Ascensione del Signore (Anno C) – Una Patria oltre la storia

 

GUARDARE IL CIELO

 

At 1, 1-11; Sal 46; Eb 9, 24-28;10, 19-23 opp. Ef 1, 17-23; Lc 24, 46-53

 

L’Ascensione del Signore è l’ora in cui, come dice Isaia (cfr Is 55, 10-11) la Parola torna a Dio dopo aver compiuto ciò per cui era stata mandata! Ha fecondato la terra degli uomini con il suo amore fino all’estremo, ci ha consegnato il Volto del Padre nella sua verità e bellezza senza le distorsioni delle religioni, ha dato i semi per il pane della vita, ha consegnato ai suoi il “mandatum novum” con cui potranno narrare l’amore che salva e potranno mostrare di chi sono discepoli. Ora torna al Padre dopo aver adempiuto la sua missione. Questo ritorno però non è un abbandono del mondo e della Chiesa nata dalla sua Pasqua…Luca, autore degli Atti, di cui oggi abbiamo letto l’inizio, e dell’Evangelo di cui oggi abbiamo letto la conclusione, ci narra questo mistero dell’Ascensione in due modi diversi e complementari. La pagina conclusiva dell’Evangelo è una pagina colma di benedizioni!

L’Evangelo si era aperto con una benedizione mancata, quella del sacerdote Zaccaria, padre del Battista, che, reso muto dalla sua incapacità a fidarsi, non riesce a benedire il popolo in attesa all’esterno del Santuario (cfr Lc 1, 22-23); ora, nell’ultima pagina dell’Evangelo, quella benedizione sospesa allora scende su tutta l’umanità con abbondanza e pienezza e rende i discepoli del Cristo capaci di una lode benedicente a Dio; infatti il tutto si conclude con i discepoli che stanno sempre nel tempio lodando e benedicendo Dio.

Il Cristo risorto in questo giorno porta la nostra carne nel cielo, nel grembo di Dio; l’uomo finalmente trova la sua dimora; Gesù, uscito dalla terra dei sepolcri, porta la nostra umanità nella terra di vita eterna, nel grembo dell’Amore che è Dio! Da quel giorno benedetto, che oggi celebriamo, la Pasqua giunge alla terra promessa e noi comprendiamo qual è la meta del nostro cammino nella storia: chiamati a trasformare la storia con l’annunzio dell’Evangelo della remissione dei peccati (cfr Lc 24, 47), noi discepoli di Gesù sappiamo che la patria è oltre la storia. Siamo chiamati ad amare la storia senza fuggirla ma sapendo di essere in essa pellegrini e forestieri (cfr 1Pt 2, 11) e con lo sguardo capace di desiderare l’oltre. Tutto questo sarà possibile perché i discepoli del Cristo sono pieni della benedizione di Lui. Le mani di Gesù, levate sui suoi, sono l’ultima immagine di Lui che essi devono custodire; le mani del Cristo, trafitte per amore, che si levano a benedire: una benedizione su loro che sono il principio della Chiesa, una benedizione che si stende su tutta la storia; la prima volta, infatti, Luca scrive che Gesù li benedisse, ma poi ribadisce questa benedizione: mentre li benediceva.
Così Gesù ascende al cielo, mentre li benediceva…è una benedizione che si prolunga per i secoli, che si estende sulla storia da Colui che, uscito dalle strettoie del tempo e dello spazio, ora può essere presente in ogni tempo ed in ogni luogo. La benedizione, allora lo comprendiamo, è dichiarazione di presenza, di una presenza altra, una presenza sottratta ai sensi e ravvisabile solo nella fede.

I due racconti di Luca ci mostrano che questa assenza-presenza del Signore Risorto inaugura un tempo nuovo in cui la Chiesa è invitata non solo a guardare in alto (in verità gli angeli del racconto di Atti chiedono ai discepoli di non fissarsi a guardare in alto), ma a compromettersi con la storia che attende un annunzio di salvezza e di liberazione; questo annunzio dal giorno dell’Ascensione occupa un frattempo che durerà fino a quando si vedrà tornare Gesù allo stesso modo in cui lo si è visto andare in cielo. Un frattempo che è carico allora di responsabilità per coloro che hanno sperimentato il suo amore e la sua misericordia.

L’Ascensione non è allora giorno di addio, ma giorno di nuova presenza che genera responsabilità attiva e feconda.

Oggi forse l’ammonimento degli angeli dell’Ascensione andrebbe riformulato all’uomo del nostro tempo, troppo dimentico di guardare al cieloUomini di questa storia, perché non guardate più il cielo? Chiesa di Cristo perché non guardi più il cielo dove è entrato Cristo che da lì tornerà?

Chi non guarda più il cielo non è più neanche capace di portare alla storia le ragioni del cielo…Chi non guarda più il cielo non è capace di leggere a pieno la storia, la imprigiona nelle maglie dell’effimero, del transitorio; chi non guarda più il cielo si incatena ad una incapacità di cogliere il senso…troppi giorni restano privi di senso… una Chiesa che non guarda più il cielo rischia troppe volte di trasformarsi in un ente benefico tra i tanti, incapace di raccontare Cristo alla storia, riceverà anche tanti applausi ma lascerà tutto come l’ha trovato perché, troppo affaccendata, non ricorda più Cristo; chi non guarda più il cielo non è capace di vivere a pieno la storia e compromettersi in essa per le ragioni del cielo e inevitabilmente lo farà solo per le ragioni della terra con tutti rischi che ne conseguiranno per la sua identità di Chiesa…e le ragioni del cielo sono tutte racchiuse nel corpo del Cristo, trafitto e glorioso, che, come scrive l’autore della Lettera agli Ebrei è assiso  nei cieli per intercedere in eterno per noi, Lui che è benedizione per tutte le genti. Le ragioni del cielo sono racchiuse in Lui e nel suo amore fino all’estremo, un amore che solo le ragioni del cielo possono sostenere…

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 




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 DIO E’ FEDELE

Nm 6, 22-27; Sal 66; Gal 4, 4-7; Lc 2, 16-21

 

Trittico dell'Ascensione, Circoncisione,(particolare), di Andrea Mantegna - Galleria degli Uffizi, Firenze

Trittico dell’Ascensione, Circoncisione,(particolare), di Andrea Mantegna – Galleria degli Uffizi, Firenze

Il mistero dell’Incarnazione di Dio è benedizione per tutti i figli di Adam, per tutto il creato loro affidato fin dal giardino dell’“in principio” (cfr Gen 2, 15); ed è dono all’umanità tutta, che in Maria diviene terra per Dio!
Il mistero dell’Incarnazione è benedizione che giunge ai figli di Adam ed al cosmo attraverso Israele e attraverso le promesse di cui Israele fu ed è custode.

L’anno nuovo, nell’ottava del Natale, inizia così, con questa benedizione! Oggi dovremmo semplicemente lasciarci inondare dalla piena tenerissima di questa benedizione che ha un nome preciso: Gesù.

Il primo giorno dell’anno la Chiesa lo vuole dedicare non a riti strani e propiziatori, come avviene in tutte le culture, ma ad una serena contemplazione di ciò che è davvero questa benedizione, nella quale possiamo vivere il nostro tempo: quello che ci è dato; quello che misuriamo con le nostre convenzioni ed i nostri calcoli; quello che scorre, e che oggi giunge a declinare un numero preciso, 2015 dell’era cristiana; quel tempo che Dio ha riempito della sua Grazia, e nel quale possiamo gustare la sua presenza che salva! Oggi ci è detto che lo scorrere del tempo sull’orologio, sul calendario, il kronos, in Cristo è stato fatto kairòs, luogo cioè della Grazia, luogo di incontro con l’eterno, di incontro con Dio che trasfigura la storia.

Oggi la Chiesa celebra la Solennità di Maria Santissima Madre di Dio: “Madre di Dio”,  il più grande titolo mariano … E’ Solennità che rinvia immediatamente a Cristo ed alla verità della sua carne come carne di Dio; non allora in primo luogo una celebrazione mariana, ma ancora una celebrazione della verità dell’Incarnazione di Dio. Il dogma ci dice che Maria, donna di questa nostra umanità, è Madre di Dio perché Colui che da lei nacque, e che legittimamente la chiamava “madre”, è il Verbo eterno di Dio, consostanziale a Dio, Lui stesso Dio! La grandezza paradossale di questa verità della nostra fede, posta dalla Chiesa al primo di gennaio, vuole chiedere ai cristiani di vivere il tempo in un’ottica nuova, in un’ottica di infinita speranza.
Infatti se il tempo, la storia, la nostra carne sono stati così riempiti ed assunti da Dio, non c’è più spazio per il non-senso, per lo scorrere di una clessidra che si consuma fino al nulla … se il tempo, la storia, la nostra carne sono stati luogo di Dio, nulla è più senza sbocco, nulla è più senza la possibilità della luce … “Se anche vado nell’oscura valle della morte non temo alcun male” cantò il santo profeta Davide (cfr Sal 23, 4). In Cristo Gesù questo è vero per sempre!

La liturgia di questo primo giorno dell’anno, se la sappiamo scrutare con cuore attento, ci mostra una radice santa di questa grande luce, nella quale ci è data la possibilità di vivere il tempo, la nostra storia in modo diverso …

L’Incarnazione è certamente un “novum” stupefacente ed inatteso, ma è tale perché compimento fedele delle promesse di Dio; in Gesù, Verbo eterno che pone la sua tenda tra noi facendo di una di noi la Madre di Dio, è il nostro salvatore, la nostra speranza, la sola via in cui possiamo trovare la nostra verità di uomini perché è il Messia di Israele, il Figlio di David,  è il Promesso al Popolo dell’Alleanza e delle benedizioni.

Luca  sottolinea tutto ciò con straordinaria acutezza, narrandoci della circoncisione di Gesù all’ottavo giorno dalla sua nascita, secondo le prescrizioni della Torah. A Gesù è stato impresso nella carne il segno dell’Alleanza con Israele, e così è fatto ebreo, ed ebreo per sempre! Così ci ha salvati! Solo così poteva salvarci: è la sua carne ebraica che, segnata dalla circoncisione, è la carne del Messia! Il Messia poteva esserci dato solo da Israele secondo le promesse!

Oggi la liturgia ci dice che non basta che il Figlio di Dio si sia fatto carne e che sia stato deposto nella mangiatoia di Betlemme; è necessario che quella stessa carne venga circoncisa; che sia carne di un figlio di Abramo perché sia il Messia e il Salvatore!
Se dimentichiamo questo, facciamo di Gesù quel che non è, il contrario di quello che è; ne facciamo un messia disincarnato! Se dimentichiamo infatti che il Verbo nato da donna, l’annunziatore del Regno, il Crocifisso, il Risorto è adempimento delle promesse ad Israele in una carne di ebreo, dimentichiamo allora che Egli ci ha salvati, come scrive Paolo (cfr 1Cor 15, 3-4), e come il Simbolo della fede ci fa ripetere ogni domenica, secondo le Scritture, essendo cioè adempimento della Promessa fatta ad Israele Popolo santo di Dio, scelto tra i popoli per essere luogo di questo avvento della benedizione per tutti i popoli (cfr Gen 12, 3).

Per questo oggi la liturgia della Parola si è aperta con la pagina del Libro dei Numeri (cfr Nm 6, 22-27), in cui è consegnata la benedizione che Aronne ed i suoi figli dovevano pronunciare su Israele: la benedizione consisteva nel pronunziare tre volte sul popolo il Santo Nome del Signore; e quel Nome posato sul popolo per tre volte ne definiva la santità, ne proclamava l’alterità. Con l’Incarnazione, il Nome che salva è Gesù! Nome che contiene il Santo Nome del Dio dei Padri, e che proclama che quel Dio salva tutti i popoli (“Jeoshua” significa proprio “JHWH salva”) … Ed oggi quella benedizione, attraverso Gesù Cristo, appartiene a tutte le genti!

Lui, adempimento di tutte le promesse fatte ad Israele; Lui, ebreo e Messia di Israele nella discendenza di David (cfr Lc 2, 27; Mt 1, 20) fa brillare su tutti gli uomini il Volto di Dio; Lui concede la vera pace ai figli di Adam, che di questa pace sono assetati, ma che tragicamente la cercano spargendo sangue, odio e morte …
Chi accoglie Lui accoglie la vera pace, e comincia a desiderare la vera pace senza inganni mondani … Chi accoglie Lui è riempito di quello stupore di cui l’Evangelo di oggi ci ha parlato, l’unica via per non essere chiusi nel “vecchio” e per aprirsi a quella speranza nella quale far scorrere i giorni, costruendo un mondo nuovo nella pace.

Dio è fedele, e sulla sua fedeltà possiamo giocarci i nostri giorni senza temere; possiamo comprometterci con la storia, perché Dio, in Cristo Gesù, non ha temuto di compromettersi con la nostra carne e la nostra storia.

Lasciamo irrompere in noi la pace e la luce di Cristo e tutto sarà nuovo!
Questo è ciò che dobbiamo sperare per l’anno di Grazia che sta iniziando. Il resto sono solo auguri vuoti e parole convenzionali!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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  RIEMPIRE DI DIO IL NOSTRO TEMPO

– CIRCONCISIONE DI GESU’ – 

  

  Nm 6, 22-27; Sal 66; Gal 4, 4-7; Lc 2, 16-21  –

 

Madonna che legge, Giorgione (Oxford)

Madonna che legge, Giorgione (Oxford)

Il tempo… l’inizio di un nuovo anno solare può essere sempre occasione per leggere e rileggere il valore del tempo… il tempo è il grande “contenitore” di tutto ciò che siamo; se ci pensiamo la nostra stessa vita, la vita di ogni uomo, è racchiusa tra due indicazioni di tempo, una nascita ed una morte; il “frattempo” tra queste due date è la vita di ciascuno, e l’intreccio dei nostri tempi personali crea la grande storia dell’umanità, anche in questo nostro oggi. Tutti quelli che sono i viventi interagiscono e “creano” il sapore, il colore, la bellezza, la bruttezza, la luce o le tenebre di ogni oggi!

La data, in fondo convenzionale, del primo di gennaio ci porta a riflettere su un altro tratto di questo tempo, comune e personale, che è trascorso, e di quel tratto di tempo che nuovamente si apre dinanzi a noi. Un tempo che ci è donato perchè sia “sensato”, perchè sia, cioè, gustato come tempo in cui siano intrecciate relazioni veramente umane, in cui accogliersi, in cui anche dire parole critiche su ciò che imbarbarisce e disumanizza, in cui dire parole di edificazione di un mondo realmente più umano…dire parole e compiere atti umani ed umanizzanti…

Il tempo è lo scorrere dei giorni; è il “kronos che tutto divora; è lo scorrere inesorabile della sabbia nella clessidra; è il girare dei giorni del calendario che più non tornano indietro … è quel correre che ci avvicina sempre più a quella seconda data che conclude la nostra vita…il tempo è anche questo “kronos” inesorabile. La rivelazione, però, ci annunzia una cosa sorprendente: il “kronos” è abitato da Dio, da un Dio che si è voluto far presente nello scorrere del tempo, trasformando così il “kronos” in luogo di grazia, in  “kairòs”, in occasione di vita, di pienezza, di bellezza, di senso.

La prima lettura di oggi  è data dalla pagina del Libro dei Numeri che contiene la cosiddetta Benedizione di Aronne, la benedizione sacerdotale che il Signore consegna a Mosè per il popolo. Benedire non è un atto scaramantico per una generica protezione, benedire non è un atto teso a rassicurare che tutto vada bene; la benedizione è proclamazione di presenza e promessa certa di presenza. Il Signore dice a Mosè che Aronne ed i suoi figli dovranno “porre il Nome sugli israeliti”: infatti la formula di benedizione contiene la triplice ripetizione del Nome di Dio sul popolo; il Nome che assicura la presenza (JHWH cioè COLUI CHE C’E’) è pronunziato tre volte sul popolo donando protezione, luce e sorriso di Dio (è il senso del far brillare il Volto), e quindi amicizia ed amore paterno da parte di Dio. Una presenza che approda al dono dei doni, che è lo shalom, la pace; una presenza capace di trasformare la storia del popolo, una presenza che dona al tempo del popolo di Dio il sapore ed il profumo di Dio!

L’Evangelo ci dice che la benedizione di Dio, la sua presenza, si è fatta carne in Gesù; è Lui la presenza che salva, è Lui la presenza che dona luce, senso, pace … E’ Lui la possibilità di una nuova umanità.

Lo stesso nome del Figlio di Maria contiene una benedizione; è nome che proviene dall’alto (gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall’angelo prima di essere concepito…), è un nome che promette salvezza (Jeshù, cioè “JHWH salva”). Il nome che salva è imposto al Bambino nell’ora della sua circoncisione, nell’ora in cui quel Bambino santissimo è inserito nell’Alleanza per cui il Figlio di Dio, il Figlio di Maria è per sempre figlio della Promessa, figlio del Popolo santo di Israele, e perciò può esserne compimento; e, dunque, può essere Figlio di Davide, Messia e Salvatore! In Gesù si adempiono tutte le promesse della Prima Alleanza, e la sua circoncisione è di capitale importanza per questa storia di fedeltà di Dio!

Il tempo degli uomini è riempito da Dio e dalla sua presenza che salva … il Figlio, entrato nella storia, nel tempo, santifica definitivamente il tempo, ne fa luogo santo; tutta la storia è santificata dallo scorrere in essa dei giorni di Gesù di Nazareth…il suo kronos fa diventare kairòs tutta la storia…luogo in cui davvero è possibile incontrare Dio. Il suo aver respirato l’aria del mondo ha fatto per sempre del kronos un kairòs: ora tocca a noi cogliere questa grazia e annunziarla, ora tocca a noi fare la nostra parte nello scorrere della storia.

Quale questa nostra parte?

Cosa chiedere per noi al Signore all’inizio di questo nuovo anno?

L’Evangelo di oggi ci presenta Maria come modello del discepolato: il discepolo, in fondo, è colui che ha colto il kairòs e fa dunque del suo tempo un tempo di Dio.

L’Evangelo si è aperto con i pastori  che, incredibilmente, annunciano l’Evangelo alla Madre di Dio e a quanti sono lì presso la mangiatoia. I pastori, per Luca, sono i primi evangelizzatori, i primi che, tra gli uomini, portano la buona notizia di Gesù.

E Maria cosa fa? Conserva tutte le parole che le sono state annunziate: il verbo greco è “suntéreo”, che sottolinea la cura con cui Maria conserva dentro di sè quelle parole, non perde nulla, non muta nulla. E’, inoltre, una custodia costante, prolungata, che durerà tutta la sua vita; Luca, infatti, usa per questo verbo il perfetto greco che esprime il prolungarsi, la continuità di un’azione; la vita di Maria diviene un custodire la parola, la vita del discepolo nella storia, nel tempo, è allora un custodire la parola che ha ricevuto, un custodire senza perderne pezzi per strada, senza mutamenti, senza addolcimenti o accomodamenti. Così il kronos diviene kairòs: riempiendo il kronos di questa cura che rende presente ed operante la Parola nella vita del discepolo, la Parola stessa diviene benedizione, presenza.

L’Evangelo però ci dice che questa custodia non è un atteggiamento passivo, quasi un sotterrare la parola perchè non venga rubata, mutata, dimenticata … no! Maria fa anche un’altra cosa, scrive Luca: al custodire,  l’evangelista aggiunge un participio sunballuousa”; Maria cioè custodisce “meditante”. Il verbo “sunbàllein” significa precisamente “confrontare”, “comparare”, “mettere assieme”: insomma Maria collega, confronta, mette assieme le parole che ha ascoltate e che custodisce. Maria è discepola fedele che custodisce la Parola, ma che anche fa crescere in sè la Parola cogliendone le profondità e le implicanze, cogliendone l’ampiezza e comprendendo la direzione che quella Parola prende nella sua vita e nella storia tutta. Pensiamoci: Maria ascolta parole di grandezza dai pastori (e ne aveva ascoltate anche da Gabriele!) circa quel Figlio, ma ora lo vede piccolo, fragile, deposto nella greppia ed avvolto in fasce; Maria deve mettere assieme grandezza e piccolezza, povertà e gloria di Dio … Maria è discepola che deve far entrare nella storia l’incredibile paradosso cristiano, quel paradosso che giungerà a proclamare che un crocefisso dà senso a tutta la storia del mondo, e trasforma per sempre il kronos in kairòs.

Per questo anno che inizia dobbiamo chiedere al Signore LA vera capacità di accogliere la benedizione che è Gesù, custodendo le sue Parole, facendole vivere e crescere nel nostro profondo.

Così questo anno 2014 diverrà anno di grazia!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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Ascensione di Nostro Signore – Mistero di estrema unità

UUOMO E DIO UNITI PER SEMPRE

At 1, 1-11; Sal 46; Eb 9, 24-28; 10, 19-23; Lc 24, 46-53

 

Il mistero dell’Ascensione è il primo dei due approdi della Pasqua: la carne dell’uomo che il Figlio ha assunto raggiunge la meta del “grembo di Dio”; il secondo approdo lo celebreremo domenica prossima nel mistero della Pentecoste, in cui il dono dello Spirito, promesso dal Risorto, viene ad abitare il credente e la Chiesa per condurli alla “trasfigurazione” di quella meta a cui già il Cristo, ascendendo al Padre, è pervenuto. Impensabili doni di Dio, esiti di portata tanto grande che la riflessione dei cristiani è ancora e sempre troppo debole su di essi.

Quest’anno la liturgia ci fa ascoltare la finale dell’Evangelo di Luca a cui fa da specchio il racconto dell’Ascensione con cui inizia l’altro libro dello stesso Luca: gli Atti degli Apostoli. Due racconti dello stesso evento, scritti dallo stesso autore ma con due narrazioni diversissime: il Libro di Atti, infatti, pone l’Ascensione al quarantesimo giorno dopo la Risurrezione, e l’Evangelo, invece, nel giorno stesso di Pasqua, in quel lunghissimo giorno di Pasqua nel quale, per l’Evangelo di Luca, accade tutto: le donne vanno al sepolcro, danno l’annunzio ai discepoli increduli; i due di Emmaus incontrano il Risorto e poi ritornano a Gerusalemme; i discepoli raccontano loro che, in quello stesso giorno, Pietro ha incontrato il Risorto; il Risorto stesso appare agli undici riuniti nel cenacolo e infine c’è l’andata al Monte degli Ulivi e l’Ascensione!

Luca esprime in due modi diversi una realtà di cui è ben convinto: il Risorto è presente per tutto il tempo della Chiesa con i suoi … il tempo della Chiesa, adombrato dal numero quaranta (numero che nella Scrittura indica “tutto il tempo giusto”!) negli Atti, o da quel lunghissimo giorno pasquale dall’Evangelo, è tempo in cui si può davvero fare esperienza del Risorto: si può mangiare e bere con Lui in una comunione concreta che riguarda tutto il nostro umano, si può ascoltare la sua parola e percepire le sue promesse, si può ricevere da Lui benedizione! Il tempo della Chiesa è colmo di questa benedizione del Risorto che è la sua presenza che salva e che chiama con il nome di figli tutti gli uomini “amati dal Signore” (cfr Lc 2, 14).

L’Evangelo di Luca era iniziato con una benedizione incompiuta, impossibile, una benedizione sospesa dal “mutismo” in cui è precipitato il sacerdote Zaccaria (cfr Lc 1, 20) dopo aver detto parole insipienti ed incredule all’angelo Gabriele, il quale gli aveva annunziato la nascita di un figlio. Uscito dal santuario, Zaccaria non potè benedire il popolo che attendeva fuori (cfr Lc 1, 21-23): una benedizione sospesa, non data; e Luca la terrà così, sospesa, per tutto l’Evangelo, finché nell’ultima scena, la scena appunto dell’Ascensione, ecco finalmente quella benedizione che la Prima Alleanza aveva lasciata incompiuta per mano di Zaccaria … Qui, in questa ultima pagina dell’Evangelo, Luca per ben due volte usa il verbo “benedire” (“eulogheĩn”): la prima volta, con un “aoristo”, indica un’azione puntuale che il Risorto compie sugli Undici (“li benedisse”), la seconda volta mostra una durata nel tempo di questa benedizione (“en tõ eulogheĩn autòn” = “nel benedire loro”): è quella benedizione tanto attesa che si estende su tutto il tempo della Chiesa … che raggiunge anche noi qui, ora! Questa benedizione, che è presenza che salva, che è compromissione di Dio con noi e con la nostra storia, ha le sue salde radici nel mistero dell’Ascensione… è dalla carne di Cristo, che è la nostra carne trasfigurata per sempre, che viene benedizione per ogni carne, per ogni uomo. Davvero in Cristo Risorto si compie la promessa fatta ad Abramo (“In te saranno benedette tutte le genti della terra” cfr Gen 12, 3). Il mistero dell’Ascensione non è allora mistero di separazione, è invece mistero di estrema unità tra la nostra natura umana e Dio! Per sempre uomo e Dio sono uniti in Cristo risorto e asceso al Padre. La carne del Risorto, con i segni della Passione e della morte, porta in Dio la nostra umanità concretamente storica, con il suo vivere, il suo soffrire e perfino con il suo morire…

L’Ascensione ci mostra la meta e ci chiede di essere, come Chiesa, ancora corpo di Cristo nella storia! Se il corpo di Gesù è stato sottratto alla vista ed al tatto dei suoi in questo giorno, il corpo di Cristo, che è la Chiesa, oggi riceve il mandato di essere la visibilità di Lui, la sua tangibilità in ogni oggi della storia.

Si celebra allora questo mistero se si permette al Cristo di essere ancora presente nella storia attraverso le nostre vite compromesse.

Nel giorno dell’Ascensione la Chiesa è chiamata a rendersi conto che il Risorto non è partito dalla storia, ma vi rimane presente nel corpo ecclesiale che custodisce la Parola, i Sacramenti e soprattutto vive la “koinonìa”, che è quella fraternità in cui il Cristo, seduto alla destra del Padre, si rende visibile e tangibile a tutti gli uomini! La Chiesa, vivendo questa presenza altra del Risorto, è fatta testimone di questa stessa presenza che essa può e deve narrare con la sua vita.

Se l’Ascensione è approdo dell’Incarnazione è anche rivelazione ai credenti di quale sia la meta di ciascuno e di tutti nella storia, di quale sia la meta del creato di cui l’uomo è vertice: la meta è lì “dove è seduto Cristo alla destra di Dio” (cfr Col 3,1)!

Se si smarrisce questa meta della storia oltre la storia che il mistero dell’Ascensione ci racconta, il rischio è grande: la Chiesa può pensare di essere nel possesso definitivo e non pellegrina, di essere il Regno e non seme del Regno, di essere meta e non di essere strada!

P. Fabrizio Cristarella Orestano




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