III Domenica di Quaresima – La brocca abbandonata

PLACARE LA NOSTRA SETE ALLA FONTE DELLA VITA

     Es 17,3-7; Sal 94; Rm 5,1-2,5-8; Gv 4, 5-42  

La Samaritana al pozzo

La Samaritana al pozzo (dal film Gesù di Nazareth)

Per tre domeniche ci distaccheremo dall’Evangelo di Matteo e ci faremo prendere per mano dall’Evangelo di Giovanni che, in questo Ciclo Liturgico A – il più antico per il tempo di Quaresima – ci fa percorrere un itinerario battesimale per condurci, nella Santa Notte di Pasqua, a rinnovare con vero e potente slancio la nostra identità di battezzati, e i nostri impegni battesimali.

Il dialogo tra Gesù e la donna samaritana è stupendo e complesso: ci narra il faticoso cammino di questa donna che incontrato Gesù, che stranamente le si è rivolto, ne riconosce in crescendo l’identità; questo dialogo ci consegna così delle parole chiave per il nostro faticoso cammino, per riaffermare quella signoria di Cristo che sola può appagare ogni nostra sete di vita e di senso.

La donna parte dal fare una domanda: Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe che ci diede questo pozzo? … è una domanda che forse ha pure un sapore ironico ma che, in qualche modo, smuove le sue certezze…per caso quell’uomo stanco è qualcosa di più di quello che appare? Dopo questa domanda, la donna affermerà che Gesù è un profeta e alla fine ascolterà, dalla bocca stessa di Gesù, che Lui è il Messia atteso … e questo annunzio andrà a portare ai suoi concittadini.

Il dialogo al pozzo risulta subito molto intrigante: per caso quel giudeo le rivolge la parola per corteggiarla? Per la Scrittura il pozzo è luogo di incontro amoroso: è lì che nacque l’amore di Giacobbe per la bella Rachele (cfr Gen 29,9 ss); al pozzo Mosè aveva incontrato le sette sorelle tra cui avrebbe scelto Zippora come sua sposa (cfr Es 2, 10-22) … Ed è proprio un “corteggiamento” quello che sta avvenendo al pozzo di Sicar, ma non nel senso che la donna poteva immaginare nelle sue categorie: quell’uomo sta cercando il suo cuore, il profondo cioè del suo essere; e lì porrà la sua parola, la rivelazione del suo vero volto. Quell’uomo non si presenta a lei affascinante e lusinghiero come Giacobbe, ma neanche forte come Mosè, che al pozzo difese Zippora e le sue sorelle dalla prepotenza degli altri mandriani… no! Quest’uomo si presenta a lei come mendicante, stanco e assetato; si presenta a lei con una debolezza che appare subito paradossale: ha sete ma ha un dono da dare; un dono che può cambiare per sempre il corso della vita di quella donna. Potrebbe non dover andare più al pozzo … le è balenata questa possibilità; l’acqua di cui quello strano giudeo le parla, zampillerà in lei come sorgente di vita eterna … non dovrà più fare la fatica di attingere ogni giorno acqua incapace di dissetare in modo definitivo.

Qui il Quarto Evangelo ci suggerisce di riflettere sulle nostre seti! Di cosa abbiamo sete? Come appaghiamo le nostre seti? Una cosa è certa: noi siamo creature assetate; assetate di vita, assetate di senso, assetate di qualcosa che possa placare le nostre inquietudini. Il problema è che spesso si va, con fatica e senza appagare le seti brucianti che si hanno, ad attingere acqua che non può dare risposte. La donna di Samaria di questo passo di Giovanni è una che ha cercato di placare la sua sete di vita e di senso con molti uomini … li ha chiamati “mariti”, ma sono stati per lei solo dei “signori” opprimenti. Ora c’è qui un uomo che, mentre le chiede da bere, pronunzia su di lei una parola che suona come un sospiro: Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti chiede da bere … tu stessa avresti chiesto a lui da bere … e l’evangelista qui pone tutto l’accento su quella dimensione tanto importante per la vita cristiana che è la conoscenza: se non si conosce il dono, e Colui da cui il dono è offerto, non si può entrare in quella vita nuova che appaga tutte le nostre seti. Conoscere è incontrare; conoscere è lasciarsi toccare nel profondo; conoscere è sperimentare la potenza dolcissima di Gesù che ci viene a cercare, e che si siede sui bordi dei nostri poveri pozzi…

E’ necessario lasciarsi incontrare da Lui, è necessario riconoscere la sua visita, è necessario lasciarsi “smontare” da Lui che smaschera le seti falsamente appagate, e sche smarchera le nostre schiavitù.

Quella brocca abbandonata dalla Samaritana lì al pozzo è molto significativa: ora che la donna ha incontrato Colui che è il Cristo, Colui che può dire l’“Io sono”, il nome del Dio che si fa compagno di strada dell’uomo, ella non ha più bisogno di attingere con quella brocca a degli “altrove” miseri ed imprigionanti; non ha più bisogno di attingere acqua “altrove”! Ora conosce il dono, e lo può ricevere…ora quel dono si fa in lei fonte perenne di vita e di senso!

Questa domenica la Quaresima ci fa una domanda sulle nostre “brocche”: le abbiamo lasciate? O le teniamo sempre a portata di mano per usarle ancora per attingere vita dove vita non c’è, per attingere senso dove senso non c’è?

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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