IV Domenica di Pasqua (B) – Conoscere Dio

 

VIA DI SALVEZZA

At 4, 8-12; Sal 117; 1Gv 3, 1-2; Gv 10, 11-18

 

Gesù buon pastore, icona (Monastero di Ruviano)

Gesù buon pastore, icona (Monastero di Ruviano)

C’è una conoscenza che passa da Dio al mondo, e che dal mondo dovrebbe tornare a Dio. La conoscenza fa il discepolo; il mondo, di contro, è caratterizzato dalla non-conoscenza di Dio! Da questa non-conoscenza nascono tutte le derive del mondo.

Purtroppo, nella predicazione e nella prassi cristiana, da un certo momento in poi si è voluto saltare “a piè pari” la necessità della conoscenza; e per paure legate all’eresia gnostica, che ad un certo punto parve dilagare, la comunità cristiana cominciò a non parlare più di “gnosis” (cioè,  di “conoscenza”), e a non parlare più della necessaria relazione di conoscenza tra il credente ed il Signore. Nel tempo, si è creato così un cristianesimo in cui si è obliato che per una vera fede, per una vera adesione al Dio dell’Evangelo, è necessaria al primo posto la conoscenza di Lui.
Una conoscenza che certamente non è nè conoscenza intellettuale nè conoscenza filosofica, quella cioè che la gnosis ereticale predicava, ma una conoscenza “penetrativa”, esistenziale, esperienziale! Non si può cioè appartenere al Dio della storia se non si è fatta esperienza storica, concreta, e vitale di Lui. Il Dio della storia è Colui che ha una tale relazione con la storia degli uomini da assumerla definitivamente nell’Incarnazione del Figlio.

La testimonianza apostolica, così come la testimonianza dei padri nella fede di Israele, è testimonianza di un incontro che salva, di un incontro che fonda una conoscenza, la nostra, e si fonda sulla conoscenza che Dio ha di ciascuno di noi.
Non si può essere autenticamente discepoli di Cristo se non si mettono le fondamenta su questa conoscenza.

I testi della Scrittura di questa domenica mi pare che abbiano uno sfondo comune: la conoscenza di Cristo è via di salvezza; ma l’espressione “conoscenza di Cristo bisogna intenderla in due direzioni: la conoscenza che Cristo ha di me, e la conoscenza che io posso avere di Lui.

Pietro, nel racconto di Atti che è la prima lettura di oggi, annunzia un nome in cui c’è salvezza: il nome di Gesù, il Crocefisso Risorto. Chi conosce quel nome, chi conosce la sua storia pasquale, può sperimentare la salvezza. Pietro lo dice chiaramente: non ci si può affidare ad altri nomi, ad altre conoscenze: «Non vi è altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale è stabilito che possiamo essere salvati».

Al cuore del passo di Giovanni che oggi si proclama c’è Gesù che si auto-rivela come il Pastore bello, un pastore bello-buono perché capace di fare una cosa straordinaria: dare la vita per le pecore! Un dare la vita che non è però per un tutti indistinto, ma per ognuno: perchè Lui conosce le sue pecore, e questa conoscenza apre alla conoscenza di Lui. Il Quarto Evangelo – come spesso accade! – diventa qui davvero vertiginoso, poiché fa riferimento ad una reciproca conoscenza, calcata sulla conoscenza che il Padre ha del Figlio ed il Figlio ha del Padre.
La comunione trinitaria, la vita trinitaria, è dunque la conoscenza che il Padre ha del Figlio ed il Figlio del Padre; e una conoscenza così è quella a cui sono chiamati coloro che appartengono al gregge del Pastore bello-buono!

Lo sguardo del Pastore si allarga ad ogni uomo, come ci dice Giovanni fin dal secondo capitolo dell’Evangelo: «Egli conosceva ciò che c’è in ogni uomo» (cfr Gv 2, 25); i confini della conoscenza del Pastore sono infatti grandi come quelli dell’umanità: «E ho altre pecore che non sono di quest’ovile; anche queste devo condurre; ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore».
L’ascolto genera la conoscenza, e la conoscenza genera l’amore: questa è una via chiara per il discepolato, ed il Quarto Evangelo lo sottolinea con vigore.
La conoscenza spalanca le porte ad un Signore che dona la vita: quando si conosce un Signore così, cosa fare se non aprirgli le porte? Giovanni per ben due volte in questi pochi versetti di questa domenica ci dice che il «Pastore bello offre la vita», ed è questo ciò che lo rende kalòs, cioè bello-buono.

E’ una bellezza strana, una bellezza che non “convince” razionalmente, ma che ci vince! In fondo il mistero pasquale vuole questo: che ci lasciamo vincere da quell’amore tanto oltre ogni nostra immaginazione, oltre ogni logica “convincente”.

Chi riesce a conoscere questa bellezza entra nella novità di vita che è la salvezza!

p. Fabrizio Cristarella Orestano

Natale del Signore (B) – Nel cuore di ogni uomo

 

ALLA SCOPERTA DELLA “STANZA BELLA

 

Notte Is 9, 1-3.5-6; Sal 95; Tt 2,11-14; Lc 2, 1-14

Aurora Is 62, 11-12; Sal 96; Tt 3, 4-7; Lc 2, 15-20

Giorno Is 52, 7-10; Sal 97; Eb 1,1-6; Gv 1, 1-18

 

Pastori, Monastero di Ruviano

Pastori (Icona, Monastero di Ruviano)

Il Natale viene sempre per riportarci nella fede, nell’autentica fede cristiana ad un senso di piena fiducia in un compimento e in una verità cui tutti aneliamo. Sì, tutti vi anelano, anche quelli che imboccano vie di non-senso, di morte, di violenza, di avidità, di prevaricazione (e a volte – troppo spesso – anche noi credenti siamo contagiati da queste vie insensate, le scegliamo e ne percorriamo dei bei tratti!); vi anelano poi anche quelli che hanno nel più profondo un desiderio di senso e di pienezza…
Ce ne convinciamo a partire dai nostri sogni più radicati, a partire da quella “stanza segreta” che ciascuno di noi sente dentro, e in cui albergano affetti, ricordi, dolcezze, nostalgie, desideri di pace; ove albergano le cose più “sante” che sono patrimonio della nostra piccola storia personale… E se questo è vero per me, questo luogo profondo – mi dico – sarà vero per tutti gli uomini, anche per quelli che giudichiamo “cattivi”, quelli che compiono nefandezze.

Il Natale viene a ricordarci la bellezza dell’uomo, al di là di ogni pessimismo, di ogni lettura disperata del reale e della storia, non perché ci infonde un senso di passeggera bontà (questa è una delle mistificazioni del Natale), ma perché ci ricorda che l’uomo è bello-buono (cfr Gen 1, 31) in quanto viene dalle mani di Dio, e perché Dio stesso l’ha creato perchè fosse sua dimora, tanto che, in un giorno benedetto e santissimo di questa storia, Lui si fece uomo e volle abitare in mezzo a noi.

Il Natale allora viene a togliere dalla storia la disperazione; viene a dire all’uomo che non è parte di un gorgo insensato di eventi, che non è una dei miliardi e miliardi di “formiche” che si sono affannate su questa terra per poi cadere nel nulla. Il Natale viene a dirci che non siamo nè senza senso nè abbandonati. Non siamo venuti dal caso, e non siamo abbandonati a noi stessi ed a quel vortice di egoismi e ingiustizie che abbiamo creato con la terribile “legge del più forte”.

Natale ci racconta di un Dio che sceglie di farsi compagno dell’uomo, e che viene a vivere con noi e per noi; che viene a vivere per insegnarci a vivere in questo mondo, come scrive Paolo nella sua Lettera a Tito che stanotte si legge in tutte le nostre liturgie.
Natale viene a dirci che, tra le tenebre che noi abbiamo prodotto, una luce brilla!
Natale viene ad assicurarci che davvero nel cuore di ogni uomo c’è quella “stanza bella”, e che bisogna gridare a tutti di aprirla e leggerne il contenuto, di aprirla e darvi accesso a quel Dio che non volle guardare a distanza l’umano, ma lo fece suo e suo per sempre.

Natale viene a garantire che Dio è fedele, e che nessuna sua parola va a vuoto; che le sue promesse si realizzano ed anche al di là di ogni immaginazione, anche al di là di ogni promessa stessa; le fedeltà di Dio trascendono sempre le sue stesse promesse, realizzano di più di quanto la promessa aveva fatto intravedere e sperare!
Nessuna promessa messianica, infatti, aveva mai osato sognare che il Messia sarebbe stato Dio stesso! Eppure, nella mangiatoia di Betlemme, Maria avvolge in fasce il suo figlio che però è anche il Figlio eterno di Dio, che è la Parola fatta carne, come scriverà Giovanni (cfr Gv 1, 14); è cioè Colui che dona senso a tutto, e che viene ad abitare la nostra umanità. E, se la Parola si è fatta carne, il senso può abitare l’uomo, la sua carne, la sua storia.

Natale viene a spazzar via ogni insano pessimismo, ogni disperazione: camminiamo verso un compimento, un compimento tanto più grande di quanto avremmo potuto immaginare a partire dalla Promessa!

Natale, però, non viene a portarci un passeggero ottimismo!
Natale è esigente perché ci narra l’amore di Dio e la sua compromissione con noi e per noi. E’ esigente perché chiede ai credenti di farsi spazio per Dio, perché Lui continui a piantare la sua tenda tra di noi. Dio ha bisogno di “terra” per compiere le sue promesse! Non possiamo prestargliela, no! Bisogna dargliela, tutta e con fiducia.

Questo è il compito di noi cristiani, dare la nostra “terra” a Lui, per tutti…perché Lui venga ogni giorno, e venga poi nell’ultimo giorno! A noi è richiesta questa consegna del nostro “terreno”, della nostra umanità…a noi è richiesta questa consegna per tutti gli uomini, in favore di tutti gli uomini.

Oggi siamo chiamati a credere che l’uomo (ogni uomo!) è oggetto dell’amore di Dio: Pace in terra agli uomini amati dal Signore, così cantano gli angeli del Natale…e noi, per questa pace, abbiamo la vocazione di consegnare il nostro “terreno”…
Lo fece Israele, lo fece Maria, lo fece Giuseppe…e venne Gesù, “il più bello tra i figli dell’uomo” (cfr Sal 45, 3) e in quella bellezza di Lui c’è ogni bellezza e bontà che possiamo sognare. Se anche noi faremo lo stesso nella nostra generazione, Gesù verrà ancora, nel nostro oggi, e porterà bellezza e compimento a questa storia tante volte immersa nel sangue, nella tenebra e nel non-senso, ma chiamata da Dio ad essere ben altro.
Ecco perchè la storia ha bisogno di santi, di uomini che sappiano dare “terreno” a Dio, il loro “terreno”, uomini disposti a lasciarsi “espropriare”…

Natale chiede santi! Solo vivendo questa lotta per la santità potremo decentemente fare Natale! Il resto è folklore, è dolciume senza dolcezza, è luce artificiale, è illusione di bontà che dura un giorno, e di una pace che è solo piccola ed ingannevole tregua.

p. Fabrizio Cristarella Orestano

IV Domenica di Pasqua – Io sono il Buon Pastore


CHIAMATI PER NOME

At 2, 14.36-41; Sal 22; 1Pt 2, 20b-25; Gv 10, 1-10

 

Gesù buon pastore, Monastero di Ruviano

Gesù buon pastore, Monastero di Ruviano

La cosiddetta domenica del “buon pastore”… se leggiamo bene i primi versetti del decimo capitolo di Giovanni, ci accorgiamo che non c’è, sulle labbra di Gesù, l’espressione di auto-rivelazione così tipica del Quarto Evangelo: “Io sono il buon pastore”.

La prima parte del discorso lascia a noi la responsabilità di comprendere di cosa Gesù stia parlando, di chi Gesù stia parlando con la similitudine del pastore e, di contro, con la similitudine del ladro e poi del mercenario.

L’inizio del capitolo mette in scena due figure (il pastore e il ladro), e ce ne mostra il comportamento: uno, il ladro (“kléptes”) che è un brigante, un predone, un lestofante (“lestés”) entra in modo furtivo e furbesco,  si arrampica (“anabaίnov”) da un’altra parte, e non passa dalla porta; l’altro, il pastore, riceve invece la possibilità di entrare da guardiano. Chi è il guardiano? Dice il salmo 121, 4-5 che il “Signore è il custode di Israele e che non si addormenta nè prende sonno Lui che è il custode di Israele”. Ora, al di là delle parole che sono diverse (Giovanni dice “thuroròs” cioè “portinaio”, e il salmo usa la parola ebraica “somer” che significa appunto “custodente”), il senso è lo stesso; dunque questo guardiano-custode-portinaio adombra il Padre, il Dio dei Padri che ha inviato suo Figlio; è Lui il custode che apre la porta perché il pastore possa giungere presso le pecore… e il pastore chiama ciascuna per nome. Un chiamare per nome che fa scoprire alle pecore di essere amate e conosciute; le pecore scoprono poi che questo pastore sempre le conduce e  sempre le precede. E’ questo un comportamento strano per un pastore che, in genere, segue il gregge per controllarlo; questo pastore, invece, non è un controllore, ma una guida, è uno che precede, è uno che non fa andare avanti le pecore ma le precede in tutto; affronta per primo lui i rischi del terreno e i rischi dei possibili nemici; è sempre davanti!

La comunione tra il pastore e il gregge è affidata al seguire ed al riconoscere la voce; insomma è parte del gregge di questo pastore colui che si fida dei suoi passi e lo segue, e chi riconosce la sua voce. Questo pastore somiglia tanto al Pastore di Israele che guidò i figli di Israele nel cammino verso la libertà; Lui chiedeva ad Israele solo due cose: fidarsi dei suoi passi e dei suoi cammini e riconoscere la sua voce, riconoscere cioè la sua presenza (cfr Sal 95, 8-9); ricordiamo, infatti, che l’esperienza di riconoscere la voce precede sempre quella di comprendere le parole; se non si riconosce la voce, se non si sa cioè dinanzi a chi ci si trova, non è possibile  neanche comprendere a pieno quello che ci viene detto.

Questo pastore, di cui Gesù sta parlando, ha i tratti di Dio, ed è terribile che Giovanni dica che gli astanti non compresero quella similitudine: non riescono cioè a riconoscersi e a riconoscere, non riescono a riconoscere che il Pastore di Israele si è fatto presente in Gesù di Nazareth;  non riescono quindi a riconoscersi suo gregge, non lo seguono e non riescono a sentire la sua voce e a riconoscerla.

Al capitolo seguente Gesù ci mostrerà subito uno del suo gregge che riconosce la sua voce e lo segue; e lo segue uscendo dalle ombre della morte, passando attraverso di Lui dalle tenebre alla luce della vita: “Lazzaro, qui fuori!” (cfr Gv 11, 43). Lo chiama per nome, e Lazzaro esce, riconosce la vocepassando dalla schiavitù della morte e dalle tenebre della tomba alla libertà della vita! Lo stesso avverrà alla fine dell’Evangelo, quando un’altra “pecora” del gregge si sentirà chiamare per nome e passerà, attraverso Gesù, dalla notte della disperazione e del pianto al giorno luminoso di Pasqua: “Maria!” dirà il Risorto, e la Maddalena riconoscerà la voce, e lo seguirà, annunziando ai fratelli che Lui li precede presso il Padre (cfr Gv 20, 11-18).

Lazzaro di Betania e Maria di Magdala comprendono la similitudine e passano attraverso Gesù alla vita nuova; si inserisce a questo punto il secondo paragone che Gesù qui “accumula”: c’è anche una porta e qui c’è l’auto-rivelazione: Io sono la porta delle pecore; prima di auto-rivelarsi quale pastore bello (“o kalòs poimén”, il “pastore bello-buono”) Gesù ci dice che Lui è la porta. Per seguirlo, cioè, si deve passare per Lui, ed è un’accumulazione questa che non ci deve nè confondere nè meravigliare. Si passa attraverso Gesù per poi mettersi a seguirlo. Se si passa attraverso di Lui si comprende la similitudine; se si è disposti a far passare la propria vita per quella porta che Lui è, si giunge a quei pascoli di vita in cui Lui sempre ci precede.

Negli Evangeli di Matteo e di Luca si parla di una porta stretta (cfr Mt 7, 13-14 e Lc 13,24) attraverso cui si deve passare, e bisogna lottare per passarvi. Il Quarto Evangelo è come se facesse una “omelia” su quei testi sinottici, spiegandoci cosa sia quella porta stretta di cui ci parlano: quella porta stretta non è “qualcosa”, ma è “Qualcuno”; certamente è l’Evangelo ma l’Evangelo è Gesù, è Lui! L’Evangelo è la sua strada, una strada che passa per la porta stretta del voltare le spalle a se stessi, del “dare la vita”.

L’Evangelo di questa domenica si conclude con le parole di Gesù che, spiegando la differenza tra il ladro-brigante e il pastore, parla di sé: è venuto perché noi abbiamo la vita e l’abbiamo in abbondanza. E noi conosciamo quale sia il prezzo della vita donata a noi abbondantemente: il prezzo è la sua stessa vita! Vita per vita! E’ quanto abbiamo celebrato a Pasqua! La porta stretta è “solo” questo, dare la vita…dare la vita per trovare vita; chi passa per Gesù passa per la porta del dono della vita ma ritrova la vita in abbondanza.

Se si è disposti a comprendere questo, allora si dice al “pastore bello-buono” e se ne scoprono i tratti: sono quelli di Gesù di Nazareth, il Messia crocefisso e risorto che ci precede presso il Padre. Chi riconoscerà i tratti del pastore bello-buono la smetterà di seguire i mercenari ed i ladri che indicano vie larghe e facili, ma che conducono al non-senso ed al vuoto.

Il pastore bello conduce alla bellezza e alla vita! Consegniamoci a quelle mani che ci tengono stretti senza soffocarci, mani che ci indicano una via sulla quale abbiamo una grande certezza, Lui ci precede. Sempre!

p. Fabrizio Cristarella Orestano