Gv 1, 1-18

 

La Santa Sapienza di Dio, di Vasili Belyaev (1890)

La Santa Sapienza di Dio, di Vasili Belyaev (1890)

Ancora una sosta questa domenica per contemplare il mistero dell’Incarnazione di Dio, mistero che il nostro cuore non dovrebbe stancarsi mai di contemplare per permettere che esso plasmi la nostra concreta carne di uomini, perché questa sia disposta a seguire Gesù fino alla croce, fino a quell’amore fino all’estremo (cfr Gv 13, 1) che è la meta dell’Evangelo di Giovanni di cui in questa liturgia leggiamo lo stupefacente inizio: «In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio …».

Ecco dov’è l’“archè”, il principio di tutto: è «presso Dio»: a lì tutto parte, perché lì è la fonte dell’amore, di quella Sapienza che tutto ha creato e che, come già dice il testo del Libro del Siracide che costituisce la prima lettura, ha radice nel cielo ma pone la sua tenda in Giacobbe.

Contemplare la Sapienza di Dio è contemplare Gesù: è Lui la “Santa Sophia”, la “Santa Sapienza” che è conoscenza, progettualità, sogno, sapore di “oltre” e di Dio!
Chi incontra Gesù, accoglie la Sapienza di Dio; in Lui noi possiamo conoscere le logiche di Dio, le sue vie, le sue parole che danno vita eterna; Lui ci racconta Dio, come canta Giovanni nel Prologo dell’Evangelo: «Dio nessuno l’ha visto mai, il Figlio unigenito che è rivolto verso il seno del Padre, lui l’ha raccontato» …
Cogliere questa Sapienza, questa Gloria Noi vedemmo la sua gloria», ha confessato Giovanni nelle prime righe del suo Evangelo), è però cogliere qualcosa di totalmente altro dalle sapienze mondane! Davvero!
Aderire alla Santa Sapienza che è Gesù, alla Parola che Lui è, significa mettersi su una strada in cui Dio ci chiede solo una cosa: quella che ci è detta nel testo della Lettera ai cristiani di Efeso che oggi pure si legge: «Essere santi e immacolati nell’“agàpe”»
Essere discepoli di quella Santa Sapienza è imboccare la strada controcorrente che l’“agàpe” chiede senza sconti, perché l’amore vero sconti non ne vuole e non ne sopporta. Da Betlemme al Golgotha il Verbo fatto carne sceglie la via in cui la gloria di Dio è solo e sempre “gloria crucis”: chi vuole essere discepolo di Colui che a Natale abbiamo guardato con tenerezza, questo deve saperlo; il rischio altrimenti è essere innamorati di un “surrogato” dell’Evangelo!

Paolo, nella sua Prima lettera ai cristiani di Corinto lo scriverà a chiare lettere: «Noi predichiamo Cristo crocifisso … potenza di Dio e sapienza di Dio. Perché ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini» (cfr 1Cor 1, 23-25). E’ così: ogni qual volta ci si “scontra” con Cristo Gesù, la via che ci è proposta è quella di una sapienza “altra”, che contraddice quelle mondane perché la gloria di Dio Gesù l’ha mostrata nell’amore fino all’estremo, che è la croce. Infatti, quando Giovanni scrive «noi abbiamo visto la sua gloria» intende solo la gloria della croce, la gloria di quell’amore che può gridare «Tutto è compiuto» (oppure potremmo tradurre: «Fino all’estremo»!) solo dalla croce!

Nel Quarto Evangelo non ci sono gli angeli del Natale che cantano il Gloria; solo Gesù lo “canta”, mostrando la gloria del Padre suo dando la vita, e narrando così il vero volto di Dio.
Accogliamo allora oggi questo “canto” del Verbo fatto carne, accogliamo questo “canto” che per narrare Dio sceglie il linguaggio non di un amore astratto e fatto di buoni sentimenti, ma un amore fatto di carne e sangue, di lotte e sudori, di rifiuti dolorosi («Venne tra la sua gente ma i suoi non lo hanno accolto») e brucianti delusioni; fatto di quotidianità che intreccia amicizie, amori, attenzioni, passioni, sogni, speranze, ricerche appassionate della volontà del Padre, memorie di persone amate e di incontri tra cuori e vicende … Insomma un amore che davvero si è fatto storia … una storia che è la nostra, che Gesù ha vissuto essendo la Sapienza di Dio, e portandovi il sapore della Sapienza di Dio. Da allora, quando ci vogliamo confrontare con Lui, ci tocca sempre confrontare la nostra sapienza con la sua, le nostre vie con le sue; il sapore che Lui ha dato alla vita e quello che gli diamo noi (i Padri della Chiesa ameranno questo parallelo tra il “sàpere” ed il “sapère” !) …
Un tale confronto, se siamo onesti, ci porterà a dover riconoscere che la Sua sapienza ha un “sapore” migliore delle nostre pur raffinate sapienze, che le sue vie sono tanto migliori delle nostre vie asfaltate, illuminate ed eleganti; se siamo onesti, riconosceremo che in quella Sapienza che è Cristo c’è il sapore di Dio e l’autentico sapore dell’umano, e che le sue vie portano alla pace, alla Grazia e alla Verità. E, se siamo onesti, anche dalle profondità della nostra povertà e delle nostre incapacità di capire tutto, diremo a Lui, che è la Santa Sapienza, a Lui, che è il Verbo fatto carne, le stesse parole che un giorno gli disse Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna!». (cfr Gv 6, 68)

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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  –   Sir 24, 1-4.8-12; Sal 147; Ef 1, 3-6.15-18; Gv 1, 1-18   –  

 

La Santa Sapienza di Dio, di Vasili Belyaev (1890)

La Santa Sapienza di Dio, di Vasili Belyaev (1890)

Ancora una sosta questa domenica per contemplare il mistero dell’Incarnazione di Dio, mistero che il nostro cuore non dovrebbe stancarsi mai di contemplare, per permettere che esso plasmi la nostra concreta carne di uomini affinchè questa sia disposta a seguire Gesù fino alla croce, fino a quell’amore fino all’estremo (cfr Gv 13,1) che è la meta dell’Evangelo di Giovanni di cui in questa liturgia leggiamo lo stupefacente inizio: “In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio”

Ecco dov’è l’“archè”, il principio di tutto: è presso Dio … da lì tutto parte, perché lì è la fonte dell’amore, di quella Sapienza che tutto ha creato e che, come già dice il testo del Libro del Siracide che costituisce la prima lettura, ha radice nel cielo ma pone la sua tenda in Giacobbe.

Contemplare la Sapienza di Dio è contemplare Gesù: è Lui la Santa Sophia, la Santa Sapienza che è conoscenza, progettualità, sogno, sapore di “oltre” e di Dio! Chi incontra Gesù accoglie la Sapienza di Dio; in Lui noi possiamo conoscere le logiche di Dio, le sue vie, le sue parole che danno vita eterna; Lui ci racconta Dio, come canta Giovanni nel Prologo dell’Evangelo: Dio nessuno l’ha visto mai, il Figlio unigenito che è rivolto verso il seno del Padre, lui l’ha raccontato

Cogliere questa Sapienza, questa Gloria (Noi vedemmo la sua gloria, ha confessato Giovanni nelle prime righe del suo Evangelo) è però cogliere qualcosa di totalmente altro dalle sapienze mondane! Davvero! Aderire alla Santa Sapienza che è Gesù, alla Parola che Lui è, significa mettersi su una strada in cui Dio ci chiede solo una cosa, quella che ci è detta nel testo della Lettera ai cristiani di Efeso che oggi pure si legge: Essere santi e immacolati nell’“agàpe… Essere discepoli di quella Santa Sapienza è quindi imboccare la strada controcorrente che l’“agàpe” chiede senza sconti, perché l’amore vero sconti non ne vuole e non ne sopporta. Da Betlemme al Golgotha, il Verbo fatto carne sceglie la via in cui la gloria di Dio è solo e sempre “gloria crucis” … Chi vuole essere discepolo di Colui che a Natale abbiamo guardato con tenerezza questo deve saperlo; il rischio altrimenti è essere innamorati di un “surrogato” dell’Evangelo!

Paolo, nella sua  Prima lettera ai cristiani di Corinto lo scriverà a chiare lettere: Noi predichiamo Cristo crocifisso … potenza di Dio e sapienza di Dio. Perché ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini (cfr 1Cor 1, 23-25). E’ così: ogni qual volta ci si “scontra” con Cristo Gesù, la via che ci è proposta è quella di una sapienza “altra”, che contraddice quelle mondane perché la gloria di Dio Gesù l’ha mostrata nell’amore fino all’estremo, che è la croce. Infatti, quando Giovanni scrive: “noi abbiamo visto la sua gloria” intende solo la gloria della croce, la gloria di quell’amore che può gridare “Tutto è compiuto” (oppure potremmo tradurre: Fino all’estremo!) solo dalla croce! Nel Quarto Evangelo non ci sono gli angeli del Natale che cantano il Gloria, ma solo Gesù lo “canta”, mostrando la gloria del Padre suo dando la vita e narrando così il vero volto di Dio.

Accogliamo allora oggi questo “canto” del Verbo fatto carne, accogliamo questo “canto” che per narrare Dio sceglie il linguaggio non di un amore astratto e fatto di buoni sentimenti, ma un amore fatto di carne e sangue, di lotte e sudori, di rifiuti dolorosi (Venne tra la sua gente ma i suoi non lo hanno accolto) e brucianti delusioni; fatto di quotidianità che intreccia amicizie, amori, attenzioni, passioni, sogni, speranze, ricerche appassionate della volontà del Padre, memorie di persone amate e di incontri tra cuori e vicende … Insomma un amore che davvero si è fatto storia … una storia che è la nostra, e Gesù l’ha vissuta essendo la Sapienza di Dio, e portandovi il sapore della Sapienza di Dio. Da allora, quando ci vogliamo confrontare con Lui, ci tocca sempre confrontare la nostra sapienza con la sua, le nostre vie con le sue; il sapore che Lui ha dato alla vita e quello che gli diamo noi (i Padri ameranno questo parallelo tra il “sàpere” ed il “sapère” !) … Il confronto, se siamo onesti, ci porterà a dover riconoscere che la sua sapienza ha un “sapore” migliore delle nostre, pur raffinate sapienze, che le sue vie sono tanto migliori delle nostre vie asfaltate, illuminate ed eleganti; se siamo onesti riconosceremo che in quella Sapienza, che è Cristo, c’è il sapore di Dio e l’autentico sapore dell’umano, e che le sue vie portano alla pace, alla Grazia e alla Verità. E, sempre se siamo onesti, anche dalle profondità della nostra povertà e delle nostre incapacità di capire tutto, diremo a Lui che è la Santa Sapienza, a Lui che è il Verbo fatto carne le stesse parole che un giorno gli disse Pietro: “Signore, da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna!” (cfr Gv 6, 68).

p. Fabrizio Cristarella Orestano

           

 

 




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III Domenica di Pasqua – Gettiamo la rete

UN INVITO A DEPORRE IL NOSTRO BUONSENSO

At 5, 27b-32.40b-41; Sal 29; Ap 5, 11-14; Gv 21, 1-19

 

Credere nella risurrezione non è atto intellettuale o dottrinale…d’altro canto credere nella Santa Scrittura è aderire vitalmente al Signore, è adesione di tutto l’uomo, compromissione esisistenziale con il Signore della storia. Dunque anche il credere al Risorto è necessariamente un aderire a Lui, è un compromettersi reale e vitale; per questo è un girare le spalle per sempre al buon senso del mondo. Il buon senso del mondo è quello che fa di tanti cristiani i campioni di una capacità straordinaria: sommare parole di fede, parole cristiane ad un quieto vivere, adeguato a ciò che al mondo piace, a quel che piace ai suoi meccanismi perversi, a quello non sporcarsi ma ile mani perché andare in chiesa va bene ma poi non bisogna esagerare; questo buon senso difende se stesso dicendosi che essere cristiani va anche bene ma senza essere fanatici o integristi.

L’evangelo di questa domenica ci fa virare in tutt’altra direzione; è costituito da gran parte del capitolo ventunesimo di Giovanni, quel capitolo che la Chiesa giovannea sentì il bisogno di aggiungere all’evangelo per affidare integralmente alla grande Chiesa quel deposito di cui essa era custode grazie al Discepolo amato; è una scena straordinaria che ci riporta sulle rive di quel lago di Galilea dove tutto era iniziato per i discepoli…

Tornati a pescare devono constatare la loro infecondità; il Risorto dalla spiaggia grida loro una parola che è carica di affetto (li chiama paidìa, cioè figli, ragazzi) ma anche invito a deporre il buon senso per aprirsi ad altro; gettare la rete dalla parte destra della barca non ha alcun significato per l’ordinario buon senso non solo di qualunque esperto pescatore, ma di chiunque…eppure i discepoli lo fanno e devono constatare la fecondità dell’obbedienza ad una parola di cui si son fidati senza alzare il baluardo del buon senso. Chi poteva dire una parola così potente e così altra? Solo Lui, Colui che senza alcun buon sensoli aveva amati fino all’estremo, fino a stare ai loro piedi come uno schiavo, fino a quelle piaghe che, senza arroganza o rimprovero, aveva mostrato loro…E’ il Signore! grida il Discepolo amato a Pietro…e questi comincia ad imboccare le vie altre che sono fuori dal buon senso…comincia finalmente a capire che con Gesù si deve andare per altre strade…e così si getta in mare…Non solo il Risorto c’è e ci viene a cercare sulle rive delle nostre infecondità, del nostro peccato, delle nostre autosufficienze…ma è necessario anche andargli incontro; è necessario cioè andargli incontro a costo di qualsiasi cosa; lo si incontrerà nelle lotte della storia; quelle acque in cui Pietro si getta diventano il mezzo per raggiungere il Risorto; è solo tuffandosi nella storia a capofitto, senza remore e senza buon senso che si può arrivare al banchetto dell’Agnello… Sulla spiaggia Gesù ha preparato infatti un banchetto che ha sapore eucaristico e attorno a quel banchetto Giovanni registra un silenzio straordinario che ci pare quasi di toccare; da quel silenzio in cui i discepoli non hanno domande ulteriori scaturisce la voce del Risorto, l’unico in grado di fare ancora e sempre le grandi domande: Simone di Giovanni, mi ami tu più di tutto? Fa tenerezza questo Signore che ha  amato fino all’estremo che chiede amore; chiede a Pietro e a noi, per cui risuona oggi questo Evangelo, un amore personale che sappia dargli un primato, amore che abbia la bellezza e la forza del suo stesso amore; il Risorto parla a Pietro di agàpe, usa il verbo dell’agàpe, il verbo con cui in tutto l’Evangelo Egli ci parlato dell’amore di Dio, dell’amore che è in Dio, dell’amore che è Dio (cfr Gv 4, 8). Pietro risponderà con un altro verbo, quello dell’amicizia (philèo), del voler bene; l’alternanza di verbi non può essere solo una variazione stilistica, cone vorrebbero alcuni: l’agàpe di cui Gesù domanda è quel di più che ha già chiesto a Pietro, è quel di più che sempre l’amore vero, quello che ha girto le spalle al buon senso, desidera; un amore appagato a pieno, che non sogni e desideri un di più non è più neanche amore. Quel di più dell’amore conduce i nostri orizzonti fuori dal buon senso degli uomini; quel di più dell’agàpe è la meta con cui ogni giorno deve misurarasi il povero amore di Pietro (la sua philìa carica anche delle sue miserie, dei suoi peccati e rinnegamenti…) Un amore povero che ancora non è agàpe ma che Pietro ormai afferma in verità per quel che è, non fidandosi di sé ma di Gesù…nel Cenacolo si era fidato solo di sé ed aveva detto parole grosse ma senza fondamento: Perché non posso seguirti ora? Darò la mia vita per te! (cfr Gv 13, 37) Ora non si fida più di sé, si fida del sapere di Gesù: Signore tu sai tutto, tu sai che io ti voglio bene. Pietro ha sperimentato che non è sto lui a dare la vita per Gesù, ma Gesù l’ha data per lui; qui sulla riva del lago, su quella spiaggetta che oggi viene chiamata Tabga, Pietro sa tutta la verità sull’amore di Gesù e sul suo povero amore

Su quel povero amore di Pietro però Gesù ancora scommette: Pasci i miei agnelli, guida le mie pecore, pasci le mie pecore…Obbedendo a questa richiesta del Risorto, con il suo povero amore, Pietro imparerà ad amare di più, imparerà quell’agàpe che lo farà sempre più somigliantissimo al suo Signore…fino a lasciarsi cingere da un Altro che lo condurrà dove non avrebbe mai voluto  o saputo andare; quell’Altro che lo condurrà per la teologia del quarto Evangelo è lo Spirito, l’altro Consolatore; lo condurrà  ad amare con lo stesso amore di Dio, quello che dona la vita, ad amare con l’agàpe a cui Gesù in qust’alba lo sta chiamando…

L’agàpe è dono dall’alto, cui un Altro ci conduce, ma è anche un dono che si accetta liberamente lasciandosi plasmare il cuore dalla pazienza di Dio. L’avventura meravigliosa di Pietro sarà questa, così potrà davvero seguire il suo Signore; non a caso l’ultima parola che il Risorto pronunzia nell’Evangelo è Tu seguimi! La sequela non può essere, dietro a Gesù, un’azione a metà: o lo si segue fino a tendere le mani sulla croce, o rimane una misera contraffazione dell’Evangelo, del discepolato. Bisogna però lasciarsi condurre dall’agàpe fino all’agàpe.




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