XXIX Domenica del Tempo Ordinario – La necessità della preghiera

UNA NECESSITA’ CHE E’ TALE SEMPRE

Es 17, 8-13; Sal 120; 2Tm 3,14-4,2; Lc 18,1-8

 

La necessità della preghiera. Una necessità che è tale sempre. Una parola, come si comprende, molto “fuori moda”, una parola che contraddice l’idea diffusa nel mondo (ma purtroppo anche in certi ambienti ecclesiali, pure se detto “tra i denti” e a volte solo con sorrisetti ironici!) che la preghiera sia evasione “in-utile” per i bisogni molteplici e concreti dell’uomo. La mentalità mondana, e ripeto penetrata anche all’interno della Chiesa, guarda alla preghiera come una sindrome da disadattati che vilmente fuggono le responsabilità; a volte in certi ambienti ecclesiali la preghiera è quella cosa che purtroppo “si deve fare” ma che di deve fare presto per non togliere tempo alle “cose importanti”, “fattive”, “concrete”, “utili” che invece meritano tutto il nostro tempo e le nostre fatiche. E’ la grande “eresia” di oggi che toglie alla Chiesa il suo vero volto, e toglie anche all’azione concreta della Chiesa il sapore di opera di Dio, il profumo di azione evangelica…toglie alle “opere” quel nerbo di forza evangelica e le fa diventare opere tra le opere e fa diventare la Chiesa stessa un’organizzazione benefica tra le altre.

Gesù, invece, nel testo odierno, sottolineato anche dal passo del Libro dell’Esodo in cui la preghiera di Mosè è la vera azione liberatoria dalla violenza schiacciante di Amalek, dice con chiarezza che c’è un “sempre” per la preghiera.

Certamente la parabola della vedova e del giudice iniquo va collocata all’interno del contesto in cui l’evangelista Luca la pone, perché solo così ne comprenderemo la portata e la libereremo dalle facili interpretazioni banali ed utilitaristiche.

Il contesto è la cosiddetta piccola apocalisse di Luca che è al capitolo 17, dopo la guarigione dei dieci lebbrosi ed il riconoscimento, da parte dell’unico che ritorna, che Gesù è il Tempio di Dio, luogo della presenza di Dio. Ai farisei che chiedono il “quando” della venuta del Regno Gesù risponde che il Regno è già presente (perché Lui è presente!) ma seguiranno giorni in cui il Figlio dell’uomo verrà sottratto al mondo, giorni in cui si desidererà uno solo dei suoi giorni. Quando tornerà ci sarà il discernimento nel mondo: si separeranno quelli del Regno da quelli che non hanno accolto il Regno. Il suo ritorno è imprevedibile e non bisogna dar credito ai falsi profeti. Una cosa però è certa: il Figlio dell’uomo verrà. E intanto? E qui c’è la parabola della vedova e del giudice iniquo.

I due protagonisti di questa parabola sono funzionali al racconto ma anche ulteriori rispetto al racconto stesso; rimandano ad altre realtà. La vedova adombra la Chiesa chè è privata dello Sposo che nella sua passione (pure annunciata nella piccola apocalisse da Luca; cfr 17,25) le è strappato; è povera perché non ha più identità: una sposa senza lo sposo; nulla può colmare il suo vuoto. Ha solo una ricchezza: il desiderio e l’invocazione; due cose preziosissime perche la rendono capace di accogliere Colui che desidera. E il giudice ingiusto? Certamente è funzionale al racconto ma adombra non una realtà ma una proiezione, forse potremmo dire una tentazione. Quel giudice è quello che ci appare essere Dio: sordo, insensibile, incapace di fare giustizia. Quella del giudice iniquo è una delle maschere perverse che noi mettiamo sul volto di Dio…il suo ritardo ci pare iniquità, e a volte intendiamo perfino il suo esaudirci come frutto delle nostre suppliche sgradevoli più che frutto del suo amore. Se ci riflettiamo è davvero tremendo. La vedova, in verità, davvero lotta con Dio che vuole quella lotta a costo d’essere scambiato per un giudice ingiusto; la vuole perché solo in quella lotta, come Giacobbe (cfr Gen 32,23ss), possiamo scoprire chi è Lui e scoprire anche il nostro vero nome. La lotta, il desiderio incessanti sono lo spazio che permette che la venuta sia desiderata, accolta, riconosciuta. Il ritardo di Dio, come scriverà anche Pietro (2Pt 3,8 ss), è luogo della sua “macrothimìa”, della sua pazienza che guarda in grande l’uomo e le sue possibilità;  Dio ritarda perché la vedova possa crescere nel desiderio di deporre gli abiti del lutto dinanzi al volto del Veniente. La parabola strana si chiude con un’assicurazione ed un monito drammatico. L’assicurazione è la certezza della risposta di Dio dinanzi al desiderio dell’uomo che grida a Lui il suo bisogno di Lui; il monito è quella domanda che resta aperta (e come potrebbe essere chiusa?): Il Figlio dell’uomo quando verrà troverà la fede sulla terra?

L’attesa di Dio ed il tempo della lotta non hanno un esito automatico. Lui certo tornerà ma l’esito è affidato al consenso dei discepoli. L’esito è affidato a ciò di cio i discepoli riempiranno il tempo dell’attesa. Se questo tempo è riempito dalla preghiera tutta la vita della Chiesa si animerà di desiderio di Dio e del Suo Cristo e in questa luce essa verrà contagiata dall’amore crocifisso del Figlio di Dio. Nel grembo caldo della preghiera sarà possibile fidarsi di una venuta che tarda ma che certo brillerà all’orizzonte della storia perché la storia si versi nell’eterno.

XIX Domenica del Tempo Ordinario – Cosa attendiamo?

SIAMO FIGLI DELLE NOSTRE ATTESE

Sap 18, 6-9; Sal 32; Eb 11, 1-2.6-19; Lc 12, 32-48

 

Il Gesù di Luca continua a parlare alle nostre vite anche in questa domenica d’estate, per condurci a pensare seriamente alla nostra posizione dinanzi a Lui ed al Regno che è venuto a proporre alle nostre concrete esistenze.

Fidarsi di Dio è l’opera essenziale alla nostra salvezza (cfr Gv 6,29), e di Lui ci fidiamo se facciamo memoria della sua storia con noi, come fa il testo del Libro della Sapienza che abbiamo ascoltato: ricordarsi della sua azione che ci ha cercati, salvati e condotti su vie di speranza. E qui ognuno di noi deve compiere una calda ricognizione della sua personale storia con Cristo inserendola nella storia più ampia della chiesa che lo ha generato concretamente alla fede e nella storia degli uomini suoi fratelli. L’autore della Lettera agli Ebrei ci ricorda, nel passo che ha costituito la seconda lettura, la fede di Abramo e ce la offre come una “parabola” (cosi alla lettera Eb 17,19) per la nostra vita.

Su questo sfondo di fede le parole di Gesù nell’Evangelo di oggi ci chiedono di prendere una posizione. Posizione rispetto all’oggi, posizione di fronte ad un’attesa che è quanto mai necessario verificare perché determina il presente e ci porta verso il futuro.

Cosa attendiamo?

Noi siamo figli delle nostre atteseciò che attendiamo ci determina! Chi non attende altro che la morte diviene figlio della morte, e vive una vita da morto. E’ paradossale ma è così! Chi attende i beni, il possesso diventa statico e gelido come il vitello d’oro che ha bocca e non parla (Sal 115), non può camminare ed è di gelido metallo, chi attende il Signore invece inizia a vivere della sua stessa vita e delle sue stesse speranze che aprono orizzonti che mai potremmo immaginare. Chi attende il Signore è fedele al presente. Questo significa prima cosa rendersi conto che chi segue il Signore e lo attende necessariamente sarà parte di un piccolo gregge. E’ questo l’appellativo tenero, realistico e per nulla trionfalistico che Gesù dà ai suoi. Dovremmo ricordarcene sempre! E questo per non nutrire alcun sogno di potenza o di voler trasformare la Chiesa in gruppo di pressione…Un piccolo gregge è sempre un piccolo gregge e mai potrà diventare né lupo, né folla oceanica…se diviene lupo o folla oceanica bisogna esser certi che non è più Chiesa di Cristo…e se dice di esserlo lo è solo nell’apparenza. I veri discepoli sono questo e con questa consapevolezza devono vivere l’oggi e l’attesa del futuro.

Per questo Luca pone sulle labbra di Gesù tre parabole: le prime due sull’attesa del futuro e la terza incentrata sul presente.

La prima parabola parla di uno sposo che torna dalle nozze e bussa alla porta…questo Signore-sposo che troverà i servi vigilanti si metterà addirittura a servirli; quello che conta, insomma, è saper attendere e non scandalizzarsi del ritardo (tornerà alla seconda o terza veglia della notte, cioè o nel cuore della notte o mentre sta per albeggiare).

La seconda parabola è brevissima, quasi solo un paragone, e ribatte su questo tema avendo a protagonista un uomo che no sa quando verrà il ladro; questi viene quando nessuno se lo aspetta. Audace Gesù a paragonarsi ad un ladro

Due racconti che intrecciano il futuro più o meno prevedibile con un presente di vigilanza. La differenza con la terza parabola sta nel fatto che il servo di cui Gesù narra non attende più, ha scambiato il ritardo per infedeltà e quindi si sente autorizzato a dimenticare il padrone e ed a ricordare solo se stesso, i suoi bisogni ed i suoi desideri, facendo venir fuori il peggio di sé con violenza ed arroganza. Il ritardo del padrone è ingannevole e fa cadere nel cinismo, nella disillusione, in quella miopia che permette di vedere solo il concreto, l’utile, il materiale

La dimenticanza del servo che non attende più è, per Gesù, l’opposto di ciò che invece può trasformare la vita rendendola sensata perché radicata nel passato, protesa in un’attesa e feconda nel presente. Due sono gli atteggiamenti che il Signore dice necessari per questo: fedeltà e saggezza (Chi è l’amministratore fedele e saggio…? La nuova traduzione della CEI scrive fidato e prudente ma è lo stesso anche se mi pare che l’accento vada più su quel che il servo fa e non su  ciò che è). Fedeltà significa memoria costante del Signore, saggezza significa quella sapienza che ci fa pesare ciò che davvero vale.

Ecco il punto: cosa davvero vale? Il Regno di Dio è davvero il cuore delle nostre vite? Siamo capaci di custodire il Regno e le sue vie anche tollerando il ritardo de Signore ed i suoi silenzi?

A questo proposito l’ultima parabola che abbiamo ascoltato ci invita ad una riflessione ulteriore su come viviamo il nostro presente di credenti: nella nostra vita noi abbiamo memoria di un giorno radioso in cui abbiamo fatto esperienza viva e vivificante dell’incontro con Lui, con il Signore Gesù. Quei giorni, quei mesi che seguirono, forse anche alcuni anni furono tutti illuminati da quella presenza nuova, consolante, capace di aprire varchi enormi alla speranza, alla possibilità di amare, alla fiducia piena nel Dio della storia. Poi sono venuti i giorni del nascondimento, poi Lui è partito e tarda a venire; forse ci sono anche delle promesse di Lui che paiono esser venute meno, forse i tempi della realizzazione di certi sogni si sono allargati a dismisura, forse sono pure intervenuti dolori, peccati, tradimenti nostri e di chi ha camminato con noi…è storia di tutti e chi dice che per lui non è così credo non dica la verità o sull’autenticità dell’incontro o sul suo oggi! Sì, poi c’è il ricordo di quell’incontro, c’è la memoria che è bruciante ma non dà consolazione; inoltre ci sono le voci “ragionevoli” che suggeriscono che tutto fu un’illusione (magari giovanile!) e che il “reale” è ben altra cosa…e allora vale la pena fare quel che si può, vale la pena prendere quel che si riesce a prendere per star bene senza tante illusioni e proiezioni…e così eccoci nella condizione del servo della parabola: ha perso l’attesa e con essa ha perso tutto. Per quel servo c’è un’aggravante che le parole di Gesù ci suggeriscono: nella sua condizione di dimenticanza quel servo sapeva, conosceva la volontà del suo Signore…Insomma sapeva come è il cuore di quel suo Signore ma non gli è bastato a pazientare, non gli è bastato per porre al centro della sua vita l’attesa del Regno. Ha valutato tutto con i suoi tempi e non ha lasciato al Padrone la piena signoria sul quando e sul come.

Ecco allora la via che questo Evangelo di oggi ci traccia: fedeltà all’attesa per un presente fecondo secondo quella volontà del Signore che ci è stata fatta conoscere: volontà che è quel cuore dell’Evangelo in cui il primato va dato, senza sconti o infingimenti, al Signore ed al Regno. Con Lui e protesi verso il regno si possono gustare pace e vera libertà.

Se invece crediamo al mondo ed ai suoi orizzonti a due passi da noi, afferreremo anche dei beni e dei successi ma ne resteremo prigionieri e percossi.

I Domenica di Avvento – La grande, umile lotta

…PER LA PAZIENZA E LA SPERANZA!

Ger 33, 14-16; Sal 24; 1Ts 3,12-4,2; Lc 21, 25-28.34-36

 

L’Avvento, quattro settimane che ci conducono al Natale… quattro settimane in cui si infittisce la notte… giungiamo al cuore dell’inverno e del buio e sempre più grande si fa il nostro grido che chiede la luce.. più si allarga la notte e più noi attendiamo che sorga la luce!

Avvento… memoria di un’attesa vissuta prima da Dio; sì, Dio ha atteso quella pienezza dei tempi per venire tra noi, ha atteso nell’attesa di Israele, ha atteso il sì della Vergine, ha atteso di unire il divino all’umano… ha atteso di spazzare via con la sua venuta le immagini perverse che di lui noi uomini ci siamo fatte : non una potenza senza limiti in una concezione autoritaria e schiacciante, non una generica onnipotenza, ma un bimbo indifeso, un infante (= che non parla e questo è incredibile per il Verbo!)e poi quell’uomo bendato che i soldati di Pilato colpiscono e beffano, il suppliziato del Golgotha…”un Dio che rispetta la libertà dell’uomo fino a farsi uccidere da essa” (Olivier Clèment)!

Avvento: la sua attesa di venire a condividere le nostre gioie e le nostre mortali disperazioni!

Avvento: attesa di un compimento della storia, quando il mondo sarà trasfigurato in Cristo…tempo di grande , umile lotta per la pazienazs e per la speranza!

In questo tempo la liturgia ci invita ad indossare paramenti di un colore diverso da QUELLO della QUARESIMA: noi abbiamo scelto il blu carico che ci ricorda il colore del cielo… ci rivestiamo di cielo per ricordarci che questa è la GRANDE ATTESA: cielo e terra uniti in un unico abbraccio… come avvenne nell’umanità di Cristo, sposa della divinità del Figlio e come avverrà della nostra storia che sarà per sempre unità all’eterno.

La I domenica d’Avvento punta lo sguardo sul compimento che il primo avvento di Cristo nella carne promise e preparò.

Leggiamo oggi un tratto della cosiddetta apocalisse lucana (21, 5-36) con cui il terzo Evangelo chiude il ministero di predicazione di Gesù. Le pietre del Tempio non sono eterne, dice Gesù, creando un malcelato scandalo dei discepoli… ma poi il discorso si fa più ampio ed ad una lettura superficiale pare che Gesù stia parlando della fine del mondo, in realtà non vuole parlarci della fine del mondo ma del fine del mondo. La sorpresa grande è che il mondo nuovo sarà Lui, la sua venuta!! Quando tutto sembrerà perduto e finito a causa di dolori, catastrofi e sconvolgimenti Lui verrà e, come ai discepoli sul lago dirà: “Io sono, non abbiate paura!” (Mc 6,50). Come avere paura se la certezza sarà il suo volto?

Eppure quei dolori, quei mali, quelle tempeste della storia potrebbero essere una trappola in cui la paura diviene terrore paralizzante… Gesù avverte: quell’ora di parto di un mondo nuovo potrebbe essere ora di tentazione… tentazione di non vedere lontano, di imbastire l’esistenza tutta sull’oggi, un oggi imprigionante in cui non c’è più spazio per l’attesa di un futuro, un’esistenza tutt’al più protesa verso un misero futuro, quello che noi siamo capaci di costruire e non quello che Dio in Cristo ci dona! Il pericolo è grande: è quello di spegnere i sogni… di volare basso per salvarsi dalla fine incapaci di comprendere e leggere che si sta vivendo un’ora in cui invece si sta mostrando un fine!

Per attraversare il presente con le sue tensioni e contraddizioni è necessario allora l’ascolto del primo appello dell’Avvento: VIGILATE! Sì, il presente perché il parto del mondo nuovo è già in atto, il mondo nuovo già sta nascendo.

Vigilare è stare attenti perché il cuore non sia invaso da ciò che non è Dio e si perda nel male che pare più forte e vincitore. Vigilare è pregare per lanciare verso Dio il grido della nostra umanità assetata di Lui… Vigilare e pregare gettando le reti su una parola di Gesù, mettendovi fede: la vostra liberazione è vicina!

Una liberazione che si attende non chini sotto il giogo della schiavitù ma già in piedi, ritti nella speranza che ci fa vigili e ci pone nella dignità di figli che si sanno amati e desiderati!

Avvento: tempo per lottare per la speranza! Avvento: tempo per ripetere sussurrandolo nella preghiera e gridandolo nel dolore: Maranathà! Il Signore viene! Vieni, Signore!

Cristo Re – Quel Re è il Crocifisso

ASSUMERE LA STORIA CON I SUOI DOLORI

  –  Ez 34,11-12; 15-17; Sal 22; 1Cor 15, 20-26.28; Mt 25, 31-46  – 

 

Nel brano della Lettera ai cristiani di Roma che oggi la liturgia propone, Paolo ci ha mostrato il Cristo nella sua regalità, quella che il Padre gli ha dato perché Gesù ha amato fino alla croce, fino all’estremo. Dando la vita Gesù si è mostrato re, risuscitato dai morti è stato fatto, dal Padre, re per sempre. La sua è una signoria già in atto dall’alba di Pasqua, una signoria che Gesù stesso ha affermato davanti a Pilato, una signoria che va tanto oltre le nostre concezioni di regalità, che Cesare non deve temere: il mio regno non è di questo mondo (cfr Gv 18,36). Continuino pure a regnare i vari “cesari”, la loro regalità è effimera e ristretta, abbiano pure a ricoprirsi di oro e di porpore i re della storia, quei manti di potenza prima o poi copriranno cadaveri impotenti come quelli di tutti gli uomini. Sono così i regni di questo mondo.

La regalità del Risorto è in atto già oggi ma è nascosta; ecco la “sorpresa” su cui “gioca” il celebre passo del Giudizio finale di Matteo: sia i “buoni” che i “cattivi” si sorprendono che quel Re glorioso, seduto sul trono della sua gloria, attorniato dai suoi angeli, era così presente in una storia in cui pareva assente. Lo stupore è che lo si poteva incontrare e onorare ogni giorno e, in realtà, alcuni inconsapevolmente l’hanno fatto!

L’avevano incontrato in quei visi spaventati di forestieri male accolti e spesso umiliati, in quelle guance smunte di affamati , in quelle labbra secche di assetati inariditi dalla vita, in quei corpi nudi e infreddoliti, in quelle membra piagate e sofferenti giacenti in letti di dolore, in quei visi incattiviti dal male commesso e ristretti dietro sbarre che li privano del bene prezioso della libertà. E’ incredibile ma quel re era lì: nei luoghi meno santi e “regali” della storia …

Per Matteo è strano che un cristiano non possa accorgersene: quel re è il Crocefisso, colui che ha salvato il mondo non con la potenza ma con la debolezza. Dove, allora, il Crocefisso poteva continuare a dimorare se non nella debolezza?

Alla fine del suo Evangelo Matteo fa pronunziare al Risorto quella parola di grande forza e consolazione: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine dei secoli” (cfr. Mt 28, 20b). Ma dove cercarlo? Certo, presso il Padre (cfr Gv 20,17), ma contemporaneamente lì nella storia dei piegati, degli umiliati dell’umanità.

Se non ci fosse stata consegnata questa parola di Matteo, se non ci fosse questa prospettiva e questa rivelazione, la storia rimarrebbe un garbuglio enigmatico. Se questa pagina non ci dicesse da che parte sta Dio, non sapremmo quali vie percorrere per dare sbocchi di senso a ciò che senso non ha; Dio sta dalla parte dei piegati, degli umiliati, dei feriti, dei miseri, dei poveri perché cattivi o incattiviti (si badi che non si specifica se i carcerati da visitare siano degli “innocenti” ingiustamente prigionieri!), dei nudi e degli affamati perché qualcuno ha indosso gli abiti che loro spettavano e ha accumulato per il suo ventre il cibo di cui loro dovevano nutrirsi. Dio sta dalla loro parte, anzi si identifica con loro.

Lo cerchino pure gli uomini religiosi solo nella potenza del cielo o nei riti rassicuranti e senza amore … Lui è lì, come il povero Lazzaro della parabola di Luca, alla porta del ricco (cfr Lc 16,20).

Alcuni hanno voluto vedere in questa pagina di Matteo un bel programma etico sganciato da ogni legame teologico; quasi a dire: “Dio o non Dio, quel che conta è fare il bene!” Certo, nella visione universalistica che Matteo vuole qui comunicare c’è anche questo, per quelli che, lontani dalla rivelazione, vivono nel mondo la condivisione con i poveri e sanno chinarsi sulle piaghe dei sofferenti. Certo Matteo indica una via di amore e di compassione che chiunque può percorrere, ma non dobbiamo dimenticare che l’Evangelo è stato scritto per la Chiesa, per coloro che dovrebbero conoscere il Dio delle misericordie, il Dio che Gesù ha raccontato come Padre di tenerezze. Se le genti, i lontani possono sporcarsi le mani con le miserie del mondo, tanto più quelli che l’Evangelo ha toccato e salvato!

Già Israele sapeva che le opere di misericordia erano un riprodurre, nella storia personale, ciò che Dio aveva fatto e fa; un rabbino, infatti, poteva scrivere: “Seguire Dio è seguirne la condotta: come Dio ha vestito gli ignudi (Adamo ed Eva), così vesti quelli che sono nudi; come Dio ha visitato gli ammalati ( Abramo e Sara nella loro sterilità), così tu pure visita gli ammalati; come Dio ha consolato gli afflitti (Isacco nel suo terrore sul monte Moria), così consola anche tu gli afflitti”.

Il problema allora è duplice: c’è un giudizio che discerne quelli che queste opere le hanno compiute sentendo compassione e cercando di fare ciò che Dio ha fatto e fa tentando, come scriveva Hetty Hillesum, di “aiutare Dio ”, da quelli che queste opere non hanno voluto farle perché sordi al grido di sofferenza degli altri e perché con lo sguardo rivolto solo su se stessi e non sul Dio delle misericordie! Ma oltre al giudizio (o forse “assieme” ad esso!) c’è anche una rivelazione che è la parte mirabilmente sorprendente del testo di Matteo: dietro quei poveri c’era Lui, il Re glorioso e giudice … c’era Dio stesso! L’“imitatio Dei” corrisponde ad un vero servire Dio presente ne povero.

La meraviglia dei “buoni” ci mostra la loro sorpresa dinanzi a questa straordinaria rivelazione, la gioia di scoprire che l’aver servito, lavato, curato, visitato, sfamato quei poveri era stato un servire in essi il Re; la meraviglia dei “cattivi”, di quelli che invece pietà non ne hanno avuta, più che vera meraviglia è una sorta di squallida via per scusarsi, per giustificarsi … quasi che il “non sapere” di onorare e servire il Re in quei poveri bastasse a sgravarli dall’indifferenza e dal freddo egoismo che hanno seminato nella storia.

Assumere la storia con i suoi dolori è via di vita per tutti gli uomini e la rivelazione cristiana, dicendo alla storia da che parte è Dio e il suo Cristo, rivela fino a che punto questo Dio abbia scelto l’uomo, abbia scelto questa carne: è lì, nella carne del dolore, fino all’ultimo giorno.

Blaise Pascal, in punto di morte, non potendo ricevere l’Eucaristia perché impedito dalla malattia di ingoiare la particola, chiese agli astanti: “Se non posso ricevere Gesù, mio Signore, nell’Eucaristia , che io lo riceva nel povero; portatemi qui un povero!” Pascal aveva capito che sacramento di Cristo è l’altro, che nell’altro puoi sempre incontrare e amare l’Altro!

Al termine di questo anno liturgico, Matteo, che ci ha accompagnato con il suo Evangelo durante tutto questo anno, si congeda così da noi: indicandoci la via per fare di questa storia un “luogo” di senso … questo può avvenire attraverso i discepoli del Cristo, chiamati a umanizzare l’uomo con lo sguardo fisso sul Cristo. Con le tre “parabole”, che abbiamo ascoltato in queste ultime domeniche, Matteo ci ha detto che, in attesa del compimento che Cristo darà alla storia, c’è un’ora da vivere con attesa fedele (l’olio della lampada), facendo fruttificare l’Evangelo che ci è stato lasciato dal “Padrone” come tesoro preziosissimo (i talenti) e frutto vero di questo Evangelo che germina è amare quel Signore nei piccoli e nei poveri (“l’avete fatto a me”).

Così la Chiesa di Cristo prepara il Regno, così serve il Regno, così attende con ferma speranza che Dio sia tutto in tutti .