IV Domenica di Quaresima (Anno C) – La gioia di Dio

 

DALLA PARTE DEI PECCATORI

Gs 5, 9a.10-12; Sal 33; 2Cor 5, 17,21; Lc 15, 1-3.11-32

E’ la domenica della gioia (“Laetare”) e, nel ciclo C del lezionario romano, siamo condotti alla contemplazione di Dio, a leggere Dio per ciò che davvero è, e non per quello che le nostre malevole e stolte presunzioni lo hanno voluto vedere e percepire.

Il capitolo 15 di Luca è un luogo rivelativo di altissimo spessore; Agostino diceva che esso è “l’Evangelo nell’Evangelo”. Il tema di questo capitolo di Luca, e quindi il tema di questa domenica “laetare”, non è il comportamento morale dell’uomo ma il comportamento di Dio.

Sul banco degli accusati, in fondo, c’è Dio e non l’uomo peccatore; questo lo è di partenza, ma il dibattito verte sul modo retto o meno di comportarsi di Dio. Gesù è accusato perché pretende di dire che Dio si comporta con misericordia e accoglienza verso i peccatori; Gesù ha una condotta che viene bollata come scandalosa in quanto, non solo accoglie i peccatori, ma addirittura li attrae: «Si facevano vicini a lui», scrive Luca e i farisei e gli scribi mormorano che il Rabbi di Nazareth siede con gli empi.
Già quel banchetto con cui inizia il capitolo è evangelo: il Figlio di Dio siede con i peccatori, condivide la vita con loro; già solo questo banchetto giustifica la letizia di questa domenica. Con quel sedere a mensa con i peccatori Gesù vuole essere trasparenza di Dio, vuol far presente la misericordia di Dio, vuole rivelare il vero comportamento di Dio; in fondo scribi e farisei si proclamano servi di Dio ma vorrebbero un altro Dio, non quello vero che ha inviato il suo Figlio proprio perché sedesse a quella mensa di peccatori.

Gesù spera che anche i cosiddetti “giusti” siedano a quella mensa, non per condiscendenza verso i peccatori ma mettendosi dalla parte dei peccatori; la parabola del Padre misericordioso, infatti, termina proprio con questa speranza: il padre spera che il figlio maggiore si sieda alla mensa preparata per il figlio sciagurato! Finché i “giusti” non si sederanno a quella mensa assieme agli altri peccatori, peccatori con i peccatori, non conosceranno davvero Dio, anche se se ne proclamano interpreti e difensori! La misericordia di Dio fa paura ai “giusti” perché questi temono di perdere terreno, temono di essere equiparati ai reprobi, ai maledetti, a quelli sui quali amano ergersi con le loro vesti immacolate e con le loro mani pulite; e i “giusti, su chi si ergerebbero – superbi di loro stessi – se quelli che devono guardare loro con tremore e rispetto per la “santità” e la “giustizia” vengono elevati a loro da un Dio che non è quello che loro vogliono, un Dio sempre “a servizio” del loro primato?

Seguono le tre parabole della misericordia di cui oggi la liturgia ci fa leggere solo l’ultima, quella del Padre misericordioso, tralasciando quelle della Pecora smarrita e quella della Dracma smarrita. E’ difficile scinderle, e non lo farò neanche in questa sede. Tre parabole celeberrime e perciò tante volte abusate e lette in chiave moralistica; tre parabole che hanno premura di gridare con gioia la gioia di Dio per la conversione del peccatore, anzi la gioia e l’amore di Dio che lo spingono a lavorare, a perdonare, ad attendere, a cercare perché il peccatore si converta!

Lo scandalo delle tre parabole è proprio qui. Il discorso che Gesù vuole fare è chiaramente teologico e non morale! Noi poi lo abbiamo svilito tingendolo di bieco moralismo.
Dov’è l’evangelo? Dov’è la buona notizia? Innanzitutto nel comportamento di Dio che Gesù mostra nella sua narrazione: un Dio che cerca e gioisce per il ritrovato!
Si badi che Gesù non si sofferma sulla modalità della conversione dell’uomo; la domanda su Dio viene prima della domanda morale: prima “chi è Dio?” e poi, eventualmente, “che devo fare per obbedire a Dio?”. E’ chiaro che, se non so chi è Dio, non so a quale Dio devo obbedire, e quindi quali sono i contenuti veri delle sue domande. Gesù ci chiede di guardare il tutto dalla parte di Dio.

La prima e la seconda parabola sono, in fondo, perfettamente uguali: due modi per dire la stessa cosa. Certo la parabola della Pecora perduta ha in più un grande retroterra nella Prima Alleanza, retroterra che fa grandemente gioco a Gesù ed al suo annunzio. Infatti già nella Prima Alleanza, di cui i mormoratori si dicono discepoli e custodi, si dice di pecore smarrite di cui Dio si fa cercatore; opporsi a questa icona di Dio che Gesù sta ripresentando è allora contraddire quelle stesse Scritture che dicono di amare e custodire; la polemica è sottile e pure irritante per i nemici di Gesù! In più tutti i testi sui pastori, in quella stessa Prima Alleanza, avevano un altro risvolto polemico: Dio è il pastore buono che si oppone ai cattivi pastori che cercano solo se stessi ed i loro privilegi, che cercano di esaltare la loro “giustizia” a discapito degli altri.

Notiamo che Luca nulla dice di ciò che deve fare la pecora perduta, ma ci dice cosa fa Dio per ritrovarla, e della sua gioia nell’ora in cui la trova.

Così preparati arriviamo alla terza parabola, quella dei Due figli, o meglio, del Padre misericordioso. Il tema è limpido: l’attenzione deve essere puntata sul padre e su come si pone verso i due figli – il figlio peccatore “prodigo” e il figlio “giusto” -,  e di come i due si pongono dinanzi a lui. Le storie dei due figli si devono scontrare con la novità della paternità di questo padre. Un padre che non cessa mai di amare: a questo padre non importa nulla del patrimonio perduto; quello che ha in cuore è la lontananza ed il dolore del figlio che ha sbagliato; lo attende nella sua lontananza e quando lo scorge gli corre incontro. Più di quella corsa, che pure è commovente e per noi foriera di grande gioia, più commozione e gioia deve produrre in noi la sua attesa contemporanea alla lontananza del figlio … Il padre è impaziente di ridire al figlio fuggito chi è per lui: «Presto! – dice ai servi – portate qui la veste più bella!» . Non gli dice “sei di nuovo figlio”, ma “sei sempre rimasto figlio, anche nella tua lontananza, anche quando figlio non ti sentivi!”.
Chiediamoci: quale era stato il vero peccato di questo figlio? Non la vita dissoluta, non la prodigalità, ma l’aver pensato alla casa del padre come ad una prigione, l’aver pensato che il padre fosse ingombrante: in fondo aveva detto, nell’andarsene, che avrebbe tanto voluto che il padre fosse morto: «Dammi la parte di eredità che mi spetta»; per avere un’eredità bisogna che il padre sia morto! Per lui la lontananza era stata una liberazione!

Ecco il vero peccato. Quello che gli è accaduto nella lontananza non è castigo, ma condizione in cui lui stesso si è posto … è conseguenza della lontananza … certo servirà a dargli l’impulso per partire ed andare a contemplare il volto vero del Padre; un volto che lui non immagina neanche, finché non lo vedrà e non sentirà su di sé i baci e gli abbracci di quel padre che voleva morto! Finché non arriva a casa non conosce ancora suo padre: pensa d’averne perso l’amore a causa della sua condotta e crede di dover rimeritare l’amore lavorando come un servo. Questo figlio ha una concezione tutta errata di suo padre, una concezione moralistica e retributiva, ed è afflitto dalla terribile malattia dei “meriti”; ma quando arriva a casa capisce che l’amore del padre era prima del suo pentimento! E’ quell’amore che genera il suo pentimento e la sua conversione perché quell’amore gli dona la vera conoscenza di suo padre. L’amore lo ha guarito … ed esplode la gioia del padre che la esprime ordinando una grande festa.

Ecco che entra in scena l’altro figlio, quello “buono”. Che fa? Si irrita e anche lui si pone lontano dal padre e dalla sua gioia; questo figlio maggiore è peggiore dell’altro. In fondo anche lui è lontano e vive lontano dal padre, ma fingendo di essere in casa e con il padre: neanche lui conosce suo padre, non ragiona né come figlio, né come fratello. Vede la sua fedeltà, il suo rimanere, come un peso e la sua obbedienza come una sudditanza. Il figlio maggiore somiglia al minore ma in peggio e soprattutto somigli a gli scribi e ai farisei mormoratori, somiglia a noi quando ci paludiamo di “giustizia” e disprezziamo chi è lontano, chi è peccatore palesemente, chi è segnato da una diversità irriducibile da noi.

Il dramma è che mentre il figlio minore, lo sappiamo ormai, è entrato alla festa, questo maggiore è ancora fuori; Gesù lo lascia al termine del racconto lì fuori ove sta trattenendo anche il padre che, come ha fatto per l’altro figlio, si è recato nella sua lontananza e nella sua durezza di cuore a raccontargli l’amore e la sua filialità («Tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo»); il padre vorrebbe tanto che entrasse, e scoprendo il fratello come fratello, scoprisse la sua paternità.

Gesù lascia in sospeso la parabola ed anche la gioia piena del Padre! La conversione dei “giusti” è tanto più difficile di quella dei peccatori!

Domenica della gioia. Sì, la nostra gioia, di noi che riceviamo questo evangelo, questa buona notizia, ma gioia soprattutto di Dio che però noi dobbiamo rendere piena con il coraggio di sedere, anche noi, alla mensa dei peccatori, da peccatori con i peccatori!
Solo Gesù è giusto!
Lo capirà il ladro inchiodato alla croce nelle ultime pagine dell’Evangelo di Luca … se avessimo la sua sapienza e il suo coraggio nella verità!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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XXVIII Domenica del Tempo Ordinario – Invitati al banchetto

RIVESTIRSI DI CRISTO

 

Is 25, 6-10; Sal 22; Fil 4, 12-14.19-20; Mt 22, 1-14

 

Parabola del banchetto di nozze - Jan Luyken

Parabola del banchetto di nozze – Jan Luyken

La parabola del banchetto nuziale chiude il trittico di parabole con cui Gesù dice le parole dure e salutari dell’Evangelo a chi, chiuso nelle proprie sicurezze, non riesce a fidarsi dell’assoluta alterità della sua autorità e delle vie di Dio così diverse dalle nostre, e a chi non riesce a guardare in faccia il proprio peccato, come invece hanno saputo fare i pubblicani e le prostitute (cfr Mt 21, 32).

La terza parabola è un racconto ben strano; come la precedente parabola dei vignaioli omicidi ha un vasto retroterra biblico che è echeggiato anche nell’oracolo di Isaia che costituisce la prima lettura di questa domenica. All’interno delle Scritture infatti, il banchetto rappresenta un’immagine frequente ed allettante della promessa di comunione che Dio fa al suo popolo, una comunione verticale con Lui ed orizzontale nella fraternità; un’immagine, inoltre, di carattere escatologico, che fa puntare lo sguardo alla promessa di Dio che va ben oltre la storia…
Il racconto è strano perchè presenta un fatto inusitato: chi mai rifiuterebbe l’invito di un re per un banchetto nuziale? Era questa un’aspirazione di ogni israelita (di qualunque suddito!): essere ammesso all’intimità del re…

Chi son dunque questi invitati che rifiutano?
Per alcuni ci sono cose più importanti o più impellenti; per altri, addirittura, la proposta del re è talmente irritante che maltrattano i servi latori dell’invito e alcuni addirittura li uccidono.
Ancora fallimenti sì, come dicevamo già domenica scorsa, fallimenti di Dio: la storia della salvezza è ancora letta da Gesù (come aveva fatto già nella precedente parabola) come una storia di amore ostinato che non si arrende dinanzi agli evidenti fallimenti.

In questa parabola è più chiara la polemica con i Giudei: lampanti, infatti, sono le allusioni che Matteo fa ad Israele che perde la vigna, la quale passa ai pagani, ed alla distruzione di Gerusalemme vista come conseguenza del rifiuto del Messia Gesù; in Matteo Gesù leverà, infatti, un lamento su Gerusalemme, e profeterà la sua distruzione come conseguenza del no a Lui come Messia.
Non si tratta di un castigo nel senso stretto del termine, ma di una conseguenza: se Israele avesse accolto Gesù non avrebbe dato credito ai falsi Messia che la condurranno a scendere sul piano di una guerra disastrosa, e a dover subire un assedio mortale.
Se il rifiuto di Gesù conduce Israele a quest’ora di morte, coloro a cui passa la vigna non si sentano assicurati di nulla; il rifiuto di Israele, che poi Paolo leggerà come luogo provvidenziale per l’evangelizzazione delle genti, non deve corrispondere ad una cieca sicumera della Chiesa. (cfr Rm 11, 25-32).

I servi, per l’amore ostinato del re, sono inviati cioè a chiamare tutti quelli che incontreranno ai crocicchi delle strade, lì dove sono possibili le deviazioni ed i traviamenti, sono inviati cioè a far entrare tutti. Matteo ci tiene a sottolineare che devono far entrare buoni e cattivi… così la sala finalmente è riempita.

Qui inizia la seconda parte della parabola che riguarda la realtà dei discepoli di Cristo, quelli cioè che l’hanno accolto o, per lo meno, dicono d’averlo fatto.
Il re, infatti, è felice, e passando tra questi nuovi invitati alle nozze del Figlio ne scorge uno senza veste nuziale. Come si diceva, il monito di Matteo va qui alla Chiesa, alla comunità che può d’aver ereditato la salvezza “tout-court”.
No, dice l’Evangelo; l’essere entrati al banchetto del Figlio, l’essere invitati alle nozze dell’Agnello (cfr Ap 19, 7) non assicura alcuno, non pone alcuno in uno stato di possesso e di pretesa.

L’uomo senza abito nuziale è icona di chi pretende di stare nella Chiesa senza ricevere la vita nuova in Cristo, la vita fraterna ed ecclesiale, semplicemente come un dono
Alcune fonti archeologiche (una lettera dell’archivio di Mari) ci danno una notizia: era usanza che agli invitati alle nozze regali il re facesse dono di una veste del suo guardaroba; in questo caso il tizio, che così duramente è trattato in questo racconto, è uno che pretende di sedere al banchetto, ma senza essersi rivestito del dono del re; non ha accolto, cioè, la gratuità del re.
La dimensione della veste donata è solo una sfumatura ulteriore al senso primo del racconto; la veste indica qualcosa di nuovo, di altro da ciò che si indossava in precedenza.
Si tratta dunque di rivestirsi davvero di novità, di vita nuova; si tratta di rivestirsi di Cristo.
É l’appartenenza alla comunità messianica e la permanenza in questa comunità di Gesù; un’appartenenza ed una permanenza che non possono essere “di facciata”, esteriori; un’appartenenza che non si può semplicemente ereditare, e di cui sentirsi possessori.

Lo stare alla mensa de re deve essere una scelta che riveste tutto l’uomo, tutta la sua esistenza; deve essere un volgere le spalle totalmente a quello che prima ci rivestiva, a quello che era prima, all’uomo vecchio.
Non si può, dunque, essere uomini del Regno custodendo l’uomo vecchio, o difendendolo dalla radicalità che chiede l’Evangelo della Croce del Figlio. Non si può essere uomini del Regno in una mescolanza voluta di atteggiamenti esteriori da discepolo del Figlio ed atteggiamenti interiori secondo il mondo.

La parabola di oggi si chiude con quest’uomo che, giunto al banchetto del re da uomo vecchio, è gettato fuori nelle tenebre esteriori (così il testo greco: “eis tò scotós to exóteron” = “nelle tenebre, quelle di fuori”) … Se non è, infatti, rivestito dalla luce di dentro (cioè della casa del re e del suo banchetto di comunione) il suo posto è fuori, il mondo, ove c’è la tenebra che lui stesso ha scelto.
Una parabola severa questa del banchetto, in cui è chiaro che, come Israele si è escluso rifiutando la conversione a cui prima il Battista e poi il Figlio invitano, così il discepolo di Cristo può trovarsi anch’egli fuori, nonostante sembri che stia seduto al banchetto del Regno.

Il detto finale, che era un detto del Signore noto al di là della collocazione in questo punto del racconto, mette in risalto una riflessione teologica sul resto fedele … un resto che attraversa tanto Israele che la Chiesa, un resto che proviene dall’uno e dall’altra.

La domanda che bisogna farsi, e molto seriamente, è se siamo disposti a far parte di questo resto che è certo minoranza incompresa, che è minoranza perdente per il mondo.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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XXII Domenica del Tempo Ordinario – Gli ultimi posti

LE VIE “ALTRE” DI DIO

  –  Sir 3, 17-20.28-29; Sal 67; Eb 12, 18-19. 22-24; Lc 14, 1.7-14  –

 

E’ davvero un peccato che il brano evangelico odierno venga proclamato con il taglio del miracolo della guarigione dell’idropico, che avviene proprio nel contesto di questo banchetto a casa di un fariseo in cui Gesù continua a sviluppare il tema del farsi ultimo, già accennato nel capitolo precedente. Infatti, non è un caso che Gesù pronunzi le parole critiche contro chi lotta per i primi posti proprio dopo aver  sanato l’idropico. Chi è affetto da questa patologia è sempre arso di sete e più beve e più ha sete gonfiandosi solo di acqua di morte; è un’icona del fariseo di tutti i tempi, di chi si gonfia continuamente facendo agire in sé quel lievito dei farisei da cui Gesù ha detto di guardarsi (cfr Lc 12,1) e di conseguenza non può passare per la porta stretta (cfr Lc 13,24). Gesù è venuto a guarire questa idropisìa mostrandoci l’agire di Dio che è diametralmente opposto al nostro.

Noi uomini – nessuno si tenga fuori del tutto da questa terribile tendenza – cerchiamo i primi posti e spasmodicamente sfacciatamente o occultamente li perseguiamo, li desideriamo, facciamo di tutto per occuparli…quando uno di questi primi posti ci è sottratto soffriamo, strepitiamo, insultiamo gli altri, li accusiamo di protagonismo, li accusiamo del nostro stesso peccato. E’ la via del vecchio Adamo che volle il primo posto, addirittura il posto di Dio; quella malattia da allora segna tutti i figli di Adam. Certo con la lotta spirituale si può tenere a bada questo mostro del primeggiare ad ogni costo: i santi hanno lottato ed hanno vinto. C’è poco da fare, noi discepoli di Cristo siamo chiamati a passare per questa porta stretta della lotta. Come è avvilente vedere che anche nella nostra casa comune, la Chiesa di Cristo, alligna questa mala erba…come si cercano i primi posti, come si vuole “fare carriera”; in tutti gli ambiti ecclesiali: tra i vescovi, tra i preti, nei monasteri, nelle diocesi, nelle parrocchie, nei gruppi, nei movimenti…è un’avvilente corsa ai primi posti. E’ così e non si può tacere per amore di quietismo o di “decenza”! Se si lottasse di meno per i primi posti e si lottasse di più e solo per l’Evangelo, per annunziarlo con amore e con verità, useremmo meglio le nostre energie e porteremmo veramente la novità di Cristo nel mondo! Un mondo malato di ricerca di primi posti non ha bisogno di una Chiesa con la stessa mortifera malattia!

Le indicazioni che Gesù dà sui posti al banchetto non sono consigli di galateo, di buona educazione, di furbo opportunismo per non trovarsi nella condizione di essere umiliato perché viene uno più ragguardevole; per questo basterebbe semplicemente mettersi  al quarto, al quinto posto…A questo livello di saggia prudenza e di umile modestia resta ancora il testo dal Libro del Siracide che oggi si ascolta come prima lettura; le parole dell’Evangelo vanno invece in altra direzione. Infatti Gesù parla, si badi bene, di ultimo posto e questo è proprio indecente ed inaccettabile per il buon senso del mondo. Lo sappiamo, è inaccettabile al mondo solo per un motivo: l’ultimo posto è ancora una volta rivelativo delle vie altre di Dio!

L’ultimo posto (eschatos topos), come già comprendemmo la scorsa domenica, è quello che ha preso il Figlio di Dio; da Betlemme al Calvario: a Betlemme non c’era posto (topos) per loro e il neonato è adagiato in una mangiatoia; alla fine il condannato alla croce è condotto ad un posto (topos) chiamato Cranio perché la sentenza venga eseguita. Luca ci ha mostrato i posti (l’uso della stessa parola greca – topos – mi pare indicativo e non casuale) in cui Gesù è nato ed è morto…sempre l’ultimo posto: tra le bestie, tra due malfattori! La scelta dell’ultimo posto è allora il modo eminenete della sequela. Da quell’ultimo posto la mano tenerissima del Padre l’ha sollevato, l’ha esaltato, l’ha cercato nel buio dello sheol, soggiorno dei morti, luogo di quelli che per il mondo non contano più e l’ha risuscitatao proclamandolo Signore. Solo chi scende nel profondo si può aprire umilmente a gridare il suo bisogno di salvezza per lasciarsi afferrare dalla mano di Dio. In Luca Gesù morirà dicendo appunto: Padre nelle tue mani consegno la mia anima (cfr Lc 23, 46).

            Chi si umilia sarà esaltato.

Gesù ci ha mostrato proprio questa via e l’ha fatto scegliendo gli ultimi, quelli che non contano. Al fariseo Gesù chiede di invitare ai suoi banchetti non quelli che contano, quelli che tutti ricercano per averne in cambio qualcosa, ma quelli che non hanno alcun peso per il mondo, quelli che nessuno vuole perché non servono ad alcun utile. Questa indicazione degli ultimi mi pare, più che un’indicazione solo morale, un’indicazione rivelativa con chiare conseguenze pratiche. Il Dio che Gesù è venuto a narrare è Colui che, nel Suo Figlio, non solo si è fatto ultimo da Betlemme al Calvario, ma ha scelto soprattutto gli ultimi e non solo perché ha scelto i poveri (da Maria e dai pastori di Betlemme ai due ladroni passando per i poveri, i peccatori, gli ammalati) ma perché ha scelto noi tutti, la nostra carne fragile, la nostra povertà che a Dio non può dare nulla in cambio. Ci ha scelti perché ci ama ed il suo amore ha solo il profumo della gratuità.

Gesù invita il fariseo a seguirlo su questa stessa via di gratuità, lo invita a rigettare il calcolo nel rapporto con l’altro, lo invita a guardare l’altro  non con l’occhio impuro di chi lo valuta per ciò che possiede, per ciò che può darmi e per come può tornare utile; lo invita a gurdarlo per quello che è, perché mi sta dinanzi e solo con lui posso costruire una storia umana.

Questa parola risuona anche per noi che oggi la ascoltiamo; una parola strana per il mondo. Noi che siamo Chiesa dobbiamo raccogliere questa parola strana perché il prendere l’ultimo posto sia davvero e sempre una scelta fondata e fondante; non una scelta di facciata e di dichiarazione di intenti ma una scelta autenticamente controcorrente che comprometta la nostra vita. Nella vita ecclesiale, inoltre, il respingere la logica dei primi posti è rimanere disponibili alla volontà di Dio, alle sue chiamate. Le autocandidature a Dio non piacciono: puzzano di orgoglio, pretendono di saperne più di Lui, puzzano di giudizio malevolo sugli altri sui quali si vorrebbe un primato fondato non sul giudizio di Dio e sulla sua volontà ma sulla propria presunzione ed autocompiacimentro.

Prendere l’ultimo posto non è un atto che scaturisce dal disprezzo di sé ma dalla sequela di Cristo nella quale si impara sempre più, giorno dopo giorno, ad amare e a dare la vita; chi vuole primeggiare e  fa calcoli sugli altri non dà  la vita! Prendere l’ultimo posto è atto che nasce dalla piena fiducia il Colui che solo conosce il mio vero posto e, con il suo braccio e con la sua Parola, me lo dona. Per qualcuno potrebbe anche essere il primo posto ma non sarà frutto di una mia rapina ma solo un dono dell’amore del Signore. Adamo volle rubare l’essere come Dio e si trovò preda della morte, Cristo Gesù depose la sua condizione di Dio e scelse l’ultimo posto ed il Padre l’ha esaltato e proclamato Signore (cfr Fil 2,5-11).

Cristo è sempre la via! Quando lo dimentichiamo ed imbocchiamo altre vie tutte le deviazioni sono possibili, tutte le perversioni religiose sono dietro l’angolo e la Chiesa, Sposa di Cristo, smarrisce il suo volto di bellezza.




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XVIII Domenica del Tempo Ordinario – Il “miracolo” della condivisione

IL PANE EUCARISTICO, SEME DI CONDIVISIONE E SERVIZIO

 Is 55,1-3; Sal 144; Rm 8,35.37-39; Mt 14,13-21

 

Il racconto della moltiplicazione dei pani (il primo, perché l’Evangelo di Matteo ne racconta un altro molto simile al capitolo successivo) segue la narrazione della morte del Battista; Gesù ne riceve la notizia dai discepoli dello stesso Giovanni che lo avevano sepolto (cfr Mt 14, 1-12). La morte del Precursore è un confine che la vicenda di Gesù qui attraversa. Finito il tempo dell’annunzio iniziale, il tempo dell’attesa (e il Battista incarnava proprio questo annunzio e questa  attesa), il Messia Gesù, che fino a quel momento aveva insegnato nelle sinagoghe, operato guarigioni e annunziato l’Evangelo, deve compiere qualche altra cosa che ancora riveli la sua identità e che possa essere colta da chi ha il cuore disposto a leggere l’opera di Dio nelle trame della storia: deve preparare il banchetto messianico! Il Messia provvede al popolo che salva e provvede accogliendolo ad un banchetto che è comunione e tenerezza. Già i profeti avevano prefigurato i tempi messianici con l’immagine di un banchetto (cfr Is 25, 6-9; e lo stesso passo di Isaia che oggi costituisce la prima lettura) e ancor prima il re Davide aveva inaugurato la presenza dell’Arca Santa nella città di Gerusalemme con un banchetto in cui lui stesso aveva offerto pane ad ogni presente (cfr 2Sam 6,19). Certo poi alle spalle della narrazione ci sono gli episodi simili di Elia ed Eliseo in cui i due profeti danno pane agli affamati (cfr 1Re 17,14 e 2Re 4, 42-44) e poi per Matteo questo miracolo ha pure, e volutamente, una funzione prefiguratrice dell’Eucaristia che sarà il vero banchetto messianico della nuova Alleanza. Matteo, infatti, fa compiere a Gesù gli stessi gesti dell’istituzione dell’Eucaristia durante l’ultima cena (cfr Mt 26,26): Presi i pani e i due pesci … disse la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli …

I miracoli (Giovanni nel suo Evangelo amerà parlare di segni) sono certamente qualcosa di straordinario ma questo miracolo, nello straordinario, custodisce una realtà che dovrà essere assolutamente umile ed ordinaria: quel pane spezzato che, per tutto il tempo della Chiesa, i discepoli dovranno accogliere e riconoscere quale luogo della presenza di Gesù il Messia, quale luogo della sua sollecitudine dinanzi alle nostre stanchezze, alla nostra fame, al nostro dimorare in deserti senza speranza, al nostro vivere in una luce vespertina che ci fa sembrare tanto lontana ed irraggiungibile la casa della comunione e della fraternità; nel tempo della Chiesa il pane eucaristico sarà nutrimento, speranza, forza per camminare nella storia. Il pane eucaristico nel tempo della Chiesa sarà concreta, tangibile ma umilissima presenza che ricorderà, a quanti sapranno lasciarsi sedurre dall’umiltà di Dio, che nulla può separarci dall’amore di Dio, quell’amore che, a pieno, ci è stato mostrato e donato in Cristo Gesù crocefisso e risorto!

Paolo, nel celebre passo della Lettera ai cristiani di Roma che oggi leggiamo, esamina con meticolosa attenzione ogni altezza, ogni profondità, ogni grandezza, ogni dolore, ogni avversità, ogni persecuzione, ogni morte che ci aggredisce e afferma con invincibile certezza che nessuna di queste realtà, pur concretissime e potenti, è più forte dell’amore di dio che Gesù ci ha fatto “conoscere”! Paolo ha sperimentato nella sua carne, nella sua storia, sui suoi sentimenti quanto tutto questo potesse essere vero …

Il passo dell’Evangelo di oggi mostra un gesto di Gesù che va al di là del prodigio e che, come ogni suo gesto consegnatoci dalla Scrittura, ci chiede di guardare oltre; d’altro canto le parabole volevano proprio “educare” l’ascoltatore di Gesù a questo sguardo penetrativo, spiritualmente “intelligente”; Gesù spezza il pane della sua presenza per quelli che hanno avuto il coraggio di lasciare le sicurezze per giungere con Lui al “deserto”, cioè dove non c’è altri che Lui! Lo offre a quelli perché lo consegnino a tutti; il pane che offre, infatti, è pane di condivisione e di comunione; notiamo che, nasce sì da un gesto straordinario di Gesù, ma non obbedisce alle logiche diaboliche che già Gesù aveva respinto nel “suo” deserto delle tentazioni: Fa’ che queste pietre divengano pane! Si badi che Gesù non fa questo, qui non salta la “fatica” che il pane racchiude in sé, non salta la comunione che il pane seminato come grano, curato nella crescita, mietuto, macinato, impastato, infornato e distribuito porta in sé come messaggio umanissimo! In questo “deserto” di Galilea non sono le pietre a trasformarsi in pane ma un pane vero condiviso e offerto si moltiplica, diviene bastante per tutti! E’ il “miracolo” grande della condivisione! E su questo si dovrebbero aprire squarci profondi di riflessione sul nostro modo di vivere nel mondo, nella storia!

I discepoli sono fatti da Gesù ministri, servi di questa condivisione: Li diede ai discepoli e i discepoli alla folla. E qui lo sguardo dell’evangelista e del lettore si stende lontano, verso la vita della Comunità ecclesiale che deve sempre ritrovare questo clima: condivisione e servizio reciproco; condivisione e servizio ricevuti da Gesù stesso: è Lui che prende i pani condivisi e li moltiplica, è Lui che li mette tra le mani dei suoi perché si facciano servi di comunione, servi di una condivisione concreta, fattiva, vitale, esistenziale, costosa.

Di questa dinamica l’Eucaristia è sacramento, è segno potente che custodisce quell’amore da cui nulla potrà mai separarci e dona la forza di condividere e di servire. Se il pane eucaristico non diviene seme di condivisione e di servizio rischia di diventare rito, rischia addirittura di diventare idolo, oggetto di una religione che acquieta e illude di giustizia!

E sarebbe tremendo! Ma forse, purtroppo, è già tante volte tremendo!




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