XXVII Domenica del Tempo Ordinario (B) – La via della fedeltà

 

…E’ VIA DI CROCE

 

Gen 2, 18-24; Sal 127; Eb 2, 9-11; Mc 10, 2-16

 

Marco mostra come seguire Gesù nelle vie di ogni giorno: come seguirlo nella via nuziale, nel rapporto con le cose, nel rapporto con il potere. In fondo la sequela di Gesù ci può cambiare e dirigere rispetto alle tre libido (“amandi”, “possidendi” e “dominandi”,  come dirà Freud) che sono le grandi spinte che esistono nell’uomo; spinte che lo costruiscono, ma spinte che lo possono anche perdere…l’amore, il possedere e l’usare il potere sono nell’uomo e devono essere indirizzati e usati per edificare l’uomo nella sua pienezza.

Questa domenica si fissa l’attenzione sul primo punto; domenica prossima l’episodio del giovane ricco ci porrà dinanzi al problema del possedere; l’altra domenica, con la domanda dei primi posti da parte di Giacomo e Giovanni, dinanzi al problema del potere.

Gesù libera! Rende possibili una grande fedeltà nell’amore, una grande libertà dalle cose, una nuova capacità di servire, e non di servirsi degli altri, dominandoli.

La domanda che oggi è posta a Gesù è capziosa, e Marco lo dichiara semplicemente: «Avvicinatisi dei farisei, per metterlo alla prova, domandarono a Gesù: “E’ lecito ad un marito ripudiare la propria moglie?”»; domanda capziosa che vorrebbe gettare Gesù nel ginepraio delle polemiche, molto vive a quel tempo tra scuole rabbiniche, circa i limiti e i casi di divorzio; ma forse la domanda è ancora più maligna perché pretende che Gesù si pronunzi su una questione che al Battista era costata la testa. Giovanni, infatti, su questa questione aveva provocato Erode Antipa con quel «Non ti è lecito tenere con te la moglie di tuo fratello».
Gesù però non cade nel tranello e riporta la questione ad un livello “altro” che i suoi interlocutori neanche immaginavano. Il problema è il cuore: la Legge, infatti, aveva reso possibile il divorzio per un solo motivo, la “sclerocardia”, la durezza del cuore; un cuore duro è impenetrabile dalle esigenze d’amore del progetto di Dio.
Un cuore così non è in grado di cogliere il senso dell’“in-principio”; quell’“in-principio” in cui non fu così…un “in-principio” a cui più che mai è necessario ritornare per proclamare ciò che il matrimonio significa.
Gesù dice con chiarezza che «l’uomo non separi ciò che Dio ha unito» e, per dire di questa unità creata da Dio, Marco usa il verbo “syzeugyymi” che, alla lettera, significa “mettere sotto uno stesso giogo” (d’altro canto, la parola “coniuge” deriva da questa stessa idea!).

L’amore dei due è indissolubile perché narra le nozze, l’alleanza tra Dio ed il suo popolo; spezzare il matrimonio è smentire Dio, è rompere l’alleanza con Lui. Lui è fedele e nel matrimonio il credente è chiamato a mostrare la gloria della sua fedeltà…

Gesù, senza mezze misure, si mette sulla scia del profetismo come quello di Malachia: «Il Signore non gradisce le vostre offerte … e voi ci chiedete il perché?perché il Signore è testimone tra te e la donna della tua giovinezza che tu tratti perfidamente mentre essa è la tua consorte, la donna legata a te da alleanza. Non fece Egli un essere solo dotato di carne e soffio vitale? … Custodite dunque il vostro soffio vitale e nessuno tradisca la donna della sua giovinezza. Io odio il ripudio, dice il Signore Dio di Israele» (cfr Ml 2, 13-16).
Gesù cita in tal senso, e senza possibili vie di fuga, il testo del Libro della Genesi che costituisce la prima lettura di oggi: «Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e i due saranno una sola carne»: per Gesù il matrimonio tende a fare dei due un’unità profondissima, e questo per volontà di Dio. Dio crea un’unità fra i due che non può più essere spezzata perché a quell’unità Egli affida una profezia: la sua fedeltà ed il suo amore.

Appartenere al Regno perché si è accolto il Cristo significa portare su di sé la bellezza e lo splendore della fedeltà di Dio. Il Dio dell’Evangelo è il Dio d’Israele, fedele ed amante, fedele fino a perdonare tutti gli “adultèri” del popolo, fedele all’uomo che si aliena agli idoli fino a dare il proprio Figlio Unigenito (cfr Gv 3, 16).

La sequela, ci dice oggi la Scrittura, è questione di fedeltà! Di perseveranza, di costanza! La sequela non è via passeggera, non è una stagione della vita…è vita! E questo va mantenuto e proclamato con una fedeltà alla vita. All’interno del matrimonio, fedeltà significa fedeltà a quell’unità indissolubile che Dio ha voluto per i due: una fedeltà che, ove venisse rotta, infangata, alienata può essere ricostruita dalla fedeltà di Dio e dalla sua grazia. Una fedeltà che va custodita anche quando uno dei due la rigetta e la disprezza.
E’ via di croce
Sì, è via esigente: è via seria! E’ via che non svilisce le scelte dell’uomo; è via che non aliena la sua carne. E’ via che il mondo irride; è via che il mondo deplora parlando di “rifarsi una vita”…ma la vita è già stata fatta da un alla donna, all’uomo della propria giovinezza. Quel sì rimane.
E seppure l’altro fosse infedele, colui che resta deve rimanere fedele se non vuole anche lui sconfessare Dio e la sua fedeltà; se non vuole sconfessare la propria stessa vita, facendola diventare soggetta a passeggere emozioni e a passeggeri desideri o bisogni.

Certo ciò imporrebbe alla Chiesa uno sguardo attento dinanzi a chi sceglie la via del matrimonio; uno sguardo di cura ma anche di sana “severità”, sottolineando la “gravità” del passo che in troppi fanno con leggerezza e con mille remore.
La possibilità del divorzio delle leggi degli stati ha certamente messo nel cuore di tantissimi – nella maggioranza di coloro che arrivano a sposarsi – una remora gravissima, che si concreta nel pensiero che i più formulano così: “Se anche dovesse andar male, c’è il divorzio che mi libera”; un pensiero questo che fa nullo ogni patto nuziale e che rende anche i santi riti della nozze cristiane null’altro che “scena di questo mondo” (cfr 1Cor 7, 31).

In questo tempo in cui la Chiesa si appresta a discutere ancora sulla famiglia e sul progetto di Dio su di essa, credo che sia importante, prima di aiutare quelli che già si trovano in sofferenza per separazioni e divorzi e a cui si deve riconoscere la nullità di matrimoni non-matrimoni, riflettere attentamente sul come e a chi si dà il matrimonio sacramentale.
Fino a quando non ci si decide ad essere santamente “severi” nel dare il matrimonio sacramentale, forse anche sottolineando di nuovo la benedizione creazionale che c’è in ogni forma di matrimonio, non proclameremo la grande novità rivelativa del sacramento nuziale, e tanti battezzati continueranno a ritenerlo più o meno una mera benedizione augurale per i due bravi ragazzi che arrivano a quell’esito naturale.
Certo Gesù proclama che l’indissolubilità è inscritta già nella natura stessa dell’amore coniugale, ma già dalle parole di Gesù traspare chiaro che questo dato già creazionale non è coglibile da ogni occhio: c’è il cuore duro, che è l’incapacità di volersi donare totalmente e per sempre … ma ’amore è questo, sia o meno sacramento.

La cosa su cui dobbiamo riflettere è se possiamo addirittura fingere di non vedere che il più delle volte si pretende di vestire addirittura da sacramento dell’Amore di Cristo per la Chiesa e per l’umanità tutta qualcosa che non è giunto neanche alla consapevolezza antropologica di ciò che sia l’amore tra un uomo ed una donna. Come chiamare e proclamare sacramento qualcosa che non ha il minimo dell’umano? Si è prima uomini e poi cristiani!

In questo testo di Marco è chiaro che il messaggio di Gesù è duro…tanto che i discepoli arrivano a dire, nella redazione di Matteo, che se questa è la condizione dell’uomo non conviene sposarsi (cfr Mt 19, 10).

La venuta di Gesù non tollera più rimandi o addolcimenti (come le norme date da Mosè per la durezza dei cuori!), vuole invece urgenza, radicalità!
Come è possibile?
Marco lo dice nella seconda parte dell’Evangelo di oggi: si può solo se «se si accoglie il Regno come un bambino»…entra nel Regno chi accoglie il Regno, e accogliere significa dargli accesso alla propria vita senza “se” e senza “ma”, in un ascolto obbediente e semplice. In un ascolto che si fida.

Il matrimonio è icona di una capacità di stabilità e di definitività che l’appartenere a Cristo ed al suo Regno non può non avere.
L’Evangelo è netto, forse appare duro (certamente al giorno d’oggi impopolare!), ma è umano perché prende sul serio l’uomo ed i suoi “”, e perché chiede all’uomo una vera presa di posizione, libera ed autentica, dinanzi alle esigenze del Regno.

p. Fabrizio Cristarella Orestano

           

 




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V Domenica di Quaresima (B) – La Croce svela tutto

 

UN AMORE COSTOSO

 

Ger 31, 31-34; Sal 50; Eb 5, 7-9; Gv 12, 20-33

 

Crocifisso di San Domenico (particolare) - Cimabue

Crocifisso di San Domenico (particolare) – Cimabue

«E’ giunta l’ora…»
Questa ultima domenica di Quaresima ci proclama che il compimento è alle soglie, i giorni santi della Pasqua sono prossimi…è una vigilia carica di una grande tensione di attesa. Sarebbe poco, però, se questa tensione riguardasse solo l’attesa di giorni, certo santissimi, di liturgie, certo profonde, di gesti antichi, certo carichi di esigenze evangeliche; sarebbe poco perchè l’ora di Gesù è già scoccata: celebrare la Pasqua è ripetersi con forza che l’ora di Gesù è il nostro oggi; ogni nostro giorno, tutta la nostra vità è ormai l’ora di Gesù.
E dunque ci chiediamo: tensione verso che cosa?
Verso quei compimenti a cui ciascuno di noi deve dare accesso: oggi è tempo di nuovi compimenti dell’Evangelo, che portino l’ora di Gesù, che è già scoccata, nei punti più segreti e profondi delle nostre vite. E’ l’ora di dire dei e dei no che riguardano questo oggi preciso, quest’epoca della nostra vita contrassegnata da questa grazia, da queste fragilità, da questi peccati, da queste gioie, da queste abitudini buone e da queste abitudini cattive, da queste malattie e da questi sogni, da questi slanci e da queste viltà…in tutte queste cose, ciascuno deve dirsi: E’ l’ora di Gesù!
E’ ora in cui è necessario deporre se stessi per lasciarsi portare dal Signore Gesù lì dove Lui è; è ora in cui “rifare” quell’alleanza, che è il fondamento della nostra vita di credenti; è ora in cui Dio sia Dio e – come ha scritto Geremia nel passo di oggi – «noi siamo suo popolo», con tutto ciò che questo significa.

Alle soglie dei giorni santi della Grande Settimana, quest’anno la liturgia, per condurci a al rinnovamento dell’Alleanza, ci presenta un racconto di Giovanni che ha dell’enigmatico: alcuni greci, dei pagani dunque, degli uomini provenienti dai gojim, si accostano al gruppo di Gesù e fanno una domanda precisa: «Vogliamo vedere Gesù!».
Quando Filippo ed Andrea vanno a riferirlo a Gesù, piomba su di lui la paura e la trepidante attesa dell’ora che si rivela imminente; di quell’ora che, fin dal principio del Quarto Evangelo, era come sospesa su Gesù e su tutta la storia. Gesù, infatti, trasale turbato all’annunzio dei due discepoli che dei greci lo cercano: perchè? Perchè era comune coscienza, al tempo di Gesù, che quando i pagani avrebbero cercato il Messia, quella sarebbe stata l’ora della rivelazione piena del Messia.
E Gesù sa che quell’ora sarebbe stata ora di nozze, ma di nozze di sangue: Gesù sa che “gettare fuori il principe di questo mondo” sarà opera costosa, ed avrà il prezzo del suo sangue.

Giovanni, nel suo racconto della Passione, non narra dell’agonia nell’orto di Getsemani; in Giovanni, Gesù va in quell’orto solo perché sa che Giuda verrà lì, e lì – liberamente – si consegna. Per Giovanni la vera agonia del Messia è qui: qui subisce l’attacco della paura, il desiderio di fuga («E che devo dire, passi da me quest’ora), e qui avviene la sua piena consegna nelle mani del Padre. E’ qui che Gesù dice una parola di totale e definitiva compromissione: «Padre, glorifica il tuo nome», cioè “Padre, rendimi capace di attraversare quest’ora mostrando la tua gloria”!
Lo sappiamo, per Giovanni la gloria di Dio non è gloria di trionfo, ma è la gloria paradossale di un Crocefisso; è lì, sulla croce, che Gesù dirà davvero chi è Dio, lì griderà al Padre il suo amore perché gli uomini riconoscessero il suo amore fino all’estremo (cfr Gv 13, 1).
Sul momento quei greci non ricevono risposta, ma la risposta vera la riceveranno: dalla croce Cristo attirerà tutti a sè. E’ alla croce che il Figlio di Dio dà “appuntamento” a tutti gli uomini.
Da lì scaturirà il giudizio, scaturirà cioè il discernimento di tutto; la croce dirà la verità su tutto. Le braccia spalancate del Crocefisso possono essere colte come braccia che accolgono e danno perdono e pace…ma quell’Uomo, con le braccia spalancate e inchiodato al legno degli infami, può essere colto da altri come stoltezza infinita di un’impotenza incapace di salvare chi ha posto nella potenza la sua fiducia.

La croce svela tutto.
Ci dice chi è il Padre: è il Dio «che ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito» (cfr Gv 3, 16).
Ci dice chi è il Figlio Gesù: è colui che ha amato fino all’estremo (cfr Gv 13, 1).
Ci dice chi sono i discepoli: sono coloro che fuggono, tranne il discepolo amato che lo segue fino al Golgotha (cfr Gv 18, 8 e Gv 19, 26).
Ci dice chi è il mondo: è tutto ciò che ha inchiodato il Figlio al legno dei maledetti ma che, essendo oggetto dell’amore di Dio, deve essere attratto dal Figlio (cfr Gv 12, 32).

La via dell’ora è dunque chiara ma è costosa; infatti, in questo passo di Giovanni, Gesù consegna alla Chiesa – e oggi consegna a noi in questa Quinta domenica di Quaresima – la parola sul chicco di grano che deve cadere a terra e morire per dare frutto.
Se nei Sinottici il chicco sparso dal Seminatore è la Parola dell’Evangelo, qui, in Giovanni, il chicco di grano che deve scendere nella terra, spezzarsi e provare l’orrore della morte per dare vita, è una metafora potente e dolcissima di ciò che Gesù è venuto a fare: “Padre, per questo sono venuto!” esclama Gesù in questo racconto giovanneo.

Gesù si abbandona all’ora, ed è pronto per entrare nella Passione che sarà amore fino all’estremo. Lo straordinario è che Gesù invita anche noi a seguirlo: «Se uno mi vuol servire mi segua e là dove sono io sarà anche il mio servitore». Stare dove è Lui: certo, nell’intimità del Padre ma prima, stare dove Lui è, è stare sulla croce di un amore costoso.
Una parola, questa, che il Quarto Evangelo dice con forza a chi già si proclama Chiesa di Cristo, a coloro che, come noi, si proclamano suoi discepoli e “servitori”.

Insomma, non si può seguire Gesù e “amare” la propria vita, pensare di “salvarla”, di preservarla, di metterla “sotto chiave” perché nulla e nessuno la tocchi! Si può essere di Gesù solo se si è disposti a donare la vita, fino all’estremo e senza compromessi, senza “barare”: è necessario entrare nell’ora del Figlio dell’uomo!

Solo così il principe di questo mondo, il diavolo, il divisore, verrà gettato fuori dalla storia. Gesù l’ha fatto: l’ha gettato fuori perché il diavolo è brama di potere e di prevaricazione; è “salvare stessi” a prezzo degli altri, che si possono e devono “perdere” per i miei interessi. Gesù ha gettato fuori il principe di questo mondo perché è stato pronto a chinarsi ai piedi degli uomini, a contatto con le loro miserie e vergogne: chi sta ai piedi dei fratelli, e, come il chicco di grano, è disposto a cadere in terra per dare frutto, getta fuori il principe di questo mondo, colui che presiede la mondanità e proclama di continuo le buone ragioni dell’“ego”, le buone ragioni della propria vita, delle proprie cose e dei propri progetti al di sopra di tutto, anche di Dio! Anzi, prima di tutto al di sopra di Dio!

Eccoci, dunque, pronti ad entrare nella Santa Settimana; non per ripetere riti antichi e suggestivi, ma per decidere di dare accesso all’ora di Gesù nelle nostre vite!

E sarà la Pasqua del Signore!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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Santa Famiglia (B) – Riconoscere Colui che attendiamo

 

…NELL’ORDINARIO DELLE NOSTRE VITE

 

Gen 15, 1-6;21, 1-3; Sal 104; Eb 11, 8.11-12.17; Lc 2, 22-40

 

La presentazione di Gesù al Tempio, di Rembrandt (particolare)

La presentazione di Gesù al Tempio, di Rembrandt (particolare)

Arriva puntuale, tra il Natale e la Circoncisione di Gesù all’Ottava, la festa della Santa Famiglia. Nata per motivi “pastorali”, questa festa rischia di sviarci, con riflessioni moralistice e “pratiche” (!), dalla contemplazione del Mistero dell’Incarnazione che a Natale abbiamo celebrato.
D’altro canto, come già abbiamo avuto modo di dire negli scorsi anni, la possibilità di prendere ad esempio la Famiglia di Nazareth per le nostre famiglie lascia un pochino perplessi: c’è una madre vergine, un padre “putativo” ed un figlio che è Dio! Una realtà un tantino distante dalle nostre situazioni; quel che da Maria e Giuseppe dobbiamo cogliere perciò è di un respiro più ampio, tanto più ampio di quello delle varie e lodevoli “pastorali familiari”: nel loro “sì” al progetto di Dio c’è una via ecclesiale che riguarda tutti i credenti in Gesù, e non solo le famiglie.
I testi biblici di questa domenica ci danno l’agio di leggere con maggiore profondità il mistero dell’Incarnazione, e prendono le distanze da discorsi “familiaristici” oggi tanto “di moda” nella pastorale della Chiesa.

La Scrittura oggi ci fa riflettere ancora una volta sul tema della fedeltà di Dio! La promessa fatta ad Abramo di essere benedizione per tutti i popoli si adempie in Gesù, il Figlio eterno venuto nella carne. E’ Gesù il primogenito che, come Isacco sul monte, è portato al Tempio per esservi offerto: Maria e Giuseppe, obbedienti alla Legge, senza sentirsene esentati per la straordinarietà della loro vicenda, entrano nelle vie ordinarie del loro popolo e portano il Bambino al luogo cuore della fede di Israele, al Tempio; e lì, al cuore di Israele, avviene un incontro: la Prima Alleanza incontra l’Alleanza Definitiva…le promesse incontrano l’adempimento, l’attesa diviene presenza!

Le braccia di Simeone, vecchio e colmo di attesa, sono le braccia della Prima Alleanza che riconosce il Messia grazie all’azione dello Spirito. Il Messia poteva entrare nel Tempio quel giorno, ed essere sfiorato e non riconosciuto persino da Simeone: quanti in quel giorno avevano visto un padre ed una madre ordinari con il loro bimbo qualunque; eppure Simeone, come poi Anna, ha la capacità di riconoscere Colui che attendeva.

Come Simeone, qui si distanzia da ogni attesa banale e trita del Messia!
Come è capace questo vecchio di scavalcare le immagini di un Messia glorioso e potente, e fermarsi a contemplare un Bambino fragile ed ordinario?  Luca ce ne dà una spiegazione; due sono i fattori che permettono a Simeone di fare questo “salto”: il primo è l’attesa nutrita di assiduità con la Parola della Scrittura, nutrita di presenza alla presenza di Lui, di scelta di dimorare con Dio (la vecchia Anna – dice Luca dimorava notte e giorno nel Tempio).
Queste cose, però, non sarebbero sufficienti se non fossero accompagnate dall’opera dello Spirito Santo che, come ha fecondato il grembo di Maria (cfr Lc 1, 35) così ora rende fecondo Israele – rappresentato dai due vecchi – di fede, di capacità di riconoscimento e di capacità di profezia.
Lo Spirito, che aveva preannunciato a Simeone che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Messia, rende il suo cuore, già vigilante nell’attesa, capace di riconoscere in quel Bambino portato al Tempio il Messia atteso; lo Spirito gli apre gli occhi ad un riconoscimento. Se ci pensiamo, l’Evangelo di Luca si concluderà ancora con un riconoscimento: sulla via di Emmaus, quei due uomini delusi incontrano un viandante ordinario come tanti, che cammina sulla loro stessa strada e, alla mensa di Emmaus, essi lo riconoscono e non possono che tornare indietro ad annunziarlo come compimento di tutte le speranze.
Il rischio diversamente è grande: sfiorare Gesù, e non lasciarsene sedurre, non lasciarsi interpellare da Lui.

Il vecchio Simeone non solo lo riconosce, ma riconosce in Lui delle domande che pesano: quel Bambino chiede di schierarsi; quel Bambino è segno di contraddizione, impone di fare scelte di campo, e senza infingimenti.

Il Natale vuole questa scelta…non si resta neutrali dinanzi al Natale. Chi resta neutrale, chi rimane come prima, non ha celebrato il Natale di Nostro Signore Gesù Cristo: ha fatto una festa suggestiva ed evocativa che si “gioca” attorno ad una nascita (per tanti un po’ mitica!), ed attorno ad un bambino…tutti segni di umane speranze e di tenerezze, ma il Natale non è questo, e non voleva questo!
Natale vuole riproporre ai credenti una scelta di campo! Nel Natale, d’altro canto, Dio ha fatto una scelta di campo: ha scelto gli umili, i piccoli, i poveri, l’uomo con le sue fragilità, ha scelto i peccatori, ha scelto noi…Lui porterà questa scelta di campo fino alle estreme conseguenze, fino alla croce!

Noi che scelta di campo facciamo? Per chi? Con chi?
Oggi questa domanda ci è gridata dalle parole profetiche di Simeone.
In questa richiesta, forse, si può trovare una parola per la vita delle nostre famiglie. La vita familiare è il più diffuso ordinario, e la liturgia di oggi mi pare che suggerisca che è in questo ordinario che bisogna far brillare lo straordinario di un riconoscimento e di una scelta di campo. L’ordinario può divenire un luogo “esplosivo” di vita nuova oppure la tomba di ogni slancio, la tomba dei sogni e delle speranze.

Il Bambino di Betlemme è quel Gesù che interpella in tal senso ogni suo discepolo, chiede la vita…e gli sconti non sono possibili!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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IV Domenica di Avvento (B) – Offrirsi interamente a Dio

NON UN POCO DI MENO

 

2Sam 7, 1-5.8-12.14.16; Sal 88; Rm 16, 25-27; Lc 1, 26-38 

 

Annunciazione (Andrej Rublev)

Annunciazione (particolare), di Andrej Rublev

In quest’ultima domenica di Avvento leggiamo nuovamente la pagina ricchissima e bellissima dell’Annuncio a Maria.
Gli studiosi si sono chiesti spesso che genere di pagina sia; se un annunzio di nascita, come ce ne sono altre nella Prima Alleanza: si pensi a Isacco (cfr Gen 18), a Sansone (cfr Gdc 13), a Samuele (1Sam 1). O se piuttosto possa essere un racconto di vocazione per una missione, si pensi a Mosè al roveto ardente (cfr Es 3), a Gedeone (cfr Gdc 6), o a Geremia (cfr Ger 1); pare infatti che ce ne siano i tratti: iniziativa di Dio; timore del chiamato; l’offerta di una prova che convinca, seguita dalla promessa della presenza del Signore.
O piuttosto ci troviamo dinanzi ad una pagina di rinnovo dell’alleanza come in Gs 24? Anche questo pare convincente…
Tutte queste somiglianze, che farebbero collocare l’Annunzio a Maria tra gli annunzi di nascita, o tra le vocazioni ad una missione o anche tra i racconti di rinnovo di alleanza, si trovano tuttavia accanto a molte dissomiglianze: l’Annuncio a Maria pare infatti un annunzio di nascita, ma senza essere preceduto da una preghiera perché questa nascita avvenga; ha i tratti di una vocazione, ma senza che si dicano meriti o qualità del chiamato! Compare inoltre un evento mai contemplato prima: in nessuna pagina della Prima Alleanza si ritrova un concepimento senza concorso d’uomo.
Insomma ci accorgiamo che questa pagina di Luca è sì simile ad altre ma non coincide con nessuna! Certo è un racconto di vocazione, ma che contiene l’annunzio di una nascita che stipula una Nuova Alleanza. Capiamo allora – come scrive Bruno Maggioni – che la novità letteraria è indicativa di una novità teologica.

Oggi l’Avvento, con questa pagina lucana, ci presenta la Venuta del Signore nel quadro di una gratuità assoluta. Come già dicevamo, la venuta nella carne del Figlio dell’Altissimo non è preceduta nè da una domanda di Maria, nè da una sua particolare preghiera, nè tanto meno da alcun merito di Maria.

Questo tema centrale della gratuità viene ancor più in risalto se confrontiamo questo Annunzio a Maria con l’annunzio a Zaccaria, con cui Luca ha iniziato il suo evangelo (cfr Lc 1, 5-25). Incontriamo in quel racconto due sposi, Zaccaria ed Elisabetta, descritti come «giusti davanti a Dio»; due che osservano con fedeltà la Legge del Signore: pregano nel loro bisogno – la loro sterilità – e vengono esauditi. Nel racconto che riguarda Maria tutto questo non c’è: non si fa cenno alle virtù di Maria o alla sua giustizia; non si dice che attendesse qualcosa di particolare (e tanto meno una nascita, vista la sua condizione di “promessa sposa” non ancora convivente con Giuseppe!); non si dice che pregasse per avere un particolare ruolo o posto nella storia del suo popolo. Tutto qui è pura grazia!
Già S. Agostino lo sottolineava: «In Maria cerca il merito e non lo troverai, cerca la giustizia e non la troverai». In Lei tutto è pura gratuità.
Inoltre Luca dice di Zaccaria che «entrò nel Santuario del Signore», mentre di Maria che «l’angelo Gabriele fu mandato da Dio ad una vergine di nome Maria» e questi «entrò da Lei»: da un lato c’è l’uomo che entra nella casa di Dio, dall’altro c’è Dio che entra nella casa dell’uomo!

Zaccaria chiede un segno, Maria no…ed il segno le viene offerto gratuitamente (è proprio la gravidanza prodigiosa di Elisabetta!); Zaccaria fa una domanda con cui si rivela un incredulo, Maria fa anch’essa una domanda, ma solo per chiedere un come”…
La ragazza di Nazareth ci dice dunque che anche dinanzi a Dio c’è spazio per le domande… guai a chi non fa domande a Dio! Le prime parole di Maria, infatti, (delle pochissime che dice nell’Evangelo!) sono una domanda che chiede delle spiegazioni, delle luci sulla strada che Lei è già disposta ad intraprendere.

Proprio qui c’è l’annunzio della nascita verginale, un dato che ha una verità grande da consegnarci: un uomo come Gesù non ce lo potevamo dare da soli, un uomo come Gesù può essere solo un dono dall’alto; Lui è uno di noi ma è un dono dall’alto. Il Messia può essere solo dono della grazia e della potenza di Dio; e qui emerge ancora il tema della gratuità! Insomma per capire il santo che nascerà non basta guardare alla discendenza di David, ma bisogna sapere che Lui viene dallo Spirito. L’essere Figlio di David adempie alla promessa, fatta dal Signore tramite il profeta Natan al re David, che vorrebbe costruire il Tempio al Signore: non sarà David a costruire una casa al Signore – dice Natan – ma il Signore farà una casa a David, dandogli una discendenza…
E quest’ultima è solo la linea orizzontale con cui leggere Gesù; c’è poi l’altra linea che occorre cogliere per comprendere l’identità di Gesù: quella verticale, che viene dallo Spirito.

Le parole dell’angelo Gabriele sono un compendio delle Promesse della Prima Alleanza: c’è la profezia dell’Emmanuele (cfr Is 7, 14); c’è – come si diceva prima- la profezia di Natan a Davide (che è oggi la Prima lettura tratta dal Primo Libro di Samuele); c’è poi l’eco della promessa della nascita di Isacco (cfr Gen 18) ma soprattutto c’è l’allusione all’Arca dell’Alleanza: «Allora la nube coprì la tenda del convegno e la gloria del Signore riempì la Dimora» (cfr Es 40, 34) con cui si fa chiaro che il titolo di Figlio di Dio per Gesù non è solo un modo di dire, una metafora, ma è la sua realtà più profonda: Dio stesso riempirà la Dimora che Maria sta per diventare!
Le parole di Gabriele affermano che tutte le promesse di Dio ora sono compiute in quell’umile casa di Nazareth, dove Dio è entrato in modo assolutamente gratuito ed imprevedibile. E l’Avvento di Dio è così: gratuito ed imprevedibile!

Il nostro Avvento di quest’anno si chiude così, con questa dichiarazione assoluta di gratuità dinanzi a cui possiamo abbandonare ogni timore.
Alle prime parole dell’angelo, Maria è stata turbata e si faceva domande: si noti che il suo turbamento è riportato da Luca col tempo aoristo (dietaráchthe), ed il farsi domande è riportato all’imperfetto (dieloghίzeto) in quanto l’uno – il timore – è di un momento, l’altro – il farsi domande – dura nel tempo…
Tuttavia Maria riceve da Gabriele l’invito ad andare oltre la paura, perchè il divino, che sempre di primo acchito si teme, ha il volto della gratuità («Hai trovato grazia presso Dio») e la gratuità dà sicurezza, toglie ogni inquietudine perché ci dichiara che l’amore non è condizionato, non si conquista…
L’Evangelo allora è proprio e solo questo: l’amore di Dio è gratuito! Non occorrono meriti, si deve solo accogliere e lasciarlo operare in noi!

L’Avvento approda a questo, e approda ad una parola semplice e grande di Maria: «Avvenga di me secondo la tua Parola»! Il fiat di Maria, che in greco è riportato al tempo ottativo (ghénoito), contiene il senso di gioioso desiderio, e non è dunque un “sì” supino e rassegnato; è un “sì” non solo ad una missione da compiere, ma un fiat che riguarda tutta la sua persona: «Avvenga di me», dice Maria!
Ecco allora l’ultima esigenza dell’Avvento: non si tratta di fare delle cose per la venuta del Signore, per accelerare il suo ritorno, per rendere forte il nostro Maranathà… si tratta di offrirsi tutti interi a quella venuta; si tratta di dare la vita!

Siamo alle solite! Ci dobbiamo davvero convincere che il cristianesimo è questo: dare la vita…e non un poco di meno!
Appena si scende dal livello di questo tutto, l’Evangelo si trasforma in “religione” e si entra in multiformi perversioni che nulla hanno più a che vedere con la Lieta Notizia di Gesù, e con l’Attesa gioiosa del suo Ritorno, che sarà gratuito, liberante ed apportatore di senso pieno all’uomo ed alla sua storia.

Al Veniente che tutto si è dato, tutto si dà e tutto si darà, non si può rispondere se non con un dono totale, con l’offerta di tutto quel che siamo. Non un po’ di meno!

p. Fabrizio Cristarella Orestano

 

 

 

 




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