XV Domenica del Tempo Ordinario (B) – A due a due

UOMINI CHE CAMMINANO

 

Am 7, 12-15; Sal 84; Ef 1, 3-14; Mc 6, 7-13

L’evangelo di oggi ci conduce ad un nuovo inizio, un nuovo “arché”… se infatti Marco aveva aperto il suo racconto dicendo che c’era un inizio dell’Evangelo e questo inizio, questo “arché”, è stato l’apparizione di Giovanni il Battista che preparava la venuta dell’Inviato, del Messia (cfr Mc 11-4), qui il Messia Gesù proclama un inizio nell’invio dei Dodici…è l’inizio della “corsa dell’evangelo” per le strade del mondo (cfr 2Ts 3, 1); Marco, infatti, scrive che Gesù iniziò (“érxato”, aoristo del verbo “archèo”= “iniziare”) ad inviare i Dodici a due a due”, e li chiama per questo, e dona loro la sua “exousìa”, la sua potenza, quella che la gente gli aveva riconosciuto fin dal principio della sua azione e predicazione (cfr Mc 1, 27).

La cosa sorprendente è che questa “exousìa”, questo “potere” è accompagnato da un’estrema povertà di mezzi visibili…i Dodici sono inviati spogli…in una condizione risibile per chi ha la pretesa di annunziare qualcosa che deve cambiare il mondo!

La solennità e severità di questo nuovo “arché” è specchiata in una sconcertante povertà di mezzi umani e mondani. E’ come se Marco volesse dirci che non è la ricchezza dei mezzi che fa correre l’Evangelo, ma solo l’autenticità degli evangelizzatori che è luogo della potente grazia di Dio.
Gesù non invia dei singoli ma delle coppie, “due a due”, e questo per l’usanza giudaica di viaggiare in coppia per motivi pratici; ma certamente questa insistenza e questa sottolineatura vogliono dire anche altro. Se era usanza comune di viaggiare “due a due” perché ribadirlo? Credo che i motivi siano due, e lo stesso Evangelo ci suggerisce questa risposta; andare “due a due” è garantire la presenza del Signore Gesù con gli evangelizzatori: “Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” (cfr Mt 18, 20). Portare l’Evangelo è portare Gesù agli uomini, è proporre Lui, il suo volto, la sua vita che parla di Dio, che narra Dio. E tutto questo può avvenire solo nella reciproca carità. Agostino, commentando questo passo, si chiede: “Perché due a due?” e si risponde: “Perché due è il numero minimo per l’amore!
Cristo verrà narrato e reso presente dagli evangelizzatori, dagli inviati a patto che lo narrino nel loro reciproco amore fraterno, a patto che lo narrino non fidandosi dei mezzi del mondo!

Gesù, nel suo invio, lascia loro solo ciò che è necessario a “camminare”: bastone e sandali!
Camminare” è una caratteristica di Gesù stesso; il testo evangelico di oggi è preceduto dalla notazione che “Gesù percorreva i villaggi insegnando” … Gesù, come scrive in un suo bellissimo libretto Christian Bobin (ed. Qiqajon) è “L’uomo che cammina”, che non si stanca di percorrere le strade del mondo alla ricerca dell’uomo, alla ricerca dell’ulteriore; così i suoi discepoli, i suoi inviati: “uomini che camminano” e che camminano amandosi e fidandosi della potenza della parola che portano e non dei mezzi con cui la portano!

Un grande rischio ecclesiale di oggi è il dispiegamento dei mezzi e delle potenze mondane con l’illusione che queste cose siano al servizio dell’Evangelo; in realtà la parola di questo evangelo di oggi ci dice che mezzi mondani e potenze mondane non sono a servizio dell’Evangelo ma a detrimento di esso; chi infatti si fida dei mezzi mostra di non credere alla potenza di quella parola che annunzia, mostra di essere come il mondo e perciò sconfessa l’Evangelo!

E’ duro ammetterlo in tempi come i nostri, così ubriachi delle proprie potenze e dei propri mezzi; è duro ma proprio così! Gesù l’ha detto con cruda chiarezza.

La potenza della parola annunziata libera dal male e dalla sofferenza…ma non costringe nessuno! Marco ci tiene a sottolineare che l’evangelizzatore deve mettere in conto anche la possibilità del fallimento, del rifiuto. Fu questa anche l’esperienza dei profeti e Amos, nel tratto del suo libro che passa oggi come Prima lettura, ha detto che la sua profezia fu accompagnata, nel suo inizio, dal rigetto, dal rigetto di quei potenti che non vogliono che la una parola di Dio sconvolga le loro vie ed i loro progetti. Amos però sa che quella parola non può essere taciuta; non continua a profetizzare perchè è gradito ed applaudito ma solo perché è stato il Signore ad inviarlo, Lui lo ha “preso” dalla sua precedente vita e l’ha posto al servizio di una possibilità nuova, quella che essi non stanno accogliendo.

Ai Dodici Gesù chiede anche un gesto profetico per coloro che non accoglieranno l’Evangelo: quella polvere scossa a testimonianza per loro. E’ questo certo un gesto di presa di distanza, ma è anche gesto che ribadisce la strada che gli inviati hanno percorso per loro, per quell’annunzio…è la polvere dei sandali, è la fatica del cammino fatto, è la strada percorsa passo dopo passo per andare a cercare i loro cuori e le loro vite.
E’ come dire: “quello che dovevamo dirvi ve l’abbiamo detto; questa polvere è testimone della fatica e del cammino che abbiamo fatto per voi e per quella parola di cui ci fidiamo, ora tocca a voi fare la vostra fatica…se volete!” Il gesto precede poi l’andare altrove: nessun fallimento o rifiuto deve fermare la corsa dell’Evangelo. Marco qui vuole mettere in guardia la Chiesa dal “fissarsi” su certe persone o certi ambienti…un “fissarsi” che potrebbe diventare una pretesa o una costrizione, oltre a diventare un vero blocco alla Parola che, per sua natura, vuole correre a cercare altri uomini su cui versarsi e a cui aprire nuovi orizzonti.

L’Autore della Lettera ai cristiani di Efeso ci ha poi aperto un varco di comprensione sullo scopo di questo Evangelo che deve correre per il mondo: ad esso si crede per partecipare al mistero della volontà di Dio che è la ricapitolazione di tutto in Cristo. Il verbo “anakefalèo” che si traduce con “ricapitolare” va bene inteso; cosa è l’opera della “ricapitolazione”? E’ la re-intestazione o, meglio ancora, la re-destinazione” di tutto a Dio.

Insomma, l’opera di Cristo e della sua salvezza, l’opera dell’Evangelo, è far ritornare tutto al suo vero ed unico destinatario che è Dio! Il creato era indirizzato a Dio e l’uomo, con il suo peccato l’ha invece “destinato” ad altro, a se stesso, alla mondanità; Cristo l’ha re-intestatoal Padre.

Chi evangelizza è al servizio di questa “re-intestazione”, spinge gli uomini a trovare la loro vera “destinazione”, la vera “destinazione” della loro storia, il senso profondo della loro esistenza, delle loro lotte, delle loro speranze!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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Mercoledì delle Ceneri – Quaresima, tempo di radiosa tristezza

 

TEMPO PER UNO STILE EVANGELICO: DIGIUNO, ELEMOSINA E PREGHIERA

Solenne inizio della Quaresima

  –  Gl 2, 12-18; Sal 50; 1Cor 5, 20-6, 2; Mt 6, 1-6. 16-18  –

 

La Quaresima inizia in questo mercoledì, che è giorno solenne ed austero: è inizio di un cammino che non può essere formale, o ristretto alle sole domeniche e culminante nella Pasqua; per tanti infatti – e questo è scandaloso! – non culmina nel Santo Triduo della Pasqua, ma nella Domenica di Pasqua, giorno in cui la celebrazione della Pasqua è già passata!

Un cammino, quello quaresimale, che deve segnare davvero il nostro cuore, il nostro profondo, le nostre concretissime esistenze. In epoche passate, e fino a non molti decenni fa, la Quaresima la si sentiva, la si avvertiva: tutta la società – certo a volte formalmente, e come un peso per tanti – ne riconosceva il rigore ed il tono… penso per esempio alla chiusura dei teatri, al divieto delle carni anche nei negozi e nei ristoranti e così via! Ora tutto questo rigore in occidente, nel nostro occidente secolarizzato, è finito, e nel tempo di Quaresima si balla, si fa festa, si fanno matrimoni (lo abbiamo permesso anche noi, come Chiesa!), con grandi banchetti e festeggiamenti. L’astinenza dalle carni (ultimo residuo del digiuno quaresimale, per altro richiesto oggi e al Venerdì Santo!) è disattesa e svilita anche in certi conventi o comunità religiose; la preghiera è, come sempre, labile e superficiale; e l’elemosina, la condivisione, non ricevono in questi giorni nessun impulso o slancio. Insomma, tutto esattamente come negli altri giorni!

La Quaresima, invece, dovrebbe essere, deve essere, un bagno di pentimento e di rinnovamento, un tempo, come si dice nella tradizione ortodossa, di “radiosa tristezza”; è la tristezza per i nostri peccati, per le nostre infedeltà, che si staglia, però, sull’orizzonte di una certezza: Cristo ha vinto il peccato e la morte, la tristezza del peccato è invasa dalla luce radiosa della misericordia, del ritorno a Dio reso possibile dalla croce di Cristo e dalla sua risurrezione … se la cenere, che oggi è posta su di noi, ci dice quanto è distruttivo il nostro peccato, quanto l’”Osanna!” della Domenica delle Palme sia diventato cenere in tanti giorni della nostra vita (bella l’usanza di produrre le ceneri per la liturgia di oggi con i vecchi rami di olivo della Pasqua precedente!), luminosa è però la certezza che questo bagno di pentimento produrrà un’emersione nella novità di vita, nella certezza che nulla è perduto, perchè l’amore di Dio è più grande delle nostre miserie.

Tutto questo però va vissuto veramente da noi credenti, non deve essere “spiritualizzato”, e quindi – diciamoci tutta la verità – non deve essere sminuito. Questa eccessiva “spiritualizzazione” (con l’“intelligente” e “moderna” eliminazione di tutto ciò che è concretamente visibile ed esteriore!) pecca sempre gravemente di angelismo: bisogna ripetersi che noi non siamo angeli, siamo uomini!… La nostra natura è fatta di carne e sangue, e questo ha bisogno di segni, di “ascesi” concreta che tocchi la nostra carne, il nostro tempo, i nostri possessi.

La spiritualizzazione produce, come frutto, la dimenticanza, l’accantonamento della concretezza cristiana, del peso esistenziale vero che l’Evangelo deve avere nelle nostre vite! E’ la deriva che hanno preso tante Chiese della Riforma e che, in moltissimi sensi, rischia di prendere (ma tante volte la deriva è già in atto!) anche la nostra tradizione cattolica. E’ necessario tornare allora all’“ascesi” (parola che significa semplicemente esercizio) perchè la nostra vita concreta possa piegarsi sempre di più all’Evangelo.

Le letture di questo giorno (da cui molti cristiani si esonerano perchè “non è precetto”!!) sono preziose per darci l’avvio in questo percorso: un percorso che dice uno stile per sempre; la Quaresima non è un tempo chiuso in sè, che ci chiede delle “pratiche” da archiviare fino alla successiva Quaresima! La Quaresima ci educa, anno dopo anno, ad uno stile evangelico di cui digiuno, elemosina e preghiera (di cui parla Gesù nel passo di Matteo che oggi si proclama) sono vie maestre.

Prima di arrivare però a queste tre vie, Gioele, nel testo del suo oracolo che ascoltiamo quale prima lettura, ci grida un invito: Ritornate al Signore! Un ritorno che deve essere palese anche nei gesti, nel pianto, nell’invocazione, nel lacerare ciò che si è fatto impenetrabile a Dio (Laceratevi il cuore!). Paolo risponde con l’esortazione data ai Cristiani di Corinto di permettere a Dio di entrare nelle loro vite, perchè l’opera della riconciliazione, del ritornare, della conversione, è opera di Dio in noi! Nessun volontarismo, allora, ma anche nessun disimpegno! L’ascesi è necessaria ma non ci salva, l’ascesi ci apre a Dio, ci insegna a lottare, apre a Lui le porte della nostra libertà perchè Egli compia in noi l’opera della salvezza. Il digiuno, l’elemosina e la preghiera sono tre strumenti preziosi per contraddire e piegare le nostre “libido”. 

Il digiuno è via preziosa che ci contraddice nell’aver voluto cedere alla tentazione del “serpente antico” di mangiare per avere la vita; di credere, dunque, che si può “vivere di solo pane” (cfr Mt 4, 4; Dt 8, 3), di credere che la vita ce la diamo da soli, che la vita non viene da Dio, che la vita non è Dio! Il digiuno serve a ricordarci che mangiamo per vivere, ma poi moriamo ugualmente …; è ricordarci che la nostra caducità (…siamo polvere…) riceve vita solo da Dio; solo Lui può dire ai figli di Adamo, la cui vita è solo un soffio, “Figli di Adamo, ritornate!” (cfr Sal 90).

La preghiera è restituire a Dio il suo potere … è dargli tempo, è dargli, cioè, vita (la nostra vita – è bene ripeterselo – è solo tempo!); pregare è ricordarsi che nessu potere è nostro, è ricordarsi che il primato va sempre e solo a Lui, che il suo potere libera e che il nostro potere ci fa schiavi e rende schiavi gli altri. La preghiera è il luogo in cui, proclamando il primato di Dio, si impara a rendere inoffensivo il nostro desiderio di potere. Ce l’abbiamo questo desiderio, tutti; in varie forme, ma tutti!

L’elemosina è invece luogo in cui il nostro possedere è piegato alla condivisione; la libidine di possedere si spezza dinanzi al fratello con cui non posso non condividere quello che ho, quello che sono … L’elemosina non è atto di degnazione, ma è il dovere  della condivisione, della giustizia; è il volgere le spalle a “mammona”, per cessare di fidarci del possedere, per affidarci al donare.

La Quaresima così ci fa ritrovare le vie dell’uomo.

A patto di prenderla sul serio, a patto di vivere queste realtà non simbolicamente ma concretamente, in modo costoso, senza sconti, per farne uno stile di vita … per sempre.

Sullo sfondo della Quaresima si prospetta la Pasqua di Gesù, per cui sappiamo che questo uomo nuovo e libero è possibile perchè Lui ce l’ha donato.

Allora è vero: siamo polvere, e polvere – tante volte  – diventano i nostri “Osanna!”; ma non restiamo polvere!

Questa certezza dia forza al nostro cammino!

Santa Quaresima!  

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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XV Domenica del Tempo Ordinario – L’invio dei Dodici a due a due

UN NUOVO INIZIO!

Am 7, 12-15; Sal 84; Ef 1, 3-14; Mc 6, 7-13

 

L’Evangelo di oggi ci conduce ad un nuovo inizio, un nuovo “arché”… se infatti Marco aveva aperto il suo racconto dicendo che c’era un inizio dell’Evangelo e questo inizio, questo “arché”, è stato l’apparizione di Giovanni il Battista che preparava la venuta dell’Inviato, del Messia (cfr Mc 1,1-4), qui il Messia Gesù proclama un inizio nell’invio dei Dodici…è l’inizio della “corsa dell’evangelo” per le strade del mondo (cfr 2Ts 3,1); Marco, infatti, scrive che Gesù iniziò (“érxato”, aoristo del verbo “archèo”= “iniziare”) ad inviare i Dodici a due a due” e li chiama per questo e dona loro la sua “exousìa”, la sua potenza, quella che la gente gli aveva riconosciuto fin dal principio della sua azione e predicazione (cfr Mc 1,27).

La cosa sorprendente è che questa “exousìa”, questo “potere” è accompagnato da un’estrema povertà di mezzi visibili…i Dodici sono inviati spogli…in una condizione risibile per chi ha la pretesa di annunziare qualcosa che deve cambiare il mondo!

La solennità e severità di questo nuovo “arché” è specchiata in una sconcertante povertà di mezzi umani e mondani. E’ come se Marco volesse dirci che non è la ricchezza dei mezzi che fa correre l’Evangelo ma solo l’autenticità degli evangelizzatori che è luogo della potente grazia di Dio. Gesù non invia dei singoli ma delle coppie, “due a due”; certo questo per l’usanza giudaica di viaggiare in coppia per motivi molto pratici ma certo questa insistenza e questa sottolineatura vogliono dire anche altro; se era usanza comune di viaggiare “due a due” perchè ribadirlo? Credo che i motivi siano due e lo stesso Evangelo ci suggerisce questa risposta; andare “due a due” è garantire la presenza del Signore Gesù con gli evangelizzatori: “Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” (cfr Mt 18,20). Portare l’Evangelo è portare Gesù agli uomini, è proporre Lui, il suo volto, la sua vita che parla di Dio, che narra Dio. E tutto questo può avvenire solo nella reciproca carità. Agostino, commentando questo passo, si chiede: “Perchè due a due?” e si risponde: “Perchè due è il numero minimo per l’amore!” Cristo verrà narrato e reso presente dagli evangelizzatori, dagli inviati a patto che lo narrino nel loro reciproco amore fraterno, a patto che lo narrino non fidandosi dei mezzi del mondo!

Gesù, nel suo invio, lascia loro solo ciò che è necessario a “camminare”: bastone e sandali!

Camminare” è una caratteristica di Gesù stesso; il testo evangelico di oggi è preceduto dalla notazione che “Gesù percorreva i villaggi insegnando” … Gesù, come scrive in un suo bellissimo libretto Christian Bobin (ed. Qiqajon), è “L’uomo che cammina”, che non si stanca di percorrere le strade del mondo alla ricerca dell’uomo, alla ricerca dell’ulteriore; così i suoi discepoli, i suoi inviati: “uomini che camminano” e che camminano amandosi e fidandosi della potenza della parola che portano e non dei mezzi con cui la portano!

Un grande rischio ecclesiale di oggi è il dispiegamento dei mezzi e delle potenze mondane con l’illusione che queste cose siano al servizio dell’Evangelo; in realtà la parola di questo evangelo di oggi ci dice che mezzi mondani e potenze mondane non sono a servizio dell’Evangelo ma a detrimento di esso; chi infatti si fida dei mezzi mostra di non credere alla potenza di quella parola che annunzia, mostra di essere come il mondo e perciò sconfessa l’Evangelo!

E’ duro ammetterlo in tempi come i nostri, così ubriachi delle proprie potenze e dei propri mezzi; è duro ma proprio così! Gesù l’ha detto con cruda chiarezza.

La potenza della parola annunziata libera dal male e dalla sofferenza…ma non costringe nessuno! Marco ci tiene a sottolineare che l’evangelizzatore deve mettere in conto anche la possibilità del fallimento, del rifiuto. Fu questa anche l’esperienza dei profeti e Amos, nel tratto del suo libro che passa oggi come Prima lettura, ha detto che la sua profezia fu accompagnata, nel suo inizio, dal rigetto, dal rigetto di quei potenti che non vogliono che la una parola di Dio sconvolga le loro vie ed i loro progetti. Amos però sa che quella parola non può essere taciuta; non continua a profetizzare perchè è gradito ed applaudito ma solo perchè è stato il Signore ad inviarlo, Lui lo ha “preso” dalla sua precedente vita e l’ha posto al servizio di una possibilità nuova, quella che essi non stanno accogliendo.

Ai Dodici Gesù chiede anche un gesto profetico per coloro che non accoglieranno l’Evangelo: quella polvere scossa a testimonianza per loro. E’ questo certo un gesto di presa di distanza ma è anche gesto che ribadisce la strada che gli inviati hanno percorso per loro, per quell’annunzio…è la polvere dei sandali, è la fatica del cammino fatto, è la strada percorsa passo dopo passo per andare a cercare i loro cuori e le loro vite. E’ come dire: “quello che dovevamo dirvi ve l’abbiamo detto; questa polvere è testimone della fatica e del cammino che abbiamo fatto per voi e per quella parola di cui ci fidiamo, ora tocca a voi fare la vostra fatica…se volete!” Il gesto precede poi l’andare altrove: nessun fallimento o rifiuto deve fermare la corsa dell’Evangelo. Marco qui vuole mettere in guardia la Chiesa dal “fissarsi” su certe persone o certi ambienti…un “fissarsi” che potrebbe diventare una pretesa o una costrizione, oltre a diventare un vero blocco alla Parola che, per sua natura, vuole correre a cercare altri uomini su cui versarsi e a cui aprire nuovi orizzonti.

L’Autore della Lettera ai cristiani di Efeso ci ha poi aperto un varco di comprensione sullo scopo di questo Evangelo che deve correre per il mondo: ad esso si crede per partecipare al mistero della volontà di Dio che è la ricapitolazione di tutto in Cristo. Il verbo “anakefalèo” che si traduce con “ricapitolare” va bene inteso; cosa è l’opera della “ricapitolazione”? E’ la re-intestazione o, meglio ancora, la re-destinazione” di tutto a Dio.

Insomma, l’opera di Cristo e della sua salvezza, l’opera dell’Evangelo, è far ritornare tutto al suo vero ed unico destinatario che è Dio! Il creato era indirizzato a Dio e l’uomo, con il suo peccato l’ha  invece “destinato” ad altro, a se stesso, alla mondanità; Cristo l’ha re-intestatoal Padre.

Chi evangelizza è al servizio di questa “re-intestazione”, spinge gli uomini a trovare la loro vera “destinazione”, la vera “destinazione” della loro storia, il senso profondo della loro esistenza, delle loro lotte, delle loro speranze!




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XIII Domenica del Tempo Ordinario – Fidarsi del Padre

TRA IL RIFIUTO DEGLI UOMINI E I DOLORI

1Re 19,16b. 19-21; Sal 15; Gal 5,1. 13-18; Lc 9, 51-62

 

L’Evangelo di questa domenica è il racconto dell’inizio del grande viaggio di Gesù verso Gerusalemme, verso la passione, verso il compimento (stavano per compiersi i giorni in cui sarebbe stato tolto dal mondo); un viaggio che Gesù affronta con un “sì” netto ad una strada della quale comprende solo una cosa: deve fidarsi del Padre pur tra il rifiuto degli uomini e tra i dolori. Luca scrive alla lettera che Gesù indurì il suo volto verso Gerusalemme; questo indurimento è il contrario dell’indurimento del cuore, è un essere fermo e stabile nel volere la volontà del Padre.

In questo cammino Gesù sarà sempre più solo; nell’Evangelo di Luca Gesù dodicenne aveva detto che doveva essere nelle cose del Padre suo, ed ecco che ora sta andandoci definitivamente: sul calvario starà tra le cose del Padre suo, ci starà sulla croce ma mettendosi nelle sue mani (Padre, nelle tue mani consegno l’anima mia cfr Lc 23,46).

Qui, al capitolo nove, inizia questo cammino verso quelle mani, mani che non vedrà ma che Gesù saprà, nella fede, essere reali più di ogni realtà.

Nel suo cammino di Messia impotente delle potenze mondane, Gesù conoscerà rifiuto ed incomprensione; da subito i samaritani lo rifiutano e proprio perché sta andando verso Gerusalemme; è qui ci pare che Luca usi una sottigliezza con un testo a doppio livello. Per i samaritani Gerusalemme è la città nemica luogo del culto rivale (primo livello), ma Gerusalemme sarà anche il luogo della croce ed un Messia crocefisso è oltre ogni possibilità di accettazione (secondo livello) ! Non sono però solo i samaritani a rifiutarlo, anche i suoi mostrano tutta la distanza da quelle logiche del Regno che Gesù aveva annunziato per tutto quel lungo tempo con loro; Giacomo e Giovanni, infatti, ancora qui sognano un Messia che usi le potenze del cielo per rendere schiavi gli uomini (vuoi che diciamo che un fuoco scenda dal cielo e li distrugga?)…anche i suoi non capiscono che il Messia incamminato nel suo esodo (cfr Lc 9, 31) ha scelto l’impotenza della croce ed è solo su quella strada che lo si può seguire per davvero.

La sequela del Messia Gesù non può sopportare del “ma”; se Elia (nella pria lettura tratta dal Primo libro dei Re) può tollerare un piccolo rinvio della sequela da parte di Eliseo, Gesù non tollera né “se”, né “ma”. Non basta essere affascinati da Gesù e non basta il generico volerlo seguire, è necessario sapere che Colui che si segue ci porta su una via davvero altra rispetto ad ogni attesa mondana; la sua è certo una via di libertà autentica, come scrive Paolo nella Lettera ai cristiani della Galazia nel passo che oggi si proclama, una libertà con uno straordinario sapore di verità ma che ha anche un prezzo.

I tre uomini che compaiono nel testo evangelico di oggi sono lì a dirci di questa vera sequela, che ha delle esigenze con le quali non si può giocare.

Il primo è pieno di entusiasmo e dice parole impegnative che paiono compromettenti; per Gesù però non bastano; non lo si segue presi solo da un entusiasmo di un momento, si deve sapere che quella di Gesù è davvero una via altra; segno di questa alterità è un’affermazione di Gesù: Il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo, espressione tipicamente semitica non per dire che Gesù è povero (quanta retorica si è fatta su questo punto!) ma per dire che Gesù ha scelto il celibato, non ha una moglie. La scelta celibataria di Gesù è segno di una via davvero altra, scelta perlomeno insolita per un ebreo se non addirittura considerata empia).

Il secondo riceve addirittura da Gesù stesso la parola di chiamata: Seguimi! Quest’uomo però ha un problema grave, pone davanti a Gesù ed alle esigenze della sequela un “prima”: Lascia prima che vada a seppellire mio padre. Il “no” di Ges è carico di forza drammatica: porre un “prima” (un qualsiasi “prima”) è diventare un morto tra i morti; quello che conta è andare ed annunciare il Reno con una vita donata.

Il terzo promette di seguire Gesù, ma pure lui ha dei “ma”; sono “ma” malati di nostalgie e rimpianti, sono “ma” che spingono a voltarsi indietro ed invece Gesù è Colui che ha reso duro il suo volto verso una meta che gli sta davanti; volgersi indietro è imboccare un altro cammino, non quello di Gesù; dietro c’è la sicurezza di ieri, c’è la calda certezza dell’oggi, davanti invece c’è un futuro incerto di una vita tutta consegnata all’amore. E’ questa la via di Gesù!

La domanda che ancora questa domenica ci interpella è allora: “Ti basta davvero lo stare con Gesù in una via tanto “altra” che non tollera né mondanità, né rimandi, né rimpianti?” Insomma, siamo disposti, come scrive Paolo, a lasciarci guidare dallo spirito per non essere più schiavi dei desideri e dei punti di vista mondani?

La via di Gesù è via di libertà, una libertà “costosa” in cui ogni compromesso porta inquinamento e catene.

Seguire Gesù è indurire come Lui, con Lui, il nostro volto con un “sì” sempre più libero e gioioso alle vie del Padre




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