XXXII Domenica del Tempo Ordinario – Le dieci vergini

CHIAMATI A VIVERE NEL RESPIRO DI UNA ATTESA

 Sap 6, 12-16;Sal 62; 1Ts 4, 13-18; Mt 25, 1-13

Siamo alle ultime domeniche dell’anno liturgico e la Chiesa richiama se stessa a quegli atteggiamenti che la possano porre nella storia come realtà con lo sguardo puntato al futuro di Dio, all’eterno di Dio, ma con i piedi ben piantati nell’oggi. Un oggi plasmato però dall’attesa del giorno del Signore.

I cristiani, infatti, non possono essere prigionieri di un oggi asfissiante ma sono chiamati a vivere l’oggi nel respiro di un’attesa.

Attendere.

Poveri noi se tutto si consumasse solo nelle coordinate del tempo che noi conosciamo e misuriamo; poveri noi se la storia fosse l’“unico orizzonte della storia”! La fede cristiana spalanca le porte della storia sul futuro del Dio che viene; Gesù è colui che è venuto e, proprio per questo, è promessa di una definitiva venuta.

La parabola delle dieci vergini, che il solo Matteo narra, è una strana parabola: segue, in un certo modo, le reali tradizioni nuziali ebraiche ma di continuo le trascende, le stravolge … è come se le nozze fossero solo evocate ma per restare il gran quadro che deve dare senso a tutto; le nozze sono una chiave di lettura del tutto che interessa a Matteo: la relazione sponsale tra il Messia Gesù e la sua Chiesa.

Se ci fu una cosa che segnò fortemente i primi decenni del cristianesimo, questa fu l’attesa del ritorno dello Sposo, di Cristo risorto! Tanto che i cristiani venivano detti “coloro che amano la venuta del Signore”. Questa attesa, però, si scontrò, da un certo momento in poi, con un problema: il ritorno ritardava; la parusìa (la presenza rinnovata del Cristo) si rivelò non imminente come si credeva. Si dovette iniziare a fare i conti con la morte dei cristiani, con la morte di coloro che avevano sperato con tuta l’anima che Gesù sarebbe ritornato presto e li avrebbe presi con sé.

Se il ritorno ritardava si dilatava il “frattempo” … si dilatava la storia da dover vivere in questo mondo! Allora il problema è chiaro: l’attesa che si dilata non può e non deve diventare un alibi per vivere un presente mediocre, disimpegnato, senza orizzonti vasti e preoccupato di un oggi soffocante ed asfittico. Il ritardo del Signore è appello a vivere il tempo in modo sensato, vigilante, con un atteggiamento prudente, cioè capace di mettere in conto che il ritardo vuole fedeltà!

Credo che questa parabola delle dieci vergini ci richiami ad una riflessione sul tempo, sulla durata. L’uomo è immerso nel tempo come tutto il creato ma con la differenza che solo l’uomo ha coscienza piena del tempo, del suo trascorrere, del suo lasciarsi alle spalle volti, storie e fatti, solo l’uomo è cosciente del suo camminare verso altri volti, altre storie, altri fatti … solo l’uomo percepisce di vivere un oggi con radici in un passato e con il cuore segnato dall’attesa del futuro. Il tempo è il luogo per diventare uomo … l’umanizzazione vuole tempo, vuole durata e, nell’umanizzazione, il culmine è la capacità di amare … e per amare ci vuole tempo … perché? Ma perché, pensiamoci bene, il tempo è la nostra vita; questa, infatti, è un certo numero di giorni, di anni … e se l’amore non spende la vita non è amore!

L’amore, quello vero, infatti, si misura con il tempo, con la durata, con la fedeltà … e questo riguarda i nostri amori, quelli tra noi uomini, ma riguarda anche l’amore per Dio; la parabola delle dieci vergini ci dice proprio questo: la necessità di durare nell’attesa stando pronti, avendo con sé la forza dell’attesa di Lui. Sì, attesa di Lui; ecco cosa Gesù chiede: di attendere Lui e Lui solo! Questo fa parte di quella pretesa di Gesù di essere il termine ultimo di ogni nostro amore, anzi la pretesa di essere il primo in ogni nostro moto d’amore. Il prolungarsi dell’attesa è possibilità di una fedeltà che sappia farsi gesto umile e quotidiano, una fedeltà sempre pronta al di là delle imminenze.

L’amore che Gesù chiede non è un’emozione che passa, non è una “stagione della vita”: è la vita!

La parabola non specifica cosa sia quell’olio che le vergini hanno o non hanno; se è chiaro che lo sposo e Lui, il Messia veniente, se è chiaro che le vergini sono la Chiesa sua sposa (ecco perché la sposa non appare per niente!) e nella sua molteplicità, l’olio delle lampade non è detto chiaramente cosa sia … d’altro canto, questa è una parabola e non un’allegoria (l’allegoria vuol che ogni elemento del racconto rinvii ad un’altra realtà) … Credo che qui si voglia parlare solo di una pienezza: dinanzi al Veniente si può essere pieni o vuoti! Insomma è vigilante chi ha vera capacità di attesa, un’attesa nutrita dalla Parola, nutrita dalla vita fraterna, nutrita di atti concreti che rendano visibile l’Evangelo … Le vergini sagge sono tali perché hanno vissuto il tempo dell’attesa fedeli nell’amore, dando al loro amore per Gesù una durata che non si stanca, che non viene meno, che non si ferma divenendo così una “stagione della vita”, hanno vissuto il tempo dell’attesa riempiendosi di vita sensata, una vita nutrita dalla Parola e con lo sguardo fisso solo su Gesù.

L’invito finale della parabola: Ecco lo sposo, andategli incontro! non è allora solo un grido escatologico, non riguarda solo l’ultimo giorno, ma è un invito ad andare incontro a Lui in ogni giorno, facendo di ogni giorno un giorno carico di Lui, proteso verso Lui.

La parabola sottolinea che questo è richiesto ad ognuno nella Chiesa; ciascuno ha la sua parte unica e irripetibile in questa storia; non sono possibili supplenze di nessun tipo; non è possibile prendere l’“olio” di un altro!

L’ “olio” è rimando al rapporto con Gesù che è relazione tra cuore e cuore, tra vita e vita; l’olio è richiamo alla luce che Lui dà a ciascuno la possibilità di accendere. Chi non ha la sua luce cammina nella tenebra tanto da restare celato a se stesso ed al Signore (non vi conosco!).

La storia ha bisogno di testimoni prudenti, capaci di vivere la vita in un amore fedele che non si stanca, testimoni che custodiscono la luce dell’Evangelo su cui hanno scommesso non per una stagione della vita, ma per tutta la vita.

Ascensione del Signore – Memoria di una presenza

LA META DELLA NOSTRA UMANITA’

At 1, 1-11; Sal 46; Ef 1,17-23; Mt 28, 16-20

 

La liturgia di oggi si dipana dal racconto lucano dell’Ascensione nel capitolo primo di Atti alla finale dell’Evangelo di Matteo. Il racconto di Atti dell’Ascensione ci mostra la meta della nostra carne, della nostra umanità. Quell’umanità che in Gesù Cristo è ormai l’umanità di Dio, è consegnata da Dio non più a perdersi nella terra ma a salire al cielo.

Al di là del linguaggio simbolico, Luca vuole dirci con forza quale la destinazione dell’uomo, quale la meta dei nostri faticosi cammini, quale l’esito delle infinite piaghe dolorose della storia dell’uomo. Luca, sottolineando nella pagina di Atti questa meta, mostra come la Chiesa debba saper vivere nell’“assenza” di Gesù … e come debba nutrirsi di un’attesa colma di speranza: Quel Gesù ritornerà!

L’attenzione di Matteo è invece rivolta proprio a questo frattempo dell’attesa e, anche se Matteo non fa accenno esplicito al ritorno glorioso del Cristo, fa dell’epilogo del suo Evangelo la definitiva “apocalisse” di Gesù, è l’estrema e piena rivelazione di Colui che già sulla croce il Centurione ha riconosciuto Figlio di Dio (cfr Mt 27,54); qui Gesù toglie del tutto il velo  dalla sua identità: Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra; è il Figlio dell’uomo di cui Daniele profetava (cfr Dn 7,13-14) ricolmo di ogni potere e autorità sulla storia. E’ Gesù, insomma, il senso, la chiave di lettura e di comprensione della storia. Matteo è coerente al progetto del suo Evangelo che era iniziato con l’annunzio a Giuseppe di una nascita che adempiva le promesse; quel figlio di Maria che Giuseppe deve accogliere è l’Emmanuele, il Dio-con-noi (cfr Mt 1, 22-23); ecco che l’Evangelo si conclude coerentemente con una promessa di presenza: Ecco io sono con voi fino alla fine del mondo. E’ davvero l’Emmanuele: ogni promessa è adempiuta.

Il tempo della Chiesa è il tempo di una presenza sì misteriosa, sì nascosta nelle pieghe anche dolorose della storia ma di una presenza reale e piena di consolazione. L’assenza di cui Luca parla in Atti mostrandoci quell’ascendere al cielo e quell’essere occultato dalla nube è, in realtà, dice Matteo, il tempo di una nuova presenza. La Chiesa, radunata attorno al Risorto che incontra i suoi in Galilea, è già luogo di contraddizioni, non è una realtà omogenea e pacificata: Alcuni però dubitavano. Il grano e la zizzania saranno sempre assieme nella Chiesa la quale non deve spaventarsi della compresenza in se stessa di fede e incredulità, di santità e miseria.

La Chiesa ha una sola certezza e questa certezza non è lei stessa, l’unica certezza della Chiesa è la presenza del suo Signore, è la sua promessa di rimanere fino alla fine del mondo. Su questa certezza la Chiesa getta ogni giorno la rete nel suo cammino nella storia; su questa certezza la Chiesa può obbedire a quei quattro verbi che Gesù le indirizza nella finale di Matteo: andare, fare discepole tutte le genti, battezzare, insegnare.

La Chiesa, sostenuta dalla promessa della presenza dovrà custodire questi verbi che le indicano quali devono essere le sue vie nella storia: andare per essere una Chiesa del cammino, una Chiesa che cerca i sentieri della storia senza rimanere nei palazzi o nei templi; una Chiesa che riconosce che il mondo è tutto luogo di Dio e che deve essere animato da una presenza altra; fare discepole tutte le genti, perché non è questione di dottrina ma di vita; “fare discepole” (in greco “mathetusate”) si tratta cioè di far sì che gli uomini divengano “discepoli” permettendo all’Evangelo di Cristo di afferrare tutta la loro vita e non solo gli ambiti “religiosi”; una Chiesa di uomini che danno la vita e provocano la vita; battezzare per donare agli uomini quell’immersione in Dio (Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo) che trasforma e diviene germe di vita nuova che sottrae l’uomo dalla mano mortifera del male; insegnare in un ministero di magistero non autoritario e arrogante, ma un magistero che aiuti gli uomini ad obbedire a Gesù ed al suo Evangelo nella libertà dei figli; un magistero che aiuti gli uomini a gustare questa libertà, ritornando sempre al suo Signore crocefisso e risorto. L’obbedienza a Gesù non solo è via da insegnare, ma prima ancora da vivere, anzi la si insegna solo se la si vive. L’obbedienza a Gesù significa restare attaccati a Lui; diversamente la Chiesa diviene altro, e non è più la Chiesa di Cristo!

L’Ascensione del Signore è allora la memoria di un’ “assenza” che si fa “presenza” ; questa va riconosciuta e vissuta in un quotidiano ecclesiale che sempre più deve cercare il volto di Cristo e solo il volto di Cristo deve portare alla storia.

III Domenica di Avvento – Giovanni, icona della nostra gioia

L’UOMO DEL DESERTO E’ DAVVERO UN PROFETA

Is 35, 1-6a.8a.10; Sal 145; Gc 5, 7-10; Mt 11, 2-11

 

 

Oggi la liturgia della Chiesa ci invita a gioire!

Colui di cui celebriamo l’attesa è davvero vicino e non solo perché la data del Natale si approssima sul calendario, ma perché chi sa cogliere il suo venire diventa capace di trasformare la propria esistenza in un’attesa gioiosa che è attenta al suo irrompere umile e quotidiano; chi è uomo dell’Avvento ama la venuta del Signore e guarda l’ “oltre” con speranza.

Tutto questo è gioia!

E’ gioia perché chi è così non rimane prigioniero dell’oggi senza domani, non rimane schiacciato sotto il peso della storia che pare voglia vincere i nostri “sogni”! Chi è uomo dell’Avvento vive la libertà dell’attesa dell’ “oltre”, dell’impensabile … si fida.

In questa domenica ci è data un’icona paradossale di questa gioia: Giovanni Battista in carcere! E’ paradossale perché un uomo in carcere non ci richiama alla gioia, è paradossale perché nel testo dell’Evangelo di oggi non si parla esplicitamente della gioia di Giovanni ma di una sua crisi profonda. L’uomo del deserto è capace di crisi, l’uomo dalla parola potente e sferzante è capace di mettersi in dubbio, l’uomo che ha gridato: Progenie di vipere! ora non grida più, domanda. Ed è qui la sua grandezza: Giovanni è davvero un profeta; lo è perché non è chiuso in se stesso, neanche nelle parole che ha annunziato, è profeta perché vuole leggere la storia, è profeta perchè umilmente domanda ad un altro … e da quella risposta potrebbe anche venir fuori la dichiarazione del suo fallimento … Sei tu il Veniente o dobbiamo attenderne un altro?

Nella crisi Giovanni resta uomo dell’Avvento. Il suo sguardo è sempre puntato all’ “oltre”, al Veniente … è disposto ancora ad attendere. Giovanni qui mi pare davvero meraviglioso: umanamente non ha futuro, come può sperare mai di uscire da quel carcere? Eppure si proclama disposto all’attesa.

Questa crisi di Giovanni è per noi conforto e insegnamento; è conforto perché anche un uomo “di roccia” come il Battista è entrato in una notte ma è insegnamento perché dice come quella notte si attraversa. Giovanni indica una via: avere lo sguardo rivolto all’ “oltre” e non credere all’eternità della notte. Nella notte, infatti, Giovanni agisce con speranza: invia i suoi discepoli a Gesù per domandare a Lui. Non si accontenta di ciò che sente o gli è riferito, chiede a Gesù di leggergli la storia, chiede a Gesù la parola definitiva anche sulla sua identità di profeta: è un fallito o è veramente il profeta che ha annunziato il Veniente?

Gesù non gli risponde se non con una citazione dalla Scrittura … Giovanni deve saper leggere Gesù con la “lente” della Scrittura e qui in particolare di Isaia. E’ il passo che ha costituito oggi la prima lettura: le opere dell’atteso si compiono Gesù; Giovanni legga questo!

I ciechi vedono: è Gesù la luce nelle tenebre; gli zoppi camminano: è possibile davvero un nuovo esodo in cui gli uomini, con Gesù, saranno capaci di camminare verso la terra promessa; i sordi riacquistano l’udito: in Gesù risuona la Parola definitiva che è possibile ascoltare; i morti risuscitano: Gesù è venuto a portare la vita e la morte comincia ad arretrare perche la vita vincerà; ai poveri è predicata una buona notizia: Giovanni stesso ora è il povero cui è annunciato un evangelo che lo deve far esultare di gioia, come al principio della sua vita “danzò” nel grembo di Elisabetta sua madre (cfr Lc 1,44); Giovanni può accogliere, come tutti i poveri, prigionieri ma speranzosi, un Evangelo di letizia che spalanca i loro carceri, che libera dai pesi che vogliono schiacciare i “sogni”!

Giovanni, accogliendo la Parola di Gesù avrà esultato di gioia, anche in quel carcere buio … lì ha rivisto la luce, lì si è messo di nuovo in cammino nella speranza, lì ha ascoltato nuovamente una Parola di salvezza, lì è risorta la sua speranza! Giovanni è il termine della profezia; ora può riposare perché il Veniente è giunto! Non bisogna attendere un altro … bisogna attendere Lui, Gesù! Sempre!

Dinanzi alla grandezza di questo profeta capace di negare se stesso per porre domande Dio, Gesù non può tacere e pronuncia il più grande elogio (l’unico nell’Evangelo!) che poteva pronunciare: Giovanni non è una banderuola che segue i venti che mutano; ha lo sguardo fisso solo su Dio; si è banderuole quando si seguono i venti esterni, quelli delle mode e dei “buon sensi” mondani, ma si può essere ancor più canne sbattute dal vento se si seguono i venti che sono dentro di noi: le paure paralizzanti, i desideri smodati e brucianti, la voglia di quiete che non si compromette e preferisce un oggi grigio ad un domani pieno ma incerto perché posto nelle mani di un Altro … Giovanni, dice Gesù, non ha scelto le vie facili: né le belle vesti, né i palazzi lussuosi, ha scelto il deserto e lo ha fatto fino alla fine, accettando anche il deserto della crisi e dell’aridità!

E’ il più grande dei nati di donna, così dice Gesù! E ha detto una cosa enorme: è più grande di Abramo, di Mosè, di Davide, dei profeti … sì, è il più grande perché in Giovanni tutte le attese sono concentrate e lui è stato la parola definitiva prima del compimento; è più grande per la sua umiltà che non ha temuto di divenire domanda umiltà che non ha temuto di farsi cambiare le attese!

E Gesù aggiunge: Il più piccolo del Regno, però, è più grande di Lui. Parole queste enigmatiche che a volte sono state spiegate banalmente come un elogio ai cristiani, il più piccolo dei quali sarebbe più grande del Battista perché ormai appartenente all’Alleanza definitiva; una spiegazione che, oltre ad essere banale, è depauperante per il Battista ed è anche irrispettosa della Prima Alleanza con Israele. In realtà Gesù sta parlando di se stesso; è ancora una risposta alla domanda del Battista sulla sua identità: Sei tu il Veniente? Sì, lo è ed è il più piccolo perché si è incamminato sulla via della spoliazione che giungerà alla croce su cui griderà l’estrema povertà di un “Perché?” senza risposta (cfr Mt 27,46). E’ Gesù il più grande perché si è fatto più piccolo in quanto è colui che davvero si è umiliato e perciò verrà esaltato (cfr Mt 23,12), è davvero colui che ha avuto il coraggio di perdere la propria vita  e perciò la ritrova (cfr Mt 10,39).

Giovanni può veramente ricevere, e noi con lui, l’annunzio di un Evangelo che fa esultare di gioia come dice Isaia nel passo che abbiamo ascoltato: possiamo esultare anche se siamo deserti e terre aride, anche se abbiamo mani fiacche e ginocchia vacillanti … Possiamo deporre la paura ed il buio perché Gesù è l’Atteso che compie le promesse e la nostra vita non è più nel carcere del non-senso ed immersa nelle tenebre e nell’ombra della morte (cfr Lc 1,79). Come scrive l’Apostolo Giacomo, l’oggi può essere riempito di pazienza, o meglio di “macrotimìa”, della capacità di “sentire in grande” (così alla lettera), di guardare cioè lontano, nell’attesa del Veniente cogliendo con uno sguardo profondo e paziente, “macrotimico”, la sua presenza nella storia, nei fratelli, nelle vicende del mondo … I profeti sono stati modelli di “macrotimìa”, dice Giacomo, di quella paziente attesa di chi è capace di sentire in grande, di vedere in grande senza lasciarsi “accecare” al buio, cogliendo nella storia le tracce di Dio, delle sue strade che conducono ad una nuova umanità.

Rallegriamoci allora come Giovanni tendendo le orecchie del cuore alla voce dello Sposo che viene! (cfr Gv 3, 29).

I Domenica di Avvento – L’attesa si attualizza

SE TU SQUARCIASSI I CIELI E SCENDESSI!

Is 63, 16b-17.19b; 64, 2-7; Sal 79; 1Cor 1, 3-9; Mc 13, 33-37

Se tu squarciassi i cieli e scendessi!

Quando il profeta scrisse questa accorata invocazione, l’ascoltiamo tra gli oracoli del Libro di Isaia che aprono la liturgia di questa domenica, certamente la concepì come un’iperbole, come un’ipotesi impossibile… come qualcosa di desiderato ma lontano da ogni possibilità.
Mai l’autore di questa invocazione avrebbe potuto immaginare che il Signore Dio di Israele avrebbe scelto l’umile via dell’incarnazione per squarciare i cieli e discendere, per essere “con noi”, con la storia di uomini che vagano lontano da Dio, con il cuore indurito, senza timore di Dio .
Il nostro Avvento di quest’anno si apre con questo grido che, lo sappiamo, ha avuto risposta nella carne umanissima, ma “carne di Dio”, di Gesù di Nazareth.
Il Natale sarà celebrazione di questo mistero di vicinanza, di questo mistero di unità tra Dio e uomo! L’Avvento, celebrando l’attesa di quel compimento, attualizza l’ attesa … per cui anche noi, con il profeta, nel nostro oggi, possiamo gridare: “Se tu squarciassi i cieli e scendessi!” Lo possiamo gridare con la certezza che non stiamo pregando con un’iperbole ma con una speranza certa!
L’Avvento ci ricorda che la nostra attesa è stata preceduta dall’attesa di Dio: Lui per primo ha atteso la “pienezza dei tempi” per incontrare al nostra carne, per diventare “uno” con la sua creatura amata. Il nostro Dio è sempre Colui che ci precede e poiché ci ama per primo (cfr 1Gv 4,10) attende per primo. Questo è il grande fondamento della nostra certa speranza .
Avvento è infatti tempo di speranza certa , tempo per fare memoria di una fedeltà di Dio che chiede fedeltà , tempo di una fiducia di Dio che è appello a fidarsi di Dio, tempo di vigilanza perché la storia è la nostra “casa” ed è una “cosa seria” che non può essere vissuta tra i fumi dell’inconsapevolezza, o nelle incoscienze del sonno.
Vigilare è scrutare la storia ma con lo sguardo fisso all’orizzonte della storia stessa, a quell’orizzonte da cui sorgerà il Sole di giustizia, Cristo Signore che tornerà, squarcerà ancora i cieli e tutto porterà a compimento. Sì, noi abbiamo sete di compimenti e tanti li sperimentiamo nei nostri oggi con le nostre lotte per essi e con la grazia sovrabbondante di Dio che lotta nelle nostre lotte per quei compimenti . Una sete di compimento che però mai si placa per cui ci riconosciamo in una perenne, beata e tormentosa condizione di assetati .
Condizione beata perché quella sete ci apre di continuo al “novum” di Dio ed ai suoi compimenti, beata sete perché è quella sete che ci fa pronunziare il “Maranathà ” nel quale riconosciamo di non essere sufficienti a noi stessi! “Maranathà” significa che abbiamo bisogno di un Altro che venga a compiere ciò che noi non sappiamo compiere e venga a portarci sulle rive del “senso ”.
Sete tormentosa perché in tanti giorni è gravata dalle nostre contraddizioni, dalle nostre lentezze, da quel sentore di “incompiuto” che sempre ci porteremo dentro, fino all’ultimo nostro giorno. Solo lo sguardo puntato a Lui che ritorna placa quel tormento perché è promessa certa di compimento .
La scorsa domenica sentimmo l’Apostolo Paolo che ci diceva che l’“estuario” di ogni compimento è uno solo: “Dio tutto in tutti ” (cfr 1Cor 1,28) … perché questo si compia è necessario fare spazio a Dio nelle nostre vite. E’ necessario, in questo tempo di Avvento lavorare per liberare il cuore da ciò che lo ingombra e, tante volte, lo soffoca. Il grido del “Maranathà ” ridesta in noi l’attesa mentre la dichiara e ci apre alla speranza .
Ecco il nostro vero, grande “compito” in questo tempo di Avvento : dare forza alla in noi alla speranza . Attendiamo Lui, solo Lui e, con Lui, ogni compimento .
Si chiedeva il santo abate cistercense Aelredo di Rievaulx (sec. XII): “Ma come può venire in cielo e in terra colui che già riempie entrambi ?” Aelredo risponde a se stesso con una frase del Quarto Evangelo: “Egli era nel mondo, eppure il mondo non lo riconobbe .” (cfr Gv 1,10). Insomma, come scrive Olivier Clément: “noi attendiamo colui che è già presente, come lo attendeva Maria alle sue ultime settimane di gravidanza!” Presente ma non ancora pienamente manifestato!
Ecco perché questo tempo è tempo di sobrietà : per non impedire ai nostri cuori di tendersi tutti nell’attesa e nella speranza . Infatti, ogni disordine e “sazietà” spegne il desiderio … e l’Avvento è tempo di desideri. Ogni ubriacatura è pienezza che distoglie l’attesa … si può essere “ubriachi” di tante e tante cose!
La certezza che anima l’Avvento è una sola: Lui tornerà!
Nel testo di Marco (che con il suo Evangelo sarà nostro compagno di viaggio e maestro in tutto questo anno!) Gesù ci consegna la certezza del suo ritorno con l’unica incognita del “quando”. L’incognita del “quando” è importante in quanto ci pone in uno stato di vigile attesa … sempre. Non ci si può dare vacanza da questa attesa.
Vigilare per attenderlo e per vivere a pieno la storia! Chi non vigila fa passare vita, se la fa scorrere addosso, vive ma non si accorge di vivere, si fa sommergere dagli eventi che vive perché li vive come un dormiveglia, come un “coma” in cui si vive ma non si vive.
L’appello alla vigilanza è allora appello alla vita!
Comprendiamo così che l’Avvento non è un tempo finalizzato alla liturgia! Non è solo “preparazione” per una “celebrazione”, è “celebrazione” che ci prepara ad un’altra “celebrazione” … celebrare , lo dicevamo già qualche tempo fa, non è un ricordare degli eventi santi ma è farli diventare vita, nostra vita. Il fine dell’Avvento, come quello di tutti i tempi liturgici, è la vita!
L’Avvento ci chiede di vivere con pienezza, con occhi attenti e cuore desto.

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