VI Domenica di Pasqua (Anno C) – Custodire la Parola della Croce

 


L’INABITAZIONE DI DIO

 

At 15, 1-2.22-29; Sal 65; Ap 21, 10-14; 22-23; Gv 14, 23-29

 

Nel comandamento nuovo Gesù non aveva chiesto nulla per sé e nulla per il Padre: «Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi»! Nel capitolo quattordici e anche in quello successivo dell’Evangelo di Giovanni, Gesù chiede di essere amato … o meglio, non lo chiede, ma pone l’amore che il discepolo ha per Lui come condizione perché possa irrompere nell’uomo la novità più sorprendente che si possa immaginare: la presenza di Dio non accanto all’uomo ma dentro di lui!

Se la Prima Alleanza partiva da un Nome che conteneva una promessa, «Io ci sono» (cfr Es 3, 14), la Nuova, Definitiva Alleanza spalanca dinanzi all’uomo un orizzonte che era inimmaginabile: questo esserci di Dio è nel credente, è nel discepolo, è in chi ha conosciuto Gesù che è la piena ed ultima rivelazione di Dio; la presenza di Dio è in chi si è innamorato di Gesù!
Questo non vuole essere un linguaggio mellifluo, sdolcinato; vuole essere un tentativo di dire la totalità e l’avvolgenza di questo amore per Gesù. Un amore che deve essere qualcosa che afferra tutto l’uomo, dal pensiero al palpito del cuore, dal corpo al sentire, dal sapere al volere, dal desiderare allo scegliere … solo chi ama così desidera “conservare” la parola dell’amato; sì, una parola da osservare, da serbare, da custodire perché non sia dimenticata; questo può avvenire solo nell’amore per colui che quella parola ha pronunziato!

Chi custodisce la Parola di Gesù (ricordiamo che il Quarto Evangelo era iniziato con la solenne affermazione che Gesù è la Parola! cfr Gv 1, 1ss) diventa “luogo” di Dio! Ecco la grande rivelazione di questo passo dei “Discorsi di addio” che oggi si legge: è possibile entrare in una circolarità di amore in cui si ama il Cristo e si conservano le sue parole diventandone “scrigno” e “tesoro”; questo permette al Padre di riconoscere, nel discepolo “innamorato” di Cristo e custode della sua Parola, il volto del Figlio amato e ciò produce l’inabitazione di Dio in quel credente! Sembra difficile ma non lo è; è invece molto lineare.

Il Padre ed il Figlio desiderano essere abitatori di quel cuore … colui che opera tutto questo; chi realizza questo desiderio del Padre e del Figlio è lo Spirito, il Parácletos, il Soccorritore, il Difensore il quale, poiché difende i diritti di Dio nel cuore del credente, lo fa nel modo più efficace possibile: ricordando Gesù ai discepoli! Il Paraclito insegnerà ogni cosa ma ricordando Gesù, ricordando tutto ciò che Lui ha detto e fatto!

Se si ricorda Gesù non si può evitare di “innamorarsene” sempre più…così tutto diventa possibile!

Da queste poche righe del Quarto Evangelo noi credenti riceviamo una rivelazione immensa che è capace di cambiare il volto della nostra interiorità, dei nostri slanci, il sapore delle nostre speranze; tutto possiamo fondare non su noi stessi, ma su un Dio in noi!

Possiamo così, e solo così, gustare la pace che è il biblico “shalom” che è concetto che contiene più del nostro concetto di pace; o forse è invito a scavare profondo all’interno di questo grande dono pasquale che è la pace.
Un dono che non si può cogliere superficialmente: a volte è colto solo come assenza di guerre, altre volte come quietismo, altre volte come repressione di moti violenti … no! La pace, lo shalom è unificazione del volere e del sentire, è unificazione del pensiero e dei gesti, è unificazione di sé con se stessi, è unità con Dio e con il creato … lo shalom è armonia, è pace su scala totale; è, in fondo, l’essere pienamente se stessi nell’amore e nella libertà, realizzando l’uomo che Dio ha “sognato nell’in-principio! Comprendiamo che questa pace può essere solo dono di Dio … nel Quarto Evangelo la pace (come anche la gioia cfr Gv 15, 11 e 17,13) può essere solo quella di Gesù: «Vi lascio la pace, vi dò la mia pace»! Ed è una pace tanto diversa da quella che può dare il mondo con i suoi inganni e le sue ambiguità.
E’ questa una pace che è il limpido prodotto della presenza di Dio nella nostra vita concreta, del suo aver preso dimora in noi!

Dio in noi genera la pace e libera dalla paura e dal turbamento! La paura è la grande nemica della pace perché è la grande nemica dell’amore («L’amore perfetto scaccia il timore» cfr 1Gv 4, 18), e solo l’amore può vincerla.

Dinanzi a questa prospettiva infinita che oggi la Santa Scrittura ci apre si può rimanere sbigottiti e si può avere l’impressione che tutto questo sia troppo! E’ vero! E’ troppo ma è per noi!

La visione finale del Libro dell’Apocalisse, che è oggi la seconda lettura, ci dice di una città risplendente di gloria perché è abitata da Dio, dal Suo Agnello! Credo che quella città, la Gerusalemme celeste, sia sì la città degli uomini che alla fine Dio realizzerà in pienezza, ma sia anche ogni credente che, essendo dimora dell’Agnello, è dimora di Dio, avvolto della gloria dell’Agnello che è la gloria dell’amore fino all’estremo, dell’amore senza condizioni e senza limiti!

Chi è “innamorato” dell’Agnello e lo lascia dimorare in sé, diviene “luogo” della gloria di Dio, “luogo” in cui si canta la presenza di Dio che ha un “peso”, un primato assoluto su tutto: sui pensieri, sulle scelte, sugli affetti, sulle vie da imboccare, sui sì e i no da dire per non conformarsi al mondo e per essere “custodi” di quella parola dell’Amato, che ci ha afferrato e che ci ha trasformati in uomini nuovi che sanno dove è la loro luce, che sanno che la lampada è l’Agnello!
E’ questa una parola compromettente: La lampada è l’Agnello! E l’Agnello è Cristo Gesù mite, umile, trafitto per amore ma vittorioso; l’Agnello sgozzato ma in piedi di Ap 5, 6!.

La luce in cui cammina il discepolo, insomma, è sempre quella della Pasqua: una luce “costosa”, passata per la croce, che custodisce in primo luogo la «parola quella della croce» (cfr 1Cor 1, 18): chi ama il Cristo custodisce “in primis” la “parola della croce” perché quella è la parola del suo amore senza condizioni!

La lampada, la luce in cui camminare, costi quel che costi, è dunque l’Agnello, solo l’Agnello!

p. Fabrizio Cristarella Orestano

 




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III Domenica di Pasqua (B) – A caro prezzo

 

 

LA CHIESA SOGNATA DA DIO

 At 3, 13-15.17-19; Sal 4; 1Gv 2, 1-5; Lc 24, 35-48

 

Agnus Dei di Francisco De Zurbaran, particolare

Agnus Dei di Francisco De Zurbaran, particolare

Mi pare che il grande tema che attraversa questa Terza domenica di Pasqua sia la remissione dei peccati, o, meglio, la capacità del Dio dell’Evangelo, del Dio che è la Buona Notizia che Gesù ha narrato, di rispondere all’iniquità dell’uomo con la misericordia. Non un’iniquità qualunque, ma l’iniquità suprema della crocifissione del Giusto, del Santo, dell’Autore della vita, come dice con coraggio Pietro nel passo di Atti che è la prima lettura di questa domenica.
La misericordia che risponde all’iniquità più radicale.

Certo «la misericordia di Cristo non è una grazia a buon mercato, non è banalizzazione del male. Cristo porta nel suo corpo e sulla sua anima tutto il peso del male e tutta la sua forza distruttiva. Egli brucia e trasforma il male nella sofferenza, nel fuoco del suo amore crocefisso. La vendetta e la misericordia coincidono nel Mistero pasquale del Cristo. Questa è la vendetta di Dio: Egli stesso, nella persona del Figlio, soffre per noi». Così diceva il Card. Ratzinger nell’omelia della Messa Pro eligendo Pontifice il 18 aprile del 2005.

Questa misericordia a caro prezzo va annunziata al mondo da quella Chiesa che la Risurrezione di Gesù ha radunato; da quella Chiesa che è la Comunità di quelli che hanno fatto esperienza della misericordia a caro prezzo; quella Chiesa che è la Comunità dei peccatori perdonati, che ha visto cancellati i suoi peccati dal Crocefisso.

Cristo, ha scritto Giovanni nella sua Prima lettera, si è fatto vittima di espiazione per i nostri peccati: un’espressione questa che ci conduce a guardare a Cristo Gesù sì come Agnello della Pasqua, ma anche come Agnello dello Yom Kippur, del Giorno dell’Espiazione. L’agnello, o capro, dell’Espiazione era quello che, in quel giorno santissimo dell’anno liturgico giudaico, prendeva «su di sè il peccato» del popolo (cfr Gv 1, 29), e nel suo sangue, che il Sommo Sacerdote versava sul coperchio dell’Arca luogo della presenza viva del Signore, in quel contatto con la SANTITÁ assoluta di Dio, permetteva a Dio di “bruciare” tutti i peccati del popolo.
Questa è l’espiazione secondo la fede di Israele, e questo è quello che Gesù ha ritenuto di dover fare in sè: mettere a contatto il peccato del mondo, che aveva preso su di sè, con l’infinita SANTITÁ di Dio, e questo nel suo sangue sparso sulla Croce. La santità di Dio, il suo amore fino all’estremo, “bruciano” il peccato del mondo, e sorge così l’uomo nuovo.

Sappiamo, dunque, di essere preceduti dall’amore di Dio che la Croce di Cristo ha manifestato per sempre; un amore tale che non può conoscere la corruzione della morte.
Se nel suo sangue avviene l’espiazione, nella sua Risurrezione ci è data una speranza, che va al di là di ogni possibile immaginazione.

Il Risorto, nel passo dell’Evangelo di Luca che oggi si ascolta, mostra ai discepoli il “caro prezzo” delle sue ferite, ma poi si siede a mensa con loro, ancora. A mensa con coloro che l’avevano rinnegato e abbandonato, e proprio a loro affida il compito di predicare la conversione e il perdono dei peccati…è quello che essi hanno sperimentato, e non a partire da qualcosa che essi hanno fatto o voluto, ma da quello che Lui ha voluto per loro.
E’ la sua misericordia che li ha convertiti, cioè li ha fatti volgere di nuovo a Dio e al suo volto; è la sua misericordia che li rende capaci di gridare al mondo che il perdono è qualcosa che già c’è, e non qualcosa che va conquistato o meritato; qualcosa da cui bisogna lasciarsi afferrare e conquistare.
Qualcosa, dunque, da annunziare.
Il perdono, fiorito dalla Pasqua del Figlio Crocefisso e Risorto, è ora affidato alla Chiesa perchè lo predichi al mondo, perchè lo dica al mondo!

Capiamo allora che una Chiesa di “giusti” non può annunziare la misericordia, solo una Chiesa di peccatori perdonati può raccontarla.
Finchè non toglieremo da noi i paludamenti ridicoli della nostra giustizia, l’Evangelo non può che restare muto sulle nostre labbra: le parole che diremo non avranno credibilità nè potenza da aprire i cuori.

Il segreto dell’evangelizzazione è tutto lì: o l’evangelizzatore è uno che ha fatto una vera esperienza di misericordia nella più pura gratuità, e così saprà mostrare il vero Evangelo di Gesù, o sarà un triste moralista rivestito di una risibile giustizia, un “castigatore di costumi” capace solo di far diventare repellente il più grande tesoro dell’umanità, che è l’Evangelo del vero volto di Dio, l’unica bella notizia in grado di cambiare i cuori.

Gesù, nella sua Pasqua, ha sognato una Chiesa così: fratelli perdonati ed amati che raccontano la misericordia e l’amore perchè ne sono stati afferrati, conquistati; perchè hanno sentito nella loro storia concreta la potenza di quell’amore misericordioso.
Fratelli che narrano quello che hanno conosciuto.

La Chiesa è la comunità testimone di tutto questo. Non può e non deve essere altro!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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II Domenica del Tempo Ordinario – Il grande peccato del mondo

CHIUDERSI ALLA CONOSCENZA DI DIO

 

  –  Is 49, 3.5-6; Sal 39; 1Cor 1, 1-3; Gv 1, 29-34   –

 

Agnus Dei di Francisco De Zurbaran, particolare

Agnus Dei di Francisco De Zurbaran, particolare

La liturgia di questa domenica (la seconda del Tempo ordinario, perchè si considera come prima la domenica del Battesimo del Signore) ci porta a riflettere sulla nostra conoscenza di Gesù.

Che conoscenza abbiamo di Lui, che esperienza viva abbiamo fatto di Lui, che rivelazione di Lui siamo stati capaci di recepire nel nostro rapporto con Dio, nella nostra fatica di cercatori di senso, nella nostra fatica di uomini?

Il Dio venuto nella storia, il Dio che si è manifestato nella carne di Gesù di Nazareth, il Dio che in Lui, Figlio amato del Padre, si è messo dalla nostra parte e non ha temuto di mettersi in quella fila di peccatori al Giordano, è il Dio che deve essere conosciuto e testimoniato. E’ necessario che si passi attraverso un incontro che crei conoscenza e coinvolgimento esistenziale con Lui.

E’ l’esperienza che ha vissuto Giovanni il Battista! Questa figura strordinaria, che ci ha accompagnati al principio dell’Avvento, ora ritorna al principio di questo Tempo ordinario. Un tempo, questo, che non va considerato un “tempo debole” in opposizione ai “tempi forti”, come quelli dell’Avvento, del Natale, della Quaresima e di Pasqua, ma è il tempo simbolico del nostro ordinario camminare nella vita di ogni giorno. E’ il tempo in cui i misteri celebrati, contemplati, e dunque accolti, devono portare frutti di salvezza e di novità di vita. Il Battista, al principio di questo “tempo ordinario”, con la sua esperienza ci dice una parola davvero essenziale per il nostro cammino di credenti.

Dinanzi a Gesù bisogna crescere nella conoscenza! Bisogna partire dalla conoscenza per testimoniare quanto si è conosciuto, e questo è possibile solo in un vero ascolto della Parola e se, a partire dall’ascolto, viviamo in uno stato di discernimento. Il discernimento è quella attitudine per cui, ascoltata la Parola, si giunge a comprendere quali sono i concreti passi da compiere nella nostra vita, quali le prese di posizione reali e non solo ideali da assumere, quali le vere decisioni da prendere! Dinanzi a Gesù si deve fare la fatica di una conoscenza che non è mai esaustiva, di una conoscenza che mai presuppone se stessa, di una conoscenza sempre aperta all’ “oltre”;

Giovanni il Battista, che pure già conosceva Gesù (Gesù era un suo discepolo, come dice chiaramente il passo del Quarto Evangelo che oggi leggiamo: “Colui che mi veniva dietro” – in greco “opíso mou érchetai anèr…” è espressione tecnica della sequela, del discepolato!), deve accettare tuttavia di non conoscere a pieno Gesù, nella sua identità di Messia e di rivelatore del Padre. Deve ammettere di aver avuto una conoscenza imperfetta di Lui e che, nella conoscenza, ha dovuto crescere senza nulla presumere; ha dovuto anche capovolgere il suo ruolo di maestro, facendosi lui stesso discepolo del suo discepolo (“mi è passato avanti”, cioè “è diventato mio maestro”!).

Come è stato possibile questo? Perchè, come spesso si ripete, Giovanni è umile? Certo, ma non solo! Giovanni è umile perchè ascolta, ed è l’ascolto che apre alla conoscenza e alla conoscenza ulteriore; l’ascolto è vero quando avviene in un cuore povero e quindi accogliente, in un cuore capace di farsi sovvertire da Dio. E’ necessario così comprendere che, dinanzi a Gesù, è dannosa qualsiasi conoscenza troppo certa perchè questa rischia di ingabbiare Dio e l’Evangelo, e di ridurre poi Cristo Gesù ed il suo Evangelo a risposta alle nostre attese. Gesù, invece, è Colui che suscita domande e attese e, mentre le suscita, ci fa crescere nella conoscenza di Lui e del progetto del Padre. L’unica conoscenza certa che bisogna avere è quella d’averlo incontrato, vivente e presente, e su questa conoscenza certa fondare tutto, anche la ricerca dell’ulteriore e del sovversivo, in una vera apertura ad un conoscere che mai dovrà essere sazio.

Questa strada è la strada della santità, che è la nostra comune e grande vocazione. Ai cristiani di Corinto Paolo l’ha dichiarato senza mezzi termini: “Chiamati a essere santi … chiamati, cioè, ad essere altro come altro è Dio (cfr Lev 19,2), chiamati ad essere altro come altro è Cristo (cfr Gv 6, 69). Si comprende, però, subito che questa alterità non è possibile accoglierla se non in un rapporto di conoscenza, di esperienza vitale con Dio, con Cristo suo Figlio. Lo Spirito è garanzia di questa conoscenza: è Lui (e il Battista l’ha testimoniato!) che dà la conoscenza e quindi la testimonianza! Dice infatti Giovanni: “Io ho visto (lo Spirito scendere su Gesù!) e ho reso testimonianza che questi è il Figlio di Dio”.

Diciamocelo francamente: i cristiani, troppi cristiani, hanno una conoscenza debole di Cristo, e da questa conoscenza debole viene fuori una debole vita credente, una debole testimonianza, una debole capacità di discernimento delle vie evangeliche nel quotidiano.

C’è bisogno, oggi più che mai, di una Chiesa che riproponga la conoscenza di Cristo come cuore da cui tutto possa essere rigenerato…una riforma della Chiesa dovrà partire ancora e sempre da questo. C’è bisogno di una Chiesa capace di indicare l’Agnello che toglie il peccato del  mondo, in quanto ha conosciuto quell’Agnello e ha sperimentato che davvero ha preso non i suoi peccati ma il suo grande peccato. L’Evangelo pone, infatti, sulle labbra del Battista un potente singolare: “Ecco l’Agnello di Dio che prende su di sè il peccato del mondo”… qual è il grande peccato, “padre” di tutti i peccati? E’ quello che chiude il cuore alla conoscenza di Dio, e diviene empia incredulità e grettezza dinanzi al dono di Dio; diviene cioè quella vita di cristiani non più tali, ma con facciate ipocritamente cristiane.

Chi invece conosce Cristo, perchè ne ha sperimentato la misericordia che salva, potrà essere un uomo nuovo e dunque testimone efficace di novità; potrà discernere giorno dopo giorno le vie da percorrere per costruire il Regno.

Con tanta fatica, ma con tanto sapore di senso! Il discorso è grande, ma bisogna affrontarlo con determinazione; personalmente e nella vita ecclesiale.  

p. Fabrizio Cristarella Orestano

 

 




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XIV Domenica del Tempo Ordinario – Senza borsa, né sandali né bisaccia

 IL NUMERO MINIMO DELL’AMORE

Is 66, 10-14; Sal 65; Gal 6, 14-18; Lc 10, 1-12.17-20

 

Agnus Dei by Francisco De Zurbaran

L’Evangelo è annunzio di gioia e di pace per tutto l’uomo e per ogni uomo. E’ una gioia, cioè, che vuole afferrare tutto l’uomo nella sua interezza; nessuna scissione nell’uomo dinanzi a questo annunzio di gioia…il testo di Isaia con cui si apre la liturgia della parola di questa domenica, già ci ha fatto sentire il sapore dolce di questa gioia grande…una gioia che afferra tutto l’essere dell’uomo: la sua carne, i suoi pensieri, i suoi progetti, i suoi sogni, il suo passato, il suo futuro … è talmente grande questo annunzio di gioia dell’Evangelo che non può restare chiuso in pochi; l’Evangelo ha l’esigenza di essere “gridato” a tutti gli uomini!

Il racconto di Luca ha chiara la consapevolezza di questa destinazione universale di un simile annunzio. Luca fin dall’inizio del suo Evangelo ci ha fatto sentire il canto degli angeli del Natale: “Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini amati dal Signore!” …ora, questi uomini amati dal Signore, sono tutti destinatari dell’Evangelo che Gesù è venuto a portare. Per questo motivo, Luca, oltre all’invio dei Dodici (cfr 9, 1-6), pone un altro invio, quello dei Settantadue discepoli: l’annunzio del Regno non è solo affidato agli Apostoli, ma a tutti i discepoli tutti i discepoli per tutti i popoli. Il numero settantadue (che è sempre un multiplo di dodici) è, per la Bibbia, il numero di tutti i popoli che ci sono al mondo.

Gesù però qui non si accontenta di inviare, ma indica con precisione anche il modo in cui l’inviato deve andare nel mondo, indica come l’inviato renderà credibile quell’annunzio di gioia, di pace, di umanità nuova. Gli inviati, in primo luogo, devono sempre ricordare di essere solo dei “precursori”, uomini cioè che precedono l’arrivo dell’unico Inviato che salva; il momento in cui, allora, gli inviati giungono presso gli uomini non è un punto di arrivo, di conclusione, è invece un punto che apre a quell’ulteriore che compirà solo la venuta di Colui che deve venire. E’ solo Gesù che venendo compie la salvezza.

Gli inviati devono poi sapere che c’è sempre una sproporzione tra l’immensità della messe e la pochezza degli operai, e per questo ricevono un primo imperativo: “Pregate!”  Chi prega sa che non tutto è nelle sue povere mani; chi prega non si fida di sé; chi prega è davvero lontano da ogni arroganza e autosufficienza; non può essere autosufficiente chi deve annunziare un Regno che viene: l’autosufficiente si nutre di possesso, l’uomo del Regno è proteso verso verso un futuro in cui tutto gli verrà donato. Gesù inoltre chiede di pregare perché arrivino altri operai nella messe; il che significa che l’uomo del Regno dichiara di avere bisogno di fratelli, dichiara di non essere bastevole da solo a realizzare il progetto di Dio. In verità, fin dal principio, Gesù aveva inviato i discepoli due a due: gli inviati, cioè, non sono schegge impazzite, eroi solitari in viaggio per il mondo…no! Sono uomini costitutivamente bisognosi dell’altro; sono uomini che dichiarano di essere poveri senza l’altro. In più S. Agostino, con grande intuizione spirituale, spiegherà che sono inviati due a due perché “due è il numero minimo dell’amore”: il Regno non può che essere annunziato da chi mostra l’amore!

Ancora, in questa pagina di Luca, Gesù dichiara che annunziare l’Evangelo richiede il coraggio dell’inadeguatezza: non può andare ad annunziare un Regno altro chi è come il mondo. Non si possono usare i mezzi del mondo per salvare il mondo! Chi volesse annunziare il Regno usando mezzi potenti con questa stessa prassi smentirebbe il Regno; chi facesse così, mostrerebbe di credere più ai mezzi che al Regno veniente. Una riflessione, questa, che mi pare oggi davvero urgente dinanzi al gran parlare che si fa di “nuova evangelizzazione”!

La prima sproporzione anti-mondana che Gesù mette subito avanti è il dover andare nel mondo da agnelli e non da lupi! In un mondo di lupi, in un mondo che crede alla potenza e all’efficacia della forza, il discepolo di Gesù è inviato in debolezza, come agnello perché discepolo dell’Agnello.

Il discepolo di Gesù è chiamato a credere ad un amore disarmato per annunziare un amore disarmato fino alla croce! Il discepolo di Gesù annunzia il Regno annunziando la pace, e non può essere allora lupo avido e violento, non può usare i mezzi dei lupi per gettarsi nell’agone del mondo; la tentazione di usare i mezzi mondani per essere accetti al mondo a buoni fini non può essere la via del discepolo di Gesù. Purtroppo tante volte noi cristiani abbiamo fatto invece proprio così: per il fine buono dell’Evangelo abbiamo osato vestire pelli da lupo e usare le strategie del dei lupi…abbiamo pensato che all’Evangelo facesse gioco il potere, il prestigio, perfino l’arroganza, il danaro, gli imperi economici. No, dice Gesù, bisogna andare da agnelli senza borsa (non è il danaro il canale per l’Evangelo!), nè bisaccia (l’accumulo che crea sicurezze non è via per il Regno!), nè sandali (chi è scalzo non può camminare con arroganza, ma deve essere umilmente cauto!). Bisogna andare, inoltre, senza perdere tempo in saluti che fermano la corsa urgente e pressante della Parola.

Il discepolo di Gesù porta l’essenziale della Parola e si fida dell’essenziale, non è appesantito da cose che potrebbero rallentare la corsa della Parola; ha uno stile di verità franca e fraterna: siede a mensa con gli uomini e porta lo stile della pace ad un mondo continuamente tentato di guerra; porta la guarigione ad un mondo malato; annunzia il Regno che è vicino perché il Signore, in Gesù, si offre a tutti gli uomini…basta accoglierlo!

Quella polvere scossa dai sandali è un segno che vuole richiamare la responsabilità di chi rifiuta una parola di vita … la polvere è segno di morte, di immobilità … in più l’evangelizzatore dichiara, con questo gesto, una presa di distanza da chi ha scelto di rifiutare una via di vita e di umanità, una via di pace. E’ certo un gesto forte, ma che vuole sottolineare che è giunto il momento di non essere neutrali dinanzi a questo Regno che viene.

I discepoli, tornando da Gesù dopo la missione, ci dice Luca, sono pieni di gioia; sono felici di aver visto come i demoni erano sottomessi dinanzi alla potenza della Parola del Regno, e Gesù non spegne la loro gioia, ma la indirizza verso una meta più alta: Rallegratevi piuttosto che i vostri nomi sono scritti nei cieli. Bisogna, cioè, che si rallegrino perché, come discepoli del Regno e annunziatori del Regno, essi fanno parte di un progetto di salvezza grande che è scritto nel cuore stesso di Dio. Fanno parte di un mondo nuovo che può cambiare la faccia dell’umanità…ecco il vero motivo di gioia!

Il discepolo va così per le strade del mondo…diversamente la Parola del Regno non giunge ai cuori.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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