XXV Domenica del Tempo Ordinario – L’elogio della scaltrezza

COGLIERE LA PRIORITA’ DEL REGNO

– Am 8, 4-7; Sal 112; 1Tm 2, 1-8; Lc 16, 1-13 –

Parabola dell’amministratore disonesto, di Marinus van Reymerswaele – Vienna

Parabola dell’amministratore disonesto, di Marinus van Reymerswaele – Vienna

I testi della Scrittura di questa domenica ci conducono ad una riflessione davvero essenziale per poter, non dico essere uomini del Regno, ma addirittura poter parlare di Regno di Dio. E’ così: non si può neanche parlare di Regno di Dio se non si affronta il tema della giustizia, del retto uso dei beni. Il vero discepolato si misura anche qui: dal passare dalle parole, dai bei propositi e dai grandi proclami alla compromissione dei propri beni, di quello che si possiede.

Le parole del Profeta Amos nella prima lettura sono davvero di graffiante potenza; Amos ha qui un testo che dovrebbe far tremare quelli che, pur dicendosi cristiani, accumulano ricchezze e le usano perché si auto-moltiplichino a scapito dei poveri, e perché quelle stesse ricchezze si trasformino in armi di oppressione e di vera e propria violenza! L’ingiustizia genera violenza ed odio, l’abbondanza di pochi e la miseria di tanti è la grande vergogna dell’umanità, e la Chiesa di Cristo dovrebbe sempre sapere da che parte schierarsi, per chi lottare, con chi piangere e gridare!

Luca in questa parte del suo Evangelo vuole affrontare il tema dell’uso cristiano dei beni; un tema che toccava molto quella sua comunità (lo si coglie dal fatto che Luca affronta molto spesso nel suo Evangelo il tema dei beni e della loro condivisione), così come tocca le nostre comunità. Luca racconta la parabola dell’Amministratore disonesto, una parabola che bisogna saper leggere bene per capire dove Gesù vuole andare a parare con questa strana vicenda … è una parabola in cui viene posto come esempio un personaggio moralmente negativo, ambiguo. Mentre nel Buon Samaritano, per esempio, la figura esemplare è un uomo buono, pietoso, colmo di tenerezza, in questa parabola l’amministratore è un uomo avido, disonesto, furbo … Eppure questo uomo viene elogiato proprio da quel padrone che aveva frodato; scrive Luca: Il padrone lodò quell’amministratore disonesto perché aveva agito con scaltrezza. Lo loda non per la disonestà, è chiaro, ma per la “scaltrezza”. In greco Luca usa l’avverbio “phronímos” che serve a sottolineare molte cose, paradossalmente positive in lui: è lucido nel cogliere la gravità della situazione, ha enorme prontezza a cercare e trovare una soluzione, prende subito una decisione.

Ecco cosa Gesù vuole porre all’attenzione dei suoi ascoltatori: quest’uomo “delle tenebre” (è detto “amministratore dell’ingiustizia”, “oikonómos tēs adikías”) è stato capace di giocarsi tutto per un scopo preciso: quello di mettersi in salvo. Perché, si chiede Gesù, i figli delle tenebre (come questo amministratore) sono capaci di vere capriole di intelligenza, di prontezza, di previdenza, di obbedienza alle vere urgenze, e i discepoli del Regno non usano queste stesse doti per costruire nella propria vita quello che davvero conta? Perché gli ingiusti inventano mille mezzi per giungere ai loro scopi, e i discepoli dell’Evangelo sono spesso così tiepidi e senza passione per il Regno, per le sue mete, per l’uomo nuovo che Gesù ci ha mostrato al “caro prezzo” del suo sangue?

Se ci riflettiamo bene, davvero non c’è proporzione come sempre. Dicevano i Padri: “Se vuoi vedere la perseveranza fedele guarda al vizio e non alla virtù!” Come si è perseveranti e decisi nel male!

Gesù allora qui non elogia la disonestà ma la scaltrezza, e vorrebbe che i suoi discepoli usassero una stessa scaltrezza per camminare dietro di Lui, per usare i beni del mondo, per renderli forieri non di morte e di ingiustizia ma fecondi di vita. Sì, perché il danaro, in sè è cosa neutra, è cosa che deve solo servire l’uomo; il problema è che esso ha la tremenda tendenza a diventare padrone dell’uomo. E’ paradossale, ma l’uomo, credendo di dominare gli altri ed il mondo con la ricchezza, in realtà finisce per essere dominato dalla ricchezza. Gesù definisce la ricchezza ingiusta, disonesta proprio perché fa delle promesse che poi non mantiene … inoltre la ricchezza, l’accumulo, è sempre ingiustizia perché chi accumula toglie inevitabilmente ali altri; è infatti impossibile che una ricchezza smisurata non sia stata costruita sul male, sul sopruso, sul sangue del povero. Gesù invita a fare di questa ricchezza, in sè disonesta, ingiusta, ingannatrice una possibilità di vita e non di morte. Come? Con la condivisione! Quella vera, però, non l’elemosina condiscendente che dà le briciole ai poveri e poi accumula grandi “materassi” di protezione per sè; non quell’elemosina umiliante che dà gli avanzi e poi, magari, serve pure a sentirsi buoni!

Per Gesù bisogna cogliere da questo uomo iniquo una lezione: la capacità di fare una scelta per la vita, una scelta accorta … chiaramente l’amministratore ingiusto ed il discepolo appartengono a due logiche diverse: a quella del mondo e a quella del Regno! Sono due modi differenti di concepire l’esistenza; quello che però Gesù indica al discepolo è la risolutezza e la capacità di perseguire uno scopo perché vitale!

E’ chiaro allora che il nodo della situazione è capire se il discepolo ha colto la priorità del Regno nella sua vita; ha colto ciò che davvero conta? E’ capace di fare una scelta che il mondo non approva nè può capire e che metta l’Evangelo al culmine dei propri interessi? Il discepolo ha vera passione bruciante per l’Evangelo? Troppo spesso bisogna vedere uomini di Chiesa freddi e burocrati, ritualistici e senza fuoco, cinici e, a volte, troppo fatalisti … Gesù vuole bruciante passione nei suoi! Incredibilmente questo amministratore disonesto ne dà un’immagine; in più Luca qui coglie l’occasione per introdurre un discorso chiaro sull’uso dei beni che deve essere – appunto –  un uso, e un uso poi finalizzato a farsi amici! Chi sono questi amici? Amici che accolgono nelle dimore  eterne … Chi possono essere? I poveri, che sono amici di Dio e che abitano la sua casa? O forse questi amici adombrano Dio stesso che accoglie nella sua dimora? Comunque sia, lo sguardo qui si va ad estendere sull’oltre della storia.

 L’accanimento verso i beni, verso la ricchezza nasce dall’inganno di eternizzare l’oggi, la storia presente; infatti, se tutto è qui, il qui va preservato e “assicurato”, e questo ci si illude di farlo con l’accumulo…le dimore eterne di cui parla Gesù ci richiamano ad una realtà che spesso l’uomo vuole dimenticare: l’amministrazione ci verrà tolta, cioè ci verrà tolto quell’oggi che ha bisogno di essere amministrato con discernimento, con accorta attenzione a ciò che è primario, a ciò che veramente conta. La vita è una ed è breve, e non va vissuta da ciechi, da stolti, con infiniti e vili rimandi!

I beni ingannevoli, tante volte ingiusti, spessissimo – se troppi – frutto di lacrime e generatori di odio, si possono convertire in occasione di giustizia, addirittura di amore; il fatto è che bisogna convincerci che essi non ci appartengono, perchè nel momento in cui li vogliamo possedere con avidità essi stessi ci posseggono e ci fanno schiavi, ci rendono ciechi, sordi, ci assorbono tempo, energie, cuore, preoccupazioni e poi, alla fine ingannano perchè ci lasciano. Restano qui quando noi passiamo, con la morte, oltre la storia … i beni non ci appartengono perché le necessità dei fratelli, dei poveri non possono trovarci con il cuore chiuso; scrive Giovanni nella sua Prima Lettera: “Se uno ha ricchezze di questo mondo e vedendo il suo fratello nella necessità gli chiude il proprio cuore, come dimora in lui l’amore di Dio?” e aggiunge “non amiamo a parole, nè con la lingua ma con i fatti e nella verità” (cfr 1Gv 4, 17-18).

Alla fine Gesù pone, come sempre, un aut-aut: non si possono mettere assieme Dio e l’ingiusta ricchezza; non si possono servire due padroni! A chi si dice “Amen”? A Dio o alle ricchezze? Non a caso Gesù ama chiamare le ricchezze con la strana parola “mammona”, parola che deriva dalla stessa radice del verbo ebraico “aman” (da cui Amen) che significa “mettere fiducia”, “avere sicurezza”. E’ chiaro allora ciò che Gesù dice: “Di chi ti fidi? A chi ti affidi?” O si dice Amen a Dio ed alle sue vie rischiose e folli per il mondo, o si dice Amen al mondo ed alle sue ricchezze! Tra le due cose non ci può essere accordo.

 E’ inutile svicolare e arzigogolare, come tante volte si è fatto per giustificare i ricchi: Amen si dice solo a Dio, e non è possibile dirlo in parallelo alle ricchezze! “Nessun accordo tra gli idoli e Dio”! (cfr 2Cor 6,16).

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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XV Domenica del Tempo Ordinario – L’invio dei Dodici a due a due

UN NUOVO INIZIO!

Am 7, 12-15; Sal 84; Ef 1, 3-14; Mc 6, 7-13

 

L’Evangelo di oggi ci conduce ad un nuovo inizio, un nuovo “arché”… se infatti Marco aveva aperto il suo racconto dicendo che c’era un inizio dell’Evangelo e questo inizio, questo “arché”, è stato l’apparizione di Giovanni il Battista che preparava la venuta dell’Inviato, del Messia (cfr Mc 1,1-4), qui il Messia Gesù proclama un inizio nell’invio dei Dodici…è l’inizio della “corsa dell’evangelo” per le strade del mondo (cfr 2Ts 3,1); Marco, infatti, scrive che Gesù iniziò (“érxato”, aoristo del verbo “archèo”= “iniziare”) ad inviare i Dodici a due a due” e li chiama per questo e dona loro la sua “exousìa”, la sua potenza, quella che la gente gli aveva riconosciuto fin dal principio della sua azione e predicazione (cfr Mc 1,27).

La cosa sorprendente è che questa “exousìa”, questo “potere” è accompagnato da un’estrema povertà di mezzi visibili…i Dodici sono inviati spogli…in una condizione risibile per chi ha la pretesa di annunziare qualcosa che deve cambiare il mondo!

La solennità e severità di questo nuovo “arché” è specchiata in una sconcertante povertà di mezzi umani e mondani. E’ come se Marco volesse dirci che non è la ricchezza dei mezzi che fa correre l’Evangelo ma solo l’autenticità degli evangelizzatori che è luogo della potente grazia di Dio. Gesù non invia dei singoli ma delle coppie, “due a due”; certo questo per l’usanza giudaica di viaggiare in coppia per motivi molto pratici ma certo questa insistenza e questa sottolineatura vogliono dire anche altro; se era usanza comune di viaggiare “due a due” perchè ribadirlo? Credo che i motivi siano due e lo stesso Evangelo ci suggerisce questa risposta; andare “due a due” è garantire la presenza del Signore Gesù con gli evangelizzatori: “Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” (cfr Mt 18,20). Portare l’Evangelo è portare Gesù agli uomini, è proporre Lui, il suo volto, la sua vita che parla di Dio, che narra Dio. E tutto questo può avvenire solo nella reciproca carità. Agostino, commentando questo passo, si chiede: “Perchè due a due?” e si risponde: “Perchè due è il numero minimo per l’amore!” Cristo verrà narrato e reso presente dagli evangelizzatori, dagli inviati a patto che lo narrino nel loro reciproco amore fraterno, a patto che lo narrino non fidandosi dei mezzi del mondo!

Gesù, nel suo invio, lascia loro solo ciò che è necessario a “camminare”: bastone e sandali!

Camminare” è una caratteristica di Gesù stesso; il testo evangelico di oggi è preceduto dalla notazione che “Gesù percorreva i villaggi insegnando” … Gesù, come scrive in un suo bellissimo libretto Christian Bobin (ed. Qiqajon), è “L’uomo che cammina”, che non si stanca di percorrere le strade del mondo alla ricerca dell’uomo, alla ricerca dell’ulteriore; così i suoi discepoli, i suoi inviati: “uomini che camminano” e che camminano amandosi e fidandosi della potenza della parola che portano e non dei mezzi con cui la portano!

Un grande rischio ecclesiale di oggi è il dispiegamento dei mezzi e delle potenze mondane con l’illusione che queste cose siano al servizio dell’Evangelo; in realtà la parola di questo evangelo di oggi ci dice che mezzi mondani e potenze mondane non sono a servizio dell’Evangelo ma a detrimento di esso; chi infatti si fida dei mezzi mostra di non credere alla potenza di quella parola che annunzia, mostra di essere come il mondo e perciò sconfessa l’Evangelo!

E’ duro ammetterlo in tempi come i nostri, così ubriachi delle proprie potenze e dei propri mezzi; è duro ma proprio così! Gesù l’ha detto con cruda chiarezza.

La potenza della parola annunziata libera dal male e dalla sofferenza…ma non costringe nessuno! Marco ci tiene a sottolineare che l’evangelizzatore deve mettere in conto anche la possibilità del fallimento, del rifiuto. Fu questa anche l’esperienza dei profeti e Amos, nel tratto del suo libro che passa oggi come Prima lettura, ha detto che la sua profezia fu accompagnata, nel suo inizio, dal rigetto, dal rigetto di quei potenti che non vogliono che la una parola di Dio sconvolga le loro vie ed i loro progetti. Amos però sa che quella parola non può essere taciuta; non continua a profetizzare perchè è gradito ed applaudito ma solo perchè è stato il Signore ad inviarlo, Lui lo ha “preso” dalla sua precedente vita e l’ha posto al servizio di una possibilità nuova, quella che essi non stanno accogliendo.

Ai Dodici Gesù chiede anche un gesto profetico per coloro che non accoglieranno l’Evangelo: quella polvere scossa a testimonianza per loro. E’ questo certo un gesto di presa di distanza ma è anche gesto che ribadisce la strada che gli inviati hanno percorso per loro, per quell’annunzio…è la polvere dei sandali, è la fatica del cammino fatto, è la strada percorsa passo dopo passo per andare a cercare i loro cuori e le loro vite. E’ come dire: “quello che dovevamo dirvi ve l’abbiamo detto; questa polvere è testimone della fatica e del cammino che abbiamo fatto per voi e per quella parola di cui ci fidiamo, ora tocca a voi fare la vostra fatica…se volete!” Il gesto precede poi l’andare altrove: nessun fallimento o rifiuto deve fermare la corsa dell’Evangelo. Marco qui vuole mettere in guardia la Chiesa dal “fissarsi” su certe persone o certi ambienti…un “fissarsi” che potrebbe diventare una pretesa o una costrizione, oltre a diventare un vero blocco alla Parola che, per sua natura, vuole correre a cercare altri uomini su cui versarsi e a cui aprire nuovi orizzonti.

L’Autore della Lettera ai cristiani di Efeso ci ha poi aperto un varco di comprensione sullo scopo di questo Evangelo che deve correre per il mondo: ad esso si crede per partecipare al mistero della volontà di Dio che è la ricapitolazione di tutto in Cristo. Il verbo “anakefalèo” che si traduce con “ricapitolare” va bene inteso; cosa è l’opera della “ricapitolazione”? E’ la re-intestazione o, meglio ancora, la re-destinazione” di tutto a Dio.

Insomma, l’opera di Cristo e della sua salvezza, l’opera dell’Evangelo, è far ritornare tutto al suo vero ed unico destinatario che è Dio! Il creato era indirizzato a Dio e l’uomo, con il suo peccato l’ha  invece “destinato” ad altro, a se stesso, alla mondanità; Cristo l’ha re-intestatoal Padre.

Chi evangelizza è al servizio di questa “re-intestazione”, spinge gli uomini a trovare la loro vera “destinazione”, la vera “destinazione” della loro storia, il senso profondo della loro esistenza, delle loro lotte, delle loro speranze!




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XXVI Domenica del Tempo Ordinario – I pericoli delle ricchezze

MORTE DOLOROSA DEL POVERO E DANNATA DEL RICCO

Am 6, 1a.4-7; Sal 145; 1Tm 6,11-16; Lc 16, 19-31

 

Ancora sul denaro. La scorsa settimana la riflessione ci portò a considerare l’uso retto delle ricchezze, oggi i gravi pericoli delle ricchezze.

Le parole di Amos, nella prima lettura, sono forti, dure, hanno il suono della profezia che grida parole scomode, parole che giudicano. Amos grida facendosi eco del dolore del Signore soprattutto per l’indifferenza dei ricchi, dei benestanti (in senso ampio e in senso letterale, cioè quelli che stanno bene, sicuri, riparati, certi del loro potere) tanto stolti da credere che la loro condizione sia definitiva ed inamovibile.

Non si illudano: il Signore depone i potenti dai troni (Lc 1,52) e cesserà l’orgia dei dissoluti! I sazi continuano ad ingannarsi, sono stolti e ciechi; stolti perché si sopravvalutano e ciechi perché incapaci di vedere altro che la loro condizione, incapaci di vedere la miseria degli altri.

La parabola del ricco e del povero Lazzaro è una straordinaria narrazione di questa situazione che ogni giorno appesta il mondo e ferisce l’umanità. Sì, ogni giorno l’indifferenza uccide, ogni giorno il potere del denaro è morte dolorosa del povero, è morte dannata per il ricco, è morte della fede in Dio per chi confida nel denaro, per chi dice il suo Amen al denaro (ricordiamo il senso terribile della parola Mammona!).

Questa è l’unica parabola dell’Evangelo tutto in cui uno dei protagonisti ha un nome: Eleazar (Lazzaro) che significa Dio aiuta; ha un nome che rivela il suo cuore: si fida di Dio, del suo aiuto. E’ nelle mani di Dio. L’altro non ha nome, si fa definire dal suo oro: è un uomo ricco. Questi non compie azioni malvagie verso Lazzaro, è solo distante, indifferente, immerso nella sua orgia da dissoluto; veste come un re e non è un re: l’unico signore della sua esistenza è lui stesso. Lazzaro è lì e il ricco non se ne cura, lo ignora: il mondo è lui! La sua malvagità è più subdola di quella di un brigante che uccide, produce ugualmente piaghe e dolore. Lazzaro soffre per le piaghe e per il desiderio sempre frustrato di sfamarsi; non pretende di sedersi a quella mensa, vorrebbe solo le molliche di pane che il ricco usa per pulirsi le mani dopo aver mangiato (le posate non esistevano!)…

Ma l’orgia del ricco finisce ma finisce anche il dolore di Lazzaro. Viene la morte che però non livella; i due tornano in una situazione di disparità ma capovolta: Lazzaro è portato dagli angeli nel seno di Abramo, il ricco è sepolto e sta nell’inferno. La differenza dei due verbi è importante e già mostra, con il tocco sapiente e raffinato di Luca, il capovolgimento delle situazioni. Si badi che qui Gesù non vuole descrivere l’oltretomba, l’aldilà, vuole invece parlarci del giudizio di Dio su ciò che noi viviamo nell’aldiquà! Nella sua nuova situazione di desiderio (ha sete) il ricco finalmente vede Lazzaro accanto ad Abramo. Non l’aveva mai visto, i suoi occhi non si erano fermati sulle sue piaghe e sul suo desiderio di sfamarsi…ora lo vede e subito ancora mette davanti i suoi desideri: Lazzaro dovrebbe andare da lui a spegnergli l’ardore della sete. Abramo, loro padre comune, che ora è il suo interlocutore nega questa possibilità. Si badi bene che il no di Abramo non è una vendetta, non è un occhio per occhio, dente per dente, non è la punizione perché non ha soccorso Lazzaro. No! Abramo spiega che ora si è stabilita un’impossibilità, c’è un abisso tra il ricco ed il seno di Abramo ove Lazzaro è consolato. L’abisso l’ha creato l’indifferenza, l’abisso l’ha creato quella ricchezza colpevole nella quale si è abbandonato e dalla quale si è lasciato stordire e rendere cieco ed insensibile. L’abisso non è più valicabile. E’ finita l’orgia del dissoluto che ora raccoglie l’orrore che ha seminato; questo strano dannato (si vede che è un parto della fantasia di Gesù e dell’evangelista e non è un vero dannato) si preoccupa della sorte dei suoi fratelli ricchi che ora sa che sono su una via mortifera. Per loro chiede un miracolo. Abramo chiarisce che non servono miracoli perché hanno già dove volgere lo sguardo: hanno la Scrittura, lì il popolo dei figli di Abramo ha la via, lì devono tendere l’ascolto, lì devono prestare obbedienza. Nessun risorto da morte converte il cuore se non si ascolta la Scrittura! Il monito è terribile per noi cristiani che cantiamo l’alleluia al Cristo Risorto e Luca certamente non è ingenuo nello scrivere queste parole e nel metterle sulla bocca di Abramo e quindi di Gesù che narra la parabola. L’ascolto della Scrittura rende possibile la fede nel Risorto e non il contrario. Nell’ultimo capitolo del suo Evangelo lo stesso Luca ci narra che i due discepoli di Emmaus riconoscono il Risorto solo dopo averlo ascoltato spiegare le Scritture. Senza l’ascolto vero quel viandante rimarrebbe solo un compagno di viaggio capace di molte chiacchiere. Ascoltare le Scritture ci dà la possibilità di sfuggire ai pericoli delle ricchezze che soffocano e seminano morte. Ascoltare le Scritture significa dare a Dio ed al suo parlare la signoria sulla nostra esistenza, e se Lui è il Signore non ci saranno asservimenti alle orge, alle ricchezze, all’idolatria di sé e dei propri desideri che diventano legge a costo d’essere ciechi sulle piaghe, le attese ed i legittimi bisogni degli altri, dei poveri, dei dimenticati. Di questi Dio non si dimentica, è per loro aiuto (Eleazar, Dio aiuta), è per loro consolazione e speranza.

Questa domenica ogni assemblea cristiana è chiamata a fuggire l’avidità che è rovina e perdizione. Spiace che la nuova versione della CEI non traduca con “fuggi” l’imperativo greco “feughe” ma attenui con un blando “evita”. E spiace anche che il testo della Prima lettera a Timoteo inizi solo al versetto 11 senza farci leggere il precedente in cui si specifica da cosa Timoteo deve fuggire. I versetti 7-10 parlano dell’inganno della ricchezza e dei molti desideri insensati ed inutili che aggrediscono il cuore del ricco. Paolo specifica che la ricchezza affoga e che l’avidità è radice di ogni male: Alcuni presi da questo desiderio (del denaro) hanno deviato dalla fede e si sono procurati molti tormenti. Per questo Paolo dice con molto calore al discepolo Timoteo: Ma tu, uomo di Dio, fuggi queste cose! e poi ancora parla di una realtà della vita cristiana su cui più volte abbiamo meditato: la lotta. Infatti Paolo scrive: Combatti la buona battaglia della fede!

La lotta è possibile solo in quella signoria di Cristo che va accettata senza riserve.

Il ricco della parabola, ma con lui tutti i ricchi che si fidano delle loro ricchezze e sono ciechi e lontani dagli altri, è precipitato nell’inferno abissale perché aveva un “signore” che gli ha messo catene pesanti, forse d’oro, ma catene che l’hanno tenuto ben ancorato alla terra che era stata, con le sue ricchezze, il suo solo orizzonte. E vi è rimasto prigioniero! Dinanzi a tutto questo risuoni forte l’imperativo di Paolo: Fuggi!




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