V Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) – In cerca dell’uomo

 

VENUTO PER I MALATI E I PECCATORI

Is 6, 1-2.3-8; Sal 137; 1Cor 15, 1-11; Lc 5, 1-11

Chi è Dio e chi siamo noi?
Già Agostino e poi Francesco d’Assisi compresero e proclamarono che in questa conoscenza c’è davvero ogni sapienza. La liturgia di questa domenica ci dice come in questa conoscenza ci sia quella consapevolezza che rende piena e vera ogni vocazione, ogni sequela.

L’Evangelo di Luca, nel capitolo precedente, in fondo ci ha detto della parola di Gesù; quella parola detta a Nazareth, quella parola che mostra un compimento della parola annunziata dai profeti, quella parola che è autorevole perché non è solo una parola che insegna ma una parola che dice ciò che Gesù vive! C’è assoluta conformità tra ciò che Lui dice e ciò che Lui fa.
Da questo la riflessione cristiana arriverà a dire che Lui non solo dice la Parola di Di, ma è la Parola di Dio.

Nel capitolo quarto, in tal senso, c’era stato un culmine nella domanda della folla che, dopo l’esorcismo di Cafarnao, esclama: «Che parola è questa che, con autorità e potenza, comanda agli spiriti impuri ed essi se ne vanno?» (cfr Lc 4, 36). La coincidenza tra la parola e la vita, tra il dire e l’operare di Gesù, attrae tanta gente a seguirlo; ed eccoci così all’inizio del capitolo quinto: c’è un tale assembramento di folla da richiedere un “pulpito” imprevisto per quella parola. Luca sottilmente ci dice che Gesù proclama la Parola di Dio, la sua parola è Parola di Dio e questo non solo nel senso che ripeteva ciò che il Padre gli diceva, ma soprattutto nel senso che tutto ciò che Lui è e dice è Parola di Dio, e la gente lo percepisce notando quella conformità tra la sua parola e la sua vita.

L’evangelista ci consegna un particolare importantissimo: quel “pulpito” improvvisato è la barca di Pietro, immagine della Chiesa che deve proclamare una parola che deve avere quella stessa conformità; solo così sarà credibile!

In Luca non è narrata la vocazione dei primi quattro discepoli dopo il Battesimo e le Tentazioni, ma dopo un tempo di predicazione e anche di miracoli di Gesù. Marco e Matteo avevano letto la vocazione dei primi discepoli presso il lago come immediata, tanto immediata da non aver bisogno di nulla se non di quella parola che chiamava! Luca ci vuol dire, invece, che la risposta ad una chiamata ha bisogno di consapevolezza; la sequela di Pietro e dei suoi compagni inizia partendo da una consapevolezza di una parola autorevole e di una parola capace di divenire azione, fatto, in quest’ultimo caso parola che diviene reti piene. Pietro già sa della qualità straordinaria di Gesù come uomo in cui coincidono parola ed azione, parola e vita, tanto che, nel rivolgersi a Lui per dirgli il suo sì a gettare, assurdamente, ancora le reti dopo una notte infruttuosa, lo chiama “epistáta” e non “didáscale”: “epistátes”, infatti, significa “maestro”, ma nel senso di “capo”, di chi guida con la sua parola; “didáscalos” significa, invece, maestro nel senso di insegnante. Nell’Evangelo di Luca i discepoli chiamano sempre Gesù “epistáta” e gli altri, specie scribi e farisei, lo chiamano “didáscale”.

Pietro si lascia guidare e lì, in questa sua docilità, avviene la conoscenza: vedendo quella parola di Gesù divenire reti piene, abbondanza ove c’era miseria, fecondità lì dove c’era infecondità, Simon Pietro coglie la verità su Gesù e la verità su di sé; Gesù è il Santo e Lui è un peccatore!

E’ la stessa esperienza di Isaia nel racconto della sua vocazione che oggi leggiamo come prima lettura: «Un uomo dalle labbra impure io sono e in mezzo ad un popolo dalle labbra impure io abito»; è la stessa esperienza di Paolo nel tratto della sua Prima lettera ai cristiani di Corinto in cui narra della sua chiamata: «Ultimo apparve anche a me come a un aborto. Io infatti sono l’infimo degli apostoli e non degno neanche d’essere chiamato apostolo perché ho perseguitato la Chiesa di Dio»; poi però Paolo aggiunge: «Per grazia di Dio sono quello che sono e la sua grazia in me non è stata vana».

Paolo già sa, perché l’ha già sperimentato, quando scrive la lettera, che la grazia ha operato nella sua debolezza e nella sua miseria. Isaia e Pietro lo sperimenteranno.
A Pietro, che gli confessa la sua miseria di peccatore, Gesù fa, di contro, la sua proposta vocazionale; la sua parola, che opera e crea, farà di Pietro qualcosa di nuovo: pescatore di uomini. Luca, alla lettera, scrive sarai uno che prende vivi gli uomini. Pietro, segnato dalla morte e dal peccato, prenderà gli uomini per la vita, per portarli alla vita.
Il peccato di Pietro non è una diga o un baratro tra lui e Gesù; è il luogo invece del loro incontro. Sapere di essere peccatore e sapere la santità di Dio è vera sapienza, perché non resta semplicemente una consapevolezza, una notizia che potrebbe risultare solo avvilente e paralizzante (la prima reazione di Isaia e di Pietro è proprio quella di una paralisi dinanzi al santo!), ma è luogo in cui avviene un incontro che salva e da cui parte una via ulteriore di salvezza anche per altri uomini: quelli cui Isaia è inviato, quelli che Pietro dovrà trarre vivi dalle acque di morte, quelli che, ascoltando Paolo, hanno creduto alla sua predicazione.
Quanto il cristianesimo è lontano da ogni via religiosa! Le vie religiose vogliono separazione e purezza per l’incontro con Dio; il cristianesimo, in Gesù, ci ha raccontato un Dio che cerca l’uomo nel suo peccato, non se ne spaventa e non aspetta nessuna purificazione previa per incontrarlo ma, proprio nell’incontrarlo, lo rende nuovo e capace di opere di vita!

Tutte le volte che abbiamo annunziato un cristianesimo per i “puri” abbiamo tradito Gesù e il suo Evangelo, abbiamo annunziato un cristianesimo tanto sfigurato da non avere più nulla a che fare con Gesù di Nazareth, Figlio di Dio e Figlio dell’Uomo venuto non per i sani ma per i malati, non per i giusti ma per i peccatori (cfr Lc 5, 31-32).

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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XII Domenica del Tempo Ordinario (B) – In un mare in tempesta

 

NON PRENDE SONNO IL CUSTODE DI ISRAELE

Gb 38, 1.8-11; Sal 106; 2Cor 5, 14-17; Mc 4, 35-41

 

Dopo il discorso in parabole, Marco mette nel suo Evangelo una sezione di miracoli per dirci che l’Evangelo è portato agli uomini in parole ed in opere: le opere confermano le parole, e le parole rendono chiare le opere, i miracoli. Anche nell’Evangelo di Marco, in fondo, i miracoli sono dei gesti al servizio della fede, e non dei gesti meravigliosi tesi a suscitare lo stupore; la fede è suscitata dalla parola, ed i miracoli la rendono più forte e più chiara.
Certamente, poi, Marco racconta i miracoli non solo per mostrare la potenza di Gesù, che è tale sulla natura (la tempesta), sul demonio (l’indemoniato di Gerasa) ed in favore dell’uomo prigioniero dell’impurità e della morte (l’emorroissa e la figlia di Giairo), ma anche per narrare la sua misericordia, che ci mostra il vero volto di Dio.

Questo primo miracolo sul mare in tempesta vuole condurre il lettore, in primo luogo, a porsi quella domanda essenziale nella relazione con Gesù: «Chi è costui?». Una domanda che il Signore stesso, anche nel racconto della “tempesta sedata”, suscita con il miracolo stesso, e a cui lui solo può dare risposta vera e definitiva; risposta che poi si deve accogliere con fede, per entrare in un vero discepolato.

La domanda…la prima lettura, tratta dal Libro di Giobbe, ci conduce quasi alla fine di questo straordinario e profondissimo libro. E’ una scena di grande potenza drammatica: il Signore si presenta con tutta la sua potenza perché interpellato da Giobbe; dinanzi alle tragedie cadute sulla sua vita, il “poco paziente” Giobbe ha avuto il coraggio di fare domande a Dio, il coraggio di interpellarlo e, tra le risposte che il Signore gli dà, c’è questo breve tratto che riguarda il mare che, pure potente, è sotto la potenza di Dio!
I versetti che sono stati scelti per questo tema del mare ci permettono, a mio avviso, di sottolineare come il Signore sia al tempo stesso suscitatore di domande e sia l’unico capace di risposte…risposte che, però, bisogna cogliere nella fede e per la fede.
Il racconto della tempesta sedata è abilissimo a spostare il tema dalla potenza di Gesù sul mare al tema della fede dei discepoli il quale, ad un certo punto, diviene il centro di tutta la narrazione; anzi ne diviene la sua meta.

Già l’immagine di Gesù che dorme in mezzo alla tempesta, per quanto assolutamente illogica narrativamente, è molto forte.
La fede del discepolo, se nella difficoltà e nelle tempeste inevitabili della storia non resta salda, mostra tutta la sua immaturità ed il suo carattere “religioso”; una fede matura, invece, è capace di restare salda nella tempesta anche quando il Signore pare che dorma.

Quel dormire di Gesù – Marco specifica «su un cuscino», particolare che ha sempre intrigato i commentatori – è potente metafora dei silenzi tragici di Dio nelle spire della storia; quei silenzi di cui lo stesso Giobbe ha dovuto portare il peso, e nei quali ha avuto il coraggio di gridare…
Ed è lo stesso silenzio che il Signore Gesù dovrà portare alla fine dell’Evangelo quando il Padre, che pure aveva parlato all’inizio («Tu sei il Figlio mio, l’amato» cfr Mc 1, 11) ed al cuore dell’Evangelo («Questi è il Figlio mio, l’amato. Ascoltatelo!» cfr Mc 9, 7), nel Getsemani tace, pure se invocato con il nome della tenerezza filiale («Abba, Padre, tutto è possibile a te; allontana da me questo calice» cfr Mc 14, 36). Ugualmente tace sulla croce, tanto da provocare in Gesù la più terribile delle domande: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (cfr Mc 15, 34).

Contemplare allora quel Gesù che dorme sul cuscino, a poppa della barca di Pietro, è grande lezione spirituale per noi credenti, chiamati a credere ad una parola che tante volte pare smentita dalla storia e dalle sue vie tortuose, in cui il Signore sembra assente o addormentato. Già il Salterio aveva assicurato i credenti che «non si addormenta, non prende sonno il custode di Israele» (cfr Sal 121, 4).

Forse l’Evangelista qui si rivolge ad una comunità che è sballottata nelle tempeste, ed in tempeste che appaiono tanto più grandi e forti di lei: siamo ai tempi di una Chiesa perseguitata, ed all’indomani del martirio delle colonne della Chiesa (Pietro e Paolo). Una Chiesa così non deve dubitare della custodia del Signore e, anche se il Signore pare che dorma, non deve cessare di credere, e quindi di affidarsi.

Tra «le cose vecchie che sono passate» di cui scrive Paolo ai Cristiani di Corinto nella seconda lettura di questa domenica, bisogna annoverare in primo luogo anche la paura che è madre di ogni peccato, perché ci fa rifugiare spesso presso le sicurezze del mondo ed i suoi idoli o, peggio ancora, nelle nostre stesse mani.
Contro la paura, scrive Paolo, un pensiero ci spinge: c’è stato Uno che è morto per noi… e come credere che Questi resti addormentato dinanzi alle nostre miserie e paure?
Questo amore del Crocefisso, morto per noi, ci spinge dal di dentro a fare quel passo di consegna che è tanto più necessario nelle ore di tempesta.
La Vulgata traduceva questo versetto in modo molto profondo ed acuto: «Charitas Christi urget nos»! Sì, «l’amore di Cristo ci urge dentro»: ci brucia, e perciò ci spinge a gettarci nella mani di un Signore che a volte può tacere, può sembrare addormentato, può sembrare distante, ma che invece abita la sua Chiesa: è nella barca di Pietro, nella tempesta, e ne condivide le tempeste! Egli solo può rendere i nostri cuori alla pace, facendoli uscire dalle onde che paiono sommergere la nostra vita, le nostre storie, le nostre vocazioni, le nostre vite ecclesiali.

Il pensiero di Cristo e del suo amore ci deve spingere, scriveva Teresa di Lisieux, ad andare al profondo di noi, dove c’è la calma della sua presenza. andare oltre le superfici agitate e tempestose…
Ci vuole coraggio a tuffarsi per raggiungere quelle profondità, ma è proprio questo l’atto di fede necessario ad uscire dalla paura, per vincere la paura.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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XIX Domenica del Tempo Ordinario – Vieni!


UNA PAROLA ASCOLTATA CON FIDUCIA
 

1Re 19, 9a.11-13a; Sal 84; Rm 9, 1-5; Mt 14, 22-33

 

Passaggio del Mar Rosso Michelangelo (particolare) - Cappella Sistina

Passaggio del Mar Rosso, Michelangelo – Cappella Sistina (particolare)

Il passo dell’evangelo di questa domenica si apre con la fede di Gesù e si conclude con la fede che la Chiesa deve avere e nutrire.

Dopo la moltiplicazione dei pani, Gesù si ritira in preghiera. Non ci è dato di sapere molto di questa preghiera segreta di Gesù al Padre. Certo Gesù sa pienamente di essere il Figlio, ed entrare in quell’intimità esprime questa completa consapevolezza: in quest’ora di intimo colloquio la piena e vera umanità di Gesù vive però di fede e non di visione; Gesù crede nel Padre e nella sua presenza, crede che il Padre lo ascolta (cfr Gv 11, 42); in quell’ora di intimità Gesù sente il Padre, proprio come Elia sull’Oreb, nel silenzio trattenuto in cui Lui si manifesta, e in quel silenzio Gesù si confronta con la volontà del Padre per verificare le vie che sta percorrendo nella sua missione. Tutto questo, però, sempre nella fede; questo ci deve essere ben chiaro: nessuna “visio beatifica” per Gesù, nessuna esenzione dalle vie impervie e faticose della fede.

Il racconto di Matteo passa poi da questo silenzio trattenuto, in cui Gesù prega, al fragore di una tempesta che vede i discepoli a lottare con la paura che è la vera antitesi della fede. Il racconto però si chiuderà con una solenne professione di fede da parte dei discepoli: Tu sei veramente il Figlio di Dio!

E’ chiaro: per l’Antico Testamento comandare alla potenza impressionante del mare è solo di Dio. Fu già questa l’esperienza fondante della fede di Israele; il popolo uscito dall’Egitto ebbe a che fare con l’invalicabile ostacolo del Mar Rosso e lì vide la potenza del Signore sulle acque; ora sul lago di Genezareth i discepoli sono impressionati dal dominio di Gesù su quelle acque tempestose, che non solo saranno placate da Lui ma sulle quali lo vedono camminare. E’ la potenza della Pasqua di Cristo che qui Matteo già ci fa intravedere.
La quarta veglia della notte di cui Matteo parla non può non richiamare “la veglia del mattino”  in cui il Signore travolse i carri degli egiziani (cfr Es 14,24): è dunque il Cristo pasquale che qui si mostra vittorioso sugli abissi del male, ed il suo «Io sono!» richiama con potenza il nome divino rivelato proprio nell’Esodo.

Questa scena sul mare è una chiara metafora della situazione della Chiesa all’indomani della Pasqua: la barca della Chiesa sarà avvolta tante volte dai flutti impetuosi della persecuzione, dell’incomprensione, della morte, del peccato, del suo stesso peccato, della terribile possibilità che la Comunità dei discepoli si faccia travolgere da dinamiche mondane,che seducono e che le stravolgono il volto…
Come dominare questo mare di male? Come salvare la fragile barca della Chiesa di Cristo? L’evangelo di questa domenica risponde che c’è solo una via: la fede.

Matteo, riprendendo il racconto parallelo di Marco (6, 42-52), aggiunge l’episodio di Pietro che cammina anch’egli sulle acque. Credo che il centro del racconto di Matteo sia proprio qui. Pietro cammina sulle acque, ma non per propria virtù; tutto dipende dalla parola di Gesù: Vieni! E’ quella parola che sostiene i piedi di Pietro sul tumulto delle acque, è quella parola ascoltata con fiducia.
Quando la fede viene meno, o sopravanza la presunzione, le acque impetuose tentano di sommergere Pietro; Matteo consegna alla Chiesa il grido di Pietro, lo consegna  alle nostre vite credenti: Signore, salvami! E’ un grido che ha la sua forza nella duplice coscienza della propria impotenza e della potenza di Cristo, che rende possibile l’impossibile.

E’ la fede del discepolo, è la fede della Chiesa che permette che si cammini nelle contraddizioni e nelle tempeste della storia; non solo nelle tempeste che sono le opposizioni e le persecuzioni, ma anche e soprattutto – come già dicevo – nelle tempeste che sorgono dentro, nelle tempeste che sono le tentazioni lusinghiere di mondanità, di potere, di indifferenza… cose tutte che sfigurano il volto della Chiesa, sommergendo la sua barca in flutti violenti e impietosi.

La scena di Pietro che cammina sulle acque per Matteo ha ancora un senso, ed è un monito che è importante che la Chiesa colga: ciò che conta non è tanto imitare Gesù, ma seguirlo; se Pietro pretende di imitare Gesù fallisce, basta un colpo di vento… Se invece vuole seguirlo tutto diviene possibile. Quando è che Pietro comincia  a seguirlo e smette di fidarsi di sè? Solo quando grida Signore, salvami!

Dov’è la differenza tra imitare e seguire? Non è tanto in ciò che si fa, ma è nello spirito di ciò che si fa: quando crediamo di poter fare senza di Lui, o quando ci mettiamo nelle sue mani e gli gridiamo di salvarci. In pratica il problema è quando ci fidiamo di noi o quando ci fidiamo di Cristo Gesù.

Solo la sua voce e la sua mano sono forza e pace per la Chiesa. Quando lasciamo poco spazio alla speranza perché avviliti dalle forze contrarie, esterne ed interne, è necessario immergersi nella fede, ed in essa volgere l’orecchio alla sua parola e tendere la mano alla sua mano! E allora la tempesta si placa e si può riposare in Lui e con Lui.

E si può ricominciare la lotta!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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V Domenica del Tempo Ordinario – La barca infeconda di Pietro

PIETRO, UNO SPECCHIO NEL QUALE RIFLETTERE NOI STESSI

Is 6, 1-2.3-8; Sal 137; 1Cor 15, 1-11; Lc 5, 1-11

 

La pesca miracolosa (Raffaello, Victoria and Albert Museum, Londra)

 Nell’Evangelo di Luca, la vicenda di Pietro con Gesù è racchiusa tra questo grido di sconcerto “Allontanati da me che sono un peccatore” e quel pianto amaro dopo il canto del gallo nella notte del giovedì santo! La sua vicenda è emblematica delle nostre vicende con Gesù…è uno specchio nel quale possiamo e dobbiamo rifletterci; la chiamata che Gesù fa a Simone è molto semplice: gli chiede di mettergli a disposizione la barca del suo quotidiano…dalla barca di Pietro parlerà alle folle che fanno ressa per ascoltare la parola di Dio…proprio la gente che Gesù cerca, non è, infatti, gente che cerca miracoli, ma parola di Dio…la barca di Pietro sarà il luogo da cui Gesù farà risuonare la parola! Per parlare all’uomo, Gesù anche oggi ha bisogno delle nostre barche, ha bisogno cioè dei luoghi in cui viviamo il nostro ordinario; quando le nostre barche accolgono Lui che parla al mondo diventano anche capaci di prendere il largo, e di trovare il profondo

Simone non ha paura di offrire a Gesù la sua barca infeconda…la parola che vi viene pronunciata diventerà fecondità. Pietro getterà la rete su quella parola!

Credo che l’evangelo di questa domenica debba suggerirci una seria riflessione circa le aperture dei “luoghi” del nostro quotidiano alla Parola di Cristo. E’ necessario smettere di relegare la Parola di Dio in spazi ristretti, annuali magari…in spazi “sacri”, a tenuta stagna rispetto agli spazi “profani”. Distinzione questa tra “sacro” e “profano” che è meglio lasciare ai pagani in quanto non hanno nulla di cristiano, nulla di evangelico; in quanto la rivelazione cristiana ci racconta di un Dio che ha proclamato “santo” ogni spazio umano, ogni carne, ogni tempo. L’incarnazione ha fatto della storia un luogo di Dio: ogni carne è chiamata ad essere carne di Dio, ogni terra terra santa, ogni giorno tempo di grazia.

La presenza di Dio cerca l’uomo nella storia, senza paura della storia; Gesù non teme la barca “infeconda” di Pietro, non teme la sua carne di peccatore…è pronto a trasformare la barca infeconda in luogo del risuonare della parola; è pronto a trasformare il piccolo e rozzo pescatore in pescatore di uomini.

Gesù crea una vicinanza straordinaria perché Lui è la vicinanza di Dio! Una vicinanza che “spaventa”, una vicinanza che, paradossalmente, diventa per Pietro (ma sempre anche per noi!) un grido di paura: Allontanati da me che sono un peccatore! Come ci somiglia Pietro! Quando vede la sua infecondità diventare abbondanza, quando vede quella sua barca colmata, comprende che Gesù è il santo, è altro…e lui, invece, è come il mondo! Ed ecco che, in un moto di profonda verità chiede a Gesù l’unica cosa che Gesù proprio non può volere: Allontanati da me che sono un peccatore! Come può volere la lontananza chi è venuto per essere definitiva vicinanza di Dio proprio per l’uomo peccatore? Come può volere la lontananza chi è venuto a cercare chi era perduto (cfr Lc 19,10)?

Pietro dovrà imparare che proprio su quella strada di peccato e di miseria Gesù lo cercherà, e lo incontrerà fino a quello sguardo che gli donerà nel cortile di Caifa dopo il suo ultimo rinnegamento e dopo il canto del gallo (cfr Lc 22,61). Proprio su quella strada di miseria e viltà, proprio su quella “distanza” Gesù pone la sua parola di chiamata e chiede di non aver paura: Non temere, d’ora in poi sarai pescatore di uomini.

Mi pare rilevante che questa non sia una parola di proposta, ma una parola di creazione:  Sarai pescatore di uomini. In quell’ora, tra Gesù e Pietro c’è stato un incontro nella più profonda verità, e per questo è iniziato per Pietro un processo inarrestabile ed irreversibile…è iniziata per lui una nuova creazione, è iniziato a nascere un uomo nuovo; sì, poi ci saranno ancora le cadute: quella celebre della sera dell’arresto, quella più sottile di Antiochia quando Paolo dovrà rimproverarlo con durezza (cfr Gal 2,11ss), ma ormai Pietro è il pescatore al servizio dell’Evangelo, ed avrà imparato ad “usare” le sue miserie come luogo tremendo e dolcissimo dell’incontro con il suo Signore. Forse fino a quella croce piantata sul colle Vaticano, Pietro dovrà lottare con il suo essere un peccatore (e non a caso la tradizione vuole che si sia fatto crocifiggere capovolto perché non degno di morire come Gesù!), ma con una certezza: quella parola di Gesù, in quel giorno lontano sul lago di Genezaret, l’aveva fatto, creato come “uomo nuovo”, quella parola aveva fatto di lui qualcun altro!

Gesù aveva potuto far questo perché Pietro gli aveva aperto uno spiraglio del cuore; non solo gli aveva dato la barca ma soprattutto gli aveva dato fiducia, aveva creduto alla parola di Gesù: aveva preso il largo dalle sue piccole sponde rassicuranti e si era spinto là dove era profondo! È la via anche per noi, è la via che la Chiesa deve intraprendere: fidarsi, andare al largo senza alcuna sicurezza se non quella “parola” che le è stata consegnata! Non ci sono altre “vie”… le altre sono vie “logiche” e piene del solito, triste “buon senso” del mondo. E si resta sulla riva, sulla riva dei comodi compromessi, sulla riva “senza rischi”, sulla riva delle complicità meschine quando non vergognose, sulla riva della mediocrità che uccide l’Evangelo…

La via della fiducia in quella parola paradossale che proviene da Cristo è l’unica via, e non è impedita neanche dal peccato…anzi, ci fa bene ripetercelo, il peccato e la miseria possono divenire luogo di un incontro fecondo tra noi (che siamo questo e non possiamo e dobbiamo fingere di non esserlo!) e il Cristo che è il Figlio venuto a cercarci proprio e solo lì!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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