IV Domenica di Avvento (Anno C) – Il viaggio di Maria

 

RIVELAZIONE DI COLUI CHE E’ VENUTO, VIENE E VERRA’

Mi 5, 1-4a; Sal 79; Eb 10, 5-10; Lc 1, 39-45

 

Siamo all’apice dell’Avvento di quest’anno e l’Evangelo della quarta domenica ci conduce ad Ain Karim, la terra del Battista … ci conduce ad un incontro tra due madri, Maria ed Elisabetta; ci conduce ad un’aria di vigilia forte, tenera ed allo stesso tempo esigente. Vigilia del Natale? Certo, anche questo, ma soprattutto vigilia significa veglia, attesa di qualcosa che è imminente e grandemente desiderato, e questo qualcosa non può che essere la rivelazione finale del Signore Gesù, nell’ultimo giorno! Oggetto dell’Avvento è sempre e solo questo: il suo ritorno!

Quella della visitazione è una pagina di rivelazione: sgombriamo il campo da ogni lettura moralistica di questo racconto così suggestivo e così caro al nostro cuore di credenti; nell’Evangelo di Luca non è detto mai che Maria vada da Elisabetta per un atto di carità, che vada cioè per aiutare la sua parente nell’inatteso frangente di una gravidanza ormai non più sperata né attesa; e questo anche perché dalla narrazione di Luca pare che Maria riparta prima della nascita del Battista. Comunque sia, non è questo assolutamente l’interesse dell’Evangelista.
Luca è invece interessato a farci cogliere ancora le profondità del mistero di Cristo e, solo per questo, ci mostra le grandi cose che il Potente compie in Maria. Questa della visitazione è una pagina di rivelazione di Gesù attraverso Maria, è una vera e propria teofania, luogo in cui Dio si mostra.

In primo luogo Maria parte in fretta da Nazareth perché ha ricevuto dall’Angelo la notizia della gravidanza incredibile di Elisabetta, detta “la sterile”. Maria non ha chiesto un segno, non ha chiesto una prova della veridicità delle parole di Gabriele, ma il segno le è stato offerto e gratuitamente … e quando un segno è offerto bisogna leggerlo, bisogna contemplarlo, bisogna accoglierlo. E’ un dono gratuito di Dio e Maria parte per ricevere questo dono che non ha chiesto.
Nel libro di Isaia, l’iniquo re Acaz non vuole accogliere il segno che Dio vuole offrirgli perché receda dalle sue alleanze mondane, e per far questo si nasconde dietro una falsa “pietas”: «Non tenterò il Signore». Dio però il segno vuole darglielo, e gli manda Isaia a rivelarglielo in pienezza: «Il Signore stesso vi darà un segno, casa di David» (cfr Is 7, 10-14). I segni di Dio vanno accolti e letti! Ecco che Maria parte per obbedire al Signore che le offre il segno, per contemplarlo, per averne conforto, per ricevere quella “carezza” di Dio, per custodire il dono ed il suo sì.
Il segno e la sua “verifica” fanno parte della logica delle rivelazioni: Dio mostra la sua verità, e non vuole che l’assenso della fede avvenga in un buio completo; il segno è una piccola luce che brilla e lo si accoglie con gratitudine, senza pretenderlo, ma sempre accogliendolo.
In Maria il segno della gravidanza di Elisabetta è un dono ulteriore che le accende il cuore di ulteriore fidarsi, di un fidarsi che è già in lei cominciato in pienezza, tanto che il suo si è fatto carne nel suo grembo.

Per Luca, insomma, il viaggio di Maria è in funzione della rivelazione di Gesù; non è in funzione di un servizio da rendere ad Elisabetta, e neanche in funzione di un servizio alla fede di Maria che c’è già, e che qui – come si diceva – è solo pronta ad accogliere il dono gratuito di un segno non richiesto.
Il viaggio di Maria è solo al servizio di Gesù. Egli “è nascosto in Maria ed agisce all’ombra della Madre … nel seguito dell’Evangelo poi sarà Maria a camminare all’ombra del Figlio come discepola” (Bruno Maggioni).

Gesù dunque conduce tutto il racconto: se il testo è tutto costruito sul racconto del Secondo libro di Samuele – in cui David trasporta l’Arca Santa a Gerusalemme (cfr 2Sam 6, 2-11) – è per dirci che Maria è l’Arca Santa, ma lo è perché contiene Dio, perché «il Santo che nascerà sarà Figlio dell’Altissimo» (cfr Lc 1, 34) …
L’interesse è su Gesù, non su Maria.

E’ vero… “sulla scena” ci sono le due madri, ma protagonisti veri del racconto sono i due figli: uno che è riconosciuto ed uno che riconosce; uno che è presente ed uno che danza di gioia nel grembo di sua madre per quella presenza; uno che santifica ed uno che è santificato; uno che gioisce ed uno che è causa di quella gioia.

Certamente qui Maria è riconosciuta con il titolo più alto che ella possa avere “Madre del mio Signore” – come dice Elisabetta piena di stupore – ma questo ancora rinvia a quel Signore che si è fatto incredibilmente carne in quel grembo di donna.

Allora davvero questo è un racconto rivelativo che ci porta dinanzi a Colui che è venuto, viene e verrà, e che dobbiamo riconoscere nel suo vero volto di Dio fatto uomo! In Lui Dio si è reso accessibile, nella sua vera umanità … se il racconto del Secondo libro di Samuele narrava la “terribilità” dell’Arca, tanto che al solo toccarla Uzzà rimane fulminato (cfr 2Sam 6, 6-7), qui l’Arca è divenuta la tenera carne di una madre che dà carne al figlio suo, il Figlio dell’Altissimo!
Lo stupore di Elisabetta è pienamente giustificato: Dio si è reso accessibile, toccabile; si renderà visibile, e anche quando lo “toccheranno” per ucciderlo, nessuno di quelli cadrà fulminato, ma tutti saranno iNvece perdonati ed amati.

In questo racconto che quest’anno è al culmine del nostro Avvento, Maria ci è proposta da Luca come icona del vero discepolo: portatore di Cristo, beato perché crede nella Parola del Signore, capace di lodare e rendere grazie. Maria, icona dell’uomo in perpetuo stato di Avvento, che si muove in fretta per lasciarsi investire dalla piena rivelazione di Dio e che poi rimaneMaria rimase tre mesi presso di lei»). Questo muoversi in fretta e questo rimanere davvero ci rinviano alla dinamica essenziale di chi vuole essere nella storia in stato di avvento: senza mai nessun rinvio e con la ferma volontà di rimanere, di dimorare, di non essere l’uomo di una stagione!

Mentre si compie l’Avvento di questo anno di grazia 2015 ci apprestiamo ad arrivare al Natale che ci dirà con la sua dolce radicalità che il nostro Dio è affidabile, che ogni attesa dinanzi alle sue promesse riceve risposta e compimento … Il Figlio di Dio è affidabile perché tutto si è dato, come abbiamo sentito nel passo della Lettera agli Ebrei: «Non hai voluto né sacrificio, né offerta, un corpo invece mi hai preparato…ecco io vengo per fare la tua volontà».

Allora verrà il Natale e ci dirà: vivere in stato di avvento ha un senso, ne vale la pena perché Lui è fedele e, come già è venuto, davvero verrà.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




Leggi anche:

Immacolata Concezione (Anno C) – Maria, terra di Dio

 

L’IMPOSSIBILE CHE SI FA POSSIBILE

 

Gen 3,9-15.20; Sal 97; Ef 1,3-6.11.12; Lc 1, 26-38

 

Secondo il racconto di Genesi, che oggi si ascolta, Eva aveva peccato perché aveva creduto ad una menzogna insinuante del tentatore: il serpente striscia e si insinua, proprio come la tentazione, specie la più sottile!
«Puoi non essere più creatura e puoi diventare come Dio …» e il “terreno” di Eva diventa “terreno” di morte e di miseria, di dolore e di maledizione, parole queste che il testo di Genesi enumera con sgomento!
Tuttavia il “terreno” di Eva non è un terreno primordiale, un’origine infausta che sta solo in un “in-principio” di cui portiamo nostro malgrado i segni. Non è così! Una tale lettura di queste pagine forti e paradossalmente luminose del Libro della Genesi è un vero errore, un errore che in qualche modo potrebbe deresponsabilizzarci. Il “terreno” di Eva è il nostro “terreno” quotidiano, è il “terreno” infestato dai nostri “no” alla creaturalità, dai nostri “no” a Dio e alla sua signoria, “no” sottili e, a volte, inconfessati e inconfessabili. I nostri “terreni” generano morte perché è vero che noi vogliamo essere come Dio, noi stessi misura del bene e del male, del vivere e del morire, dei tempi e degli spazi che appartengono solo a Dio. Eva è figura potente che evoca il buio dell’uomo, di quell’uomo che, creato per generare vita (il nome di Eva è evocativo di vita!) finisce per generare morte.

Oggi Eva è posta dalla liturgia della Chiesa a fare da sfondo antitetico all’icona di Maria, la Vergine di Nazareth.

Al cuore dell’Avvento, oggi Maria ci è posta innanzi come “terra” feconda perché accoglie il seme di Dio e così genera Dio nella carne, rimanendo con fermezza creatura e creatura umile e colma di stupore. Se Eva agisce e, con le sue mani, strappa il frutto di morte e disobbedienza, Maria sceglie di “non agire” per permettere a Dio la sua azione, la sua opera. Maria, nel notissimo passo di Luca dell’Annunciazione, fa domande, chiede, ma lo fa solo per essere più obbediente, chiede per mettere tutte le sue azioni solo sotto il segno della più vera obbedienza.
Maria scopre che c’è un primato di Dio nella sua vita, che Dio ha guardato a Lei “prima”, e non rispondendo a sue azioni di “giustizia”. Maria si sente chiamata da Gabriele colmata di grazia con un nome cioè che rivela un “prima” in cui lei stessa non ha parte. In fondo, dire che Maria è l’Immacolata è affermare questo “prima” gratuito di Dio.

Maria, diversamente da Eva, diversamente da noi, non ha la presunzione di avere tutto nelle sue mani, non ha la presunzione di voler controllare tutte le possibilità, non ha la presunzione del potere “assoluto”, sciolto cioè dalla coscienza di essere creatura.

La sua verginità, paradossalmente feconda, ci racconta con fermezza che nulla è impossibile a Dio. La verginità di Maria, così come la sterilità di Elisabetta che genera il Battista, o – prima ancora – quella di Sara che genera Isacco, e quella di Anna che genera Samuele, ci spalanca dinanzi l’impossibile che Dio fa possibile con la sua grazia e la sua misericordia.

Come dicevamo, Gabriele chiama Maria “riempita di grazia”: è più esatto infatti tradurre il testo di Luca con «Rallegrati, riempita di grazia!» perché Maria è tale non per sua virtù, per suoi meriti, per sua potenza … è “piena di grazia” perché riempita di grazia.
Il primato è sempre di Dio, e Maria lo riconosce; diversamente da Eva, Maria si dichiara serva della Parola che in lei deve solo trovare il “terreno” per piantare la sua tenda di vera carne.
Maria offre al Messia, al Figlio dell’Altissimo, all’Atteso, la sua carne di creatura e, dalla sua carne, germina Dio! La sua carne di donna, fatta madre dalla grazia, diverrà in Gesù carne di Dio. E’ vertiginoso!

La solennità di oggi celebra dunque non tanto un privilegio di Maria ma soprattutto il sogno di Dio su di lei, il compimento in lei dell’evangelo della grazia. Nella sua “povera” carne di donna splende una possibilità offerta agli uomini: la possibilità di essere terra di Dio … rimanendo terra ma essendo tutta di Dio. Il mistero di oggi è la santità di Maria, è il suo essere stata “messa da parte” dal progetto di Dio. Il Signore l’ha prescelta e salvata, l’ha separata dal terreno “infestato” di Eva, l’ha fatta terreno santo, nuovo su cui il Figlio poteva piantare la sua tenda.

Maria è “tutta santa”, così come dicono le Chiese d’Oriente volgendo in forma positiva l’appellativo occidentale di Immacolata, perché Dio così l’ha voluta per l’incarnazione del Figlio. Gesù, che percorrerà le strade degli uomini facendosi carico di tutte le loro miserie, dei loro orrori, dei loro peccati, nasce da una carne come la nostra, ma tutta di Dio fin dal momento del suo concepimento.

Maria è tutta di Dio, e la sua verginità ne è conferma; e lo è cosciente e consapevole, felice della sua condizione di creatura e di chiamata: Maria obbedisce e non vuole fare né un po’ di più, né un po’ di meno di quanto Dio le chiede … Maria si fa disponibile a che la Parola avvenga in lei.

Nel nostro percorso di questi giorni Maria è per noi figura straordinaria dell’Avvento per il suo essere terreno libero, disponibile, accogliente e perciò fecondo della Parola. Maria è icona dell’Avvento perché la sua attesa è rivolta tutta, da quell’ora del suo , a Colui che cresce dentro di lei e da lì deve portare pace e salvezza a tutte le genti.

Così deve essere anche per noi che siamo chiamati a far crescere Cristo in noi (cfr Ef 4, 13) fino alla pienezza.

La Vergine Immacolata, Madre del Signore, la Figlia di Sion in cui si compie ogni promessa, ci insegni ad essere, con gioia e coraggio, terreno di un Avvento che è maturazione piena in noi di Cristo, compimento di ogni verità dell’uomo.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




Leggi anche:

II Domenica di Avvento (C) – Raccontare la Speranza

 

A TUTTI GLI UOMINI!

Bar 5, 1-9; Sal 125; Fil 1, 4-6.8-11; Lc 3, 1-6

In questa seconda domenica la speranza di Avvento assume i toni della profezia. Domenica scorsa la Scrittura ci diceva che la speranza è custodita dalla vigilanza, oggi ci dice che è necessaria la profezia per dilatare la speranza.
La profezia … ecco perché oggi campeggia la figura del Battista, che può apparire piccolo se confrontato con lo sfondo grandioso che Luca usa per farlo entrare in scena, ma che risulta grande se si tende l’orecchio alla sua voce che grida la profezia, alla sua voce che, in fondo, pronunzia una parola di giudizio, su quello stesso scenario.

Lo scenario che Luca ci mostra è grandioso perché vuole inquadrare gli avvenimenti di salvezza in un preciso quadro storico, in primo luogo per non disgiungere mai il piano di salvezza dal concreto piano storico. La salvezza è opera di Dio che irrompe nella storia, in una storia concreta con le sue contraddizioni, in una storia connotata dalle solite dinamiche di potere e politico e religioso. Luca parte dal “grande” per arrivare al “piccolo”, al particolare: parte infatti da Tiberio Cesare per passare a Pilato, e per giungere a quei piccoli tirannelli che sono Erode Antipa ed i suoi fratelli, e per giungere poi al potere religioso di Gerusalemme nelle persone dei sommi sacerdoti Anna e Caifa … e su questo sfondo Luca staglia il Battista.
Il suo ingresso in scena però è dovuto non ai soliti meccanismi mondani, ma ad un evento preciso di altra natura: la Parola di Dio che avviene su di lui … ed avviene (in greco eghéneto) nel deserto. In tal modo Luca cambia lo scenario: dai grandiosi palazzi dei poteri umani, dalle città del potere, alla regione desertica che circonda il Giordano, nel quale Giovanni immerge chi cerca perdono, chi cerca conversione, chi cerca di volgersi verso il Signore, di tornare la Lui.
Questo movimento di ritorno è però un movimento che compie Dio stesso, è il movimento di ritorno del Signore che va ad incontrare il suo popolo: se il suo popolo lo cerca e si lascia immergere da Giovanni, il Signore già lo aveva cercato, tanto che aveva fatto cadere la Parola su Giovanni figlio di Zaccaria (ricordiamo che “Giovanni” significa “Dio fa misericordia” e “Zaccaria” significa “Il Signore ricorda”!) il quale, fin dal grembo di sua madre, è chiamato a preparare i cuori a quella venuta del Signore (cfr Lc 1, 17).

Luca cita un testo del libro di Isaia nel quale vede la prefigurazione di ciò che stava accadendo nel deserto: è la stessa citazione che già Marco e Matteo avevano posto come chiave per leggere la missione di Giovanni. Luca però aggiunge anche il versetto 6 del capitolo 40 di Isaia in cui ritorna all’universalità: «Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio». Aveva cominciato con uno sguardo su tutto il mondo (l’impero di Tiberio Cesare) ed ora conclude di nuovo con uno sguardo ampio: “ogni uomo”. Ciò che accade nel deserto di Giuda in quell’anno quindicesimo di Tiberio (il 28-29 d.C.) riguarda tutti gli uomini, quello che il Profeta Giovanni grida nel deserto riguarda tutta l’umanità, ultima destinataria di quella profezia.

La speranza che il tempo d’Avvento vuole rinfocolare nel cuore dei cristiani è un grande tesoro e Dio vuole che i cristiani siano messaggeri di questa speranza per ogni uomo! Perché questa speranza corra, il Cristiano ha una vocazione profetica … la profezia è il compito del cristiano nella storia. Non è presuntuosa questa definizione: il discepolo di Cristo è davvero chiamato ad essere profeta per la storia, e solo lui può esserlo per davvero.
E’ profeta se, fedele alla sua identità, sarà capace di ascoltare Dio, di leggere la storia mettendosi dalla parte di Dio per ridire alla storia la Parola che è Cristo.
Il cristiano è profeta non perché dice cose nuove, ma perché ridice Cristo nei vari tempi della storia, nei vari luoghi, nella varie culture … Cristo è l’ultima e definitiva parola da ridire sempre. Certamente dobbiamo sapere che è una parola che deve risuonare nei deserti impervi dell’uomo e della sua storia; dobbiamo far risuonare la parola che è Cristo nei deserti e sugli incroci confusi dei sentieri degli uomini, proprio nelle false paci che i poteri del mondo apprestano, perché essi più facilmente possano essere poteri! La parola dovrà risuonare lì dove il mondo rassicura e quieta l’oltre di Dio ed i suoi sogni pieni d’ogni buon-senso; la nostra profezia di cristiani dovrebbe oggi avere la capacità di sfondare le dighe dell’indifferenza che è la più grande nemica dell’annunzio dell’Evangelo nel nostro mondo.

Il problema è che i cristiani hanno spesso derogato dalla loro missione profetica, hanno glissato su di essa, l’hanno svilita; sono diventati muti e inattivi, muti e colpevolmente insignificanti perché spesso totalmente assimilati alla mondanità e ad essa consenzienti, senza mai mostrare alcuna differenza.
I cristiani non dicono più la speranza alla storia perché distratti e sedotti dalle promesse del mondo che pare rispondere a tutte le attese che si possono nutrire in cuore. Anche quelli che ascoltano la parola, spesso, la dimenticano appena escono fuori dagli spazi ecclesiali o celebrativi, e si assoggettano al mondo ed ai suoi ritmi e pensieri … troppo spesso i credenti si sono abituati a mimetizzarsi nel mondo assumendone i colori e gli odori, proprio come certi animali che prendono colori e forme di ciò che li circonda per non essere riconosciuti e per non rischiare!

Per essere profeti di speranza nei deserti che la storia prepara e sempre più allarga, bisogna essere, invece, uomini e donne di fede adulta! Una fede che non tollera mimetismi né arroganze, una fede che non può più essere un sistema rassicurante ed infantile, che non può rimanere un complesso di pratiche e praticucce che pare che oggi tanti cristiani credono di dover accogliere per riempire la loro preghiera. Una preghiera fatta di novene e coroncine (fatta salva la buona fede e la santità di tanti, per carità!) non punta sulla maturità di una fede che «rende ragione della speranza» (cfr 1Pt 3, 15).

Il cristiano maturo è uno che, come il Battista, lascia che la Parola avvenga in lui, che cada sulla sua vita e lo porti lì dove vuole la Parola stessa, fino a scegliere i deserti della storia e dei cuori per proclamare un Veniente che giunge a dare senso alla storia e ad ogni storia!
Il cristiano maturo non è uno che “fa” delle cose nelle sacrestie e negli oratori, per poi adeguarsi fuori alle lusinghe del mondo, della carriera, dei desideri e delle scelte del mondo.
Il cristiano maturo è profeta. Di questo oggi la Chiesa ha bisogno!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




Leggi anche:

I Domenica di Avvento (Anno C) – Il Signore ritorna

 

CERTEZZA E INVOCAZIONE

Ger 33, 14-16; Sal 24; 1Ts 3, 12-4, 2; Lc 21, 25-28. 34-36

L’Avvento non è attesa del Natale! E’ un po’ semplicistico ed infantile dire così; l’Avvento culmina nel Natale!
L’Avvento è tanto di più: è attesa del Signore che ritorna! Il Natale verrà e sarà conforto alla fatica dell’attesa: se è già venuto, adempiendo le promesse fatte ad Israele, vuol dire che ancora manterrà la promessa e tornerà.

L’Avvento è tempo di esercizio, di preghiera, di riflessione per preparare la venuta del Signore, quella che avverrà alla fine della storia, quella che invochiamo e di cui siamo certi. La parola  Maranathà è la preghiera tipica dell’Avvento, ma in verità è tipica della vera identità cristiana, perché si è cristiani se si attende il Signore, se si fa della storia un’attesa impegnata e vigilante di Lui.
La parola Maranathà ci dice contemporaneamente certezza ed invocazione; è una parola in aramaico – la lingua parlata da Gesù e dalla prima comunità cristiana – che troviamo nel Nuovo Testamento, nella Prima lettera ai cristiani di Corinto (1Cor 16, 22) nel suo suono originale e che troviamo, questa volta tradotta in greco, alla fine del libro dell’Apocalisse (Ap 22, 20); essa può avere due significati: Marànathà (Il Signore nostro viene!) oppure Marana thà (Signore nostro, vieni!).
Dunque certezza ed invocazione! Certezza perché Lui l’ha promesso, ed oggi ascoltiamo questa promessa nel passo dell’Evangelo di Luca, Evangelo che ci accompagnerà in tutto questo nuovo anno liturgico che oggi ha inizio.

Sì, è certo: Gesù tornerà, ed a Lui dovremo consegnare la storia trasfigurata dal suo Evangelo e Lui consegnerà tutto al Padre ed al suo amore …
Se sarà questo, la sua venuta come non invocarla, come non attenderla, come non sperarla con tutto noi stessi, come non lottare per affrettarla?

L’Evangelo ancora oggi ci parla con quel linguaggio apocalittico che ritrovammo in Marco due domeniche fa: la realtà che conosciamo sarà capovolta dalla venuta del Figlio dell’uomo, tutto sarà nuovo e questa novità dovrà passare attraverso il giudizio del Figlio dell’uomo; un giudizio che Luca ci chiede di prendere molto sul serio: quegli uomini che muoiono di paura vogliono dirci proprio la serietà e la verità di un giudizio con cui bisognerà fare i conti! Bisognerà avere coraggio per comparire davanti al Figlio dell’uomo; mi viene da dire che ci sapranno andare quelli che avranno avuto il coraggio della sequela nel loro cammino storico …
Quale sarà il criterio netto del giudizio del Figlio dell’uomo veniente? Uno solo: aver seguito il progetto di vita del Crocefisso, l’essere stato suo discepolo, ma per davvero …

La formula che troviamo in Lc 9, 24 ci dice chiaramente quale sia questo progetto su cui tutto si giocherà: “Chi conserva la sua vita la perde e chi la dona la ritrova!”. Chi vive così, certo con tutte le lotte, le fatiche e le cadute che possono – anzi, devono esserci – si prepara alla venuta improvvisa del Figlio dell’uomo ed al suo giudizio.
Ed allora non bisogna lasciarsi sorprendere impreparati, bisogna stare attenti a non lasciarsi inghiottire dalla vita, a non farsi scorrere addosso la vita; il fare soffoca tutto e questo ci rende incapaci di riconoscere il tempo opportuno per la salvezza, il tempo per dire e ridire con gioia il nostro al Signore Gesù.

Domenica scorsa dicevamo che la festa di Cristo Re non deve avere sapore trionfalistico e questo è vero anche per il ritorno glorioso del Figlio dell’uomo. Certamente è vero che quel giorno sarà giorno di trionfo e di un trionfo palese a tutti, a differenza della sua vittoria pasquale che non fu palese a tutti e che è conoscibile solo nella fede e “visibile” solo nell’amore fraterno nella comunità ecclesiale. Questo trionfo finale in potenza e gloria grande deve però essere letto correttamente: non significa assolutamente che Dio alla fine della storia abbandonerà la strada della croce, e quindi dell’amore costoso, per sostituirla con quella della potenza e  – magari, come tanti vorrebbero – della vendetta! Vedete, se così fosse, significherebbe – come scrive Bruno Maggioni – che la croce non sarebbe più il centro della salvezza progettata da Dio in Cristo, e la sequela del Crocefisso non sarebbe più l’elemento decisivo di una vita umana e sensata, l’elemento decisivo del giudizio di Dio.

E’ chiaro che, se Dio abbandonasse la via della Croce per sostituirla alla fine, alla venuta del Figlio, con la mondana logica della potenza, darebbe ragione a tutti quelli che per secoli hanno riso della croce, hanno riso dell’amore, a tutti quelli che hanno deriso l’amore perché giudicato debole ed inutile, incapace di dare completa liberazione. In questi giorni tristi che stiamo vivendo, con la violenza insensata che ci ha visitati a casa nostra, quante voci in tal senso stiamo sentendo! Voci che – devo dire la verità – rattristano quanto la violenza insensata ed il sangue innocente sparso e versato!
No! Dio non smentirà se stesso!
Il ritorno del Figlio dell’uomo – ricordiamolo sempre – sarà il ritorno del Crocefisso, sarà la rivelazione luminosa che l’amore, e nient’altro, è la via della salvezza! Nient’altro!

Se questa è la nostra fede ne scaturiscono parecchie conseguenze concrete; come tutto il Nuovo Testamento, pare che anche Luca creda ad un’imminenza della Parusia, di questo ritorno glorioso. Noi però sappiamo che ai tempi di Luca e della scrittura del suo Evangelo, si era fatto chiaro che si apriva un lungo tempo della Chiesa, un tempo che si sarebbe prolungato; Luca ci dice però che sempre ci saranno segni premonitori.
Quali? Guerre, persecuzioni, dolori, ore di pressura straordinarie, e ne ha parlato all’inizio del capitolo.
In che senso sono segni premonitori? Lo sono perché ci dicono la fragilità degli equilibri umani e la fragilità delle posizioni di “buon-senso” che gli uomini apparecchiano per sé e per la storia; ogni generazione è testimone di guerre ed ingiustizie, di contraddizioni e miserie; ogni generazione è allora appellata da quegli eventi fallimentari a cogliere il presente come urgente, decisivo e questo non solo perché è breve (il che è anche vero!), ma perché ogni giorno ci dà occasioni per vivere la sequela, per vivere i nostri sì al Crocefisso. Le occasioni vanno colte perché passano e non tornano più … il che posso dire oggi non è il sì che potrò dire domani … intanto certe occasioni saranno state scavalcate e perdute per la mancanza di vigilanza.

Luca, in tal senso, ci invita ad alzare la fronte, a volgere lo sguardo al Figlio dell’uomo, al Crocefisso che torna. Così non smarriremo la speranza: la storia a volte sembra un tronco secco che non può più dare vita ma proprio lì, nella storia, riapparirà il Germoglio, come ha cantato Geremia nel suo oracolo che oggi è la prima lettura. Se si fissa lo sguardo al Germoglio di Iesse (cfr Is 11, 1) che Dio farà apparire, allora la speranza rifiorirà e l’attesa metterà in moto la vita dei discepoli, l’attesa verrà riempita da quei sì a “perdere la propria vita” con amore, che è il cuore della sequela di Gesù.

Solo l’amore salva la storia, oggi e quando Lui tornerà. Checché ne dicano i profeti di sventura, assassini della speranza, che seminano morte quanto coloro che vorrebbero combattere!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




Leggi anche: