XXVII Domenica del Tempo Ordinario – La sequela

SEGUIRE GESU’ NELLE VIE DI OGNI GIORNO: LA VIA NUZIALE

Gen 2, 18-24; Sal 127; Eb 2, 9-11; Mc 10, 2-16

Marco mostra come seguire Gesù nelle vie di ogni giorno: come seguirlo nella via nuziale, nel rapporto con le cose, nel rapporto con il potere. In fondo la sequela di Gesù ci può cambiare e dirigere rispetto alle tre libido (“amandi”, “possidendi” e “dominandi”, come dirà Freud) che sono le grandi spinte che esistono nell’uomo, spinte che lo costruiscono, ma spinte che lo possono anche perdere…l’amore, il possedere e l’usare il potere sono nell’uomo e devono essere indirizzati e usati per edificare l’uomo nella sua pienezza.

Questa domenica si fissa l’attenzione sul primo punto; domenica prossima l’episodio del giovane ricco ci porrà dinanzi al problema del possedere; l’altra domenica, con la domanda dei primi posti da parte di Giacomo e Giovanni, dinanzi al problema del potere.

Gesù libera! Rende possibili una grande fedeltà nell’amore, una grande libertà dalle cose, una nuova capacità di servire e non di servirsi degli altri dominandoli.

La domanda che oggi è posta a Gesù è capziosa e Marco lo dichiara semplicemente: Avvicinatisi dei farisei, per metterlo alla prova, domandarono a Gesù: “E’ lecito ad un marito ripudiare la propria moglie?”. Domanda capziosa che vorrebbe gettare Gesù nel ginepraio delle polemiche, molto vive a quel tempo tra scuole rabbiniche, circa i limiti e i casi di divorzio…ma forse la domanda è ancora più maligna perchè pretende che Gesù si pronunzi su una questione che al Battista era costata la testa; Giovanni, infatti, su questa questione aveva provocato Erode Antipa con quel “Non ti è lecito tenere con te la moglie di tuo fratello”…

Gesù però non cade nel tranello, e riporta la questione ad un livello “altro” che i suoi interlocutori neanche immaginavano. Il problema è il cuore: la Legge, infatti, rendeva possibile il divorzio per un solo motivo, la “sclerocardia”, la durezza del cuore. Un cuore duro ed impenetrabile dalle esigenze d’amore del progetto di Dio. Un cuore così non è in grado di cogliere il senso dell’“in-principio”; quell’“in-principio” in cui non fu così…un “in-principio” a cui più che mai è necessario ritornare per proclamare ciò che il matrimonio significa. Gesù dice con chiarezza che “l’uomo non separi ciò che Dio ha unito”, e – per dire di questa unità creata da Dio – Marco usa il verbo “syzeugnymi” che, alla lettera, significa “mettere sotto uno stesso giogo” (d’altro canto la parola “coniuge” deriva da questa stessa idea!).

L’amore dei due è indissolubile perchè narra le nozze, l’alleanza tra Dio ed il suo popolo: spezzare il matrimonio è smentire Dio, è rompere l’alleanza con Lui. Lui è fedele e nel matrimonio il credente è chiamato a mostrare la gloria della sua fedeltà

Gesù si mette, senza mezze misure, sulla scia del profetismo come quello di Malachia: “Il Signore non gradisce le vostre offerte … e voi ci chiedete il perché? Perché il Signore è testimone tra te e la donna della tua giovinezza che tu tratti perfidamente mentre essa è la tua consorte, la donna legata a te da alleanza. Non fece Egli un essere solo dotato di carne e soffio vitale? … Custodite dunque il vostro soffio vitale e nessuno tradisca la donna della sua giovinezza. Io odio il ripudio, dice il Signore Dio di Israele…(cfr Ml 2, 13-16).

Gesù cita in tal senso e senza possibili vie di fuga il testo del Libro della Genesi  che costituisce la prima lettura di oggi: Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e i due saranno una sola carne. Per Gesù il matrimonio tende a fare dei due un solo essere, e questo per volontà di Dio. Dio nei due crea un’unità che non può più essere essere spezzata perchè a quell’unità Egli affida una profezia: la sua fedeltà ed il suo amore.

Appartenere al Regno perchè si è accolto il Cristo significa portare su di sè la bellezza e lo splendore della fedeltà di Dio. Il Dio dell’Evangelo è il Dio d’Israele fedele ed amante, fedele fino a perdonare tutti gli “adultèri” del popolo, fedele all’uomo che si aliena agli idoli fino a dare il proprio Figlio Unigenito (cfr Gv 3,16).

La sequela, ci dice oggi la Scittura, è questione di fedeltà, di perseveranza, di costanza! La sequela non è via passeggera, non è una stagione della vita…è vita! E questo va mantenuto e proclamato con fedeltà alla vita. Nel matrimonio questa fedeltà è fedeltà a quell’unità indissolubile che Dio ha voluto per i due. Una fedeltà che, ove venisse rotta, infangata, alienata può essere ricostruita dalla fedeltà di Dio e dalla sua grazia. Una fedeltà che va custodita anche quando uno dei due la rigetta e la disprezza. E’ via di croce sì, è via esigente…è via seria! E’ via che non svilisce le scelte dell’uomo, è via che non aliena la sua carne…è via che il mondo irride. E’ via che il mondo deplora parlando di “rifarsi una vita”…ma la vita è già stata fatta da un alla donna, all’uomo della propria giovinezza. Quel sì rimane. E se l’altro fosse infedele, chi resta deve rimanere fedele…se non vuole anche lui sconfessare Dio e la sua fedeltà, se non vuole sconfessare la propria stessa vita facendola diventare soggetta a passeggere emozioni e a passeggeri desideri o bisogni…

E’ questo il messaggio duro di Gesù…tanto che i discepoli arrivano a dire, nella redazione di Matteo, che se questa è la condizione dell’uomo non conviene sposarsi (cfr Mt 19,10).

La venuta di Gesù non tollera più rimandi o addolcimenti (come le norme date da Mosè per la durezza dei cuori!), vuole invece urgenza, radicalità!

Come è possibile? Marco lo dice nella seconda parte dell’Evangelo di oggi: se si accoglie il Regno come un bambino…entra nel Regno chi accoglie il Regno. Accogliere significa dargli accesso alla propria vita senza “se” e senza “ma”, in un ascolto obbediente e semplice. In un ascolto che si fida.

L’Evangelo è netto, forse appare duro (certamente al giorno d’oggi impopolare!) ma è umano perché prende sul serio l’uomo ed i suoi “”, e perchè chiede all’uomo una vera presa di posizione, libera ed autentica, dinanzi alle esigenze del Regno.

Padre Fabrizio Cristarella Orestano

XXVI Domenica del Tempo Ordinario – Extra ecclesiam nulla salus

 UN MONITO PER I CRISTIANI CHE ABBANDONANO LA CHIESA

Nm 11, 25-29; Sal 18; Gc 5, 1-6; Mc 9, 38-48

Il racconto di Marco continua a sottolineare, anche questa domenica, l’incapacità dei Dodici di comprendere la via paradossale di Gesù: una via di libertà totale cui si accede attraverso il farsi schiavo. L’ “insospettabile” Giovanni si fa portavoce di una gelosia di potere qui non più personale ma “di gruppo”: “non era dei nostri”, dice Giovanni di questo esorcista “abusivo” perchè fuori dalla cerchia “canonica” di Gesù! Gesù è fermo: “Non glielo impedite!” Gesù non è un esclusivista, non è “integrista”: “Non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito dopo possa parlare male di me”. Gesù dichiara invalida la posizione dei discepoli; il problema è sapere che ne fa del nome di GesùGesù invita qui a guardare dentro e non fuori per stigmatizzare gli esterni… il problema è che quelli di dentro un giorno rinnegheranno e tradiranno… specie se si sentono “al sicuro”;  il problema è per quelli di dentro che se ne vanno, non per quelli di fuori che, addirittura, possono usare il nome di Gesù  per compiere opere di liberazione. L’antico detto patristico “extra ecclesiam nulla salus” (“fuori dalla chiesa nessuna salvezza”), spesso impugnato in modo integrista da certi cristiani, è in realtà un detto che non vuole colpire e mandare all’inferno quelli di fuori,  ma è un monito a quelli di dentro che “sanno” e che abbandonano la Chiesa  palesemente o, più tremendamente, nel profondo di loro stessi con scelte mortifere pur rimanendo apparentemente dentro! Non a caso Marco fa seguire a questo episodio  una serie di detti di Gesù raggruppati con il tema dello “scandalo”!

Lo scandalo è opera di quelli di dentro che fanno danno dentro facendo inciampare i “piccoli”. I discepoli non stessero a guardare fuori impedendo questo o quello agli esterni,  pensassero a custodire l’Evangelo che è stato loro consegnato… pensassero a togliere ciò che è inciampo nelle loro stesse vite: la mano, l’occhio, il piede da “tagliare” sono le azioni (mano), i desideri (occhi), le direzioni e le scelte (piede) che impediscono l’accesso al Regno, che portano lontano da Cristo e dalla sua scelta di fondo che è quella di essere offerta d’amore capace di prendere su di sè la violenza del mondo per spegnerla. La scelta d’amore di Gesù non si fece accusa o esclusione (pensiamo alle sue parole dalla croce, parole di perdono per i crocifissori e di accoglienza del brigante crocefisso!)  ma divenne tensione all’unità dei dispersi

Il racconto di Marco continua a sottolineare, anche questa domenica, l’incapacità dei Dodici di comprendere la via paradossale di Gesù: una via di libertà totale cui si accede attraverso il farsi schiavo… Marco ha fatto passare dinanzi ai nostri occhi prima Pietro che si fa inciampo a Gesù nel suo andare a Gerusalemme, poi i Dodici tutti che disputano miseramente su presunti ed agognati primati, oggi l’“insospettabile” Giovanni che si fa portavoce di una gelosia di potere qui non più personale ma “di gruppo”: non era dei nostri, dice Giovanni di questo esorcista “abusivo” perchè fuori dalla cerchia “canonica” di Gesù!

Gesù è fermo: Non glielo impedite! Forse i discepoli credevano di ottenere un elogio da Gesù per il loro “zelo”, ma Gesù mostra loro che hanno uno “zelo cattivo” perchè geloso ed esclusivista.

Il problema, dice Gesù, non è far parte di una cerchia, il problema è il “nome di Gesù”: l’esorcista sconosciuto agisce “nel nome di Gesù” e riesce a compiere l’esorcismo; si badi che all’inizio di queto stesso capitolo (9, 18b) si dice che i discepoli, richiesti di un esorcismo dal padre del fanciullo epilettico, “non ne hanno avuto la forza”…come mai? Forse perchè pretendevano di agire nel loro stesso nome e non nel nome di Gesù; qui, invece, c’è un tale che, nel nome di Gesù, ci riesce!

Gesù non è un esclusivista, non è “integrista”: Non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito dopo possa parlare male di me. Gesù dichiara invalida la posizione dei discepoli: il problema non è sapere se l’esorcista segua o non segua i discepoli, il problema è sapere che ne fa del nome di Gesù! Il discorso che Gesù fa su questo argomento, alla fine, associa i Dodici a Lui stesso: Chi non è contro di noi è per noi!

Quello di Gesù non è uno stolto “buonismo”: ci sono quelli che sono contro, esistono e sono gli avversari di Gesù, quelli che lo inchioderanno alla croce; con questi Gesù non è stato “buonista”, li ha chiamati “ipocriti e sepolcri imbiancati”! Gesù però non crea dei nemici, non ha l’ossessione di riconoscere nemici dovunque…qui, infatti, si tratta di un’altra situazione: si tratta del rischio di fare della Chiesa (chiaramente questo è il problema di Marco e della Chiesa nascente!) una setta o una èlite; ci sono alcuni di fuori che, nella loro condizione, sono per il Regno!

Gesù invita qui a guardare dentro e non fuori per stigmatizzare gli esterni…il problema è che quelli di dentro un giorno rinnegheranno e tradiranno…specie se si sentono “al sicuro”; il problema è per quelli di dentro che se ne vanno, non per quelli di fuori che, addirittura, possono usare il nome di Gesù per compiere opere di liberazione. L’antico detto patristico (attribuito a San Cipriano di Cartagine) “extra ecclesiam nulla salus” (“fuori dalla chiesa nessuna salvezza”), spesso impugnato in modo integrista da certi cristiani, è in realtà un detto che non vuole colpire e mandare all’inferno quelli di fuori, ma è un monito a quelli di dentro che “sanno” e che abbandonano la Chiesa palesemente o, più tremendamente, nel profondo di loro stessi con scelte mortifere pur rimanendo apperentemente dentro!

Non a caso Marco fa seguire a questo episodio una serie di detti di Gesù raggruppati con il tema dello “scandalo”! Lo scandalo è opera di quelli di dentro che fanno danno dentro facendo inciampare i “piccoli”. Chi sono questi “piccoli”? Per comprendere questo termine credo che bisogna riferirsi alla termonolgia paolina (in 1Cor 8-10 e Rm 14) in cui si dice che nella Chiesa ci sono i “deboli” e i “forti”; i “deboli” (i “piccoli” dice qui Gesù) sono quei credenti non illuminati, poco istruiti, privi di scienza, la cui fede è debole e soggetta agli scandali…la loro coscienza non può essere ferita dai “forti”! Addirittura Gesù qui dice che è meglio suicidarsi che essere fonte di scandalo per questi “piccoli” (una forma di suicidio, tra parentesi, la più disperante in quanto il suicida resta anche privo di sepoltura, cosa tremenda per la cultura ebraica del tempo!).

Il discorso è duro per quelli di dentro…Lo scandalo…sarà nei secoli la cattiva vita dei discepoli di Gesù… “scandalo” significa “inciampo”: la vita non evagelica di chi è custode dell’Evangelo è inciampo verso il Regno per tanti e specie per i fragili, per i semplici, per i poveri…e, ricordiamolo, questi sono i prediletti del Regno!

I discepoli non stessero a guardare fuori impedendo questo o quello agli esterni, pensassero a custodire l’Evangelo che è stato loro consegnato…pensassero a togliere ciò che è inciampo nelle loro stesse vite: la mano, l’occhio, il piede da “tagliare” sono le azioni (mano), i desideri (occhi), le direzioni e le scelte (piede) che impediscono l’accesso al Regno, che portano lontano da Cristo e dalla sua scelta di fondo che è quella di essere offerta d’amore capace di prendere su di sè la violenza del mondo per spegnerla. La scelta d’amore di Gesù non si fece accusa o esclusione (pensiamo alle sue parole dalla croce, parole di perdono per i crocifissori e di accoglienza del brigante crocefisso!) ma divenne tensione all’unità dei dispersi (cfr Gv 11,52).

L’Evangelo oggi, ancora una volta, ci mette dinanzi all responsabilità che ci è affidata; aver ricevuto l’Evangelo non è privilegio che ci mette al riparo ma è responsabilità per il dono ricevuto, e da donare ancora. Vite non compromesse per l’Evangelo non annunziano l’Evangelo, ma lo occultano!

XXV Domenica del Tempo Ordinario – Farsi piccoli

ACCOGLIERE LA PICCOLEZZA E’ ACCOGLIERE DIO

Sap 2, 12.17-20; Sal 53; Gc 3, 16 -4.3; Mc 9, 30-37

La scorsa domenica l’Evangelo di Marco ci ha mostrato come il primo annunzio della passione abbia trovato l’ incomprensione, il cuore duro e l’inciampo addirittura satanico in Pietro che è radicato nelle sue idee e nei suoi sogni di “potere” e di “sapere” (Pietro vuole un Cristo potente e pretende di sapere tutto, tanto da voler insegnare a Gesù!); oggi, il secondo annunzio della passione trova ancora dei cuori duri…non ha più successo del primo!

In primo luogo il testo ci ha detto che che i discepoli non comprendevano queste parole (l’annunzio della passione) ed avevano paura a chiedergli spiegazioni…insomma c’è un “non capire” e un “non voler capire”. Qui i Dodici non hanno scusanti in quanto Gesù, ha scritto Marco (cfr Mc 8,32), diceva queste cose circa la sua passione con “parresía”, apertamente, con franchezza, senza veli! Ma sono proprio le cose dette così che spaventano e si vogliono scavalcare ad ogni costo. D’altro canto la passione, in questo secondo annunzio, viene meglio specificata da un particolare che non è secondario: non si parla più di “anziani, sommi sacerdoti e scribi”, qui si parla di “uomini”: Il Figlio dell’uomo è consegnato nelle mani degli uomini, il che significa che non basta non far parte di quelle categorie storiche per essere innocenti in questa storia di dolore del Figlio dell’uomo! Sono gli uomini i destinatari di quella “incomprensibile” consegna da parte del Padre; sì, perchè è il Padre il “consegnatario”: se infatti gli uomini sono i destinatari ed il Figlio dell’uomo è l’oggetto, Colui che consegna è solo il Padre. Il Padre che lo ha già consegnato agli uomini nell’Incarnazione, che lo ha già consegnato agli uomini come Parola definitiva (cfr Eb 1,1-4), ora lo consegna come estremo dono all’umanità ma gli uomini ne faranno ciò che vorranno, fino ad ucciderlo appendendolo ad una croce.

Gli uomini: tutti gli uomini! Nessuno escluso!

Non sono stati nè Giuda, nè quegli Ebrei, nè il Sinedrio, nè Pilato con i romani…sì, loro hanno fatto la loro parte  materialmente e storicamente, ma sono le mani di tutti gli uomini ad essere macchiate del suo sangue che, paradossalmente, ha lavato e salvato tutti!

Tutto questo mistero di amore, però, resta chiuso proprio per il cuore di quei Dodici che sono i più vicini a Gesù.

Marco sottilmente (forse non tanto, bisogna solo fare attenzione e capire le concatenazioni che ci sono!) ci dice qui il perchè: non può capire l’amore chi è teso a cercare primati, privilegi e potere.

Dice il testo dell’Evangelo che i Dodici sono per via (un’espressione importante che ci richiama alla nostra quotidianità, al nostro essere “per via” nella sequela di Cristo) ma invece di seguire davvero Gesù che va alla consegna, seguono se stessi, le loro idee, i loro miseri deliri di potere…Pietro avrà anche obbedito e sarà tornato “dietro” a Gesù come gli era stato detto (“Torna dietro a me!”…cfr Mc 8,33), ma è rimasto con il cuore lì dove era andato e cioè davanti a Gesù a sbarrargli il passo e ad insegnargli come doveva fare il Messia! Pietro e gli altri pensano che il Cristo debba essere potente perché vogliono gustare una fetta di quel potere! “Chi è il più grande tra noi?” “Chi comanda?”

Certo una cosa però l’avevano capita e che cioè Gesù non la pensava così; lo considerano strano? Sono convinti di riuscire pian piano a fargli cambiare idea? Certo, alla domanda circa la natura dei loro discorsi essi tacciono. Si vergognano? Non vogliono affrontare il discorso? Non vogliono ancora sentirsi dire, con franchezza, quelle cose che tanto li turbano e che vogliono distoglierli dai loro sogni di potenza?

Gesù è paziente e comunica ancora ai suoi, con delle parole e con un gesto, le vie incredibili e paradossali che vuole e deve imboccare; ecco le vie incredibili  di Dio: loro, i discepoli, anelano ai primi posti, Gesù anela all’ultimo posto! Quel bambino che Gesù pone al centro abbracciandolo, è segno non di innocenza ma dell’ultimo posto che Lui vuole abbracciare per indicare al mondo le vie del Padre.

Gesù abbraccia, accoglie quell’ultimo posto, quello che occupano i bambini, del tutto dipendenti e fragili; d’altro canto i bambini nell’Evangelo di Marco, fino a questo momento, erano apparsi, incredibilmente, sempre in vesti non solo fragili ma anche impure: bambina è la figlia di Giairo nell’impurità della morte(cfr Mc 5,42), bambina è la figlia della donna siro-fenicia, impura perché posseduta da un demonio (cfr Mc 7,30), bambino è l’epilettico ai piedi del Tabor con le sue manifestazioni disumane (cfr Mc 9, 23ss), tutti, secondo le categorie culturali dell’epoca, impuri per motivi diversi.

Il bambino che qui Gesù abbraccia è icona della condizione del servo, è icona di im-potenza (in greco “pàis” significa “bambino” ma anche “giovane schiavo”).

Ai discepoli che sognano potenza Gesù presenta un’icona di impotenza dicendo che chi accoglie quella debolezza, quella fragilità nel suo nome accoglie Lui stesso e, paradossalmente, Dio…e qui Marco è di una forza straordinaria in quanto ci mostra che all’ultimo posto c’è addirittura Dio! Quel bambino è dunque icona delle scelte di Dio e quindi delle scelte del Figlio dell’uomo!

Essi sono disposti ad accogliere questa debolezza?

Nel passo della Lettera di Giacomo, che è oggi la Seconda lettura, leggiamo che nell’uomo sorgono guerre e liti che derivano da passioni che “combattono” dentro di lui…è il desiderio di possedere e di dominare che è radice di tutti i dolori e lacerazioni che gli uomini si infliggono; il Figlio dell’uomo è venuto per rendere possibile nell’uomo la sapienza che viene dall’alto, che rende simili a Dio: pacifici, miti, arrendevoli e pieni di misericordia…che rende veri, privi di ipocrisia, cioè privi di finzione (in greco Giacomo scrive “aniupócritos” e, in greco “iupocritós” è l’attore, uno che veste dei panni che non sono suoi, che finge di essere un altro).

Le strade di morte e dolore, ci dice Marco, sono vinte solo da chi sceglie l’ultimo posto. Un ultimo posto che però non è una scelta solo simbolica, esteriormente umile (ipocrita!), ma realmente umile perché diviene servizio, diviene chinarsi innanzi agli altri; Gesù ha detto infatti: “chi vuole essere il primo sia servo di tutti”.

Questo è possibile solo se si accoglie la piccolezza. E’ la sola via per accogliere Lui, per accogliere il Padre. Diversamente si imboccano strade diaboliche di divisione e di morte, di ricerca di sè ad ogni costo, si spasmodici desideri di primati per dominare gli altri.

Cristo ha scelto il posto dello schiavo crocefisso. Che la sua Chiesa abbia sempre il coraggio di capire questa parola, quella della croce (cfr 1Cor 1,18); abbia il coraggio quotidiano di fare a Lui domande su come vivere questo coraggio di essere ultimi. E’ per noi tutti una grande provocazione: essere ultimi. Ma per davvero!

XX Domenica del Tempo Ordinario – Abbandonate le puerilità e vivrete!

OGNI SEQUELA E’ CHIAMATA AD USCIRE DA ENTUSIASMI PASSEGGERI

Pr 9, 1-6; Sal 33; Ef 5, 15-20; Gv 6, 51-58

Nel testo del Libro dei Proverbi, che oggi costitusce la Prima lettura, c’è un invito che apre questa liturgia della Parola per darci accesso ad una maggiore comprensione del mistero del Pane di vita che è al centro del grande discorso del capitolo sei dell’Evangelo di Giovanni che in queste  domeniche sta sorrendo; è la Sapienza che parla ed invita chi è inesperto a mangiare al suo banchetto, a mangiare del suo pane e bere del suo vino. Poi aggiunge: Abbandonate le puerilità e vivrete.

Abbandonare le puerilità, le fanciullaggini, nel senso deteriore del termine, è diventare adulti, maturi nella fede. Il Pane della vita è per la nostra pienezza! Per la nostra maturità di uomini e di credenti! Comprendiamo allora una cosa: Mangiare la carne del Figlio dell’uomo e bere il suo sangue è atto di responsabilità e di assunzione piena di una via che quella di Gesù Cristo!

Mangiare la sua carne e bere il suo sangue crea un’unità straordinaria tra Gesù ed il credente: Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me ed io in lui.

Dimora! Il dimorare è del credente maturo! Per il Quarto Evangelo è chiaro che ogni sequela di Cristo è chiamata ad uscire dalle “fanciullaggini”, dagli entusiasmi passeggeri, dalle logiche di “stagioni della vita”, per entrare in una stabilità, in un dimorare da cui non ci può essere più ritorno, in un rimanere che è proprio del credente adulto. Un dimorare in cui si sancisce un’alleanza tra me che dimoro in Cristo e Cristo stesso che dimora in me! Il dimorare non “gioca” con i di Dio; se Lui dice il suo e rimane in me, io non posso diventare banderuola esposta ai venti del sentimentalismo, del passeggero, dell’instabile!

Uscire dalla puerilità è assumere la responsabilità di quel pane “costoso” che è la carne del Figlio dell’uomo. “Costoso” perchè se c’è una carne ed un sangue questo sangue è stato versato, quella carne immolata!

L’Eucaristia è sacramento dolcissimo di amore e di unità, ma è tale perchè ci ripresenta l’amore fino all’estremo (cfr Gv 13,1) che vuole fare dei dispersi unità in Dio per il mondo (Cfr Gv 11, 52), amore fino all’estremo che è quello del chicco di grano che cade in terra per morire (cfr Gv 12, 24).

Sedersi alla mensa della Sapienza, e Gesù è la Sapienza di Dio (cfr 1Cor 1,24), è sedere alla mensa in cui, condividenso il banchetto del suo Corpo e del suo Sangue, si fa comunione con il suo sacrificio d’amore per il mondo e si dichiara di essere pronti a dare il proprio corpo ed il proprio sangue come Lui e con la sua forza.

Questa è maturità cristiana, assunzione di responsabilità, uscita da ogni atteggiamento religioso rassicurante e deresposabilizzante. L’ Eucaristia, infatti, consegnando alla Chiesa il Corpo ed il Sangue di Cristo, consegna ai cristiani la possibilità di trasformare il mondo con le sue stesse “armi”, quelle paradossali di un amore controcorrente, di una pacifica opposizione alle vie del mondo, una pacifica opposizione che crea persecuzione ed incomprensione ma che è pure quella che annunzia la novità dell’Evangelo di Gesù che non è mai innocua!

Chi si dice cristiano ed è puerilmente allineato con il mondo per paura del mondo, mostra la sua immaturità e la sua stolta “fanciullaggine”… così diversa da quell’essere come bambini che Gesù chiede ai suoi (cfr Mt 18, 3). Quello che chiede Gesù è quell’essere colmi di una fiducia piena e grande, quella che fa diventare “folli” sfidando anche il mondo perchè si è completamente abbandonati nelle mani di Dio di cui mi fido e di cui riconosco la gratuità per cui non accampo “meriti”, la “fanciullaggine” da cui bisogna guardarsi è quella puerilità che è immaturità umana e di fede per cui, come bambini capricciosi ed egocentrici, ci si cura di sè nel disinteresse per tutto quello che è fuori di sè; questa “fanciullaggine” è atteggiamento di continua delega ad altri delle proprie responsabilità.

L’atto di mangiare la carne del Figlio dell’uomo è espresso da Giovanni con un verbo brutale, molto materiale: “trógo”, cioè “masticare”. Giovanni così ci rimanda alla corposità storica di quella presenza, di quel dono che deve e vuole invadere la nostra corposità concreta. Il masticare è distruggere per trasformare ed assimilare. Cristo così ci raccconta Dio, un Dio pronto a farsi assimilare ad ogni costo dagli uomini…l’atto di masticare ci conduce irresistibilmente a quel chicco di grano macerato nella terra, a quel corpo sceso nel sepolcro esposto alla decomposizione della morte…il masticare ci richiama poi alla nostra concretissima umanità che da quell’assunzione inizia a vivere “per mezzo” (“diá”) di Gesù, come Gesù vive “per mezzo”  (“diá”) del Padre. L’offerta di quella carne e di quel sangue mirano a farci essere credenti responsabili nel mondo, nella storia, senza fughe in spiritualismi disincarnati!

L’Eucaristia è critica radicale ad ogni cristianesimo disincarnato, ad ogni distanza “spiritualizzante” da Cristo presente ancora nella storia con il suo Pane!

Certo, come scrive recentemente Luciano Manicardi in un suo libro (“Per una fede matura” ed. Elledici), l’ impalpabile ostia che usiamo per l’Eucaristia, invece del concreto, usuale e manducabile pane, non aiuta la Comunità credente a cogliere tutta la forza di quel segno, di quella manducazione, di quella assimilazione “costosa” con cui Cristo ci unisce a Lui.

Chi assume la corposità della storia nell’incontro compromettente con Cristo Gesù e la sua carne ed il suo sangue diventa, come scrive l’autore della Lettera ai cristiani di Efeso nella Seconda lettura di oggi, capace di approfittare del tempo presente, di cogliere il tempo propizio (il “kairós”) in cui Dio passa nella storia e fa le domande dinanazi alle quali non è concessa alcuna evazione o “ubriacatura” che rende inconsiderati, incapaci di responsabilità autenticamente umana nella compagni degli uomini.

Il dono di Cristo è capace di innervare la nostra umanità della vita di Dio e ci slancia nella storia come portatori di vita nuova, di “vita eterna” cioè, come già dicevamo la scorsa domenica, portatori della vita di Dio nello scorrere della vita degli uomini!

E’ la grande richiesta che ci fa la carne ed il sangue del Figlio dell’uomo!

Padre Fabrizio Cristarella Orestano