Maria Madre di Dio (Anno C) – Custodire il tempo

 

SCORGERE LA GRAZIA DI DIO

 

Nm 6, 22-27; Sal 66; Gal 4, 4-7; Lc 2, 16-21

 

Il tempo … un grande dono … ogni inizio d’anno ci conduce inevitabilmente a fare una riflessione sul tempo … un grande dono! Qualcuno dirà che il tempo scorre e ci fa più vecchi, ci porta più vicini alla morte … Come chiamarlo “dono”? Il tempo è davvero dono perché ci permette di sperare, di avere futuro, ci permette di convertirci, di cambiare, di crescere, di creare relazioni, di vivere incontri … Il tempo è il grande contenitore della vostra vita … la nostra vita è solo tempo … assieme allo spazio, il tempo è il nostro reale, il nostro quotidiano.

Oggi giustamente si parla tanto della custodia del creato, e il creato è fatto di due cose: lo spazio in cui viviamo e ciò che rende più bello questo spazio, e dunque gli altri viventi che, in qualche modo, sono nostri compagni di esistenza …
Ma se si deve – ed è giusto – custodire lo spazio, il creato, perché non sia inquinato e imbastardito o addirittura ucciso, credo che sia altrettanto nostro dovere custodire il tempo perché non sia inquinato, imbastardito o ucciso …

Il tempo lo si custodisce se lo si riempie di senso, di vita vera, di relazioni autentiche, di umanità palpitante e capace di condivisione, compassione, capace di con-vivenza …
Il tempo è stato abitato da Colui che è al di là del tempo: l’Eterno si è fatto tempo venendo nella storia.
Così come l’Eterno, entrando nel nostro spazio e nel nostro tempo, ha santificato il creato, ha santificato la carne e la materia di questo mondo portandola nel seno di Dio – e il Quarto Evangelo si compiace di dire che «il Verbo divenne sarx», cioè “materia”, “carne peribile”! cfr Gv 1, 14 -, allo stesso modo l’Eterno ha santificato il tempo abitandolo, entrando cioè nel “divenire”.

Il Bambino che in questa ottava di Natale ancora contempliamo con la sua Madre Santissima ci dice proprio questo. Maria osserva, contempla; non comprende tutto ma conserva nel cuore.
Pensiamoci: che significa che “conservava”? Quel Bimbo venuto prima nel suo grembo, poi deposto in fasce nel presepio; quel ragazzo dodicenne che osserviamo per un breve squarcio nell’Evangelo di Luca è un mistero anche per lei … bisogna accoglierlo, c’è bisogno di attesa. Maria conserva nella memoria e nel cuore perché il futuro possa brillare; Maria custodisce gli eventi degli inizi per poter contemplare quello che Dio compirà, quello che Dio giorno per giorno le rivelerà, le farà comprendere. Maria è disposta, ricordando, a stare nel tempo lasciandosi plasmare da Dio e dalla sua parola e da quel Figlio che è davvero suo figlio, ma che è anche il Mistero di Dio che è venuto a cercare l’uomo, che è venuto a santificare il tempo e la terra. C’è bisogno di attesa, e l’attesa mentre guarda al futuro si nutre di “oggi”; ogni “oggi” porta una luce, se lo si sa vivere in modo sensato, pieno.

Il tempo si inquina e si imbastardisce se lo si riempie di non-senso, se lo si perde, se celo si fa scivolare addosso; se diventa solo quel “krònos” che tutto divora ed alla fine divora anche noi; il tempo addirittura lo si uccide quando si spreca; il tempo perduto e sprecato – si badi bene – non è quello in cui, secondo il mondo, non produciamo, non lavoriamo, non facciamo qualcosa di “utile”; il tempo sprecato non è quello della festa, del riposo, del gioco, della gioia, del “sanctum otium” come diceva Agostino… No!
Il tempo sprecato è quello che si perde quando si dimenticano gli altri, è quello che si perde vivendo per se stessi e vivendo come se non si vivesse; è quello che si perde essendo uomini e donne affannati e schiacciati dal “fare”; il tempo è ucciso quando permettiamo al mondo di trasformarci in rotelle di un meccanismo perverso di produzione in cui l’uomo è smarrito e disumanizzato.

L’inizio di un nuovo anno deve portarci una domanda: che ne farò di questo tempo nuovo che mi è dato? E questo non per fare i soliti buoni propositi che puntualmente vengono disattesi per poi essere rimpianti al prossimo 31 di dicembre! Questa domanda servirà solo se ci farà prendere vere decisioni, se ci farà fare veri tagli e vere scelte perché il nostro tempo sia tempo umano, tempo in cui Dio possa entrare a fare di noi quell’alterità a cui siamo chiamati perché Lui è altro (cfr Lv 11, 45: «Siate altro perché io sono altro»), tempo in cui entra la benedizione che è Cristo Signore, benedizione data ad Israele e versata poi su tutte le genti.

La liturgia di questo primo giorno dell’anno si apre con il testo del Libro dei Numeri della benedizione che il Signore consegna ai figli di Aronne perché la dispieghino sul popolo. Israele è dunque il popolo benedetto da Dio su cui risuona per tre volte il Santo Nome di Dio! Israele è il luogo di avvento di quella benedizione che dovrà raggiungere tutte le genti (cfr Gen 12, 3b). In Gesù questo è avvenuto perché Egli è davvero figlio di Abramo! Ecco perché è importante oggi celebrare la “circoncisione” di Gesù: Lui è davvero quella benedizione per tutte le genti perché è davvero ebreo, figlio del Popolo Santo di Dio, circonciso all’ottavo giorno! La carne che ci salva è la carne circoncisa del Figlio di Dio, Figlio di Abramo e Figlio di Davide!

Dio è fedele alla storia, Dio è entrato nel tempo con le sue promesse e le ha realizzate in Cristo, ed in Lui ancora promette compimento! Dio ha preso sul serio il nostro tempo, quello in cui siamo immersi; non ha voluto prescindere dalla storia per darci la salvezza ma l’ha fatto nel Figlio «nato da donna e nato sotto la legge» (cfr Gal 4, 4) … ci chiede di viverlo senza inquinarlo né imbastardirlo, di viverci non da “morti viventi”, fatti ingranaggi di un sistema che ci fa perdere il tempo; ci chiede di vivere attenti ad ogni “oggi”, perché ogni “oggi” è abitato dal Verbo; bisogna solo cogliere nel nostro scorrere dei giorni la Grazia di Dio, la sua presenza che è benedizione!

Così si potrà essere benedizione per la storia!
E’ questa la nostra vocazione! Essere benedizione! Pensateci!
Che altro augurio possiamo farci per questo anno di grazia 2016?

p. Fabrizio Cristarella Orestano

XXIX Domenica del Tempo Ordinario (B) – Fra voi non è così

 

O SI E’ SERVI, O NON SI E’!

Is 53, 2.3. 10-11 ; Sal 32; Eb 4, 14-16; Mc 10, 35-45

 

Eccoci alla terza libido: il potere.
Forse, e senza forse, è un culmine … questa forza è culmine perché serve a costruirsi, in quanto esercitare una sorta di potere su se stessi, sulla storia, sul reale, è punto di equilibrio e di capacità di essere quell’“adam” uscito dalle mani del Creatore, perché domini sul creato, sul reale. Un dominio che non è un rendere schiavo il reale, ma trasfigurarlo per umanizzarlo, per renderlo casa dell’uomo; allo stesso modo il potere su se stessi è quella capacità di dire di no a quelle dimensioni di morte e di “pre-dominio” che sono perverse e pervertenti; riguardo agli altri, il potere da esercitarsi rettamente è ciò per cui si è capaci di affermare la propria identità senza paure, senza infingimenti, senza svilirsi.

La forza della libido dominandi però può essere anche il culmine delle perversioni dell’uomo. Quando questa forza diviene idolatrica, fine a se stessa, quando ha per fine noi stessi, diviene la causa principe di ogni male, ed ha spremuto lacrime e sangue alla nostra comune umanità. E’ la libido dominandi che scatena le tirannidi, è la libido dominandi che scatena le forze delle maggioranze sulle minoranze, per annientarle ed umiliarle; è la libido dominandi, in fondo, che “infetta” l’uomo facendogli pervertire l’amore, così che l’altro diviene, anche nelle relazioni coniugali ed amicali, oggetto del mio potere!
E’ sempre la libido dominandi che disumanizza la relazione con le cose, volendo possedere per avere più potere, e sempre di più per avere ancora più potere!
E’ la libido dominandi che ha sempre scatenato le guerre, gli odii razziali, le mille e mille battaglie, per creare nemici e per divenirne vincitori!

L’Evangelo di questa domenica ci dice che questa libido così pervertente abita anche la Chiesa di Cristo, e Giacomo e Giovanni sono il “luogo” in cui si mostra questa pericolosa tendenza; proprio questi due fratelli, che il Nuovo Testamento individuerà quali “discepolo amato” (cfr Gv 13, 23) e primo tra gli apostoli a versare il sangue per Cristo (cfr At 12, 1-2), non sono nati “discepolo amato” e “martire per Cristo” … sono stati uomini che, come noi, hanno dovuto affrontare e vincere, tra lotte e cadute, quelle dominanti che vogliono schiacciarci e disumanizzarci. Nel racconto di Marco i due, in fondo, sono manifestazione di un atteggiamento con cui Gesù dovrà fare i conti sino alla fine, e con cui la sua misericordia e la sua grazia devono fare i conti in ogni epoca della storia della Chiesa, sua comunità:
Chi è che è primo?
Chi comanda?
Chi ha nelle sue mani il potere spirituale sugli altri?
Il potere nella Chiesa è più perverso che altrove. Il perché è chiaro: nella Chiesa, nelle società “religiose”, esso si può ammantare di “spiritualità”, si può ammantare di Dio, può divenire più facilmente imponibile perché sacralizzato! E’ tremendo!

Giacomo e Giovanni sono quelli che, nel passo di Marco di oggi, manifestano questo desiderio perverso di potere, ma il racconto ci fa capire che gli altri dieci non sono esenti da quello stesso peccato. Scrive infatti Marco che gli altri si sdegnarono con Giacomo e Giovanni, e non certo perché stigmatizzassero il loro desiderio di potere, ma perché quel potere lo avrebbero voluto anche loro.
Gesù, paziente, si rivolge a tutti come aveva parlato ai due fratelli. Quei due li aveva sfidati a bere il suo stesso calice ed a morire della sua stessa immersione.
Tuttavia è necessario decodificare la parola battesimo che noi, immancabilmente, riconduciamo su di un piano liturgico-simbolico-sacramentale. Gesù, infatti, chiede loro se sono pronti a lasciarsi “affogare” nella sua stessa immersione, a dare la vita. Il battesimo-immersione che Gesù sta per ricevere è l’essere sommerso dal peccato del mondo per prenderlo su di sé, per condividere il dolore e la morte che imperano nella storia. I due fratelli accolgono spavaldi la sfida, senza comprendere fino in fondo quello che stanno promettendo.
Lo capiranno con la vita, lo capiranno nella sequela di quel Rabbi che li ha afferrati!
Saranno, infatti, il primo e l’ultimo a morire per Lui: Giacomo di spada, e Giovanni di “consunzione”, lasciandosi cioè consumare dall’annunzio dell’Evangelo, in un martirio senza sangue ma testimone di un “rimanere” costoso, che sfiderà i venti e le tempeste dei decenni a venire.
Quella partecipazione al suo calice, afferma con forza Gesù, non è qualcosa che si conquista con meriti, ma qualcosa che si riceve in dono, per pura grazia. Nell’ora che il Regno verrà, alla destra ed alla sinistra del Messia crocefisso, vi saranno due ladroni: gli ultimi che potevano accampare “meriti”!

Ai dodici tutti assieme, dopo aver compreso che tutti sono accomunati da questo malsano desiderio di potere, Gesù dice una delle parole più inascoltate nella storia della Chiesa, ma anche tra le più ascoltate da chi, nella Chiesa, ha fatto davvero la differenza, facendo avvertire nella storia il profumo di Evangelo: «Quelli ritenuti capi delle genti le dominano ed i loro grandi esercitano su di esse il potere. Fra di voi però non è così».
Dobbiamo assolutamente sottolineare che Gesù non usa qui nessuna forma augurale o ottativa (non dice cioè: «tra voi non sia così»!).
No! Gesù usa un chiaro indicativo: Tra voi non è così!
O nella Chiesa si è servi, così come Gesù dice, o non si è Chiesa; si è altro!
La ragione non è data in modo moralistico, Gesù non è mai moralistico, ma in modo rivelativo: la ragione è Gesù stesso, la ragione è il Figlio dell’uomo e la sua scelta di servire, e di servire non facendo delle cose, ma dando la sua vita!
Il servo è tale – e lo dice anche Isaia nel celebre oracolo che oggi è la prima lettura – perché dà se stesso, senza nulla tenere per sé, senza nulla risparmiare!

L’antidoto alla libido dominandi è dunque il servire, che è donare la propria vita. L’apostolo Paolo, addirittura, nel suo inno cristologico nella Lettera i cristiani di Filippi scriverà che il Figlio di Dio si è fatto schiavo fino alla morte e alla morte di croce; schiavo significa che si è totalmente dato, alienato, offerto…non si appartiene più! Lui è la via per vincere la libidine del potere…Lui, schiavo crocefisso!

Questa sezione dell’Evangelo di Marco ci ha consegnato le tre “armi” per vincere il mondo con Gesù e come Gesù: l’amore fedele, la condivisione, il servizio come dono totale di sé! Così la sequela!

Quel che non ricerca queste vie è qualcosa che si maschera da cristianesimo, ma ne è solo una contraffazione ridicola e pervertita!

P. Fabrizio Cristarella Orestano

XXVI Domenica del Tempo Ordinario (B) – Lo scandalo

 

UNA CHIESA DI INCIAMPO

Nm 11, 25-29; Sal 18 ; Gc 5, 1-6; Mc 9, 38-43.45; 47-48

 

L’evangelo di questa domenica parte da una parola intollerante e gelosa di Giovanni, che qui mostra uno zelo cattivo e non secondo Dio. Quella stessa gelosia che mostra il giovane Giosuè, nel testo del Libro dei Numeri che si legge come prima lettura; anche Giosuè, anch’egli discepolo amato come Giovanni, mostra gelosia per Mosè, e vorrebbe impedire che la profezia scenda lì dove non è prevista …

Sia Mosè che Gesù reagiscono fermamente dinanzi a questo atteggiamento integralista ed escludente: «Fossero tutti profeti in Israele!», risponde Mosè; e Gesù: «Chi non è contro di noi, è per noi!».
Riguardo a questa risposta di Gesù, qualcuno ha notato che questo detto “ecumenico” del Signore contrasta con uno che pare di segno opposto, e che troviamo nell’evangelo di Matteo: «Chi non è con me è contro di me!» (cfr Mt 12, 20). La contraddizione è solo apparente perché i due detti vanno collocati in due situazioni molto diverse; Matteo si rivolge ad una comunità tentata di compromessi e che vive di rimandi e di scelte “non scelte”; si rivolge ad una Chiesa che non prende posizione per Colui che pure chiama “Signore” … già al capitolo 7 il Gesù di Matteo aveva detto: «Non chi mi dice: Signore, Signore…».
Diversa la situazione che qui Marco registra: si rivolge ad una Chiesa tentata di integralismo, tentata di credersi in possesso di Dio. Ad una Chiesa che può cadere in simili trappole, l’Evangelo di oggi pone una parola chiara che le chiede di guardare alla propria identità ed alla propria fedeltà, a quell’identità che Gesù le ha dato: portare il Regno di Dio nella sequela del Messia umiliato e crocefisso; un’identità che non può essere mai “contro”, ma sempre al servizio dell’altro, del diverso, del lontano.

La Comunità dei credenti si guardi dallo scandalo. Invece di essere chiusa in se stessa e nelle sue pretese, la Comunità si verifichi se non sia motivo o causa di inciampo per il piccoli e per se stessa … Lo scandalo, dice Gesù, può avere questo duplice indirizzo: i piccoli e se stessi. Scandalo vuol dire “inciampo”, “ostacolo”, “impedimento” … l’Evangelo in sé porta uno scandalo che non va rimosso perché in quello scandalo c’è la salvezza, perché in quello scandalo c’è l’alterità, intollerabile dal mondo, di un Dio crocefisso, di un Dio che si fa inchiodare al legno dei maledetti; in quello scandalo c’è Gesù con la sua persona che dice parole forti e compromettenti, che contraddicono il comune buon-senso per affermare i pensieri di Dio (cfr Mc 8, 33).

Oltre, però, a questo scandalo buono, salutare, che va superato mettendosi alla sequela di Colui che è lo scandalo, mettendosi alla sequela di Gesù che va verso la croce, che va superato abbracciando, come Lui, la fragilità e la debolezza, c’è lo scandalo cattivo che è inciampo che la Chiesa pone davanti ai piccoli, ai fragili, ai deboli…Ciò avviene quando essa tradisce se stessa, il suo Maestro e Signore, la sua missione.
Una Chiesa è inciampo quando trascura quelli che non contano, quando fa scelte mondane che la pongono dalla parte dei forti, quando dimentica di abbracciare la debolezza che il suo Signore ha invece abbracciato (cfr Mc 9, 36-37); dinanzi ad una Chiesa così, i piccoli non ricevono l’annunzio di una via altra, ed i non evangelizzati non riescono a vedere l’Evangelo! Sì, perché l’Evangelo va visto, e chi lo deve rendere visibile è la Chiesa di Cristo, la comunità di quelli che lo seguono. Altre cose la Chiesa non deve mostrarle, deve mostrare solo l’amore e le scelte che ne conseguono.

La Chiesa, però, dice Gesù, può anche essere inciampo a se stessa quando non sceglie di compiere quei tagli necessari a che sia visibile il suo volto di comunità del Crocefisso. E’ inciampo a se stessa quando non ha il coraggio delle scelte radicali, quando non ha il coraggio di tagliare senza pietà quello che, nel suo vivere quotidiano, di Evangelo non ha né sapore né colore. Una Chiesa che vuole sommare mondanità ed Evangelo è una Chiesa che inciampa in se stessa; è una Chiesa che non giunge alla meta del Regno e non guida al Regno.

Gesù allora qui è netto, è limpido: invece di calcolare chi è fuori e chi è dentro, chi può profetare e chi no, invece di escludere gli altri trincerandosi dietro a pretesi quanto assurdi “possessi” di Dio, si guardi se si accoglie lo scandalo salutare della Croce, si guardi se si preferisce la comunione con il piccolo e l’attenzione al suo bisogno; si veda se si è capaci di proclamare che queste cose valgono più della propria vita…
Si veda se si preferisce la propria mano, il proprio piede, il proprio occhio
Cioè? Veda se preferisce le proprie azioni (la mano), le proprie vie (il piede), le proprie visioni e giudizi (l’occhio) alle azioni, alle vie ed ai giudizi di Dio!
Cristo chiede dunque alla sua Chiesa di vigliare e di verificarsi…lo chiede a noi! Il rischio è grande: è la gheenna che è il non-senso, la morte, il veleno…

Se la comunità dei discepoli resta nella sequela non solo non sarà di scandalo ma diverrà essa stessa via di salvezza.

E’ paradossale: non si è di scandalo se si accetta ed assume con coraggio lo scandalo della Croce! E’ così!

p. Fabrizio Cristarella Orestano

S.S. Corpo e Sangue di Gesù (B) – Tutto in tutti

 

MASTICARE LA SUA CARNE

Es 24, 3-8; Sal 115; Eb 9, 11-15; Mc 14, 12-16.22-26

 La Parola, il Corpo ed il Sangue

L’Eucaristia nella Chiesa è la realtà più frequente, in special modo nelle Chiese del nostro vecchio occidente – e chissà ancora per quanto! – ma anche la più disattesa…
Ridotta il più delle volte ad un rito cui si assiste, abbiamo permesso che smarrisse la sua carica esistenziale e, soprattutto, la sua “violenta” provocazione!

Sì, l’Eucaristia è provocatoria perché ci mette dinanzi alla richiesta di prendere parte, di condividere un atto di offerta sanguinante, per nulla neutrale e per nulla scevro di conseguenze nella vita e nelle scelte quotidiane.

Tanti cristiani, nei secoli, ne hanno colto la domanda e la forza, e sono quelli che hanno scelto la dura via della santità come luogo di ogni loro giorno, senza nascondersi dietro a nulla, senza fare dell’Evangelo una chimera o un’opzione per pochi…troppe volte si è “cianciato” di un cristianesimo per “brava gente” fatto di un certo “buonismo”, moralismo ed infine di mediocrità quando non di ipocrisia… Lì l’Eucaristia è stata imprigionata in una neutralità rituale al servizio del sentirsi con la coscienza “a posto” ed appagata!
Così l’Eucaristia è stata ignorata e ridotta a “spettacolo” a cui assistere, o (tremendo!) ad idolo attorno a cui compiere atti religiosi e talvolta dolciastri…
Si è arrivato perfino a disincarnarla e smaterializzarla, volendo dimenticare che nell’Eucaristia c’è carne e sangue, c’è vita che chiede vita, c’è qualcuno che si offre per essere masticato, come il IV Evangelo pone proprio sulle labbra di Gesù.
Egli dice crudamente, infatti, che bisogna masticare la sua carne, e lo dice usando il verbo materialissimo “tròghein” (cfr Gv 6, 56): altro che l’impalpabile “ostia” che non ha più neanche il sapore del pane e che in tempi passati si prescriveva di non masticare!
Che depauperamento! Vorrei dire: che mistificazione!
In tal modo l’Eucaristia è diventata “innocua” non chiamando più in causa la mia carne, la mia vita, la mia concretezza.

In quell’ultima sera, Gesù ha lasciato invece alla sua Sposa il mistero di salvezza del suo Corpo e del suo Sangue! Cosa c’è di più concreto?
E’ un corpo spezzato ed un sangue versato…e chiedendo la reiterazione non ha chiesto di ripetere un rito, ma ha chiesto di fare ciò che Lui ha fatto: dare la vita nell’amore, concretamente e non idealmente, e nelle buone intenzioni!

Quella sera chiese ai suoi di lasciarsi coinvolgere nel suo “destino”, di condividere la sua via… Gesù se ne andava, e pareva tutto un fallimento…
Se ci pensiamo bene, dobbiamo dire che il Gesù storico non ha visto neanche i Dodici immersi nel suo sogno di un’umanità nuova!
Solo la Pasqua innesterà questa possibilità per i suoi discepoli di allora e di sempre…

L’Eucaristia è lasciata alla Chiesa perché la Pasqua non resti solo evento di Cristo Gesù…L’Eucaristia crea un popolo pasquale, sacerdotale e così profetico del mondo nuovo che sorge dall’amore del Crocefisso!

Lo Spirito è rimasto nella storia ad essere garante di questa possibilità, e chi l’ha colta ha cambiato il suo cuore ed il suo mondo.

In quella sera Gesù, in quel pane spezzato ed in quel calice condiviso, riassunse tutta la storia della ricerca di Dio della sua creatura.
Memoria della Prima Alleanza, di quella del Sinai, dell’antico patto nel sangue che ora, è chiaro, diviene profezia del suo dono! Quel pane e quel calice, però, guardano anche al futuro: all’ora della croce, ormai imminente, ma anche al futuro di coloro che, reiterando quell’atto di offerta, annunzieranno l’Evangelo…guarda però anche ad un futuro oltre il tempo (dice Gesù che quel calice lo berrà nuovo nel Regno di Dio!).

Dando l’Eucaristia ai suoi, Gesù chiese a quelli, e chiede a noi oggi, di prendere parte ad una storia di salvezza che approderà sulla spiaggia dell’ottavo giorno, della domenica senza tramonto in cui Lui sarà “tutto in tutti” (cfr 1Cor 15, 28).

Ed intanto?

Intanto c’è la storia concreta del mio vivere, dello scorrere delle vicende dell’umanità; al cuore di tutto ciò la Chiesa deve porre, come lievito “costoso” l’Eucaristia, la concretissima carne del Figlio di Dio che il Padre, nello Spirito, ancora e  sempre dona ai discepoli, perché la storia sia trasfigurata in storia d’amore proprio per l’opera coraggiosa di quei discepoli d’ogni tempo che, coinvolti nella via di Gesù, mostrano un’alterità, una differenza che, senza  alcuna arroganza, proclama la verità e di Dio e dell’uomo!

Ecco allora il cuore del Corpus Domini: non un trionfo dell’Eucaristia, fatto di processioni ed infiorate (fatta salva la bellezza di certe tradizioni e la buona fede di tanti!), ma un trionfo della logica dell’Eucaristia nel cuore dei credenti…
e questo, giorno per giorno…
Ogni giorno!

p. Fabrizio Cristarella Orestano