IV Domenica di Avvento – La vocazione di Giuseppe

 ATTESA, CRISI E SORPRESA

  –  Is 7, 10-14; Sal 23; Rm 1, 1-7; Mt 1, 18-24  –

 

Joseph's dreamL’Avvento è un tempo complesso: è attesa, è crisi per un discernimento, è sorpresa dinanzi ad un Dio che supera ogni proiezione umana e che sconvolge tutti i progetti.

Il Veniente deve essere atteso come Maria che lo accoglierà, ma dopo un tempo in cui l’attesa diviene l’“habitus” di ogni giorno; il Veniente mette in crisi, come accade a Giovanni Battista che permette alle domande di farsi largo in lui, perchè ancora cresca in lui il discernimento per riconoscere il vero volto di questo Veniente, così “altro” rispetto anche alle sue parole di profezia; il Veniente  sconcerta, sconvolge i progetti e sorprende con l’“oltre” che è un “oltre” che diviene appello a ritirarsi con le proprie logiche, attese e speranze … ed è quello che capita a Giuseppe.

Il passo di Matteo di questa domenica ci narra un umanissimo e dolorosissimo sconcerto nel cuore di questo ragazzo innamorato (una volta per sempre cancelliamo i Giuseppe “vecchietti” del nostro immaginario!!) … nel passato anche illustri Padri ed esegeti hanno voluto “salvare” Giuseppe mettendolo al riparo dall’aver nutrito sospetti circa Maria, dal cocente dubbio di essersi innamorato della persona sbagliata, di aver fatto un passo falso che ora è fonte di dolore e  forse di disonore. Io credo che, se stiamo per celebrare l’Incarnazione di Dio, questa avviene nella nostra storia concretissima in cui nessuno può credere o solo immaginare, di primo impatto, ciò che la rivelazione di Dio e la fede cristiana proclamano con certezza.

Giuseppe è contemporaneo all’evento della concezione verginale di Maria, e non può immaginare neanche lontanamente che potesse essere possibile … dinanzi a ciò che vede, Giuseppe cerca soluzioni al problema dolorosissimo che gli si è presentato: sa di non essere il padre di chi è generato in Maria, ma non vuole, no sa e non può diventare un violento, non può e non sa passare dall’amore per quella ragazza all’odio per lei … l’ha amata e la ama … che fare? L’evangelo non ci consente di capire di più … e non dobbiamo produrci in fantasie … Matteo è interessato ad altro, e non al “dramma” di Giuseppe. Certo, ce lo deve presentare perchè tutto sia limpido in questo inzio della vita di Gesù…narrandoci questo “dramma”, però Matteo ci mostra come il progetto di Dio entri in una storia concretissima, ed entrandovi crea sconcerto, lacerazioni, cesure; se così non fosse, non risulterebbe un progetto di Dio, ma sarebbe un prevedibile sviluppo di nostri pensieri, di nostre attese.

Giuseppe deve sperimentare questo irrompere di Dio che spezza le sue certezze…tutte…! D’altro canto – pensiamoci – Giuseppe non potrà chiamare “opera di Dio” quell’evento accaduto in Maria, e che lo ha ferito a morte se Dio stesso non gli rivela la verità di quell’evento … ecco il sogno di Giuseppe! Matteo è l’unico autore del Nuovo Testamento che usa il sogno come luogo di rivelazione (a Giuseppe, e dopo ai Magi!): l’angelo che Giuseppe sogna non gli deve rivelare che Maria è stata trovata incinta (Giuseppe già lo sa!), ma gli deve dire due cose: perchè Maria è incinta, e perchè lui, Giuseppe, deve rimanere in quella storia. La prima: in quella gravidanza è accaduto l’“impossibile” di Dio (Quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo…) ed ecco perchè lo sconcerto e la sorpresa; ecco perchè non potevano esserci risposte e soluzioni umane, come il Giusto Giuseppe pure cercava! La seconda: l’angelo comunica a Giuseppe la sua vocazione unica e strordinaria: essere padre del Figlio di Dio; e sarà padre davvero, perchè dare il nome era compito non solo legale del padre, ma è permettere al figlio di essere se stesso e di scoprire la propria identità. Tanto più qui, dove il nome porta in sè un significato così particolare! Lo chiamerai Gesù, dice l’angelo, e Matteo subito aggiunge un “infatti”, che implicitamente dà la traduzione greca del nome ebraico Jeshuà (cioè “il Signore salva”; ecco perchè l’angelo dice: infatti egli salverà il suo popolo dai suoi peccati).

Nel resto del capitolo scopriremo che ogni azione di Giuseppe sarà collegata a dare un nome a Gesù.

Andrà in Egitto per fuggire da Erode? E questo farà sì che Dio lo chiami “figlio”! Straordinario! (“Affinchè si adempisse quello che il Signore aveva detto per mezzo del profeta: Dall’Egitto ho chiamato il mio figlio” – cfr Mt 2,15; Os 11,1).

Dopo l’Egitto, Giuseppe decide di tornare in terra di Israele e stabilire la dimora a Nazareth? E Matteo puntuale annota: “Perchè si adempisse quello che era stao annunziato dai profeti: Sarà chiamato Nazoreo (cfr Mt 2, 23); Giuseppe permette che Israele riconosca in Gesù, il Figlio di Dio, il germoglio promesso da Dio alla Casa di Davide (cfr Is 11,1). Infatti la parola “nazoreo” ha la radice della parola “neser”, che significa “germoglio”, e da cui deriva anche il nome della città di Nazareth (ed anche la radice della parola “nazir” che significa “consacrato”)!

La sorpresa di Giuseppe è dunque la sorpresa della Casa di Davide, di cui Giuseppe è figlio; Casa di davide a cui Dio è fedele, ma con una fedeltà che non è scevra da giudizio: la casa di Davide è davvero un tronco secco che non può generare con il suo seme il Messia, ma il Messia nasce, come promesso, proprio nella casa di Davide, per opera solo di Dio che chiede alla Casa di Davide (presente nel giusto Giuseppe) di riconoscere quella infecondità che diviene fecondità solo per la misericordia di Dio!

Giuseppe, figlio di Davide, sarà per Gesù veramente padre e padre davidico (non diciamo più quel brutto e depauperante “putativo”!); Giuseppe è il discendente di Davide che farà del tutto diversamente da Acaz, suo antenato e protagonista della prima lettura. Ad Acaz  Isaia dà un segno, quello della nascita del figlio Ezechia, segno che il Signore è Dio-con-noi;  Acaz non vorrebbe alcun segno perchè non vuole compromettersi con Dio, ed alla fine non accoglierà il segno perchè continuerà a fare di testa sua, agendo mondanamente e secondo le logiche politiche delle alleanze (dimenticando l’Alleanza e portando la Casa di Davide alla rovina).

Giuseppe invece accoglie il segno dell’Emmanuele, riconosce in quella sconcertante gravidanza della sua Maria un segno di speranza tanto più grande delle sue piccole speranze di ragazzo innamorato. Giuseppe è giusto, e compie le parole del Signore accogliendo in pieno la vocazione ad essere padre del Figlio di Dio … Giuseppe obbedisce a Dio, e diviene luogo in cui la salvezza potrà mettere la sua tenda, in Gesù che salverà il suo popolo dai suoi peccati!

In questo ultimo tratto di Avvento, Giuseppe diventa per noi una provocazione grande! Non possiamo e non dobbiamo sfuggire a questa provocazione, pena il fare del cristianesimo e della stessa Venuta del Figlio di Dio (che diciamo di attendere!) semplicemente una via di buon-senso e di conforto delle nostre povere vie, dei nostri asfittici progetti e delle nostre scelte a respiro corto!

Giuseppe si fa capovolgere da Dio!

C’è poco da fare: il Veniente non ci conferma nel nostro buon-senso (come è triste il nostro buon-senso!); non ci conforta nelle vie che abbiamo imboccato a prescindere da Lui; il Veniente può davvero venire a sconvolgere i nostri progetti e le nostre scelte! Il Veniente è Colui al quale non possiamo presntare i nostri progetti di vita, ma è Colui a cui dobbiamo chiedere, come Saulo di Tarso (un altro sconvolto dal Veniente!): “Che vuoi, Signore, che io faccia?” (cfr At 22,10).

L’Avvento si compie in presenza di uomini come Giuseppe, giusto perchè cerca Dio e la sua volontà; in uomini come lui capaci di credere ai sogni più che al proprio cuore ferito e più che alle evidenze … anche i Magi, di cui Matteo ci racconterà più avanti, saranno meravigliosamente capaci di credere più ai sogni che alle lusinghe di un re!

La venuta del Signore può essere riconosciuta solo da uomini così, uomini con sguardi che guardano lontano e non si lasciano vincere nè dalle evidenze nè dalle proprie progettualità, nè dalle lusinghe del mondo; da uomini che si lasciano vincere solo da Dio! Uomini così possono giungere fino alla mangiatoia di Betlemme, uomini così possono essere i veri cantori del Maranathà con cui si chiude la Santa Scrittura (cfr Ap 22,20).

p. Fabrizio Cristarella Orestano

I Domenica di Avvento – Come custodire la Speranza

VIGILANDO NEL QUOTIDIANO

  –  Is 2, 1-5; Sal 121; Rm 13,11-14a; Mt 24, 37-44   

 

Candele dell'Avvento

Candele dell’Avvento

L’Avvento. Un tempo nel quale ci si deve porre nella giusta direzione: volgere lo sguardo al Veniente. A partire dalla memoria santa della sua venuta nella nostra carne, celebriamo il suo quotidiano venire a noi, celebriamo – dilatando il cuore – quel suo venire, che attendiamo “nella beata speranza”. Se dimentichiamo che Cristo non è solo Colui che è venuto, ma è il Veniente, la nostra storia resta prigioniera di se stessa, resta impigliata nella rete dei giorni e agonizza fino a morire uccisa da se stessa. Se la storia resta chiusa sotto un cielo sigillato, senza spiragli di speranza, di vera speranza, soffoca e muore! Nel passo dell’Evangelo – quest’anno ci accompagnerà l’Evangelo di Matteo – Gesù ci dice “come” custodire quella speranza, “dove” attendere il suo irrompere. “Vigilando” e nel “quotidiano”. Ci sono delle attitudini più contrarie all’Avvento: l’indifferenza, l’orgoglio, la presunzione di bastare a se stessi e di essere al riparo da ogni compromettente domanda di senso. Attitudini contrarie all’Avvento perché l’Avvento presuppone stupore, umiltà, attesa di chi solo può compiere la storia, la mia e quella del mondo. Non può vivere l’Avvento chi crede di bastare a se stesso, chi crede che l’orizzonte della vita sia solo il “fare” per un “utile”; non può essere uomo o donna d’Avvento chi reputa ridicola e superflua ogni domanda sul senso; non può essere uomo o donna d’Avvento chi si ostina a rimanere ingabbiato negli oggi senza vie d’uscita; non può essere uomo o donna d’Avvento chi non “sogna”. Uomo d’Avvento è solo chi “sogna” … e” sognare” non significa stare con la testa tra le nuvole, ma essere capace di guardare “oltre”, essere capace di credere che l’oggi non è chiuso nell’oggi, “sognare” significa credere all’utopia di una terra promessa che ci sarà data, e verso cui è bello e sensato camminare a costo di qualsiasi cosa; ”sognare” per un cristiano è avere lo sguardo puntato verso il Veniente, che è compimento definitivo di ogni “sogno” mentre dona forza al sognare. Buon Avvento!

E ricomincia un anno liturgico…

La Chiesa nella sua sapienza materna ci riporta di nuovo all’Avvento perché ancora si possa celebrare il Natale del Signore. Il Natale, come tutte le feste liturgiche, non è una commemorazione (per dirla semplicemente NON E’ il compleanno di Gesù!); il Natale, la Pasqua, gli altri misteri della salvezza non li commemoriamo, ma li celebriamo! Celebrare significa far entrare quel mistero nel nostro vivere quotidiano di credenti. Celebrare è permettere al Cristo di far germinare i frutti della sua salvezza nella nostra vita di ogni giorno. Per questo abbiamo bisogno continuamente di celebrare i santi misteri della nostra fede. Per questo, ogni anno, il ciclo liturgico pare ci faccia tornare indietro; in realtà non torniamo indietro ma andiamo avanti in quanto ognuno di noi non è quello che era lo scorso anno all’inizio dell’Avvento; oggi abbiamo bisogno del mistero del Veniente; oggi, per quel che siamo, per quel che la storia ha operato in noi, per quello che la Grazia ha fatto in noi, per quello che il peccato e le durezze di cuore hanno prodotto in noi! E’ ciò che noi siamo oggi ad aver bisogno di compiere il percorso d’Avvento…e così sarà per tutto questo nuovo anno liturgico. Oggi, a questa domenica di inizio Avvento, portiamo allora i frutti dell’anno che è appena passato, vi portiamo anche le ferite ed i fallimenti; e oggi, paziente e misericordioso, il Signore dice a ciascuno di noi: Ricominciamo il cammino!All’inizio di questo nuovo percorso, allora, facciamoci una domanda essenziale: siamo disposti a lasciarci “ferire” dalla Parola? Solo questa disponibilità potrà schiudere il nostro cuore, la nostra vita a ricevere quella stessa Parola trasformante. Si riprende il cammino perché possiamo essere plasmati ancora dalla mano tenera e forte, misericordiosa ed esigente del Signore.

L’Avvento. Ecco il primo passo del nuovo cammino di quest’anno.

L’Avvento. Un tempo nel quale ci si deve porre nella giusta direzione: volgere lo sguardo al Veniente.

A partire dalla memoria santa della sua venuta nella nostra carne, celebriamo il suo quotidiano venire a noi, celebriamo, dilatando il cuore, quel suo venire che attendiamo “nella beata speranza”. Se dimentichiamo che Cristo non è solo Colui che è venuto, ma è il Veniente, la nostra storia resta prigioniera di se stessa, resta impigliata nella rete dei giorni e agonizza fino a morire uccisa da se stessa. Se la storia resta chiusa sotto un cielo sigillato, senza spiragli di speranza, di vera speranza, soffoca e muore!

Chi crede in Cristo, chi spera in Lui, chi lotta per amare come Lui, non può non essere che un annunziatore mite e fermo di questo irrompere di Dio che dà senso a tutta la storia.

La storia, come dice Isaia nell’oracolo luminoso che oggi si proclama come prima lettura, è piena di spade, di lance, è piena di popoli che alzano la mano a colpire altri popoli, è piena di gente che non fa altro che esercitarsi nelle mille guerre che ogni giorno si combattono; e non solo quelle dei campi di battaglia ma anche quelle “pulite” ed ipocrite che si combattono nella politica corrotta, nelle famiglie che non sono più famiglie, nella spietata lotta di chi accumula ricchezze anche a scapito dei poveri, nella lotta senza esclusione di colpi di chi impone le proprie idee per prevalere e dominare…e perfino nella Chiesa in cui, troppe volte, diamo accesso al mondo con le sue derive. Isaia dinanzi a queste cose, però, proclama una speranza: un futuro non fatto dall’opera dell’uomo. Un futuro fatto da un’azione di salvezza che solo Dio compie: Perché da Sion uscirà la Legge e da Gerusalemme la Parola del Signore. Questa promessa dà ad Israele un compito preciso: camminare alla luce del Signore. Chi nutre questa speranza cammina già alla luce di quella speranza, e così già alcune spade si trasformano in vomeri, alcune lance si forgiano in falci e qualcuno cessa di fare delle guerre il suo orizzonte quotidiano. Questa speranza crea un popolo nascosto in mezzo alle genti, che custodisce una luce…

Nel passo della Lettera ai cristiani di Roma che oggi è proposto alla nostra riflessione, Paolo esorta a riconoscere questa luce ed a vivere di questa luce; la Chiesa, di fatto, può vivere di questa luce perché sa che essa è già sorta in Cristo, che in Lui le guerre sono cessate, che in lui Dio ha detto la Parola definitiva alla storia mostrandoci chi è davvero l’uomo!

Celebrare l’Incarnazione è contemplare il vero volto dell’uomo, quello di Cristo; quel volto di carne, quella vita umanissima è la grande novità di Dio nella storia, è principio di una novità che è la nostra speranza.

La venuta di Cristo nella storia, nella carne dell’uomo, ha lasciato un’umile traccia: noi credenti che, per quanto sempre in lotta con ciò che vorrebbe vincere la nostra speranza, siamo i custodi di un’attesa, di quell’attesa che è capace di trasformare ogni oggi.

Nel passo dell’Evangelo – quest’anno ci accompagna l’Evangelo di Matteo – Gesù ci dice come custodire quella speranza, dove attendere il suo irrompere. Il discorso di Gesù non vuole rispondere alla martellante domanda sul “quando” del suo ritorno; se rivelasse un “quando” tutti i giorni che precedessero quel punto fissato perderebbero consistenza e valore, e Gesù non è venuto nella storia per svuotare la storia, ma per darle concreta consistenza di amore. In ogni oggi bisogna vigilare. Ecco il “come”. Chi attende vigila, non si fa appesantire dal sonno (Paolo ha scritto nel passo di oggi: E’ ormai tempo di svegliarvi dal sonno!), non si stordisce con la ricerca smodata di soddisfare le proprie voglie, vive il quotidiano attento al quotidiano fuggendo la peste dell’indifferenza.

L’indifferenza è la dimenticanza del futuro, è la dimenticanza della morte che non deve essere ombra inquietante sul nostro vivere ma potrebbe proiettare su noi una grande luce ed una grande sete di incontro, un grande desiderio di “oltre”. Desiderio di un “oltre” che già può cominciare qui proprio vigilando, attendendo il ritorno di Lui, dell’Amato … Vegliare nell’attesa è esprimere concretamente quanto lo attendiamo, gustandolo nel desiderio. Questo non per dimenticare la storia ma per vivere il quotidiano riempendolo d’attesa. Nel’Evangelo di oggi gli esempi che Gesù propone riportano proprio al quotidiano: due uomini sono nel campo … due donne saranno alla mola … Sì, nelle occupazioni quotidiane … Ecco il “dove” … lì si opererà la distinzione tra quelli che “attendono” e quelli che “dormono”… apparentemente i due uomini, come le due donne, fanno la stessa cosa ma quello che è determinante non è il “cosa” si fa ma il “come” si fa. L’esempio che Gesù propone poi dei tempi di Noè sottolinea proprio questa incosciente inconsapevolezza ed indifferenza: Mangiavano, bevevano, prendevano moglie e marito (cioè facevano le cose quotidiane necessarie per la vita (mangiare e generare) ma lo facevano senza accorgersi di come la storia nella quale vivevano stesse precipitando verso un abisso. Il loro dramma fu la noncuranza di Dio, fu l’essere accecati dall’indifferenza e dall’ orgoglio presuntuoso. Queste sono proprio le attitudini più contrarie all’Avvento: l’indifferenza, l’orgoglio, la presunzione di bastare a se stessi e di essere al riparo da ogni compromettente domanda di senso. Attitudini contrarie all’Avvento perché l’Avvento presuppone stupore, umiltà, attesa di chi solo può compiere la storia, la mia e quella del mondo.

Non può vivere l’Avvento chi crede di bastare a se stesso, chi crede che l’orizzonte della vita sia solo il “fare” per un “utile”; non può essere uomo o donna d’Avvento chi reputa ridicola e superflua ogni domanda sul senso, non può essere uomo o donna d’Avvento chi si ostina a rimanere ingabbiato negli oggi senza vie d’uscita, non può essere uomo o donna d’Avvento chi non sogna. Uomo d’Avvento è solo chi sogna … e sognare non significa stare con la testa tra le nuvole ma essere capace di guardare “oltre”, essere capace di credere che l’oggi non è chiuso nell’oggi, sognare significa credere all’utopia di una terra promessa che ci sarà data e verso cui è bello e sensato camminare a costo di qualsiasi cosa, sognare per un cristiano è avere lo sguardo puntato verso il Veniente che è compimento definitivo di ogni sogno mentre dona forza al sognare quotidiano … il sogno vive nel cuore della Speranza …

Sognare è attendere la venuta del Figlio dell’uomo che sarà misericordiosa e tutto compirà, ma sarà anche giudizio sulla vicenda del mondo e sulle vicende degli uomini.

All’inizio dell’Avvento ci sembra strano questo volto di Cristo giudice … preferiremmo essere condotti davanti ad un Gesù da presepe che sembra innocuo. Sembra. Sì, proprio così: il bambino di Betlemme sembra innocuo, ma in realtà provoca il mondo a mettersi in discussione, a comprendere che Dio si presenta dove non te lo aspetti e come non te lo aspetti … e non si pensi solo all’ultimo giorno della storia in cui Lui svelerà il senso e il non-senso degli uomini, l’inattesa venuta si compie ogni giorno e lì bisogna riconoscere la visita del Figlio dell’uomo. Lui con la sua Parola vuol “ferire” il nostro cuore di pietra per entrarvi e portare contraddizione alla mondanità che lo abita.

L’Avvento allora davvero ci pone la domanda cui si accennava all’inizio: sei disposto ad essere uomo di attesa che sa che la salvezza non può darsela da solo? Sei disposto a lasciarti “ferire” dalla Parola dell’Evangelo? Sei disposto a volgere lo sguardo lontano vivendo la fatica di riconoscere in ogni giorno le visite del Verbo?

L’Avvento non è l’attesa di una data (che in fondo è convenzionale anche se così cara ai nostri cuori) ma è l’attesa di una Persona che desidera visitarci ogni giorno, è l’attesa di Cristo che svelando a noi il suo volto ci svela anche le esigenze dell’Evangelo che, c’è poco da fare, giudicano i nostri passi, le nostre scelte, il nostro profondo.

Vigilare è allora lasciarsi giudicare dall’Evangelo, dalla sua forza, dal suo irrompere al di là di ogni attesa e previsione.

Vigilare è essere disposti a lasciarsi sorprendere da Dio vivendo il presente pienamente e senza sconti.

Buon Avvento!

IV Domenica di Avvento – La Visitazione

UN ABBRACCIO TRA PROMESSA E COMPIMENTO

Mi 5, 1-4a; Sal79; Eb 10, 5-10; Lc 1, 39-45

 

Visitazione, Ghirlandaio (Museo del Louvre)

L’ultima tappa del nostro Avvento non poteva che essere racchiusa in un abbraccio. Sì, quell’abbraccio di Maria e di Elisabetta, che Luca ci narra con un intento teologico di altissimo profilo,  va colto; purtroppo questa pagina è stata letta troppe volte in senso moralistico come un atto di aiuto caritatevole di Maria nei confronti della parente incinta.

La Visitazione è invece un mistero che visualizza, appunto la visita di Dio al suo popolo. Nell’intento di Luca bisogna guardare oltre il fatto narrato e cogliervi il mistero di Dio.

Nella dolcezza di questo incontro di Ain Karim c’è, infatti, l’abbraccio tra la promessa ed il compimento, tra il desiderio e l’appagamento, tra la Prima e la Definitiva Alleanza.

Elisabetta è gravida ma è gravida non solo di Giovanni il Battista ma è gravida di tutta l’attesa della Prima Alleanza, di tutte le speranze suscitate dalla promessa di Dio. Nel grembo di Elisabetta si adunano in Giovanni, estremo profeta della Prima Alleanza, tutte le promesse di Dio al suo popolo Israele, tutte quelle promesse che potrebbero essere riassunte proprio nella prima di quelle promesse, quella fatta ad Abramo: “In te saranno benedette tutte le genti della terra”! (cfr Gen 12, 3). E non a caso Elisabetta, incontrando Maria parla subito in termini di “benedizione” (“Benedetta tu tra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo”).

Il grembo di Maria è invece gravido del sì di Dio a tutte le sue promesse (cfr 2Cor 1,20). Maria, che con la sua obbedienza è divenuta Arca della presenza di Dio tra gli uomini, è colei che prende l’iniziativa del viaggio verso Elisabetta; è infatti sempre Dio che va incontro a chi lo attende, è sempre Lui (qui con i passi della vergine di Nazareth) che si muove per andare incontro all’uomo.

Nell’abbraccio di queste due madri Luca ci mostra allora l’incontro tra promessa e compimento, tra l’Antico ed il Nuovo Testamento! Mai l’uno senza l’altro! Senza l’Antico Testamento non possiamo comprendere il dono immenso che in Cristo ci è stato fatto e lo stesso Nuovo Testamento senza l’Antico non capisce il dono che porta in grembo.

L’Antico Testamento è il desiderio, e senza desiderio non ci può essere incontro. E’ il grande dramma della storia: c’è un Dio non desiderato e non amato e c’è un uomo che ha grandi desideri e sete d’amore ma non sa che solo Dio può appagare il suo desiderio ed il suo amore.

L’incontro tra le due donne è avvolto di tenerezza e di esultanza; Elisabetta è colmata di gioia e sente danzare il suo bimbo nel grembo, sente il suo profondo inondarsi di gioia; Maria riceve da Elisabetta la parola di conferma del dono che ha ricevuto: “A che debbo che la madre del mio Signore venga a me?” Sì, è madre ed è madre del Signore.

Il Quarto Evangelo dirà che il Battista è l’“amico dello sposo che esulta di gioia alla voce dello sposo” (cfr Gv 3,29) ma qui, nel grembo di Elisabetta,  egli esulta già al solo suono della voce della madre dello sposo! E’ l’esultanza del desiderio che trova risposta.

Al termine  di questo Avvento occorre davvero che ci si interroghi sul nostro desiderio di Dio…i desideri sono potenti, sono forza che trascina; se i nostri desideri non desiderano Dio come riconosceremo i suoi passi, come avremo capacità di essere sentinelle nella notte (cfr Is 21,11) che gridano per annunziare che l’atteso, il desiderato è alle porte? Quando smarriamo il desiderio tutto si appiattisce, tutto perde slancio e non avremo capacità di stupore dinanzi a Dio ed alla sua bellezza. Come invece questa pagina di Luca è piena di desiderio, di gioia, di stupore! L’Avvento voleva questo per noi: desiderio, gioia, stupore! Per Dio e per il suo Cristo!

Lo stuporestupore che l’attesa è stata colmata da un compimento tanto più grande dell’attesa stessa; stupore che la piccolezza è luogo dell’avvento di Dio! Maria, che nel “Magnificat” canta la grandezza di Dio che si china sulla sua piccolezza (parla di “tapénoisis” che più che “umiltà” significa “pochezza”!) fa eco, in fondo, alle parole del Profeta Michea, che abbiamo ascoltato quali prima lettura, in cui la piccolezza di Betlemme è cantata con stupore quale luogo in cui Dio manifesta la sua misericordia e l’adempimento delle sue promesse.

La pagina della Visitazione contiene la prima beatitudine dell’Evangelo: Beata colei che ha creduto all’adempimento delle parole del Signore. La beatitudine fondamentale: quella della fede! Senza la fede, infatti, non si desidera nessun adempimento di promessa, senza fede non si può gioire di Dio, senza fede non si riconosce la visita di Dio! E’ la fede che ha permesso a Maria di riconoscere la visita da parte di Dio alla sua piccola vita e di accettala, è la fede che ha permesso ad Elisabetta di riconoscere d’essere visitata dalla madre del Signore! Se riflettiamo ci ricordiamo che alche l’ultima beatitudine dell’Evangelo riguarda la fede: “Beati quelli che pur non avendo visto crederanno” (cfr Gv 20,29).

Maria ha creduto perché ha ascoltato e l’ascolto ha fatto in Lei la Parola, fino a dare carne alla Parola! Un inno della Chiesa d’oriente canta Maria come donna tutta orecchio, tutta ascolto!

Che la Chiesa sia anch’essa cantata come Sposa tutta orecchio, tutta ascolto! Solo così genererà la Parola al mondo, solo così accenderà di desiderio il mondo in cui è immersa, solo così saprà testimoniare il Dio fedele alle promesse fatte ai padri!

p. Fabrizio Cristarella Orestano 

 

I Domenica di Avvento – Il futuro di Dio

AMMALATI DI PRESENTE

Ger 33, 14-16; Sal 24; 1Ts 3,12 – 4,2; Lc 21, 25-28.34-36

 

Noi siamo maledettamente ammalati di presente; tanto ammalati di presente che siamo portati a credere che il presente che conosciamo si debba “eternizzare”…ma guai a chi “eternizza” il presente, a chi lo “congela” credendo che le coordinate note nel suo oggi siano capaci di esaurire tutto.

L’Avvento, che si apre con questa domenica, ci indica invece il futuro e ci proclama che Dio, il Dio della Scrittura, è il Dio del futuro, che ci porta verso un futuro che è più grande di ogni presente conosciuto o ipotizzabile.

L’Avvento è il tempo che ci grida un’eccedenza: il futuro di Dio eccede le nostre attese ma vuole la nostra attesa. E questo perché l’attesa è la sete che ci permette di bere con gioia al futuro che Dio ci prepara in Gesù Cristo! Il più grande “dramma” dei cristiani di oggi è proprio questa povertà di attesa! Una povertà di attesa che nella storia della Chiesa corrisponde sempre ai tempi in cui la comunità dei credenti si assesta in posizioni di sicurezza e di potere; infatti, la povertà di attesa diviene sempre presunzione, arroganza, pretesa.

Solo chi è povero attende e solo chi attende è davvero povero; solo chi attende si fa “concavità” disposta ad accogliere l’Altro e gli altri…solo chi è in stato di avvento può in verità accogliere gli altri riconoscendo in quei volti la bellezza multiforme del Veniente.

La liturgia di questa Prima domenica di Avvento ci suggerisce una via per crescere nell’attesa: la coscienza della caducità nostra e del mondo stesso; se questo è vero, come è vero, dove è il senso di tutto questo? Dove il senso della stessa bellezza che pure abita questo mondo? Dove il senso della ricerca di vita che da ogni dove si leva come un grido?

Il passo dell’Evangelo secondo Luca (che ci accompagnerà in tutto il cammino di quest’anno) ci dice che se questo mondo finirà è perché ne deve sorgere uno nuovo di cui questo è germe e seme… Lo sappiamo: il nascere ed il morire avvengono nella sofferenza…è così! Certo è un mistero grande, ma che non bisogna leggere nelle categorie del “pessimismo cosmico” e questo perchè in mezzo, tra il nascere ed il morire, c’è anche la gioia, la bellezza, l’amore…

Il mondo che conosciamo, ci dice Gesù nel passo di Luca di questa domenica, finirà allo stesso modo: in un’ora di tribolazione, di dolore; ci sarà una grande paura (…gli uomini moriranno di paura!) ma Luca ci dà la certezza che, proprio in quell’ora di paura, si ascolterà la voce del Figlio dell’uomo che ripeterà, come ai discepoli spaventati nella tempesta sul lago: “Io sono, non temete!” (cfr Mc 6, 45-52). Il suo ritorno riempirà di bellezza quel giorno e trasformerà la fine nel fine della storia e del mondo! Un fine che deve nutrire di speranza il nostro oggi e sottrarlo ad ogni mediocrità e ad ogni presunzione di possesso.

Tutto questo sarà possibile grazie al Veniente, a Gesù che non che non è solo Colui che è venuto ma è anche Colui che è venuto e che verrà! Lui, come ha detto Geremia nella Prima lettura, è il germoglio di giustizia, è il principio del mondo nuovo e ne è il compimento.

Ciò che Lui ha seminato con la sua venuta e che ha affidato a noi nello scorrere della storia, Lui stesso verrà a compierlo al suo ritorno. Intanto ci vuole un cuore desto e pronto, capace di giocarsi la vita giorno per giorno fidandosi delle vie dell’Evangelo.

L’Avvento è tempo per questo esercizio: sguardo al futuro di Dio, vigilanza nel presente, memoria grata delle grandi opere di Dio nella storia degli uomini e nella nostra storia personale. L’Avvento è tempo per esercitare la fiducia, l’abbandono; è tempo per credere ad un compimento che ci trascende e che è tanto più grande delle nostre opere di giustizia. L’Avvento è tempo di sobrietà per eliminare tutto il superfluo e per andare all’essenziale delle nostre vite, a quel che davvero conta, quello per cui vale la pena lottare, cui vale la pena puntare tutto quel che siamo ed abbiamo.

Chi attende ha lo sguardo lungo, capace di vedere lontano, per lo meno fino all’orizzonte ma sapendo che l’orizzonte cela altri orizzonti, altri domani fino al grande definitivo domani. 

Padre Fabrizio Cristarella Orestano