Battesimo del Signore (Anno C) – Un’ora di grazia!

 

 VICINO ALL’UOMO E ALLA STORIA

Is 40, 1-5.9-11; Sal 103; Tt 2, 11-14; 3, 4-7; Lc 3, 15-16.21-22

 

Questa domenica conclude, con grandissime prospettive, il Tempo di Natale e ci proietta in quel cammino quotidiano che la liturgia della Chiesa sottolinea come “Tempo ordinario” che non è un tempo “minore”, di minore importanza, ma è la nostra vita appunto “ordinaria”: qualcosa, dunque, di grande importanza!

Questa domenica del Battesimo del Signore ci ripresenta, come una grande sinfonia, tutti i temi che, in qualche modo, abbiamo udito e contemplato nei giorni del Natale.

Risentiamo oggi le parole della consolazione per bocca del Profeta Isaia: la presenza di Gesù, il Figlio eterno fatto carne, vicinanza estrema di Dio, è davvero consolazione per le vie dolorose della storia; è davvero via dritta e spianata per giungere alla nostra piena umanità, come ha scritto Paolo nel bellissimo testo della Lettera a Tito che abbiamo ascoltato anche nella Notte del Natale: E’ venuto ad insegnarci a vivere «in questo mondo»: è questa la via della rivelazione cristiana per giungere a Dio, la via dell’uomo!

E il Figlio si immerge nelle acque torbide del nostro peccato, uomo tra gli uomini, infinitamente santo ma in fila con i peccatori, Signore della storia ma sottomesso alla mano del Battista!
Ora di grazia questa discesa nel Giordano, ora di grazia per noi uomini, ora di grazia per lo stesso Gesù che qui termina il suo percorso, diremmo oggi, di discernimento, nella ricerca della sua identità; ora di grazia per Lui che riceve dal Padre quella parola rivelativa: «Tu sei il mio Figlio, l’amato, in te mi sono compiaciuto»! Finalmente qui Gesù sa pienamente la sua identità di Figlio e la sua missione di salvezza che già il suo stesso solo nome portava.
Gesù” è in ebraico “Jeoshuah” che vuol dire proprio “Il Signore salva”. Con Gesù dalla nostra parte, in fila con i peccatori fino a diventare egli stesso “peccato” appeso alla croce, inizia per noi uomini un tempo nuovo, un tempo di consolazione e di possibilità di vita altra, tempo di compagnia piena e definitiva di Dio. In Gesù si manifesta la vicinanza estrema di Dio alla storia e ad ogni uomo!

Nel passo di Luca che oggi si ascolta è impressionante un contrasto: il Battista, per dichiarare senza mezze misure di non essere lui il Cristo, sottolinea una infinita distanza tra lui stesso e quel Veniente, che battezzerà in Spirito santo e fuoco; dirà, infatti: «Non sono degno di sciogliere neppure il legaccio dei sandali».
Dio invece, in quel Figlio sceso nel Giordano, grida la sua vicinanza all’uomo e alla storia!
Al Giordano Dio finalmente si rivela per quello che è: Padre e Figlio e Spirito Santo!
Così la terra è raggiunta dalla voce del Padre, dalla carne del Figlio, dalla discesa dello Spirito “in forma corporea”: forte richiamo, questo, alla corporeità dell’uomo il quale lì, nella sua carne, dovrà dare accesso a Dio, al suo Soffio rinnovatore.

Se il primo Adam si era nascosto da Dio e i cieli si erano chiusi (cfr Gen 3, 8.24) quest’ultimo Adam, Cristo Gesù, si spalanca a Dio nella preghiera e i cieli si aprono sulla storia degli uomini! Luca annota con sottigliezza, infatti, che la manifestazione di Dio avviene dopo il Battesimo e mentre Gesù pregava.
«Pregava»… sì, è solo nella preghiera che il nostre essere figli si fa chiaro e può dipanarsi come vita altra, vita di figli e non di schiavi, vita nella storia, «in questo mondo»!
La preghiera è l’“atmosfera” in cui il battezzato può sopravvivere come figlio! Senza questo “respiro” di vita che è la preghiera, pure se “nati” nel Battesimo, si muore soffocati quali figli di Dio!
Gesù di Nazareth nel “respiro” della preghiera scopre il suo vero volto di Figlio ascoltando la voce del Padre; nella preghiera permette ai cieli di aprirsi di nuovo per la storia…il “grido” di Isaia (Is 63, 19) riceve finalmente risposta: «Se tu squarciassi i cieli e scendessi!»

La teofania del Giordano ci dice che i cieli ormai sono aperti: il Figlio è venuto nella nostra carne, lo Spirito di Dio aleggia di nuovo sulle acque per una nuova creazione (cfr Gen 1, 2), la voce del Padre risuona colma di tenerezza e di compiacimento per l’uomo! Ora davvero tutto è possibile all’uomo amato da Dio!

Il Figlio amato sceglierà liberamente e per amore di pagare un prezzo per donarci la santità che è, non stanchiamoci mai di ripeterlo, piena umanità! Il Figlio di Dio, che abbiamo contemplato nella mangiatoia di Betlemme, oggi lo contempliamo “affogato” nelle acque del Giordano, sporche del peccato dell’uomo che il Battista immergeva per la conversione, ma lo contempleremo ancora confitto al legno dei maledetti per portare a pieno compimento la sua scelta di essere “con noi”!

Gesù nel suo amore ci ha davvero immersi in Spirito Santo e fuoco nel giorno del nostro Battesimo; e in quel giorno santo per ognuno di noi ci è stato fatto un grande dono: in Gesù Dio ci ha fatti suoi, e ha acceso in noi un fuoco che brucia tutto ciò che di Dio non è, e ci fa ardere di quell’amore capace di dare la vita! Il solo vero amore, perché vero amore è solo quello che dona la vita!|

Vivere da battezzati è questo! Essere figli nel Figlio ardenti del fuoco di Dio!
E’questo il fuoco che dovrebbe scaldare e rinnovare il mondo.
I santi lo fanno!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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XXIX Domenica del Tempo Ordinario (B) – Fra voi non è così

 

O SI E’ SERVI, O NON SI E’!

Is 53, 2.3. 10-11; Sal 32; Eb 4, 14-16; Mc 10, 35-45

 

Eccoci alla terza libido: il potere.
Forse, e senza forse, è un culmine … questa forza è culmine perché serve a costruirsi, in quanto esercitare una sorta di potere su se stessi, sulla storia, sul reale, è punto di equilibrio e di capacità di essere quell’“adam” uscito dalle mani del Creatore, perché domini sul creato, sul reale. Un dominio che non è un rendere schiavo il reale, ma trasfigurarlo per umanizzarlo, per renderlo casa dell’uomo; allo stesso modo il potere su se stessi è quella capacità di dire di no a quelle dimensioni di morte e di “pre-dominio” che sono perverse e pervertenti; riguardo agli altri, il potere da esercitarsi rettamente è ciò per cui si è capaci di affermare la propria identità senza paure, senza infingimenti, senza svilirsi.

La forza della libido dominandi però può essere anche il culmine delle perversioni dell’uomo. Quando questa forza diviene idolatrica, fine a se stessa, quando ha per fine noi stessi, diviene la causa principe di ogni male, ed ha spremuto lacrime e sangue alla nostra comune umanità. E’ la libido dominandi che scatena le tirannidi, è la libido dominandi che scatena le forze delle maggioranze sulle minoranze, per annientarle ed umiliarle; è la libido dominandi, in fondo, che “infetta” l’uomo facendogli pervertire l’amore, così che l’altro diviene, anche nelle relazioni coniugali ed amicali, oggetto del mio potere!
E’ sempre la libido dominandi che disumanizza la relazione con le cose, volendo possedere per avere più potere, e sempre di più per avere ancora più potere!
E’ la libido dominandi che ha sempre scatenato le guerre, gli odii razziali, le mille e mille battaglie, per creare nemici e per divenirne vincitori!

L’Evangelo di questa domenica ci dice che questa libido così pervertente abita anche la Chiesa di Cristo, e Giacomo e Giovanni sono il “luogo” in cui si mostra questa pericolosa tendenza; proprio questi due fratelli, che il Nuovo Testamento individuerà quali “discepolo amato” (cfr Gv 13, 23) e primo tra gli apostoli a versare il sangue per Cristo (cfr At 12, 1-2), non sono nati “discepolo amato” e “martire per Cristo” … sono stati uomini che, come noi, hanno dovuto affrontare e vincere, tra lotte e cadute, quelle dominanti che vogliono schiacciarci e disumanizzarci. Nel racconto di Marco i due, in fondo, sono manifestazione di un atteggiamento con cui Gesù dovrà fare i conti sino alla fine, e con cui la sua misericordia e la sua grazia devono fare i conti in ogni epoca della storia della Chiesa, sua comunità:
Chi è che è primo?
Chi comanda?
Chi ha nelle sue mani il potere spirituale sugli altri?
Il potere nella Chiesa è più perverso che altrove. Il perché è chiaro: nella Chiesa, nelle società “religiose”, esso si può ammantare di “spiritualità”, si può ammantare di Dio, può divenire più facilmente imponibile perché sacralizzato! E’ tremendo!

Giacomo e Giovanni sono quelli che, nel passo di Marco di oggi, manifestano questo desiderio perverso di potere, ma il racconto ci fa capire che gli altri dieci non sono esenti da quello stesso peccato. Scrive infatti Marco che gli altri si sdegnarono con Giacomo e Giovanni, e non certo perché stigmatizzassero il loro desiderio di potere, ma perché quel potere lo avrebbero voluto anche loro.
Gesù, paziente, si rivolge a tutti come aveva parlato ai due fratelli. Quei due li aveva sfidati a bere il suo stesso calice ed a morire della sua stessa immersione.
Tuttavia è necessario decodificare la parola battesimo che noi, immancabilmente, riconduciamo su di un piano liturgico-simbolico-sacramentale. Gesù, infatti, chiede loro se sono pronti a lasciarsi “affogare” nella sua stessa immersione, a dare la vita. Il battesimo-immersione che Gesù sta per ricevere è l’essere sommerso dal peccato del mondo per prenderlo su di sé, per condividere il dolore e la morte che imperano nella storia. I due fratelli accolgono spavaldi la sfida, senza comprendere fino in fondo quello che stanno promettendo.
Lo capiranno con la vita, lo capiranno nella sequela di quel Rabbi che li ha afferrati!
Saranno, infatti, il primo e l’ultimo a morire per Lui: Giacomo di spada, e Giovanni di “consunzione”, lasciandosi cioè consumare dall’annunzio dell’Evangelo, in un martirio senza sangue ma testimone di un “rimanere” costoso, che sfiderà i venti e le tempeste dei decenni a venire.
Quella partecipazione al suo calice, afferma con forza Gesù, non è qualcosa che si conquista con meriti, ma qualcosa che si riceve in dono, per pura grazia. Nell’ora che il Regno verrà, alla destra ed alla sinistra del Messia crocefisso, vi saranno due ladroni: gli ultimi che potevano accampare “meriti”!

Ai dodici tutti assieme, dopo aver compreso che tutti sono accomunati da questo malsano desiderio di potere, Gesù dice una delle parole più inascoltate nella storia della Chiesa, ma anche tra le più ascoltate da chi, nella Chiesa, ha fatto davvero la differenza, facendo avvertire nella storia il profumo di Evangelo: «Quelli ritenuti capi delle genti le dominano ed i loro grandi esercitano su di esse il potere. Fra di voi però non è così».
Dobbiamo assolutamente sottolineare che Gesù non usa qui nessuna forma augurale o ottativa (non dice cioè: «tra voi non sia così»!).
No! Gesù usa un chiaro indicativo: Tra voi non è così!
O nella Chiesa si è servi, così come Gesù dice, o non si è Chiesa; si è altro!
La ragione non è data in modo moralistico, Gesù non è mai moralistico, ma in modo rivelativo: la ragione è Gesù stesso, la ragione è il Figlio dell’uomo e la sua scelta di servire, e di servire non facendo delle cose, ma dando la sua vita!
Il servo è tale – e lo dice anche Isaia nel celebre oracolo che oggi è la prima lettura – perché dà se stesso, senza nulla tenere per sé, senza nulla risparmiare!

L’antidoto alla libido dominandi è dunque il servire, che è donare la propria vita. L’apostolo Paolo, addirittura, nel suo inno cristologico nella Lettera i cristiani di Filippi scriverà che il Figlio di Dio si è fatto schiavo fino alla morte e alla morte di croce; schiavo significa che si è totalmente dato, alienato, offerto…non si appartiene più! Lui è la via per vincere la libidine del potere…Lui, schiavo crocefisso!

Questa sezione dell’Evangelo di Marco ci ha consegnato le tre “armi” per vincere il mondo con Gesù e come Gesù: l’amore fedele, la condivisione, il servizio come dono totale di sé! Così la sequela!

Quel che non ricerca queste vie è qualcosa che si maschera da cristianesimo, ma ne è solo una contraffazione ridicola e pervertita!

P. Fabrizio Cristarella Orestano




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LE NOSTRE VITE PAGANO UN PREZZO?

 

Battesimo di Cristo (particolare) di Piero della Francesca

Battesimo di Cristo (particolare) di Piero della Francesca

Is 55, 1-11; Cantico da Is 12, 2-6; 1Gv 5, 1-9; Mc 1, 7-11

 

Battesimo di Cristo (particolare) di Piero della Francesca

Battesimo di Cristo (particolare) di Piero della Francesca

Oggi si conclude il Tempo di Natale e si apre il cosiddetto Tempo ordinario, tempo in cui siamo chiamati a realizzare quanto abbiamo contemplato nel Tempo d’Avvento e nei giorni del Natale; “cerniera” tra il Tempo di Natale ed il Tempo ordinario è questa domenica del Battesimo del Signore.

La carne di Dio, che abbiamo contemplato nella mangiatoia di Betlemme, è la nostra carne di figli di Adamo, e quella stessa carne, assunta dal Verbo, oggi è immersa da Gesù in una purificazione in cui deve “affogare” il vecchio Adamo. Gesù, il nuovo Adamo, è venuto per compiere una missione precisa: raccontarci Dio ed il suo amore totalmente gratuito e raccontare l’uomo all’uomo. Il racconto, però, non può rimanere solo racconto, spiegazione, informazione … deve diventare concretezza, possibilità realmente offerta.

Il Battesimo al Giordano è promessa pasquale: l’uomo nuovo, Gesù, promette a tutti gli uomini, “prigionieri” dell’uomo vecchio, di essere con loro in un’opera necessaria e dolorosa: la morte dell’uomo vecchio! Immergendo nelle acque del Giordano la nostra carne, che ha assunto, Gesù inizia una strada dolorosissima in cui giungerà ad inchiodare il peccato, l’uomo vecchio, al legno della croce. Giovanni il Battista, nel passo di Marco, proclama che Gesù “è più forte” perché capace di compiere quest’opera definitiva di morte dell’uomo vecchio, di cui il suo Battesimo era solo un segno.

Il gesto di Gesù di mettersi in quella “fila di peccatori” per farsi immergere da Giovanni è “sacramento” di tutta la sua vita: vita di condivisione piena, senza esenzioni, della nostra condizione di uomini segnati dal peso della fragilità e della miseria. Lui, Gesù, che non era né peccatore né meschino né vile, sceglie di essere tra noi, sceglie la via della condivisione costosa e non la via del privilegio (cfr Fil 2,6).

Inizia qui quella discesa agli inferi che lo farà compagno dell’ultimo degli uomini, di quello più infimo e più reietto, quello più sporco e meno amabile, di quello più compromesso e cattivo … Non sceglie di stare a mensa solo con i fragili ed i peccatori pentiti, ma di stare assieme agli uomini in qualsiasi condizione; sceglie l’uomo nel suo peccato, quello che lo abbrutisce e gli imbratta l’immagine di Dio
In questo senso davvero le vie di Dio sono inconcepibili per noi: lo ha detto il testo del Libro di Isaia che oggi si ascolta come prima lettura: «I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie»! Il Verbo si è fatto carne per percorrere questa via incredibile di “compagnia” e, quindi, di abbassamento.
Oggi capiamo come l’esito del Natale sia qualcosa di tutt’altro che “zuccheroso” e rassicurante: Dio ha preso molto sul serio la via dell’Incarnazione, gli è costata molto … l’amore costa, c’è poco da fare!

A Natale abbiamo cantato quella dolce nenia di Sant’Alfonso: “Ahi quanto ti costò l’avermi amato!”,  e pensiamo subito al Bambino infreddolito avvolto in fasce … ma non è solo questo …
Da lì, per Dio, inizia un’avventura meravigliosa di bellezza, ma anche di vera compromissione. Da lì per Gesù, Verbo eterno fatto carne, inizia una via umanissima e perciò meravigliosa, ma anche una via che, per custodire la sua bellezza, paga un prezzo: il prezzo della spoliazione, il prezzo del con-soffrire, dell’assaporare l’amarissimo boccone della morte. Questa scelta di Gesù di Nazareth, certamente una scelta sofferta, cercata, frutto di un discernimento tale che nessuno di noi può neanche lontanamente immaginare, ha un esito straordinario: la rivelazione piena, per Gesù, della sua identità. Finalmente Gesù di Nazareth comprende davvero chi è: è il Figlio amato, oggetto di una gioia indicibile di quel Dio dei padri, che ora Gesù sa di poter e di dover chiamare Abbà, Padre suo tenerissimo, fonte di un progetto incredibile di vita e di “compagnia” per l’uomo che Egli ama.

Gesù di Nazareth sa di essere il Figlio unico del Padre, ma sa anche di portare la carne di ogni uomo; sa che Dio gli è Padre per davvero, e sa pure che nessun uomo gli è estraneo! Lo Spirito che scende su di Lui sarà – scriveva San Basilio – compagno inseparabile di quel cammino di Emmanuele che Gesù intraprenderà; sarà la forza della sua piena umanità, della sua capacità di dono fino all’estremo; non lo esenterà dalla fatica della libertà e dal dolore, ma gli darà quell’unzione per cui quella carne che ha assunto potrà essere “luogo” della Parola da proclamare con fermezza (profezia), sarà capacità di offerta piena di sé nell’amore (sacerdozio), sarà vittoria sul mondo e sulle sue strade egoistiche di morte (regalità).

La sua discesa nelle acque del Giordano non è un gesto esemplare (che terribile tendenza quella di fare dei gesti e delle parole di Gesù occasioni esemplari e moralistiche, vuote della fatica dell’umano!), ma è un’ora di approdo ad una piena coscienza di sé, è ora di scelta di campo (stare dalla parte dei peccatori); è ora di unzione della sua carne santissima. Al Giordano Gesù, Figlio di Adam e Figlio eterno di Dio, diviene il Cristo, l’Unto perché riceve l’Unzione che è lo Spirito: Unzione che gli dona la pienezza della profezia, del sacerdozio e della regalità.
Così, con la potenza della parola profetica, con la forza di offrirsi totalmente, con bellezza di un amore che tutto vince e che sa donare fino all’estremo, il Figlio di Dio plasma la nostra carne ad essere carne dell’uomo nuovo. Si è fatto uomo perché tutti gli uomini possano essere uomini nuovi, possano essere come Lui, anzi – diranno i Padri siriaci – perché “ogni uomo possa essere non un figlio di Dio ma il Figlio di Dio”!

Immergendosi oggi nelle acque del Giordano, alla ricerca della miseria dell’uomo, Gesù, come ha sempre detto la tradizione cristiana, santifica tutte le acque perché possano essere, nel Battesimo, luogo di salvezza per tutti coloro che vi saranno immersi per morire al vecchio uomo e nascere alla novità di vita dell’Evangelo.

Oggi possiamo sentire nel cuore una grande consolazione: Gesù di Nazareth ci ha scelti nella nostra miseria … non ci ha scelti solo perché è nato a Betlemme, facendosi carne da Maria Vergine per un eterno consiglio del Dio delle promesse, ma ci scelse anche coscientemente, ormai adulto, dopo l’umanissima fatica di un discernimento libero della sua identità, e dopo essersi posto dinanzi al Padre ed alla sua volontà. Ci fu un giorno santissimo in cui Gesù di Nazareth decise di scendere nel Giordano con i peccatori, scelse così ognuno di noi, prendendoci per mano per condurci alla vita nuova.
Per questo pagò un prezzo … lo pagò con gioia ed amando in una vita bella, buona e felice … ma lo pagò!

Le nostre vite di credenti sono umane, belle, piene, sensate?
Le nostre vite pagano un prezzo?

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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IV Domenica di Quaresima – Scelti da Lui

            

A PRESCINDERE DAI NOSTRI MERITI

–  1Sam 16, 1.4.6-7.10-13; Sal 22; Ef 5, 8-14; Gv 9, 1-14  –

"Gesù Cristo guarisce il cieco nato" (El Greco, 1570)

“Gesù Cristo guarisce il cieco nato” (El Greco, 1570)

Siamo giunti alla domenica detta Laetare (cioè “Rallegrati” che è l’inizio dell’antifona di ingresso di questa celebrazione ripresa da Is 66,10); la luminosità della Quaresima qui si fa esplicita; la radiosa tristezza ci è offerta oggi  chiaramente perché il segno del Cieco nato, che questa domenica leggiamo nell’Evangelo, ci indica Gesù come luce per il mondo e la sua Pasqua, ormai vicina, come “luogo” in cui per sempre questa luce vince le tenebre!

Anche oggi, come domenica scorsa, un racconto articolato ed intrigante del Quarto Evangelo. A differenza dei ciechi degli Evangeli Sinottici, questo cieco di Giovanni non chiede nulla, non sospetta neanche che possa guarire perché la luce la ignora, non sa proprio cosa sia: è cieco dalla nascita. Vive la sua condizione di tenebra, immerso nella tenebra … è Gesù che prende l’iniziativa di accostarsi a lui, e lo fa compiendo subito un gesto creazionale: fa del fango con la terra e la propria saliva e con esso gli unge gli occhi (Giovanni scrive “epéchrisen – cioè “unse” – un composto del verbo “chrio” da cui deriva “Christos”) … con questo gesto Gesù annuncia che è venuto per creare una nuova umanità che, uscita dalle tenebre del peccato, può intraprendere un cammino straordinario di immersione ed identificazione con Lui, il Cristo, il Figlio dell’uomo, il Verbo della vita, l’Inviato di Dio, Colui che narra il Padre … Unto come Gesù, è inviato ad immergersi nell’Inviato (la piscina di Siloe – la parola la  stessa radice del verbo ebraico che significa inviare – assurge qui a simbolo di Cristo stesso, Inviato dal Padre), come Gesù è perseguitato e cacciato fuori, è fatto capace di dire “Io sono” (che nel Quarto Evangelo solo Gesù può dire tanto che neanche il Battista dice Io sono voce ma dice semplicemente “Io voce di uno che grida” cfr Gv 1,23).

Come comprendiamo, è un vero itinerario battesimale che si dipana: dall’incontro con Cristo, all’immersione nell’Inviato di Dio; un itinerario che diviene vita, vita di immersione nel mondo con le sue contraddizioni e le sue resistenze violente al Regno.

E’ importante notare che Gesù, dopo la guarigione, scompare dalla scena e lascia solo colui che era stato cieco, lo lascia da solo, senza altro appoggio che ciò che ha sperimentato nell’incontro con Lui. Il guarito deve così scoprire, nel rapporto con il mondo, cosa aveva significato quel gesto e quella parola di Gesù, cosa aveva significato anche quella sua obbedienza alla parola che Gesù gli aveva detto: Va’ a lavarti alla piscina di Siloe. Colui che s’è lasciato illuminare, trasformare da Lui ora è capace di trovare in se stesso la forza ed il modo per affrontare diversamente la vita.

L’Evangelista Giovanni ci dice in questo racconto che è questa la via battesimale: chi è di Cristo perché unto da Lui, immerso in Lui, obbediente a Lui, ha ricevuto da Lui doni tali da avere di che testimoniare e di che spingersi sempre più avanti nella testimonianza a Colui con cui ormai “fa corpo” in quanto  unto come Lui, immerso in Lui, capace addirittura di dire l’“io sono” che, nel Quarto Evangelo, solo Gesù dice; chi è di Cristo è generato alla luce, ed è luce lui stesso!

E’ davvero straordinario il percorso di quest’uomo guarito, e straordinario può essere il percorso di noi uomini guariti, ricreati, immersi in Cristo, unti da Lui e come Lui, resi capaci di vivere nella luce.

La Quaresima è tempo in cui è necessario ancora riappropriarsi del nostro Battesimo, di rileggere la nostra vita a partire dall’evento-incontro con Lui, da quella scelta che il Signore ha fatto di ciascuno di noi a prescindere dai nostri “meriti”. Sì, perché c’è anche per noi un’elezione gratuita, che ci sceglie anche quando noi non ci siamo. Penso che la prima lettura di questa domenica, tratta dal Primo libro di Samuele, voglia condurci proprio a questa riflessione: siamo stati scelti quando eravamo assenti, e da uno che non guarda le apparenze ma al cuore, al profondo dell’uomo perché è in quel profondo che vuole abitare; Davide è scelto da Dio, attraverso Samuele, tra tutti i suoi fratelli di lui molto più appariscenti, ed è unto dal Profeta senza esitazioni. Tutto ciò comporterà a Davide una vita diversa; una vita di fatiche, di lotte, di persecuzioni, ma anche di vittorie … Davide attraverserà anche il peccato, ma saprà sempre ritrovare il profumo di quell’unzione di gioia con cui Dio l’aveva preferito ai compagni (cfr Sal 45,8).

Davide, il Cieco guarito, i cristiani di cui parla l’autore della Lettera ai cristiani di Efeso chiamati ad essere figli della luce … tutte icone per interpellarci sull’oggi del nostro Battesimo, sulle conseguenze che ha oggi il nostro Battesimo! Che compromissione per Cristo siamo oggi disposti a vivere? Lo spazio della nostra vita quotidiana è segnato da Cristo? Il Cieco guarito ha compiuto il suo esodo dalle tenebre all’adorazione del Signore Gesù; è questo l’esodo battesimale che oggi va verificato, l’esito non deve essere altro che l’adorazione del Signore

Al termine del racconto, Gesù si mostra di nuovo e ciò che l’Evangelista scrive è bellissimo: Gesù seppe che l’avevano cacciato fuori e, avendolo trovato gli dice: “Tu credi nel Figlio dell’uomo?” e gli si rivela e gli rivela anche il senso di quella vista che gli ha donato: vedere Lui (“Chi è perché possa credere in Lui?” E Gesù: “E’ colui che parla con te!”), perché se si vede Lui si è entrati nella luce che tutto trasforma, nella luce della vita. Gesù va a trovare colui che era stato cacciato fuori per condurlo al suo ovile: si prende cura di lui, lo porta con sé; se prima lo aveva lasciato solo a testimoniare nella storia e alla storia, ora gli mostra che, in realtà, non era solo ma era accompagnato da una custodia che non viene mai meno. Ormai il guarito, se vuole, gli appartiene.

E questa è anche la nostra vicenda con Lui; per questo allora davvero possiamo rallegrarci accogliendo l’invito di Isaia e della liturgia della Chiesa! L’aurora luminosa che è Cristo Signore colora già di rosa l’orizzonte della storia (il rosa dei paramenti liturgici di questa domenica di gioia attenua sì il violaceo ma tingendolo dei colori della nuova aurora!); la Pasqua che celebreremo ancora ci annuncia che tutto è stato compiuto dall’amore di Dio; ora c’è un frattempo che noi dobbiamo riempire di compromissione gioiosa, adorando Lui, il Cristo, come Signore della nostra vita.

Apriamo con coraggio gli occhi sul suo volto che ci ha scelti, chiamati, amati, legati a sé, inviati nel mondo a compiere le opere di luce di Dio … contemplando il suo volto scopriremo su quel volto la misericordia che ogni giorno ci guarisce e ci illumina; per questo possiamo gioire! La vita in Cristo è vita di lotta, ma non disperata perché non c’è peccato che non trovi perdono e non c’è notte che, nel Risorto, non si tinga di nuovo dei colori dell’aurora!

p. Fabrizio Cristarella Orestano

 




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