II Domenica del Tempo Ordinario – Il servo, l’agnello e il discepolo passato avanti

LASCIAMOCI PROVOCARE DALL’ULTERIORE

Is 49, 3.5-6; Sal 39; 1Cor 1,1-3; Gv 1, 29-34

 

Domenica scorsa si chiudeva il Tempo di Natale e si apriva già il Tempo Ordinario tanto che in qualche modo, amplifica ed approfondisce quanto la Festa del Battesimo del Signore ci aveva già fatto cogliere.

L’oracolo di Isaia che oggi costituisce la prima lettura sfuma continuamente da Israele al Messia: il servo è Israele e lì si manifesterà la gloria del Signore, ma poi pare che il discorso si punti su un’individualità precisa che ha una missione verso Israele (ha il compito di restaurare le tribù di Giacobbe) e che ha una vocazione straordinaria: essere luce per tutte le genti. Il Signore ha detto: E’ troppo poco che tu sia mio servo … e, nel passo dell’Evangelo di Giovanni che oggi si proclama, il Battista testimonia sull’identità di Gesù giocando proprio sulla parola “servo” che in aramaico (la lingua parlata in Palestina ai tempi di Gesù) è “talja”; questa parola però significa anche “agnello”… è chiaro che l’Evangelista, scrivendo in greco, fa la scelta di far dire al Battista semplicemente “agnello” ma certamente il gioco sottile c’è stato e mi pare molto significativo; insomma è come dire che è un servo che è più di un servo, anzi proprio perché è Servo del Signore è agnello che prende su di sé il peccato del mondo (cfr Is 53,7). E’ come se il Battista qui volesse comunicare che in Gesù c’è un’ulteriorità che va colta e da cui sempre si deve ripartire per altri orizzonti … il servo, l’agnello il discepolo che, ritenuto solo un discepolo, ora precede e non segue più … Giovanni Battista confessa che Gesù, un suo discepolo, (colui che mi veniva dietro) ora lo precede perché “era prima” … il Battista deve fare la fatica di lasciarsi sconvolgere da Gesù: era un suo discepolo e ora passa avanti … Giovanni deve confessare che non aveva capito ma che poi il Signore gli ha rivelato che proprio quel discepolo era l’Atteso

Giovanni ora afferma che quel suo discepolo era il termine della sua azione e della sua profezia; il Battista confessa che il suo battesimo non conduceva a sé ma a Gesù: Sono venuto a battezzare con acqua perché egli fosse rivelato ad Israele.

Giovanni testimonia che ha visto lo Spirito aleggiare su di Lui e non solo: ha visto che lo Spirito rimaneva su di Lui. E qui compare per la prima volta nel Quarto Evangelo questo verbo chiave di tutta la teologia giovannea: rimanere, dimorare ( in greco mènein). La testimonianza del Battista è chiara: poiché Gesù è colui su cui lo Spirito dimora, Gesù è colui che immerge davvero, non in acqua ma nello Spirito stesso. E la testimonianza del Battista giunge ad un culmine: E’ il Figlio di Dio!

Servo, Agnello, discepolo passato avanti, Colui che era “prima”, Colui che deve essere rivelato ad Israele, dimora dello Spirito, Battezzatore “nello” Spirito, Figlio di Dio … una serie impressionante di “titoli” di Gesù con cui l’Evangelo di oggi ci chiede di lasciarci provocare sempre dall’ ulteriore  che è in Gesù, che è Gesù. Un’ulteriorità che non è solo teologica perché è facile “fare teologia” ed anche magari “bella” teologia, l’ulteriorità di Gesù provoca all’“oltre” la vita, la concreta esistenza di ogni giorno con le sue scelte e le sue decisioni. Un’ ulteriorità che si scopre nell’ assiduità con Lui … una vera assiduità con Cristo, con la sua Parola, con la sua presenza viva nella vita della Comunità dei credenti provoca ad una vita che non si accontenta e non perché si slancia in desideri mondani smodati ma perché punta verso l’Evangelo! E l’Evangelo non è mai a “bassa quota”!

L’assiduità con Gesù fa essere l’uomo un assetato di umanità, di libertà … un assetato di Dio. Essere di Cristo apre l’uomo ad una vocazione straordinaria, quella che Paolo proclama ai cristiani di Corinto nell’ “incipit” della sua Prima lettera a quella Chiesa e che oggi abbiamo come seconda lettura; i cristiani sono quelli che sono stati santificati in Cristo Gesù, chiamati ad essere santi insieme a tutti quelli che in ogni luogo invocano il nome del Signore nostro Gesù Cristo.

Leggendo bene questo saluto di Paolo capiamo come l’essere di Cristo non sia stasi, ristagno magari beato ma sia essere in fermento: c’è un dono (siamo stati santificati) e c’è un ulteriore, una santità che ancora deve essere accolta pienamente per rispondere davvero alla propria chiamata (chiamati ad essere santi) … insomma Gesù ci mette in una dinamica in cui la sazietà è esclusa perché la sazietà è sempre stasi.

Conoscere Gesù e decidere di essere assidui con Lui è giungere a quella meta che il Quarto Evangelo pone come statuto del discepolo: “rimanere” in Lui, “dimorare” in Lui! Questo “rimanere” potrebbe sembrare una parola statica, potrebbe sembrare un suggerimento a fuggire da ciò che stanca e mette in movimento … In realtà chi dimora in Gesù va dove va Lui, si muove nella direzione che Lui prende, sale con Lui sulla croce, passa beneficando (cfr At 10,38), siede come Lui a mensa con i peccatori (cfr Lc 15,2), come Lui si fa carico dei feriti e umiliati nella storia (cfr Lc 10, 33ss); chi dimora in Gesù non può fare altro che amare fino all’estremo (cfr Gv 13,1) mettendo nelle sue mani il proprio peccato e la continua tentazione di salvare se stesso (cfr Mt 27, 40-44).

Dopo aver celebrato l’Incarnazione puntiamo i nostri desideri più profondi verso questa vera assiduità con Cristo Gesù con la piena disponibilità a lasciarsi inquietare dalla sua ulteriorità accogliendo le sfide dell’Evangelo … quelle sfide ci chiedono le alte quote.  




Leggi anche:

Battesimo del Signore – La ricerca della verità

LA SUA STRADA, LA SUA MISSIONE, LA SUA IDENTITA’

Is 42, 1-4.6-7; Sal 28; At 10, 34-38; Mt 3, 13-17

 

Con questa festa del Battesimo del Signore si chiude il Tempo di Natale e ci si apre al cammino quotidiano che la Chiesa percorre nel cosiddetto Tempo ordinario … e il Mistero del Natale, il Mistero dell’Incarnazione oggi ci viene ancora incontro con tutta la sua paradossale realtà che, se accolta, ci trasforma davvero in uomini nuovi.

L’umanità di Dio in Gesù di Nazareth è una vera umanità, un’umanità che ha dovuto fare la grande fatica della libertà e della ricerca della verità. L’umanità di Gesù di Nazareth, per il fatto che era l’umanità del Verbo, non è stata esente da queste “bellissime” fatiche dell’ essere uomo. E’ la fatica di scoprire la propria identità e la propria vocazione; al Battesimo al Giordano si compie questa fatica di verità in Gesù; finalmente gli è rivelato chi davvero egli è e, in quell’istante, gli è rivelata la sua strada e la sua missione.

A Natale siamo stati noi a stupirci dinanzi al Dio fatto carne e deposto nella mangiatoia, oggi – vorrei dire – contempliamo lo stupore di Gesù che sente su di sé la voce del Padre che tuona sulle acque, come dice il Salmo 28 che oggi si canta; quel tuono non è un tuono che richiama tempeste e potenze spaventose ma è un tuono che grida l’ amore: Tu sei il Figlio mio, l’Amato, in te mi compiaccio.

E Gesù ora sa chi è; gli Evangeli non ci narrano dei tormenti della sua ricerca e del suo “discernimento” ma ci dicono l’esito straordinario di quel travaglio … al Giordano tutti scendevano perché attraverso Giovanni ricevessero la conversione e Gesù si mette assieme a loro, solidale con quella fila di peccatori e, facendo questo gesto d’amore, di solidarietà, schierandosi dalla parte dei fragili, dei deboli e dei peccatori, sente su di sé la voce del Padre! La fatica di comprendere si versa ora in Lui in una consapevolezza in cui il gesto di scendere al Giordano assume a pieno il suo vero sapore e significato: è il Figlio, l’Amato, è carne di Dio, ha assunto l’umanità con tutte le sue fatiche compresa quella di dover capire, scegliere, scoprire la propria identità e verità; a quell’umanità ora, al Giordano, Gesù inizia ad aggiungere il peccato degli uomini suoi fratelli! Non compiendo il peccato ma prendendo su di sé il peccato del mondo; nel IV Evangelo ci viene riportata quell’indicazione del Battista proprio sulle rive del Giordano: Ecco l’Agnello di Dio che prende su di sé il peccato del mondo! (cfr Gv 1, 29)

Al Giordano l’Agnello immacolato si carica della miseria del mondo e la porterà sulla croce, lì la inchioderà (cfr Col 2,14) per vincerla con l’amore.

La parola d’amore del Padre ha certamente incendiato tutte le fibre di Gesù ed è stato su quella parola che Gesù ha gettato anche Lui le reti della sua vita … su quella parola ha deciso di amare e condividere, di lottare e soffrire per l’uomo … Quella parola del Padre gli ha consegnato un amore che riguardava la sua carne ma che in Lui riguardava ogni carne; Gesù sa che ogni vocazione non è per chi la riceve ma per tutti e sa che quello Spirito d’amore effuso su di Lui deve essere dono per tutti.

Per questo Gesù affronterà il deserto della tentazione, per questo annunzierà il Regno, per questo vivrà ogni giorno le parole di Isaia che abbiamo ascoltate nella prima lettura: Non spezzerà una canna incrinata, non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta … Tu sarai alleanza del popolo e luce per le genti … perché tu apra gli occhi ai ciechi e faccia uscire dal carcere i prigionieri, dalla reclusione coloro che abitano nelle tenebre. Perché lo Spirito sia effuso su ogni carne Gesù salirà sulla croce e per questo scenderà nel profondo degli inferi …

Il Mistero dell’ Incarnazione giunge fino a quegli inferi perché noi uomini abitiamo nel non-senso e nel peccato e Lui ha desiderato incontrarci.

Colui che a Natale discese nella nostra carne e in essa iniziò a manifestarsi alla storia, al Giordano inizia la sua discesa verso gli inferi prendendo sempre più su di sé il peccato del mondo!

Scendendo nelle acque del Giordano inizia un nuovo esodo verso la patria che è Dio … scendendo nel Giordano si fece battezzare (il verbo greco “baptizein” significa “immergere”) nel peccato del mondo per poter immergere noi nella santità di Dio!

Il racconto di Matteo che oggi si proclama si apre con una parola del Battista che può risuonare sulle labbra dell’umanità tutta: Io ho bisogno di essere battezzato da te e tu vieni a me?

La risposta di Gesù, che sembra enigmatica, in realtà ci rivela che – perché noi potessimo essere immersi nella santità di Dio – era necessario che Lui si immergesse nell’iniquità del mondo in una solidarietà misteriosa e sorprendente. La giustizia di Dio (Gesù dice al Battista: Si adempia ogni giustizia) sceglie una via di salvezza che non ha nulla di miracolistico e di automatico, nulla di “magico”, sceglie invece una via in cui Dio si compromette con la storia fino in fondo, si immerge nella storia di peccato del mondo, ne paga le conseguenze, ama senza sconti e mostrando così il suo vero volto.

Si adempia ogni giustizia, e la giustizia di Dio è quello che Dio vuole; e Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati mediante la loro verità di figli nel Figlio (cfr 1Tm 2,4). Il Verbo fatto carne conosce la volontà del Padre e sulle rive del Giordano diviene primogenito di molti fratelli (cfr Rm 8,29) e lo fa immergendosi nel profondo del nostro abisso di peccato. Un battesimo che si compirà sulla croce! (cfr Mc 10, 38 e Lc 12, 49-50)

Il Mistero che oggi si celebra è allora grande e smisurato; non ricordiamo un gesto esemplare di umiltà che Gesù compie per dirci come è necessario il Battesimo (come tante volte abbiamo sentito e purtroppo anche letto!) … oggi invece celebriamo ancora un’Epifania (nelle Chiese d’oriente l’Epifania è celebrazione della visita dei Magi, del Battesimo al Giordano e delle Nozze messianiche in Cana), una Manifestazione: a Gesù della sua figliolanza ed a noi della sua solidarietà. Il Battesimo di Gesù è effusione dello Spirito sulla carne santissima di Gesù, effusione che lo consacra perché egli sia il Cristo che dona quell’unzione ad ogni carne!

Contemplare questo mistero è andare alle radici del nostro rapporto con Cristo. Dove è questa radice? In quel nostro battesimo in cui gratuitamente fummo immersi in una vita nuova, in una vita da figli amati. Quella è la santità che già ci appartiene, ora bisogna vivere l’oggi secondo quella santità! E’ la grande opera di ogni giorno per cui in noi cristiani continuerà il santo mistero dell’Incarnazione di Dio!




Leggi anche:

III Domenica di Avvento – Giovanni, icona della nostra gioia

L’UOMO DEL DESERTO E’ DAVVERO UN PROFETA

Is 35, 1-6a.8a.10; Sal 145; Gc 5, 7-10; Mt 11, 2-11

 

 

Oggi la liturgia della Chiesa ci invita a gioire!

Colui di cui celebriamo l’attesa è davvero vicino e non solo perché la data del Natale si approssima sul calendario, ma perché chi sa cogliere il suo venire diventa capace di trasformare la propria esistenza in un’attesa gioiosa che è attenta al suo irrompere umile e quotidiano; chi è uomo dell’Avvento ama la venuta del Signore e guarda l’ “oltre” con speranza.

Tutto questo è gioia!

E’ gioia perché chi è così non rimane prigioniero dell’oggi senza domani, non rimane schiacciato sotto il peso della storia che pare voglia vincere i nostri “sogni”! Chi è uomo dell’Avvento vive la libertà dell’attesa dell’ “oltre”, dell’impensabile … si fida.

In questa domenica ci è data un’icona paradossale di questa gioia: Giovanni Battista in carcere! E’ paradossale perché un uomo in carcere non ci richiama alla gioia, è paradossale perché nel testo dell’Evangelo di oggi non si parla esplicitamente della gioia di Giovanni ma di una sua crisi profonda. L’uomo del deserto è capace di crisi, l’uomo dalla parola potente e sferzante è capace di mettersi in dubbio, l’uomo che ha gridato: Progenie di vipere! ora non grida più, domanda. Ed è qui la sua grandezza: Giovanni è davvero un profeta; lo è perché non è chiuso in se stesso, neanche nelle parole che ha annunziato, è profeta perché vuole leggere la storia, è profeta perchè umilmente domanda ad un altro … e da quella risposta potrebbe anche venir fuori la dichiarazione del suo fallimento … Sei tu il Veniente o dobbiamo attenderne un altro?

Nella crisi Giovanni resta uomo dell’Avvento. Il suo sguardo è sempre puntato all’ “oltre”, al Veniente … è disposto ancora ad attendere. Giovanni qui mi pare davvero meraviglioso: umanamente non ha futuro, come può sperare mai di uscire da quel carcere? Eppure si proclama disposto all’attesa.

Questa crisi di Giovanni è per noi conforto e insegnamento; è conforto perché anche un uomo “di roccia” come il Battista è entrato in una notte ma è insegnamento perché dice come quella notte si attraversa. Giovanni indica una via: avere lo sguardo rivolto all’ “oltre” e non credere all’eternità della notte. Nella notte, infatti, Giovanni agisce con speranza: invia i suoi discepoli a Gesù per domandare a Lui. Non si accontenta di ciò che sente o gli è riferito, chiede a Gesù di leggergli la storia, chiede a Gesù la parola definitiva anche sulla sua identità di profeta: è un fallito o è veramente il profeta che ha annunziato il Veniente?

Gesù non gli risponde se non con una citazione dalla Scrittura … Giovanni deve saper leggere Gesù con la “lente” della Scrittura e qui in particolare di Isaia. E’ il passo che ha costituito oggi la prima lettura: le opere dell’atteso si compiono Gesù; Giovanni legga questo!

I ciechi vedono: è Gesù la luce nelle tenebre; gli zoppi camminano: è possibile davvero un nuovo esodo in cui gli uomini, con Gesù, saranno capaci di camminare verso la terra promessa; i sordi riacquistano l’udito: in Gesù risuona la Parola definitiva che è possibile ascoltare; i morti risuscitano: Gesù è venuto a portare la vita e la morte comincia ad arretrare perche la vita vincerà; ai poveri è predicata una buona notizia: Giovanni stesso ora è il povero cui è annunciato un evangelo che lo deve far esultare di gioia, come al principio della sua vita “danzò” nel grembo di Elisabetta sua madre (cfr Lc 1,44); Giovanni può accogliere, come tutti i poveri, prigionieri ma speranzosi, un Evangelo di letizia che spalanca i loro carceri, che libera dai pesi che vogliono schiacciare i “sogni”!

Giovanni, accogliendo la Parola di Gesù avrà esultato di gioia, anche in quel carcere buio … lì ha rivisto la luce, lì si è messo di nuovo in cammino nella speranza, lì ha ascoltato nuovamente una Parola di salvezza, lì è risorta la sua speranza! Giovanni è il termine della profezia; ora può riposare perché il Veniente è giunto! Non bisogna attendere un altro … bisogna attendere Lui, Gesù! Sempre!

Dinanzi alla grandezza di questo profeta capace di negare se stesso per porre domande Dio, Gesù non può tacere e pronuncia il più grande elogio (l’unico nell’Evangelo!) che poteva pronunciare: Giovanni non è una banderuola che segue i venti che mutano; ha lo sguardo fisso solo su Dio; si è banderuole quando si seguono i venti esterni, quelli delle mode e dei “buon sensi” mondani, ma si può essere ancor più canne sbattute dal vento se si seguono i venti che sono dentro di noi: le paure paralizzanti, i desideri smodati e brucianti, la voglia di quiete che non si compromette e preferisce un oggi grigio ad un domani pieno ma incerto perché posto nelle mani di un Altro … Giovanni, dice Gesù, non ha scelto le vie facili: né le belle vesti, né i palazzi lussuosi, ha scelto il deserto e lo ha fatto fino alla fine, accettando anche il deserto della crisi e dell’aridità!

E’ il più grande dei nati di donna, così dice Gesù! E ha detto una cosa enorme: è più grande di Abramo, di Mosè, di Davide, dei profeti … sì, è il più grande perché in Giovanni tutte le attese sono concentrate e lui è stato la parola definitiva prima del compimento; è più grande per la sua umiltà che non ha temuto di divenire domanda umiltà che non ha temuto di farsi cambiare le attese!

E Gesù aggiunge: Il più piccolo del Regno, però, è più grande di Lui. Parole queste enigmatiche che a volte sono state spiegate banalmente come un elogio ai cristiani, il più piccolo dei quali sarebbe più grande del Battista perché ormai appartenente all’Alleanza definitiva; una spiegazione che, oltre ad essere banale, è depauperante per il Battista ed è anche irrispettosa della Prima Alleanza con Israele. In realtà Gesù sta parlando di se stesso; è ancora una risposta alla domanda del Battista sulla sua identità: Sei tu il Veniente? Sì, lo è ed è il più piccolo perché si è incamminato sulla via della spoliazione che giungerà alla croce su cui griderà l’estrema povertà di un “Perché?” senza risposta (cfr Mt 27,46). E’ Gesù il più grande perché si è fatto più piccolo in quanto è colui che davvero si è umiliato e perciò verrà esaltato (cfr Mt 23,12), è davvero colui che ha avuto il coraggio di perdere la propria vita  e perciò la ritrova (cfr Mt 10,39).

Giovanni può veramente ricevere, e noi con lui, l’annunzio di un Evangelo che fa esultare di gioia come dice Isaia nel passo che abbiamo ascoltato: possiamo esultare anche se siamo deserti e terre aride, anche se abbiamo mani fiacche e ginocchia vacillanti … Possiamo deporre la paura ed il buio perché Gesù è l’Atteso che compie le promesse e la nostra vita non è più nel carcere del non-senso ed immersa nelle tenebre e nell’ombra della morte (cfr Lc 1,79). Come scrive l’Apostolo Giacomo, l’oggi può essere riempito di pazienza, o meglio di “macrotimìa”, della capacità di “sentire in grande” (così alla lettera), di guardare cioè lontano, nell’attesa del Veniente cogliendo con uno sguardo profondo e paziente, “macrotimico”, la sua presenza nella storia, nei fratelli, nelle vicende del mondo … I profeti sono stati modelli di “macrotimìa”, dice Giacomo, di quella paziente attesa di chi è capace di sentire in grande, di vedere in grande senza lasciarsi “accecare” al buio, cogliendo nella storia le tracce di Dio, delle sue strade che conducono ad una nuova umanità.

Rallegriamoci allora come Giovanni tendendo le orecchie del cuore alla voce dello Sposo che viene! (cfr Gv 3, 29).




Leggi anche:

II Domenica di Avvento – Parole dure

UNA CORAGGIOSA REVISIONE DI CIO’ CHE SIAMO E CHE FACCIAMO

Is 11, 1-10; Sal 71; Rm 15, 4-9; Mt 3, 1-12

 

Il cammino di questo Avvento incrocia questa domenica parole durissime e compromettenti, parole da non relegare all’indirizzo storico cui il Battista le ha gridate: i Farisei ed i Sadducei. Se questa Parola risuona per noi oggi è perché deve chiedere alle nostre vite, al principio di questo Avvento, una revisione coraggiosa di ciò che siamo e di ciò che facciamo! Progenie di vipere!…Non crediate di poter dire: Abbiamo Abramo per padre!…Brucerà la pula con un fuoco inestinguibile!

Cogliamo queste parole del Precursore come un grido che vuole svegliare i nostri sopori, le nostre vie placidamente “religiose“, che vuole sventare il nostro tentativo, sempre rinnovato, di auto rassicurarci per poter far convivere riti, elemosine e parole cristiane con bieca e colpevole mediocrità incapace di volgere lo sguardo in alto.

Il problema è proprio questo: dove volgiamo lo sguardo? Il “dove” verso cui volgiamo lo sguardo è indicativo di cosa attrae veramente il nostro profondo. “Cosa” o “chi” attira il nostro sguardo, verso “cosa” o “chi” slanciamo il nostro desiderio?

Le osservanze sono facili e sono la vera tentazione della “religione”; Farisei e Sadducei sono categorie a rischio perché hanno fatto gli uni, i Farisei, un idolo della Torah con le sue prescrizioni e gli altri, i Sadducei, hanno fatto del Tempio e del culto un idolo che rassicura. Entrambi si trifiglincerano dietro la certezza di essere figli di Abramo. Il rischio invece è essere progenie di vipere, cioè figli di serpente (in greco Matteo scrive “ghennèmata”, cioè “figli”, “progenie”) e di un serpente che ha il sé un veleno insidioso e portatore di morte.

E’ allora quanto mai necessario chiedersi “dove” volgiamo lo sguardo. E’ questo il vero problema.

Il Battista, che oggi e la prossima domenica ci è di guida in questo Avvento, invita proprio a dirigere lo sguardo verso l’essenziale: il Signore.

E’ necessario cambiare mente (“metanoèite” – “convertitevi” – in greco, alla lettera, significa proprio cambiare mente) cioè non pensare più a se stessi e a ciò che rassicura perché assolve facilmente le nostre mediocrità ed immobilità; cambiare mente non è mutare i nostri pensieri con pensieri migliori, è invece mutare i nostri pensieri, le nostre idee con i pensieri e le idee di Dio … proseguendo sulla via a cui già domenica scorsa accennavamo, è cambiare i nostri poveri “sogni” con i “sogni” di Dio! Perché questo avvenga lo sguardo va fissato su di Lui.

E Giovanni il Battista ci aiuta; lui, infatti, è tutto un “indice” che indirizza al Signore; non a caso gran parte dell’iconografia cristiana ha ben compreso tutto questo e rappresenta sempre il Battista con un indice puntato; non è un indice accusatore ma è un indice che indirizza verso una direzione, che mostra Qualcuno: il Signore! Il Battista è voce non è parola; la voce è il luogo, lo spazio, la via della parola; Giovanni vuole essere solo questo: lui è la via preparata al Signore.

L’attenzione, nell’oracolo del Libro di Isaia che Matteo cita, non va posta sulla via ma sul Signore che deve percorrere quella via per giungere a noi! L’opera del Battista, l’opera dell’uomo dell’Avvento che vogliamo e dobbiamo essere, è proprio questa: preparare la via a Lui, al suo venire.
La voce che è Giovanni risuona nel deserto e questo, per la Scrittura, è realtà polivalente: l’uomo è nel deserto, nella solitudine; è così: a volte noi abitiamo dei popolosi deserti, dei deserti chiassosi ed insensati ed oggi la voce del Battista, la voce dell’Avvento vuole raggiungerci proprio lì, in questi deserti nei quali tante volte viviamo. Allora la prima operazione importante da compiere è riconoscere questi deserti perché se ci si ferma in essi si muore … è importante, invece, popolarli di un’attesa viva che punta lo sguardo sul Veniente che ci visita proprio nei nostri deserti di cui non si spaventa … Gesù, infatti, dopo essere apparso, all’inizio dell’Evangelo, in una fila di peccatori al Giordano immediatamente andrà nel deserto, lì dove abitano ed allignano le nostre tentazioni, , le nostre “fami“, le nostre perversioni che ci spingono verso il potere e l’avere … il Veniente ci visita proprio lì, nei nostri deserti malati e lì ci dice le parole che disse al centurione: Io verrò e lo curerò (cfr Mt 8, 7).

Il deserto è però anche luogo di un esodo salutare da compiere … bisogna uscire da sé, dalle proprie sicurezze “religiose”, dalle “patrie” che sono le immagini di Dio che ci si è costruiti ed andare verso un luogo in cui non c’è nulla se non quella voce che grida e mostra il Veniente. In questo deserto è possibile volgere le spalle a tutti gli “Egitti” di schiavitù, a tutte le “Gerusalemme” rassicuranti, a tutte le “osservanze” che fanno “sentire buoni” e intanto ci soffocano perché lontanissime dalla vera “obbedienza” a quel Qualcuno che ci libera!

Qualcuno”! Ecco il punto nodale. La nostra fede è adesione ad un Qualcuno, non ad un complesso di idee, ad un Qualcuno che viene e ci immerge nel fuoco. Come il deserto, anche il fuoco ha qui un valore duplice: distrugge purificando ed è fuoco d’amore vivificante. Si deve essere disposti ad essere toccati da questo fuoco. Non si può rimanere neutrali dinanzi al Signore che viene. Avere lo sguardo fisso su di Lui è condizione necessaria affinché l’oggi sia vissuto in pienezza accogliendo il grido dei profeti nei deserti mondani ed uscendo dalle sicurezze e dalle stolte presunzioni legate ad appartenenze rassicuranti per cui si dice: Siamo figli di Abramo … oppure E’ Tempio del Signore …(cfr Ger 7,4ss) oppure, come potrebbe capitare a noi, Siamo battezzati, apparteniamo alla Chiesa
Matteo pone infatti sulle labbra del Battista un gioco di parole che in greco si perde ma che in ebraico doveva risultare facilmente coglibile: Dio può far sorgere figli di Abramo da queste pietre ( in ebraico “abanim” significa “pietre” e “banim”significa “figli”) per sottolineare la vuotezza di certi ragionamenti religiosi che servono solo a fermare il “sogno” di Dio in noi e servono solo a smorzare il nostro desiderio di “oltre”.

L’attenzione al Veniente va vissuta con una grande fedeltà alla storia perché è nella storia che si potrà cogliere il germogliare della sua presenza, anche da tronchi che sembrano inariditi e sterili (così canta la bellissima pagina del Libro di Isaia che costituisce la prima lettura di questa domenica). Sarà proprio quel germoglio inatteso che darà alla storia un saporbasso preze nuovo di pace e di armonia. Questa pace e questa armonia, però, come sempre, non sono a basso prezzo: c’è da passare per una parola sferzante e per un soffio purificatore; così accogliere il Veniente è sì aprirsi a quella pace paradossale di Isaia in cui il lupo dimora con l’agnello, la pantera con il capretto, il vitello con il leone, la mucca con l’orsa, ma con la disposizione ferma a lasciarsi scomodare e capovolgere (“metanoèite” si può tradurre alla lettera con “capovolgete il vostro pensare”), a lasciare le comode e rassicuranti certezze che ci autoassolvono per andare in un deserto il cui unica certezza è una voce che porta una Parola inattesa, in un deserto in cui unica certezza è la speranza di una venuta che nell’oggi è poco appariscente ed è silenziosa come lo spuntare di un germoglio, ma che diverrà risposta e compimento di tutta la storia ed anche della nostra piccola storia, compimento anche delle nostre personali vicende sempre assetate di senso.

E’ proprio vero quello che dicevano i Padri per definire i cristiani: Chi sono i cristiani? Coloro che amano la venuta del Signore!

E’ così perché se non si è amanti della sua venuta non si resta neanche cristiani; se non si ama la sua venuta ci si installa comodi nell’oggi, si smarriscono i “sogni” e si comincia a dar credito a quel buon senso intriso di mediocrità che il mondo ama, persegue ed insegna; e purtroppo abbiamo visto tanti cadere in questa trappola …

Chi ama la venuta del Signore è disposto ad avere lo sguardo puntato verso l’ “oltre” senza esonerarsi dal peso della storia ma portando in essa, a qualunque costo, sentimenti reciproci di benevolenza ad immagine di Cristo che, come scrive Paolo nel passo della Lettera ai cristiani di Roma che oggi si legge, non ha disdegnato di farsi nostro servitore per aprirci alla gioia vera.

Si può preparare la strada nei nostri deserti, si deve … poi Lui verrà e ci colmerà di pace e di vera armonia … come non lo immaginiamo neanche ma sarà oltre ogni nostra attesa!




Leggi anche: