Pentecoste (Anno C) – Incendiare il mondo di amore

 

MISTERO INDICIBILE MA “MISURABILE”

 

At 2, 1-11; Sal 103; Rm 8, 8-17; Gv 14, 15-16.23-26

 

Cinquanta giorni dopo Pasqua Israele celebrava la festa delle primizie o della mietitura … offriva al Tempio i pani fatti con il grano nuovo appena raccolto. Era detta la Festa delle settimane, “Shevuot” che la Torah prescrive di celebrare allo scadere delle sette settimane dal giorno del sacrificio di Pasqua; in seguito i rabbini associarono a questa festa la celebrazione del dono della Legge al Sinai avvenuto cinquanta giorni dopo l’uscita dall’Egitto.

La Chiesa vide coincidere al cinquantesimo giorno dalla Pasqua di Gesù il dono dello Spirito che Luca racconta in Atti, come si ascolta oggi nella prima lettura.

Pentecoste diviene così il giorno celebrativo del dono dello Spirito fatto alla Chiesa e diviene così festa delle “primizie” della Chiesa … la Chiesa celebra così il compimento della Pasqua!

Scrive Agostino: “Pasqua è stata l’inizio della Grazia e Pentecoste è il coronamento! Tutte le promesse hanno ricevuto il loro totale compimento; la Grazia dei cinquanta giorni rifulge in tutta la sua pienezza e la gioia giunge a perfezione” (Sermone XLIV).

Che celebriamo allora a Pentecoste?

Celebriamo lo Spirito che fa della Chiesa, di noi, il luogo dove è possibile incontrare il Vivente! Lo Spirito dà ai discepoli, a noi, la capacità di fare ciò che Gesù fece: dare la vita! E così accade che realizziamo già una Parusia, cioè la perfetta visibilità di Dio e del suo amore crocefisso e risorto! Lo Spirito rende possibile a pieno il Comandamento nuovo e “Colui che c’è” (cfr Es 3, 14) continua a narrarsi, a mostrarsi, a venire!

Questa Parusia, che avviene nella Chiesa grazie allo Spirito, prepara la Parusia dell’ultimo giorno della storia.

Oggi possiamo sentire lo Spirito che fa eco al Figlio crocefisso e che dice con Lui: “Tutto è compiuto!”(cfr Gv 19, 30).

Lo Spirito oggi rende capace ciascun discepolo di offrirsi come punto di visibilità del Signore Risorto!

Per lo Spirito anche noi siamo fatti capaci di essere pietra di contraddizione per mostrare a pieno libertà e amore in una carne d’uomo.

Al mercoledì delle ceneri guardammo un fuoco che produceva cenere, la cenere dei nostri “no”, la cenere dei nostri “osanna” caduti nel vuoto, la cenere dei nostri “osanna” divenuti “crucifige!”.

Oggi passiamo da quel fuoco delle ceneri al fuoco dello Spirito che arde come il Roveto del Sinai e che non si consuma … la nostra umanità condannata ad essere polvere (cfr Gen 3, 19) Dio l’ha fatta sua; nel Cristo asceso al cielo l’ha divinizzata … non resta cenere!

La Pentecoste rende i discepoli di Gesù uomini di fuoco per incendiare il mondo di amore.

Nell’Ascensione Gesù sembra andato via, partito; in realtà era solo andato a ricevere un Regno ed ora, nello Spirito, lo partecipa a noi!

La Pentecoste ci rende, per la forza dello Spirito, capaci di comprendere l’intimo delle cose, della storia. La Pentecoste è giorno in cui la Chiesa esce allo scoperto nel mondo ed inizia la missione, la testimonianza.

La Pentecoste allarga all’infinito i confini dell’uomo, di ogni uomo!

La Pentecoste rende possibile incamminarsi verso quella parola di Gesù: “Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste” (cfr Mt 5,48).

La Pentecoste rende piena l’incarnazione del Verbo. Lo Spirito, ci aveva detto Luca all’inizio del suo Evangelo, è sceso sulla Vergine di Nazareth permettendole di dare carne al Figlio di Dio (cfr Lc 1, 35); ora lo Spirito scende sulla Chiesa, all’inizio del secondo libro di Luca, gli Atti, e rende piena l’incarnazione; i discepoli divengono luogo dell’incarnazione del Verbo fino alla fine della storia. La carne di Cristo provoca la carne dei discepoli e lo Spirito rende possibile questa pienezza dell’incarnazione.

La Chiesa scopre che lo Spirito le dà un cuore nuovo e scopre che è un cuore antico: quello di Dio!

Pentecoste, indicibile mistero! Mistero però “misurabile” nella nostra carne concretissima, nel nostro assenso al Regno, nella nostra obbedienza a rendere presente la salvezza nelle nostre parole, nelle nostre opere, nei nostri gesti!

Lo Spirito, che ha dato Cristo al mondo, ancora continua a donare Cristo e renderlo presente ma nella carne della Chiesa, la Sposa che sempre il suo fuoco rinnova, che sempre la sua unzione santifica, che sempre nella sua forza d’amore è perdonata.




Leggi anche:

VI Domenica di Pasqua (Anno C) – Custodire la Parola della Croce

 


L’INABITAZIONE DI DIO

 

At 15, 1-2.22-29; Sal 65; Ap 21, 10-14; 22-23; Gv 14, 23-29

 

Nel comandamento nuovo Gesù non aveva chiesto nulla per sé e nulla per il Padre: «Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi»! Nel capitolo quattordici e anche in quello successivo dell’Evangelo di Giovanni, Gesù chiede di essere amato … o meglio, non lo chiede, ma pone l’amore che il discepolo ha per Lui come condizione perché possa irrompere nell’uomo la novità più sorprendente che si possa immaginare: la presenza di Dio non accanto all’uomo ma dentro di lui!

Se la Prima Alleanza partiva da un Nome che conteneva una promessa, «Io ci sono» (cfr Es 3, 14), la Nuova, Definitiva Alleanza spalanca dinanzi all’uomo un orizzonte che era inimmaginabile: questo esserci di Dio è nel credente, è nel discepolo, è in chi ha conosciuto Gesù che è la piena ed ultima rivelazione di Dio; la presenza di Dio è in chi si è innamorato di Gesù!
Questo non vuole essere un linguaggio mellifluo, sdolcinato; vuole essere un tentativo di dire la totalità e l’avvolgenza di questo amore per Gesù. Un amore che deve essere qualcosa che afferra tutto l’uomo, dal pensiero al palpito del cuore, dal corpo al sentire, dal sapere al volere, dal desiderare allo scegliere … solo chi ama così desidera “conservare” la parola dell’amato; sì, una parola da osservare, da serbare, da custodire perché non sia dimenticata; questo può avvenire solo nell’amore per colui che quella parola ha pronunziato!

Chi custodisce la Parola di Gesù (ricordiamo che il Quarto Evangelo era iniziato con la solenne affermazione che Gesù è la Parola! cfr Gv 1, 1ss) diventa “luogo” di Dio! Ecco la grande rivelazione di questo passo dei “Discorsi di addio” che oggi si legge: è possibile entrare in una circolarità di amore in cui si ama il Cristo e si conservano le sue parole diventandone “scrigno” e “tesoro”; questo permette al Padre di riconoscere, nel discepolo “innamorato” di Cristo e custode della sua Parola, il volto del Figlio amato e ciò produce l’inabitazione di Dio in quel credente! Sembra difficile ma non lo è; è invece molto lineare.

Il Padre ed il Figlio desiderano essere abitatori di quel cuore … colui che opera tutto questo; chi realizza questo desiderio del Padre e del Figlio è lo Spirito, il Parácletos, il Soccorritore, il Difensore il quale, poiché difende i diritti di Dio nel cuore del credente, lo fa nel modo più efficace possibile: ricordando Gesù ai discepoli! Il Paraclito insegnerà ogni cosa ma ricordando Gesù, ricordando tutto ciò che Lui ha detto e fatto!

Se si ricorda Gesù non si può evitare di “innamorarsene” sempre più…così tutto diventa possibile!

Da queste poche righe del Quarto Evangelo noi credenti riceviamo una rivelazione immensa che è capace di cambiare il volto della nostra interiorità, dei nostri slanci, il sapore delle nostre speranze; tutto possiamo fondare non su noi stessi, ma su un Dio in noi!

Possiamo così, e solo così, gustare la pace che è il biblico “shalom” che è concetto che contiene più del nostro concetto di pace; o forse è invito a scavare profondo all’interno di questo grande dono pasquale che è la pace.
Un dono che non si può cogliere superficialmente: a volte è colto solo come assenza di guerre, altre volte come quietismo, altre volte come repressione di moti violenti … no! La pace, lo shalom è unificazione del volere e del sentire, è unificazione del pensiero e dei gesti, è unificazione di sé con se stessi, è unità con Dio e con il creato … lo shalom è armonia, è pace su scala totale; è, in fondo, l’essere pienamente se stessi nell’amore e nella libertà, realizzando l’uomo che Dio ha “sognato nell’in-principio! Comprendiamo che questa pace può essere solo dono di Dio … nel Quarto Evangelo la pace (come anche la gioia cfr Gv 15, 11 e 17,13) può essere solo quella di Gesù: «Vi lascio la pace, vi dò la mia pace»! Ed è una pace tanto diversa da quella che può dare il mondo con i suoi inganni e le sue ambiguità.
E’ questa una pace che è il limpido prodotto della presenza di Dio nella nostra vita concreta, del suo aver preso dimora in noi!

Dio in noi genera la pace e libera dalla paura e dal turbamento! La paura è la grande nemica della pace perché è la grande nemica dell’amore («L’amore perfetto scaccia il timore» cfr 1Gv 4, 18), e solo l’amore può vincerla.

Dinanzi a questa prospettiva infinita che oggi la Santa Scrittura ci apre si può rimanere sbigottiti e si può avere l’impressione che tutto questo sia troppo! E’ vero! E’ troppo ma è per noi!

La visione finale del Libro dell’Apocalisse, che è oggi la seconda lettura, ci dice di una città risplendente di gloria perché è abitata da Dio, dal Suo Agnello! Credo che quella città, la Gerusalemme celeste, sia sì la città degli uomini che alla fine Dio realizzerà in pienezza, ma sia anche ogni credente che, essendo dimora dell’Agnello, è dimora di Dio, avvolto della gloria dell’Agnello che è la gloria dell’amore fino all’estremo, dell’amore senza condizioni e senza limiti!

Chi è “innamorato” dell’Agnello e lo lascia dimorare in sé, diviene “luogo” della gloria di Dio, “luogo” in cui si canta la presenza di Dio che ha un “peso”, un primato assoluto su tutto: sui pensieri, sulle scelte, sugli affetti, sulle vie da imboccare, sui sì e i no da dire per non conformarsi al mondo e per essere “custodi” di quella parola dell’Amato, che ci ha afferrato e che ci ha trasformati in uomini nuovi che sanno dove è la loro luce, che sanno che la lampada è l’Agnello!
E’ questa una parola compromettente: La lampada è l’Agnello! E l’Agnello è Cristo Gesù mite, umile, trafitto per amore ma vittorioso; l’Agnello sgozzato ma in piedi di Ap 5, 6!.

La luce in cui cammina il discepolo, insomma, è sempre quella della Pasqua: una luce “costosa”, passata per la croce, che custodisce in primo luogo la «parola quella della croce» (cfr 1Cor 1, 18): chi ama il Cristo custodisce “in primis” la “parola della croce” perché quella è la parola del suo amore senza condizioni!

La lampada, la luce in cui camminare, costi quel che costi, è dunque l’Agnello, solo l’Agnello!

p. Fabrizio Cristarella Orestano

 




Leggi anche:

III Domenica di Pasqua (Anno C) – E’ il Signore!

E’ L’AMORE!

At 5, 27-32.40-41; Sal 29; Ap 5, 11-14; Gv 21, 1-19

Il racconto evangelico di oggi è esposto a tantissime letture, a partire dalla sua origine che è certamente legata alla volontà della Chiesa giovannea di essere accettata dalla grande Chiesa, di non venir espunta per la propria diversità dall’organismo ecclesiale e di poter, di conseguenza, consegnare a tutti credenti in Cristo il grande patrimonio rivelativo che faceva capo al Discepolo Amato ed alla sua Chiesa. Purtroppo, la pericope di questa domenica taglia la finale del capitolo circa il rapporto tra Pietro ed il Discepolo Amato; su quest’ultimo, il Risorto pronuncia la sua precisa volontà: “Voglio che egli rimanga”. Se questo ci toglie la possibilità di leggere la Chiesa come una comunità plurale in cui le forme di Chiesa non implicano la verità dell’essere Chiesa, ci dà però l’opportunità di appuntare la nostra attenzione sul racconto che il testo ci presenta, scevro dalle problematiche che l’hanno generato e colmo, invece, delle grandi suggestioni rivelative che esso ci offre.

E’ un racconto, tra i più suggestivi e cari dell’intero Evangelo, che fa parte delle narrazioni delle apparizioni del Risorto; il tutto parte da una pesca miracolosa ordinata dal Risorto non ancora riconosciuto; un segno che palesa la sua identità.

Il Quarto Evangelo ci ha tenuto tanto a mostrarci una serie di segni che indicavano l’identità di Gesù come Messia sposo (cfr 2, 1-12), parola di vita (cfr 4, 46-54), via (cfr 5, 1-9), pane di vita (cfr 6, 1-15), dominatore delle potenze del male (cfr 6, 16-21), luce del mondo (cfr 9, 1-41), risurrezione e vita (cfr 11, 1-44) … ora qui ci viene dato un estremo segno della sua presenza di Risorto che rende feconda la “pesca” della Chiesa … il grido del Discepolo Amato che riconosce per primo la presenza è quasi un riassunto di tutti gli esiti dei segni che nell’Evangelo si erano incontrati: un dito puntato che dice: E’ il Signore!

Tutto deve essere teso a riconoscere una presenza che salva, una presenza che dona senso, una presenza che offre perdono e vita.

Pietro, che si getta in acqua per raggiungerlo, diventa, da un certo punto in poi, il protagonista di questo incontro pasquale … quasi che tutto il racconto precedente volesse agglomerarsi qui in quel dialogo suggestivo e profondo tra il Risorto e Pietro.

La scelta dei verbi e delle parole mostra una grande cura, non solo letteraria e stilistica, ma soprattutto teologica e rivelativa. La nuova versione in italiano cerca di rendere giustizia a questa diversità di verbi: “agapào” e “filèo” per “amare”, e che certo hanno un loro significato nel loro alternarsi. Gesù chiede “agàpe” e Simone risponde con la “filìa”, finché alla fine Gesù scende alla comprensione di Pietro e chiede “filìa” tanto che il discepolo si avvede di questo cambiamento (Si addolorò che per la terza volta dicesse «mi vuoi bene?») e risponde con tutta la sua verità: Tu sai tutto, tu sai che ti voglio bene! Pietro si è lasciato condurre da Gesù alla conoscenza della sua verità personale e della sua concretezza umana. E’ da lì che si parte per l’“agàpe”. Notiamo che Gesù si rivolge a Pietro col suo nome anagrafico, Simone di Giovanni, e non con il nome di vocazione che gli ha dato (cfr Gv 1, 42) e questo non perché la vocazione sia venuta meno ma perché Pietro deve partire dal suo reale, dalla sua concretezza carnale e lasciarla tutta permeare dall’amore con cui è amato e con cui è stato cercato nel suo peccato, nella sua distanza, nel suo “non essere”. Ricordiamo che nella scena dei rinnegamenti, Giovanni aveva fatto ripetere a Pietro “non sono” che è il perfetto contrario del Nome di Dio con cui Gesù aveva iniziato tutte le sue auto-rivelazioni (Io sono la luce del mondo, per esempio). Pietro può ritrovare ciò che Gesù, chiamandolo, ha fatto di lui solo attraverso l’amore … l’amore con cui Gesù l’ha amato, e l’amore che lui dovrà vivere riversandolo su coloro che Gesù gli affida; dovrà amare il gregge di Gesù, guidandolo e nutrendolo (anche qui il testo usa due verbi per l’azione pastorale che Pietro dovrà compiere: “bósko” che sottolinea il “nutrire” e “poimaíno” che sottolinea il “guidare”).
Così Pietro imparerà l’“agàpe” che Gesù gli aveva chiesto, e a cui Simone di Giovanni non sapeva rispondere, e sarà capace, condotto da un “Altro” (che nel IV Evangelo è lo Spirito cfr Gv 14, 16) di farsi condurre dove non avrebbe voluto e stendere le braccia

Scrive Agostino, nel suo commento all’Evangelo di Giovanni, che questa è la Pasqua di Pietro, ed è dunque icona della Pasqua del cristiano. Gesù era morto sulla croce, ma Pietro era morto rinnegando; Gesù era risorto nella carne e Pietro qui risorge nel cuore, lasciandosi inondare dall’amore e iniziando a vivere l’amore!

Così seguirà davvero Gesù. Per Giovanni la sequela deve diventare rimanere, dimorare e si rimane, si dimora quando si fa corpo unico con il Signore Risorto che ci ha amati e ha dato se stesso per noi (cfr Gal 2,20). Il rimanere è il contenuto della vera sequela, è il suo esito più vero.

Pietro dovrà imparare l’arte di una sequela che non si stanca e che mai recede.

Questo è possibile solo se Gesù ha un assoluto primato nella vita del discepolo: «Mi ami tu più di tutte queste cose?» (quel “toùton” può essere tradotto anche così, al neutro, più che con un maschile che raffronterebbe l’amore di Pietro a quello degli altri e quindi con un più di costoro).

Il discepolo che proclama il primato di Gesù è colui che si è sentito amato e perdonato prima di ogni sua azione, di ogni suo “merito”, di ogni sua risposta!

Se Simone lo ama più di tutto allora potrà essere Pietro, e vivere a pieno la sua vocazione!
Così per noi!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




Leggi anche:

Domenica delle Palme (Anno C) – Un orrore abitato da Dio

 

CULLA DI UNA STORIA NUOVA

Is 50, 4-7; Sal 21; Fil 2, 6-11; Lc 22, 14-23, 56

 

Ognuno di noi è l’Adam fatto di no potenti a Dio e alle sue vie; la mano tesa dell’Adam dell’in-principio verso l’albero che proclamava il limite di creatura è storia di tutti i giorni. Noi: una mano tesa a rapire per noi, per salvarci, per aver capacità di salvare la propria vita e di darle l’inebriante sapore della potenza senza limiti e senza barriere.

La Passione di Cristo Gesù è argine alla deriva tremenda di ogni Adam. Gesù capovolge l’Adam, lo conduce al sogno di Dio; non in un in-principio di un’età dell’oro che non è mai esistita, ma verso un futuro inimmaginabile in cui la storia, la nostra storia, può essere trasfigurata. Dobbiamo essere convinti che Cristo non è venuto a riportarci al passato perduto, ma è venuto a portarci al futuro di Dio che è futuro dell’uomo e della storia.

La storia della Passione, che quest’anno leggiamo nella redazione dell’Evangelista Luca, è storia di un radicale rifiuto. Gesù rifiuta fino in fondo di salvarsi con le proprie mani e si getta nelle mani del Padre; mani che non vede, ma che nella fede sa che vi sono oltre la cortina buia e tenebrosa della morte.

La Passione trasfigura la storia! Non bisogna aspettare l’alba di Pasqua per essere avvolti in questa trasfigurazione; lì, nel sepolcro nel giardino, il Padre porrà il sigillo del suo amen sul Figlio eletto e sui suoi passi d’amore nella storia. All’alba di Pasqua coglieremo il frutto meraviglioso ed inaudito di una vittoria che ci schiude una possibilità infinita di vita, che vince davvero la morte!
La Passione è però già trasfigurazione! Questa storia che oggi la Chiesa fa risuonare in tutte le assemblee di credenti, che così entreranno nella Grande Settimana, letta senza Gesù potrebbe essere una solita storia: orrore, ingiustizia, perfidia, avidità, gratuita malvagità, accanimento contro un uomo solo, assenza totale di pietà, cosificazione di un uomo, tradimenti, viltà, fughe, calcoli di potenti, folle manipolate…è tutto l’arsenale di Satana promesso a Gesù fin dalle prime pagine dell’Evangelo: «il diavolo si allontanò da lui per tornare al tempo fissato» (Lc 4, 13); le aberrazioni del cuore umano sono tutte contro Gesù; è il mistero del male annidato nel cuore della storia.
Questo racconto della Passione sarebbe solo orrore se non ci fosse Gesù: lui trasforma tutto, trasfigura tutto…E fa questo solo con la misericordia e l’amore. Questo orrore è abitato dall’Amore di Dio, mostrato a pieno a noi uomini in Gesù. Solo così esso diviene un Evangelo, una bella notizia! Dal pane spezzato come corpo dato e dal calice come sangue versato, fino all’estremo atto d’abbandono di quel «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito», è tutto dono di misericordia che trasforma gli orrori abitandoli di perdono! Tutto questo fino a quella vertigine che mai uomo religioso ha saputo pronunciare: Perdonali!
Così la Passione è culla e origine di una storia nuova e trasfigurata… E’ una possibilità davvero offerta all’umanità, una possibilità di salvezza a caro prezzo (1Cor 6, 20) data agli uomini per abitare anch’essi questa storia di amore e misericordia vicendevole.
La Passione di Cristo, via di salvezza per la storia di ogni Adam; la Passione di Cristo, via da percorrere per i suoi discepoli; la Passione di Cristo è una consegna per noi che ci diciamo suoi discepoli.

Questo Evangelo ci dice dove è la salvezza: ci si salva solo perdendo la vita! E’ il paradosso insostenibile dell’Evangelo, è la stoltezza e la follia (1Cor 1, 25) dell’Evangelo…ma solo chi sostiene questo stolto e folle paradosso entra veramente in una sequela che lo salva e che, incredibilmente, salva il mondo.

Con la Passione il cristiano sa come deve attraversare la storia: senza scorciatoie che evitano il Golgotha. Il cristiano sa dove attingere la vera gioia di una vita bella, buona e felice: nell’amore fino all’estremo (Gv 13, 1), nella misericordia di Cristo sperimentata su di sé e perciò donata ancora.
La Passione è una consegna che ci dà l’incredibile possibilità di salvare la storia; sì, lo possiamo, se abbiamo il coraggio di lasciarci immettere nell’Amore del Crocifisso. Tutto questo è dato e richiesto a noi cristiani: sanare con l’amore e la santità gli orrori della storia; le derive del mondo e quelle dolorosissime della Chiesa di Cristo possono essere sanate solo da uomini e donne che accolgono la consegna della Passione per essere altro! Per essere santi! Accoglieremo la santità, il gran sogno di Dio per noi, se accoglieremo la misericordia che ci salva, come il ladro appeso alla croce che si abbandona ad un perdono misericordioso, e getta alle spalle quell’orrore della storia che il ladro stesso aveva contribuito a costruire col suo coltello insanguinato e con la sua sete di oro.

Entriamo così in questa Pasqua di quest’anno di grazia!
Auguriamo a noi stessi e a tutti i credenti che in questi santi giorni le parole di Gesù non vengano ridette invano nelle nostre liturgie; che quelle parole ci spremano lacrime buone e ci conducano ad una gioia che non tema oscuramenti.

Accogliamo il Signore che viene nelle nostre vite segnate dal male del mondo: «Benedetto il Veniente nel nome del Signore»! (Lc 19, 38). Senza paura lasciamogli piantare la Croce nel nostro profondo, lasciamo che lì esploda l’Amore e la vita del Risorto!

E’ ancora l’ora della Pasqua del Signore!

p. Fabrizio Cristarella Orestano

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 




Leggi anche: