XXIV Domenica del Tempo Ordinario (B) – E’ il Messia

…MA UN MESSIA DIVERSO

 

Is 50, 5-9a; Sal 114; Gc 2, 14-18; Mc 8, 27-35

 

Già abbiamo sottolineato, in questo nostro percorso nell’Evangelo di Marco, che l’evangelista annota degli inizi: l’inizio dell’evangelo (1,1) che si manifesta con l’apparire del Battista e con la sua predicazione, l’inizio della predicazione del discepoli quando Gesù inizia appunto ad inviarli (6,7), ed ora qui Gesù inizia ad annunciare la via della croce.

La pagina che oggi si legge è davvero il cuore dell’Evangelo di Marco; è il centro della narrazione in cui viene posta la grande domanda, la più essenziale: «Voi chi dite che io sia?». E’ la domanda circa l’identità di Gesù; tutta la prima parte dell’Evangelo aveva mostrato, con i miracoli, che Marco chiama potenze, e le parole piene di exousìa, di autorità, un’identità di Gesù che però non è esaustiva, e può essere ingannevole se non viene corretta da ciò che Gesù stesso, da questo momento dell’Evangelo in poi, annuncia e rivela: la via della croce. Nel testo di oggi ascoltiamo il primo dei tre annunzi della Passione con cui Gesù svelerà sempre più il suo vero messianismo.

Le risposte della gente circa l’identità di Gesù sono vaghe e generiche: sono riletture di Gesù a partire dal passato (Elia, uno degli antichi profeti, Giovanni il Battista); Gesù rivolge la domanda ai suoi, a quelli che, nella sezione precedente, non capiscono e hanno bisogno di essere aperti alla parola nuova (il miracolo del sordomuto aveva al suo cuore quell’essenziale sospiro di Gesù: “Effatà”)…
Eccola ora la parola nuova che bisogna ascoltare; Gesù la dirà… è la parola sul suo soffrire: solo così si giunge a capire Lui chi sia.
Alla domanda di Gesù, Pietro ha risposto correttamente: è il Messia. Il problema di Pietro è però che quel Messia che lui pensa è quello secondo lui e non secondo Dio: è il Messia che risponde alle sue domande ed alle sue attese; è il Messia fatto ad immagine delle sue aspirazioni e del suo buon-senso

Gesù acconsente a quella risposta, ma chiede – come al solito in Marco – di non ridire alla gente quella parola “Messia” … è la verità, ma è una verità che può essere mal compresa, o compresa a partire dalle attese. Ora è, invece, tempo di farsi cambiare le attese!
E così Gesù inizia ad annunziare la via della croce: è sì il Messia, ma un Messia di intollerabile alterità; un Messia inconcepibile per ogni buon-senso religioso e per ogni attesa trionfalistica. E’ un Messia umiliato, riprovato, sofferente, ucciso! Non semplicemente morto, ma ucciso, morto per violenza.
Gesù stesso aveva dovuto comprendere, certo con paura e tremore, che l’unica via che poteva imboccare per raccontare l’amore-altro di Dio era quella che il Libro di Isaia già indicava: quella del Servo sofferente. La prima lettura di oggi ci ha fatto ascoltare un tratto del terzo dei carmi del Servo; Gesù deve aver sentito queste stesse parole trasalendo e comprendendole per sé, per il suo cammino di Messia diverso.

Marco scrive che Gesù annunzia la sua passione con parresìa, con franchezza, apertamente. Senza timore di scandalizzare, senza timore di essere abbandonato. Dire che è il Messia, che è il Figlio di Dio è esatto ma incompleto; c’è il rischio di leggere il Messia, il Figlio di Di, titoli che Marco aveva dato a Gesù fin dall’inizio del suo Evangelo!, secondo gli uomini e non secondo Dio.

E’ quello che fa Pietro! Pietro protesta (il verbo greco “epitimào” significa appunto “proibire”, “protestare”), vorrebbe proibire a Gesù di dire quelle cose: sono intollerabili! Pietro riconosce l’identità messianica di Gesù, ma rifiuta il modo di Gesù di essere Messia. Pietro faticherà fino alla fine a capire le vie altre di Gesù, fino a quando lo troveremo nel Getsemani, ancora armato di una spada!
D’altro canto Gesù, nell’Evangelo di Matteo, chiama Pietro barjona (cfr Mt 16, 17), che lungi dal significare “figlio di Giona”, significa in verità “latitante”, “terrorista alla macchia”.
Pietro dunque deve spogliarsi di quell’uomo vecchio che pretendeva di costruire il Regno di Dio restaurando con la forza il regno davidico contro l’impero di Roma; deve lasciare il proprio progetto per seguire davvero quello di Gesù. Se nella sua chiamata al lago, Gesù gli aveva chiesto di lasciare delle cose (le reti, la barca), qui Gesù gli chiede di lasciare i propri progetti, la propria visione delle cose e del mondo.
Gesù lo chiama satana perché in Pietro parla la tentazione, parla Satana che lo aveva tentato nel deserto per sviarlo dal progetto del Padre: Satana chiede a Gesù di essere un Messia che si afferma con gesti clamorosi, e Pietro gli vuole vietare la via della croce perché pensa che lo smentisca come Messia … in realtà sia Satana che Pietro cercano di impedirgli di fare la sua strada, quella che coincide con la volontà del Padre.

Gesù, si badi, non allontana Pietro da sé, ma gli dice di tornare al suo posto di discepolo: Dietro di me, Satana! Se Pietro tornerà al suo posto di discepolo non sarà più satana perché non pretenderà più di indicare la strada a Gesù ponendosi davanti a Lui come inciampo. Se tornerà al suo posto di discepolo imparerà a seguire il Maestro e a non sostituirsi a Lui nel fare progetti; se starà al suo posto di discepolo lo potrà seguire sulle vie difficili della passione, e così capirà chi davvero sia Gesù.
Quando Pietro avrà imparato questo, quando avrà imparato qual è il suo messianismo, lo seguirà fino alla croce, fino a lasciarsi crocefiggere per Lui e con Lui nel circo di Nerone nella lontanissima Roma … intanto deve ascoltare il Signore che parla con parole intollerabili, con le parole tra le più dure dell’Evangelo: seguirlo prendendo ciascuno la propria croce, che è quella su cui deve morire l’uomo vecchio con i suoi progetti, i suoi pensieri secondo il mondo, il suo tremendo buon-senso.
Deve ascoltare Gesù che dice quell’espressione paradossale e verissima: «Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per me causa mia e dell’Evangelo, la salverà».

Il problema è capire cosa è salvarsi. E’ realizzare i propri pensieri, è avere come fine se stessi, o è realizzare i progetti di Dio ed avere come fine il suo Regno? Il mondo pensa in un modo, Dio in un altro! Convertirsi è sostituire in noi i pensieri del mondo con quelli di Dio. E’ quanto Pietro è chiamato faticosamente a fare; è quanto noi siamo chiamati a fare.

Lasciamoci interpellare da Gesù: Tu chi dici che io sia?

Nella nostra cappella monastica il titulum crucis del grande Crocifisso dell’abside porta scritta in greco questa domanda: Voi chi dite che io sia?
Dinanzi al Crocifisso gli equivoci cadono tutti; se Lui è il Messia è un Messia crocefisso; vogliamo essere discepoli del Messia crocefisso?
Pietro lo volle, e finì anche lui su una croce … dobbiamo preoccuparci se non finiamo su una croce anche noi … lo scrivo e tremo, ma non posso non scriverlo; è bene che ce lo diciamo e che lo sappiamo … poi lottiamo per questo!

p. Fabrizio Cristarella Orestano

XXVI Domenica del Tempo Ordinario – Entrare nel Regno

 

 SCENDERE NEL NOSTRO PECCATO

Ez 18, 25-28; Sal 24; Fil 2, 1-11; Mt 21, 28-32

 

I due figli e la vigna (Icona)

I due figli e la vigna (Icona)

La parabola dei due figli. Una pagina splendida per la sua sobrietà, un racconto scarno ed efficace, una parola che vuole “graffiare” le placide sicurezze degli interlocutori di Gesù che gli avevano domandato con quale autorità compiva gesti come quello di scacciare i mercanti dal Tempio (cfr Mt 21, 12ss; Mt 21, 23). Gesù risponde con una domanda circa il Battista (“da dove proveniva il battesimo di Giovanni? Dagli uomini o dal cielo?”), una domanda essenziale per Gesù: solo chi ha accolto l’invito a conversione del Battista può avere accesso al riconoscimento di Lui e della sua autorità.
Quelli che lo avevano interrogato avevano preferito non rispondere per una scelta “politica”, per non compromettersi nè con Gesù nè con la folla che stimava il Battista.
E Gesù rifiuta anche Lui di dire dell’origine della sua autorità, scegliendo subito dopo – ci dice Matteo – di dire qualcosa a questi uomini induriti dalla loro presunzione.
E lo fa con tre parabole che ascolteremo in queste tre domeniche.

La prima parabola è quella dei due figli. Inizia con una domanda: Che ve ne pare? E’ un invito a non rimanere fuori dalla parabola, ma ad entraci e a farsi “ferire” da essa. La parabola termina con un’altra domanda: Chi dei due ha fatto la volontà di suo padre? Tra le due domande poste da Gesù agli interlocutori c’è la breve parabola: due domande che non si possono eludere, e dinanzi alle quali non si può non prendere posizione.

Non eludiamo l’Evangelo: se allora questa parabola era rivolta ai capi e agli scribi del popolo di Israele, oggi è rivolta a noi, e vuole “graffiare” noi!

C’è un figlio che dice no alla richiesta del padre di andare a lavorare nella vigna, e lo dice con un semplice, ma netto “non voglio!”; poi, pentitosi di quel rifiuto, ci va.
C’è un altro figlio che alla proposta del padre risponde prontamente  ma poi non ci va; in greco risponde con un semplice ed entusiastico “egó”, “io”, e quell’io quasi gridato ci fa pensare… Questo figlio, infatti, è uno che pensa sempre a quel suo io, che deve apparire buono, retto, limpido e, in ogni caso, in primo piano! In realtà quell’io è carico di “filautίa”, di quell’amore di sé che chiude in sé, e fa guardare ad ogni costo solo ai propri interessi.

La domanda di Gesù non può avere che una risposta: il figlio che ha detto “non voglio” ha fatto la volontà del padre; non quell’altro figlio, impeccabile e con l’io perfetto sulle labbra. La risposta è solo una, e gli interlocutori di Gesù la pronunziano prontamente.

Gesù tuttavia applica subito la parabola alla storia concreta della loro vita, e lo fa con uno di quei detti scandalosi per ogni uomo religioso: I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno dei cieli. Sì, quelli, i pubblicani e le prostitute, hanno detto di no alla legge, alle osservanze, alla “religione”, ma poi – per la Parola che hanno ascoltato – si sono pentiti e “sono andati nella vigna”…
Loro, i capi, gli scribi, i farisei hanno sulle labbra quel terribile “egó”, non hanno saputo vedere il loro peccato, e sono rimasti fuori nelle loro mortifere sicurezze; sembrano sempre pronti a lavorare nella vigna, ma in realtà sono sempre a casa loro!

I pubblicani e le prostitute, che prima avevano ascoltato il Battista, ora ascoltano Gesù; essi non si nascondono dietro paludamenti “religiosi” e sacri, non hanno alcun “egó” dietro cui nascondersi e nessuna “giustizia” di cui paludarsi: hanno davanti il loro banco di riscossione di tasse inique, o lo squallido commercio del loro corpo (cfr Sal 51,5: “il mio peccato mi è sempre davanti”) … Ed eccoli lì: entrano nel Regno, perché convertiti dall’Amore che perdona.

Cosa ha permesso ai pubblicani ed alle prostitute di entrare nel Regno? La misericordia. Una misericordia che essi hanno potuto sperimentare grazie al loro peccato. E’ paradossale – come sempre – ma è così!

Perchè quel figlio del no si pentì? Il testo non ci dà risposte, non ci dice dell’atteggiamento del padre dinanzi a quel rifiuto; il silenzio del racconto forse ci dice di un silenzio del padre paziente ed innamorato di quel figlio ribelle, di un padre che conosce il cuore del figlio e ne attende i frutti. Certo è che quel figlio passa dal “non voglio!” ad un vero; certamente deve aver sentito il peso ingiusto del suo no dinanzi all’amore del padre.

I pubblicani e le prostitute ci passano avanti perché possono pesare il loro peccato dinanzi al peso dell’Amore che li cerca nelle parole di Gesù, nell’Evangelo che hanno ascoltato con cuore stupito.

Il rischio per noi è che non sperimentiamo questa grazia, perché crediamo di dare sempre l’impressione di dire …in realtà rischiamo di dire solo “egó”!
Come facciamo a misurare la nostra verità dinanzi all’Evangelo? C’è solo una via: il confronto con Gesù a viso aperto, a cuore aperto…

Paolo scrive ai suoi amati cristiani di Filippi che è necessario avere lo stesso sentire di Gesù che spogliò se stesso assumendo, per amore del mondo, la forma di schiavo crocefisso. Cristo fu umile perché discese… Ecco la via: l’umiltà che ci permette di scendere nelle profondità del nostro peccato e dei nostri “non voglio!” … ed è lì che incontriamo Cristo.

Non a caso, al capitolo settimo Della santa Regola, Benedetto dice ai suoi monaci di percorrere i gradini dell’umiltà per giungere alla verità, e l’ultimo dei dodici gradini non è una vetta ma una profondità: il monaco “stimandosi sempre colpevole dei suoi peccati… ripensi nel cuore ciò che disse quel pubblicano evangelico con lo sguardo fisso a terra: ‘Signore non sono degno io, il peccatore, di alzare i miei occhi al cielo’ ”.

Il monaco, scrive il nostro Santo Padre Benedetto, entra nel Regno solo se si mette davvero nei panni del pubblicano…e questo è vero per tutti: siamo tutti ingiusti e avvezzi alle prostituzioni. Se lo riconosciamo dinanzi all’Amore, ci pentiamo e andiamo davvero nella vigna a testimoniare di essere dei peccatori perdonati dalla Croce del Figlio, che non ritenne un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio ma spogliò se stesso, venedoci a cercare nella nostra miseria.

p. Fabrizio Cristarella Orestano