II Domenica di Pasqua (Anno C) – Shalom!

 

 PERDONATI, PERDONIAMO

At 5, 12-16; Sal 117; Ap 1, 9-11a.12-13.17-19; Gv 20, 19-31

 

Scriveva il Beato Paolo VI: “Non pochi che si dicono cristiani hanno della fede un’idea imprecisa; pensano della fede ciò che essa davvero non è: offesa al pensiero, catena per il progresso, umiliazione per l’uomo, tristezza per la vita …”

Il racconto evangelico di oggi, in questa seconda domenica di Pasqua, ci mostra invece gli infiniti spazi di gioia che l’adesione all’“incredibile” fede pasquale nel Crocifisso-Risorto può spalancare all’uomo.

L’Evangelo di oggi, tratto da quello che doveva essere l’ultimo capitolo del IV Evangelo (il capitolo seguente, il ventunesimo, come è noto fu aggiunto dalla Chiesa giovannea in un secondo momento della redazione) ci narra l’incontro con il Risorto come capace di vera liberazione dalle paure, dalla tristezza, dall’isolamento, dalle ristrette pastoie dei nostri pensieri imprigionanti … un incontro che apre ai discepoli un oltre che non sapevano neanche immaginare.

La fede non è offesa al pensiero ma dà capacità al pensiero di espandersi e di comprendere quel che prima, senza di essa, non era neanche pensabile; la fede non è catena al progresso, anzi ci apre a vie di ulteriore che portano l’uomo alle sue estreme possibilità di presenza e di azione nella storia; la fede non umilia l’uomo ma lo rende libero e gioioso; la fede gli chiede di scegliere, di credere, gli apre una possibilità di “grandezza” straordinaria; la fede produce gioia lì dove sembrerebbe non poterci essere.

L’ingresso di Gesù nelle porte chiuse ed attraverso le pareti impenetrabili della debolezza e della paura di quei discepoli in lutto avviene con una parola straordinaria: Pace a voi!
Per Giovanni è il vero saluto pasquale. Shalom!
E’ il saluto ordinario della tradizione ebraica, eppure Giovanni è stato attento a non farlo mai apparire sulle labbra di Gesù prima di questo momento …la pace l’aveva promessa durante i discorsi di addio dicendo ai discepoli che dava loro la sua pace che è ben altra cosa dalle paci che può dare il mondo (cfr Gv 14, 27;16,33).
Ora qui, nella sera della Risurrezione, la proclama perché nella sua Pasqua la pace è, per l’uomo, una vera, possibile realtà. Ne mostra subito la fonte: le sue ferite d’amore. Il testo qui è straordinario: «I discepoli gioirono al vedere il Signore». Anche questa gioia aveva promessa nei discorsi d’addio: «Vi vedrò di nuovo e il vostro cuore gioirà» (cfr Gv 16, 22) ma la cosa straordinaria è che i discepoli si rallegrano dinanzi a quelle piaghe, piaghe che non vengono mostrate per divenire un rimprovero o un rinfacciare fughe e tradimenti, ma perché siano proclamazione d’un amore sconfinato; e quei poveri dieci uomini colgono tutto questo fuoco d’amore, di novità, di futuro che scaturisce dal corpo del Crocefisso Risorto. Li è andati a cercare nei territori tremendi delle loro paure, dei loro sepolcri (sono chiusi dentro, ha detto l’Evangelista!), della loro mancanza di speranza e di futuro. Gesù è passato attraverso quei muri terribili ed è lì ad annunziare pace e a donare gioia. Una gioia ed una pace che non possono restare loro possesso, ma che li proiettano nel mondo ad essere, a loro volta, liberatori e portatori di gioia.

Cosa dovranno essere per la forza di quel soffio ricreatore che Gesù dona loro?
Dovranno essere segno incarnato della remissione dei peccati, di un’era nuova in cui i peccati degli uomini sono rimessi definitivamente; chi li vedrà – trasformati dalla libertà che è data loro, e inondati dalla gioia che, paradossalmente, viene da quelle piaghe di croce – dovrà poter vedere uomini riconciliati e perciò riconcilianti. La prima icona di Chiesa che il Risorto disegna ha il volto di una comunità che perdonata, si perdona reciprocamente al suo interno e, per questo, diviene capace di annunziare la misericordia pasquale agli uomini, divenendo così capace di essere porta per la misericordia che libera e colma di gioia. La Chiesa può essere solo questo!

Il primo compito della Chiesa non è elencare i peccati degli uomini ma è raccontare la misericordia che libera da tutti i peccati, e questo non a parole ma mostrandola nella propria carne, personale e comunitaria! Sarà la misericordia narrata così a rivelare il peccato che ne è l’esatto contrario. Chi riceve l’annunzio di misericordia attraverso una siffatta Chiesa non potrà fare a meno di vedere in faccia la verità dei propri peccati. La riconciliazione non è un chiudere gli occhi al male; la misericordia non è una “depenalizzazione” dei peccati; al contrario è una dichiarazione di perdono su qualcosa che è estremamente grave e pesante! Non ci può essere vera misericordia se non c’è verità sul peccato e sulla sua tragicità. La misericordia libera da qualcosa che è realissimo: quelle porte chiuse e quella tristezza sono realissime … e su quelle opera la misericordia, che fa germogliare la libertà e la gioia.

L’esperienza di amore e di liberazione che quei dieci discepoli hanno fatto in quella sera del primo giorno dopo il sabato è narrata a Tommaso, l’assente, il fuggiasco, colui che non solo si era nascosto (come gli altri dieci!) ma si era nascosto da solo. Giovanni usa l’imperfetto per parlarci di quel racconto fatto a Tommaso: «Gli dicevano: abbiamo visto il Signore!», e con insistenza cercano di farlo uscire dal suo buio autosufficiente ed incapace di vedere il proprio peccato; Tommaso è convinto di avere tutte le buone ragioni per non credere e non si accorge che il suo peccato è grande: è peccato di incredulità verso la Chiesa ormai radunata dal Risorto e chiamata all’annunzio, è peccato di fuga dalla famiglia ecclesiale.
E Gesù lo va a cercare proprio lì, nella sua pretesa di toccare e vedere, nella sua durezza di cuore; vince quella pretesa e quella durezza di cuore con la sua condiscendenza: «Metti pure qui il tuo dito … stendi la mano e mettila nel mio costato» …
Lo prega di non essere più senza fede ma di entrare nella fede; gli chiede di cedere a Lui le sue buone ragioni, e di lasciarsi avvolgere da quell’amore che lo è andato a cercare, da quell’amore che ha vinto la morte anche per lui, da quell’amore che lo prega e che raduna i suoi dalle terre di morte, di prigionia e di dispersione.
Tommaso è vinto, si lascia vincere e proclama la fede generata da quel Gesù che lui aveva abbandonato e che invece non ha abbandonato lui: «Mio Signore e mio Dio!»

L’Evangelo si conclude con la proclamazione da parte di Gesù che c’è però una fede ancor più perfetta di quella di Tommaso, quella di chi crederà senza vedere … quella fede che si farà generare dall’ascolto…
Straordinaria a questo proposito, è la finale del capitolo (che doveva essere la finale di tutto l’Evangelo): «Molti altri segni fece Gesù sotto gli occhi dei suoi discepoli, ma non sono stati scritti in questo libro. Questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo» … insomma, chi leggerà quel che è scritto, chi ascolterà le parole dell’Evangelo, potrà entrare in quella fede che non vede.

La fede pasquale è frutto della vittoria di Cristo sulla morte e si radica nel cuore degli uomini grazie ad un’altra vittoria: accoglie la fede che si lascia vincere dall’amore, che viene a cercarlo condiscendente per donare la pace, la gioia, la libertà!

Di questo noi siamo testimoni!
Vinciamo se ci lasciamo vincere!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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II Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) – Unum necessarium

 

FACENDO SI ASCOLTA

Is 62, 1-5; Sal 95; 1Cor 12, 4-11; Gv 2, 1-12

 

Dal giorno dell’Epifania abbiamo contemplato le tre epifanie di Dio in Cristo Gesù: la prima ai Magi, segno di tutte le gente chiamate all’incontro con Lui (cfr Mt 2, 1-12); la seconda al Giordano, in cui la manifestazione del Dio Trino giunge a pienezza nel Figlio in fila con i peccatori ed ormai consapevole a pieno di essere il Figlio amato, manifestazione a Gesù stesso che giunge al culmine della sua ricerca di una vocazione e di una identità (cfr Lc 3, 21-22); la terza a Cana di Galilea, in cui il Figlio si manifesta quale Sposo innamorato ed in cammino verso l’ora.

L’oracolo di Isaia che oggi è la prima lettura ha un vertice di grandissima tenerezza, un vertice che dovremmo ripeterci ogni qual volta sperimentiamo solitudine e devastazione nelle nostre vite: «Non ti si chiamerà più ‹Abbandonata›, né la tua terra sarà più detta ‹Devastata› … la tua terra sarà detta ‹Sposata› perché il Signore tuo Dio si compiacerà di te e la tua terra avrà uno Sposo … così ti sposerà il tuo Creatore … come gioisce lo sposo per la sposa così il tuo Dio gioirà per te!» A Cana viene fatto manifesto che lo Sposo giunge!

Comprendiamo bene allora che questa domenica non deve essere svilita con delle “catechesi prematrimoniali” che, per quanto nobilissime ed utilissime, non hanno diretta correlazione con i testi di oggi, se non per il fatto che le nozze umane hanno radice nell’amore sponsale di Dio, che il sacramento nuziale è tale perché il nostro Dio in Gesù si è manifestato quale Sposo.
E’ allora Cristo Sposo che oggi celebriamo e contempliamo; il testo di Giovanni è carico di valore simbolico e di rimandi teologici. Guai a leggerlo sono come un “miracolo” … a volte anche come un miracolo per buontemponi che hanno finito il vino (a tal proposito ricordo una tirata “comica” di Dario Fo!). Giovanni qui, invece, ci sta consegnando ancora un “archè”, un principio: è il principio dei segni, quelli che devono condurre al segno supremo della croce, luogo dell’amore estremo di Dio, luogo dell’ora del Messia che qui a Cana è solo annunziata; i segni che dovranno condurre i discepoli e poi i lettori dell’Evangelo a contemplare quel Dio che dona la vita per la sua sposa che è l’umanità («Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito» cfr Gv 3, 16). Giovanni, ricordiamolo, non chiama mai “miracoli” i “miracoli”, ma sempre segni, cioè atti, gesti che rimandano ad una realtà ulteriore. Il fine non è il prodigio, ma è indicare l’identità di Gesù … tutti i segni di Giovanni indicano chi è Gesù: è lo Sposo, è la Parola cui bisogna consegnarsi fidandosi (cfr Gv 4, 46-54 La guarigione del figlio del funzionario del re), è la via che ci toglie da ogni immobilismo (cfr Gv 5, 1-9 Il paralitico alla piscina); è il pane che viene dal cielo (cfr Gv 6, 1-13 La moltiplicazione dei pani); è colui che domina le acque di morte (cfr Gv 6, 16-21 Il cammino sul mare), è la luce del mondo (cfr Gv 6, 1-41 Il cieco nato), è la risurrezione e la vita (cfr Gv 11, 1-44 La risurrezione di Lazzaro) … Un percorso dunque con cui Gesù ci conduce a contemplare il prezzo d’amore che il Figlio eterno di Dio paga per condurci in questo esodo verso l’uomo nuovo.

All’uomo manca la gioia: non hanno vino, dice la Madre! La Madre è qui più di Maria: è Israele che presiede alle nozze tra il Messia e la sua Comunità; è Israele che, immerso nel mondo, fa esperienza del bisogno di un Salvatore; è Israele che sa che la gioia è impossibile senza l’intervento del Salvatore … una gioia che verrà consegnata all’umanità nella Pasqua del Figlio, ma qui Israele chiede, per bocca della Madre, che sia un segno che conduca a quella pienezza di nozze. D’altro canto, in tutto l’Antico Testamento il vino era stato segno della Parola che salva e che dà gioia, e quella Parola il Figlio già la sta pronunciando; il vino è l’Evangelo che ora il Figlio consegna all’umanità, e già tutti i gesti e le parole che il Figlio compie e dice sono la buona notizia che la Pasqua compirà e realizzerà.

E’ vero che l’ora non è ancora giunta, ma già c’è un’ora: l’ora dell’Evangelo che comincia a correre … le definitive saranno sul Golgotha, quando il Figlio innalzato attirerà tutti a sé (cfr Gv 12, 32), quelle nozze – scriveva Caterina da Siena – saranno nozze di sangue … a Cana c’è l’epifania di quest’amore di sposo che si incammina verso le nozze di sangue, nozze in cui canterà la gloria del Padre offrendosi a tutti e senza riserve.
A Cana di Galilea c’è un archè dei segni, ma c’è anche l’archè della fede della Chiesa … è qui che la comunità di Gesù che ha – secondo il racconto di Giovanni, appena una settimana di vita – (cfr Gv 1, 19-2,1), inizia a credere, a fidarsi di Lui …

Certamente poi la fede sarà passata nel crogiuolo, sarà passata nel torchio dell’abbandono, del non capire, del rifiuto, del rinnegamento, del tradimento … Quella che però sarà purificata è già la fede, ed è sorta a Cana dove la Chiesa nascente ha sentito di essere amata, sposata, non più abbandonata!

La Figlia di Sion, Gerusalemme, adombrata dalla Madre, conduce lo Sposo-Messia alla Chiesa e chiede di fare tutto quello che Lui dirà … E’ la via che Israele ha sempre percorso, la via di ascolto che diviene immediatamente vita: «Tutto ciò che il Signore da detto noi lo faremo e lo ascolteremo» (così alla lettera!) dice il popolo alla stipula dell’Alleanza nel deserto (cfr Es 24, 7); facendo si ascolta, facendo si adempie, facendo si comprende la volontà di Dio.

«Fate tutto quello che vi dirà» … sono le parole con cui la Madre, nel Nuovo Testamento, parla per l’ultima volta (mi viene da pensare con qualche perplessità alle “Madonne” che parlano tanto!?): è Israele che consegna a tutti gli uomini l’“unum necessarium” (cfr Lc 10, 42) che è l’ascolto obbediente. Un ascolto obbediente che permette di gustare il vino buono che è l’Evangelo, che permette di entrare nella gioia delle nozze, un ascolto obbediente che deve divenire sequela sulle vie dell’Esodo Pasquale che il Figlio dovrà realizzare per compiere l’ora che a Cana è solo annunziata. La Madre-Israele è lì presente quando la Chiesa inizia a credere e sarà presente alla fine del Quarto Evangelo ai piedi della croce, all’ora; lì sarà con il Discepolo amato, consegnati l’uno all’altra, nell’ora delle nozze di sangue; sono il principio della nuova umanità.

Cana: epifania di Dio nel Cristo Sposo. Il fine dell’Incarnazione è questo fine sponsale che avrà la sua pienezza nell’eterno: dalle nozze annunziate a Cana, alle nozze di sangue sul Golgotha, fino alle nozze eterne con il Veniente principio e meta della storia: «Lo Spirito e la Sposa dicono: Vieni! E chi ascolta ripeta: Vieni!» (cfr Ap 22, 17).

Colui che verrà è lo Sposo innamorato già segnato dalle stigmate dell’amore e pronto ad accogliere la Sposa nel suo abbraccio eterno.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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XXIV Domenica del Tempo Ordinario (B) – E’ il Messia

…MA UN MESSIA DIVERSO

 

Is 50, 5-9a; Sal 114; Gc 2, 14-18; Mc 8, 27-35

 

Già abbiamo sottolineato, in questo nostro percorso nell’Evangelo di Marco, che l’evangelista annota degli inizi: l’inizio dell’evangelo (1,1) che si manifesta con l’apparire del Battista e con la sua predicazione, l’inizio della predicazione del discepoli quando Gesù inizia appunto ad inviarli (6,7), ed ora qui Gesù inizia ad annunciare la via della croce.

La pagina che oggi si legge è davvero il cuore dell’Evangelo di Marco; è il centro della narrazione in cui viene posta la grande domanda, la più essenziale: «Voi chi dite che io sia?». E’ la domanda circa l’identità di Gesù; tutta la prima parte dell’Evangelo aveva mostrato, con i miracoli, che Marco chiama potenze, e le parole piene di exousìa, di autorità, un’identità di Gesù che però non è esaustiva, e può essere ingannevole se non viene corretta da ciò che Gesù stesso, da questo momento dell’Evangelo in poi, annuncia e rivela: la via della croce. Nel testo di oggi ascoltiamo il primo dei tre annunzi della Passione con cui Gesù svelerà sempre più il suo vero messianismo.

Le risposte della gente circa l’identità di Gesù sono vaghe e generiche: sono riletture di Gesù a partire dal passato (Elia, uno degli antichi profeti, Giovanni il Battista); Gesù rivolge la domanda ai suoi, a quelli che, nella sezione precedente, non capiscono e hanno bisogno di essere aperti alla parola nuova (il miracolo del sordomuto aveva al suo cuore quell’essenziale sospiro di Gesù: “Effatà”)…
Eccola ora la parola nuova che bisogna ascoltare; Gesù la dirà… è la parola sul suo soffrire: solo così si giunge a capire Lui chi sia.
Alla domanda di Gesù, Pietro ha risposto correttamente: è il Messia. Il problema di Pietro è però che quel Messia che lui pensa è quello secondo lui e non secondo Dio: è il Messia che risponde alle sue domande ed alle sue attese; è il Messia fatto ad immagine delle sue aspirazioni e del suo buon-senso

Gesù acconsente a quella risposta, ma chiede – come al solito in Marco – di non ridire alla gente quella parola “Messia” … è la verità, ma è una verità che può essere mal compresa, o compresa a partire dalle attese. Ora è, invece, tempo di farsi cambiare le attese!
E così Gesù inizia ad annunziare la via della croce: è sì il Messia, ma un Messia di intollerabile alterità; un Messia inconcepibile per ogni buon-senso religioso e per ogni attesa trionfalistica. E’ un Messia umiliato, riprovato, sofferente, ucciso! Non semplicemente morto, ma ucciso, morto per violenza.
Gesù stesso aveva dovuto comprendere, certo con paura e tremore, che l’unica via che poteva imboccare per raccontare l’amore-altro di Dio era quella che il Libro di Isaia già indicava: quella del Servo sofferente. La prima lettura di oggi ci ha fatto ascoltare un tratto del terzo dei carmi del Servo; Gesù deve aver sentito queste stesse parole trasalendo e comprendendole per sé, per il suo cammino di Messia diverso.

Marco scrive che Gesù annunzia la sua passione con parresìa, con franchezza, apertamente. Senza timore di scandalizzare, senza timore di essere abbandonato. Dire che è il Messia, che è il Figlio di Dio è esatto ma incompleto; c’è il rischio di leggere il Messia, il Figlio di Di, titoli che Marco aveva dato a Gesù fin dall’inizio del suo Evangelo!, secondo gli uomini e non secondo Dio.

E’ quello che fa Pietro! Pietro protesta (il verbo greco “epitimào” significa appunto “proibire”, “protestare”), vorrebbe proibire a Gesù di dire quelle cose: sono intollerabili! Pietro riconosce l’identità messianica di Gesù, ma rifiuta il modo di Gesù di essere Messia. Pietro faticherà fino alla fine a capire le vie altre di Gesù, fino a quando lo troveremo nel Getsemani, ancora armato di una spada!
D’altro canto Gesù, nell’Evangelo di Matteo, chiama Pietro barjona (cfr Mt 16, 17), che lungi dal significare “figlio di Giona”, significa in verità “latitante”, “terrorista alla macchia”.
Pietro dunque deve spogliarsi di quell’uomo vecchio che pretendeva di costruire il Regno di Dio restaurando con la forza il regno davidico contro l’impero di Roma; deve lasciare il proprio progetto per seguire davvero quello di Gesù. Se nella sua chiamata al lago, Gesù gli aveva chiesto di lasciare delle cose (le reti, la barca), qui Gesù gli chiede di lasciare i propri progetti, la propria visione delle cose e del mondo.
Gesù lo chiama satana perché in Pietro parla la tentazione, parla Satana che lo aveva tentato nel deserto per sviarlo dal progetto del Padre: Satana chiede a Gesù di essere un Messia che si afferma con gesti clamorosi, e Pietro gli vuole vietare la via della croce perché pensa che lo smentisca come Messia … in realtà sia Satana che Pietro cercano di impedirgli di fare la sua strada, quella che coincide con la volontà del Padre.

Gesù, si badi, non allontana Pietro da sé, ma gli dice di tornare al suo posto di discepolo: Dietro di me, Satana! Se Pietro tornerà al suo posto di discepolo non sarà più satana perché non pretenderà più di indicare la strada a Gesù ponendosi davanti a Lui come inciampo. Se tornerà al suo posto di discepolo imparerà a seguire il Maestro e a non sostituirsi a Lui nel fare progetti; se starà al suo posto di discepolo lo potrà seguire sulle vie difficili della passione, e così capirà chi davvero sia Gesù.
Quando Pietro avrà imparato questo, quando avrà imparato qual è il suo messianismo, lo seguirà fino alla croce, fino a lasciarsi crocefiggere per Lui e con Lui nel circo di Nerone nella lontanissima Roma … intanto deve ascoltare il Signore che parla con parole intollerabili, con le parole tra le più dure dell’Evangelo: seguirlo prendendo ciascuno la propria croce, che è quella su cui deve morire l’uomo vecchio con i suoi progetti, i suoi pensieri secondo il mondo, il suo tremendo buon-senso.
Deve ascoltare Gesù che dice quell’espressione paradossale e verissima: «Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per me causa mia e dell’Evangelo, la salverà».

Il problema è capire cosa è salvarsi. E’ realizzare i propri pensieri, è avere come fine se stessi, o è realizzare i progetti di Dio ed avere come fine il suo Regno? Il mondo pensa in un modo, Dio in un altro! Convertirsi è sostituire in noi i pensieri del mondo con quelli di Dio. E’ quanto Pietro è chiamato faticosamente a fare; è quanto noi siamo chiamati a fare.

Lasciamoci interpellare da Gesù: Tu chi dici che io sia?

Nella nostra cappella monastica il titulum crucis del grande Crocifisso dell’abside porta scritta in greco questa domanda: Voi chi dite che io sia?
Dinanzi al Crocifisso gli equivoci cadono tutti; se Lui è il Messia è un Messia crocefisso; vogliamo essere discepoli del Messia crocefisso?
Pietro lo volle, e finì anche lui su una croce … dobbiamo preoccuparci se non finiamo su una croce anche noi … lo scrivo e tremo, ma non posso non scriverlo; è bene che ce lo diciamo e che lo sappiamo … poi lottiamo per questo!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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XXIII Domenica del Tempo Ordinario (B) – In disparte con Lui

 

 PER ESSERE GUARITI

Is 35, 4-7a; Sal 145; Gc 2, 1-5; Mc 7, 31-37

 

La guarigione del sordomuto nell’Evangelo di Marco non è un miracolo come tutti gli altri in quanto nella sua collocazione apre ad una più ampia riflessione: il miracolo del sordomuto – o così come Marco definisce i miracoli: “diunamis” cioè “potenze” – si colloca, infatti, in una sezione del Secondo Evangelo che va dal versetto 30 del sesto capitolo al versetto 26 dell’ottavo, in cui c’è un tema ricorrente: i discepoli non capiscono.
Dopo la prima moltiplicazione dei pani Marco, infatti, deve annotare che essi «non avevano capito il fatto dei pani perché il loro cuore era indurito» (cfr Mc 6, 41). Dopo il lungo dibattito sulla Legge, Gesù rimprovera i suoi dicendo loro: «Siete anche voi senza intelligenza? Non capite?» (cfr Mc 7, 18) e, dopo la seconda moltiplicazione dei pani, il rimprovero è ancor più severo: «Non intendete, non capite ancora? Avete occhi e non vedete, avete orecchi e non udite?» (cfr Mc 8, 17-18). Dunque, sembra chiaro: i suoi sono sordi e ciechi, ed a loro si possono dire le stesse parole dure che Gesù aveva detto per “quelli di fuori” durante il discorso in parabole (cfr Mc 4, 11-12).

I discepoli hanno bisogno di guarigione; i discepoli di Cristo hanno bisogno costantemente di guarigione per poter leggere la presenza di Gesù nella loro storia, nella storia della Chiesa. I discepoli di allora, e quelli di sempre, hanno bisogno di guarigione per potersi aprire alla Parola che li salva. Il racconto del sordomuto ci dice che c’è una sola via per tale guarigione: chiedere a Cristo Gesù che compia il miracolo.
L’episodio inizia infatti con la domanda umile di quelli che, potendo parlare, chiedono a nome di colui che non ha parole, una domanda che il povero sordomuto avrà implorato, sia con gli occhi che con i gesti, di pronunciare per lui verso quel Rabbi che passava facendo del bene; e Gesù fa subito un gesto: lo trae in disparte dalla folla… vuole restare solo con lui.
Perché? Certo per via di quel modo di fare di Gesù, caratteristico nell’ Evangelo di Marco, che ai primi del ‘900 fu definito dagli studiosi come “segreto messianico”; Gesù, cioè, di continuo fa dei miracoli, ma poi impone di non parlarne…la stessa cosa Gesù farà con Pietro, Giovanni e Giacomo dopo la Trasfigurazione (cfr Mc 9, 9) ma lì abbiamo la chiave del segreto messianico…Gesù dice ai tre che potranno parlare solo “dopo la sua risurrezione”. In tal modo Marco ci ha voluto dire che Gesù si può conoscere a pieno solo nel mistero pasquale: i miracoli sono solo segni che affermano che i tempi messianici sono venuti. “Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti”, così esclama la folla dopo questo miracolo, citando quasi alla lettera il passo di Isaia che oggi abbiamo ascoltato quale prima lettura. Per capire, però, chi davvero sia questo Messia bisognerà saper leggere e “ascoltare” la sua Pasqua di croce e risurrezione; non a caso mentre tutto si è consumato sulla croce, il più lontano di tutti, un nemico, uno straniero, il centurione romano dirà: “Davvero quest’uomo era  Figlio di Dio!” (cfr Mc 15, 39).

Sì, allora certamente Gesù porta in disparte il sordomuto per tutto questo motivo che Marco sviluppa teologicamente nel suo Evangelo; ma c’è anche un’altra cosa che traspare sottilmente: se è vero che solo Gesù può far sentire i sordi e parlare i muti, è vero anche che questo presuppone un legame particolare, intimo, profondo tra Lui e chi accetta di lasciarsi guarire.
Solo nel rapporto personale con Gesù si può avere quella guarigione che apre all’ascolto vero della Parola; solo nel contatto intimo con Lui si può diventare capaci di dire la sua Parola, di raccontare le sue meraviglie lasciando che la Parola sia davvero solo sua e non nostra, che le meraviglie siano davvero solo sue e non nostre millanterie…

Se allora è vero che il discepolo ha bisogno continuo di essere guarito per poter ascoltare e per poter parlare con Parole di Dio, tutto questo si fonderà su un vero stare con Lui (cfr Mc 3, 14), su un rapporto “in disparte” con Lui Signore e fonte dell’ascolto.

Tutto questo è così essenziale alla vita del credente e alla vita della Chiesa, che nel rito del Battesimo, fin dall’antichità, la comunità cristiana ha sentito il bisogno di inserire il rito dell’Effatà…ogni discepolo è condotto così, fin dal suo Battesimo, dinanzi al Cristo che gli dice Effatà, e lo apre alla Parola da ascoltare e alla Parola da ridire profeticamente. Il tutto in una relazione personale, che va custodita e cercata giorno per giorno.

Come ci porta lontano dall’autentico cuore dell’Evangelo un certo attivismo ecclesiastico, che tende a porre sempre più marginale la relazione personale con il Cristo, la preghiera, l’ascolto, il tempo dato alla “lectio divina” … cose tutte guardate quasi come dei “lussi da monaci” (sic!)…ed il tutto sempre per privilegiare quel fare che soffoca radicalmente la vera identità cristiana, perché soffoca la relazione personale con il Cristo Signore!

Ogni giorno il discepolo dovrebbe porsi umilmente dinanzi al Suo Signore, ed implorarlo di imporgli le mani, sussurrandogli dolce e forte l’Effatà che, aprendolo all’ascolto, lo renderà capace di parlare e con le parole e con le opere di quel Regno che Egli è venuto a portare per rinnovare la faccia della terra. Per questo nella liturgia monastica ogni giorno iniziamo cantando: «Signore, apri le mie labbra e la mia bocca canterà la tua lode, Dio fa’ attento il mio orecchio perché ascolti la tua parola»!
Gli diciamo cioè: “Signore, dici su noi: Effatà!”.

Solo così il credente deve iniziare ogni giorno!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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