Battesimo del Signore – Immersi nell’amore

LA CONSEGUENZA DELL’INCARNAZIONE

Is 40, 1-5.9-11; Tt 2, 11-14; 3, 4-7; Lc 3, 15-16.21-22

  

Il giorno dell’Epifania abbiamo lasciato Gesù ancora bambino adorato dai Magi che, a partire da quell’incontro, hanno il coraggio di andare per un’altra via…

Oggi Gesù adulto al Giordano inizia Lui stesso il cammino per una via altra imprevedibile ed inimmaginabile per ogni uomo religioso…Proprio così, la religione pensa sempre ad un Dio potente e trionfante e invece oggi il Figlio di Dio nella carne dell’uomo, sceglie oggi, come primo atto della sua vita visibile, pubblica, di confondersi con i peccatori, di stare con loro; per l’evangelista Luca tutto avviene nella preghiera di Gesù: è il pregare di Gesù che fa irrompere nel suo cuore la voce piena di gioia del Padre che si compiace proprio perché Lui, il Figlio Amato, è andato a cercare gli altri figli amati e perduti, è entrato nella loro storia, ne ha assunto le fatiche: quella di crescere, di relazionarsi, di amare chi non era amabile, di cercare e comprendere la sua verità, identità e vocazione…ora quella voce del Padre gli sussurra con tenerezza, in modo definitivo, la sua identità mentre lo Spirito scende di nuovo sulle acque, come nell’in principio (Gen 1,2) e consacra la sua umanità perché egli sia il Cristo, l’Unto di Dio per la salvezza del mondo. I cieli che erano stati chiusi nel giardino dell’in principio dalla spada fiammeggiante del cherubino  (Gen 3,24) qui sul Giordano si aprono (Marco dirà si squarciarono creando un inclusione con il velo del tempio che si squarcia nell’ora della morte del Cristo, cfr Mc 1,10).

Il Battesimo al Giordano è ancora un’epifania, un’epifania del Dio Trino già rivelato nella scena dell’Annunciazione in cui, nelle parole di Gabriele, c’è il Dio che invia, il Figlio di Dio veniente e lo Spirito che adombra la Vergine…Ora, al Giordano, la Trinità si manifesta e, seguendo la logica che abbiamo già contemplato nel Natale, lo fa nell’umiltà di un gesto in cui il Figlio sceglie di stare con i peccatori; come si era manifestato ai pastori ultimi e disprezzati dai puri giudei e poi ai Magi sapienti ma umili e capaci di mostrarsi perdenti di fronte al mondo, così oggi il Figlio si manifesta non nel Tempio, non ai sacerdoti, non ai detentori della legge, non con un gesto o atto potente o sapiente ma scegliendo di stare tra quei peccatori che sognano una liberazione e per questo si fanno affogare con la loro miseria nelle acque del Giordano, sperando in un’altra via

L’immersione del Figlio in quella fila di peccatori è per il riscatto degli schiavi, come dice Paolo nel passo della lettera a Tito che oggi passa nella liturgia; il riscatto è una categoria cara a Paolo perché ha in sé una logica essenziale per comprendere e conoscere il Dio rivelato da Gesù: lo schiavo in nessun modo ha la possibilità di salvarsi da solo dalla sua schiavitù ma per la sua liberazione può sperare solo che un ricattatore si assuma il prezzo della sua libertà. Non ci si salva da soli: abbiamo bisogno di un redentore che ci salvi. L’Incarnazione è proprio questa mano tesa verso la nostra miseria, l’Incarnazione è la vera condiscendenza di Dio che viene nella nostra condizione assumendo la forma di schiavo (Fil 2,7) per liberarci dalla schiavitù!

Colui che scende nel Giordano si fa solidale con i peccatori, inizia a sedere alla mensa dei peccatori; da qui inizia coscientemente a prendere su di sé il peccato del mondo (nel quarto evangelo, non a caso, sarà il Battista a dire di Lui che è l’Agnello di Dio che prende sulle spalle, toglie via il peccato del mondo).

Nell’evangelo di Luca di oggi, il Battista annunzia la venuta di uno più forte che ha la capacità di immergere, di battezzare in Spirito Santo e fuoco. Scendendo nelle acque del Giordano Gesù, come dice la liturgia, consacrò tutte le acque perché dall’acqua ricevessimo quel fuoco e quello Spirito…l’immersione che noi abbiamo ricevuto nel Battesimo ha affogato l’uomo vecchio, quello segnato dal peccato, perché iniziasse la nascita di un uomo nuovo, quello che ha la vocazione di diventare, come dicevano i Padri siriaci, il Figlio di Dio! L’immersione battesimale che la Chiesa ha ricevuto il mandato di donare a tutti gli uomini, è immersione nell’amore trinitario che a Pasqua si è rivelato nel Figlio crocefisso e risorto; è immersione per una morte dolorosa dell’uomo vecchio con cui inizia una santa lotta però già segnata dalla vittoria di Cristo, è immersione per una vita di pienezza umana in Cristo.

Dal Battesimo sorge una vita nuova, vita filiale, vita di lotta per la santità, vita in cui e per cui non si può non pagare un prezzo…Il Figlio di Dio, infatti, uscito dalle acque del Giordano si recò subito al deserto per ascoltare ancora il Padre, per cercare la sua via altra; lì lo assalirà la tentazione, lì ingaggerà per tutti noi una vera lotta contro le dominati mondane e fino alla croce lotterà per gridare il suo al Padre.

Per noi o è lo stesso o il nostro battesimo lo riduciamo ad un rito di inserimento in una societas più o meno avvertita come tale. No! Dal Battesimo usciamo Figli che iniziano una lotta per quella figliolanza, una lotta nella quale sempre più è necessario capire che la meta non  è una generica figliolanza ma una vera configurazione al Cristo,  Verbo Eterno venuto nella nostra carne perché la nostra carne potesse essere plasmata dall’Amore trinitario, quell’amore che solo lui, gesù, ci ha narrato con la sua carne, la sua storia, le sue parole, la sua croce, il suo amore fino all’estremo che non è rimasto prigioniero della morte!

Concludiamo allora questo tempo di Natale per entrare nel tempo del quotidiano (il tempo ordinario) che è tempo di cammino, di lotta compromettente per la santità. I misteri contemplati siano forza per questa lotta. Il Verbo si è fatto carne (Gv 1,14) per renderci santi e immacolati nell’amore (Ef 5,28).

II Domenica di Quaresima – La Trasfigurazione

GESU’ CI MOSTRA IL SUO VOLTO

 Gen 12, 1-4a; Sal 32; 2Tm 1, 8b-10; Mt 17, 1-9

 

E’ la domenica della Trasfigurazione! Se domenica scorsa Gesù si è mostrato come Colui che lotta nella nostra lotta, come Colui che si dona la sua vittoria nelle nostre lotte, oggi Gesù ci mostra sul suo volto l’esito della nostra storia con Lui, delle nostre lotte e soprattutto dell’opera della grazia in noi; per Matteo il volto di Gesù brillò come il sole; quel volto è promessa di luce per i nostri volti; per Matteo Gesù si mostra avvolto di vesti candide come la luce; quelle vesti sono promessa per noi: saremo rivestiti di luce (cfr Is 60,1).

Se la Quaresima, come dicevamo, è tempo di “radiosa tristezza”, oggi la liturgia della Chiesa pone l’accento sul “radiosa” …

La Trasfigurazione non è un momento di “trionfo” di Gesù, non è un momento in cui, stanco della kenosi (dell’abbassamento) mostra la sua divinità; il trionfo terreno è sempre stato aborrito da Gesù (e non lo avrebbe voluto neanche a beneficio consolatorio dei tre discepoli più intimi), la volontà di rinnegare la kenosi si era già rivelata come tentazione quando nel deserto satana gli aveva suggerito di mettere alla prova Dio con un gesto sovrumano come quello di volare dal pinnacolo del Tempio. La Trasfigurazione (o, come dice il testo greco, la metamorfosi) è mistero di rivelazione, è rivelazione della vocazione dell’uomo! Una vocazione di luce, di bellezza che l’uomo riceve definitivamente in Cristo Gesù! E’ Lui la benedizione promessa a tutte le genti; è Lui, figlio di Abramo e Figlio di Dio, l’adempimento di quell’antica promessa fatta ad Abramo nell’ora di quella primordiale chiamata: Vattene dalla tua terra … in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra.

La cosa straordinaria del mistero della Trasfigurazione è che questa luce, questa benedizione, questa bellezza sono tutte in un uomo! E’ nell’umanità di Gesù che splende Dio, è nell’umanità di Gesù che ci è narrato e consegnato Dio e la sua luce.

Scrive Paolo che Dio abita una luce inaccessibile (cfr 1Tm 6, 16) ma sul Tabor quella luce si è fatta accessibile all’umanità perché è nell’umanità di Cristo Gesù che essa splende.

La Trasfigurazione però non è neanche una bella emozione da gustare, come pensa Pietro nella narrazione dell’evangelo di oggi. Questi certo capisce una cosa: “è bello!” ma dovrà capire che quella bellezza promessa non può essere estraniamento dalla storia e neanche dal “brutto” della storia che è il dolore. La Trasfigurazione è annunzio del Regno e della sua bellezza ma che non può restare chiuso nelle tende sul Tabor come Pietro sogna; il Regno attraversa la storia e deve portare la luce di Dio al cuore del dolore del mondo. Scendere dal Tabor per andare a Gerusalemme sarà proprio questo: portare la bellezza del Regno al cuore della passione, cioè al cuore delle sofferenze dell’uomo, dei suoi “inferni”, della sua morte.

Scendendo dal monte i tre si sentono dire che non si può parlare di quella luce se non dopo che il Figlio dell’uomo sia risorto da morte, cioè non prima che abbia portato quella luce di bellezza fino al cuore del dolore e della morte … solo dopo che il Figlio dell’uomo avrà gridato il suo lacerantissimo “perché?” (cfr Mt 27, 46).

Il Padre lì sul monte della bellezza aveva detto l’ultima sua parola: Questi è il Figlio mio, l’amato, in cui mi sono compiaciuto. Ascoltatelo! Sintesi straordinaria questa di tutto il cammino dell’Alleanza, cioè di tutta la ricerca amorosa di Dio nei confronti dell’uomo: il figlio amato ci ricorda Isacco (Prendi tuo figlio, il tuo unigenito, l’amato, Isacco … e offrilo in olocausto cfr Gen 22, 2); la compiacenza di Dio ci ricorda che è il Servo sofferente (Ecco il mio servo: io lo sosterrò. Il mio eletto in cui mi compiaccio cfr Is 42, 1); il comando dell’ascolto ci conduce poi alla radice di tutta la fede biblica: una permanente richiesta di ascolto su cui si fonda l’Alleanza (Sh’mà, Israel … ascolta, Israele cfr Dt 6, 4). Quell’antico Sh’mà ha ora però una convergenza inimmaginabile, l’ascolto richiesto è un ascoltare Lui, il Figlio amato, il Servo, Colui che è la compiacenza di Dio: Gesù!

Come la luce della bellezza, così anche l’ascolto ora riposa su un uomo, sull’uomo Gesù. Ascoltare Lui compie l’antico Sh’mà come ci vien detto dal colloquiare di Gesù con Mosè ed Elia che avevano tracciata la strada dell’attesa; Mosè che aveva detto Il Signore tuo Dio susciterà per te, in mezzo a te, tra i tuoi fratelli, un profeta pari a me. Ascoltatelo (cfr Dt 18,15); Elia che la sapienza di Israele afferma che dovrà tornare per preparare la via al Messia (cfr Mal 3, 23-24).

Matteo ci dice che al termine della manifestazione luminosa tutto torna come prima e che i tre discepoli non videro più nessuno se non Gesù solo. Resta solo Gesù e neanche più ammantato di luce … resta Gesù e basta. E’ quel Gesù quotidiano, vorrei dire ordinario, che bisogna ascoltare con coraggio; è quel Gesù “e basta” che bisogna avere il coraggio di seguire per strade che devono attraversare il dolore, l’inferno e la morte. Nella passione quel Gesù racconterà incredibilmente la bellezza e porterà il Regno al cuore del dolore del mondo! Chi ha il coraggio di obbedire alla voce del Padre, ascoltando il Figlio amato, parteciperà con Lui e per Lui alla straordinaria impresa di trasformare il mondo portando la bellezza di Dio ed il suo Regno al cuore dell’uomo ma partendo dall’abisso del dolore. Il Centurione, dinanzi alla croce del Figlio dell’uomo, dinanzi al suo grido inarticolato ed alla sua morte riconoscerà paradossalmente quel bagliore del Regno … capirà che l’orrore della morte è stato abitato dalla bellezza di Dio: Davvero costui era il Figlio di Dio! (cfr Mt 27, 54).

L’Evangelo di oggi si chiude con un silenzio carico di domande, di attese … i tre discepoli scendono in silenzio … il quotidiano non è il Tabor: quando si intravede e si gusta la bellezza di Dio, bisogna subito andare alla vita per portare il Regno al cuore del mondo.

Dal Tabor si scende in silenzio, “ruminando” le parole dell’Evangelo e della promessa e puntando con coraggio, con Gesù, verso Gerusalemme. A Gerusalemme la luce del Regno, che sul Tabor sfolgora sul volto di Cristo, sarà donata ad ogni uomo! La via  sarà quella della croce ma la meta è la pace gioiosa della Pasqua! Ricordiamo sempre che la Quaresima non è un riposo, è cammino!

La Pasqua è ingresso nel riposo! Intanto, allora, buon cammino.

IV Domenica del Tempo Ordinario – Le beatitudini

ECCO GESU’

 Sof  2, 3;3,12-13; Sal 145; 1Cor 1, 26-31; Mt 5, 1-12

 

Se è vero, come è vero, che il miglior modo di intendere le Dieci Parole, con cui al Sinai fu sancita l’Alleanza tra il Signore e Israele, non è come un imperativo (per cui le abbiamo chiamate impropriamente Comandamenti), ma traducendo quella forma verbale tipicamente semitica con “Tu sarai capace di …”, questo in qualche modo è vero anche per questa notissima pagina delle Beatitudini di Matteo.

Sul monte Gesù non dà una nuova legge (per lo meno non in primo luogo) ma ci dice cosa è possibile ormai a chi lo segue e accoglie la nuova umanità che Lui è.

Le Beatitudini, come più volte abbiamo detto, sono Gesù! E’ Lui che incarna quell’uomo nuovo capace di assumere la storia senza fuggirla, senza farsi scudo degli altri, senza pretendere esenzioni, senza girare le spalle al dolore ed al desiderio bruciante d’un oltre.

Gesù è la Terra promessa dell’umanità; Lui è l’ “utopia” verso cui possiamo viaggiare sicuri … Lui è il Regno che sta annunziando dall’inizio del racconto di Matteo … e allora chi lo segue è in cammino verso quella Terra promessa che Lui è!

Ciò che Gesù afferma con le Beatitudini è quello che Lui vive, ma non solo! E’ quello che Lui con la sua carne (che è anche la nostra!) comunica ad ogni carne. In altre parole Gesù non solo ci ha detto la via (nell’Evangelo di Giovanni dirà: Io sono la via. Cfr Gv 14,6)  ma, con la sua umanità, immette in noi la capacità di percorrere quella via.

Lui, il povero, l’afflitto, il mite, l’assetato di giustizia, il misericordioso, il puro di cuore, il pacificatore, il perseguitato per la giustizia, ci rende capaci di vivere concretamente la sua vita, ci rende capaci di camminare verso il Regno da poveri, da afflitti, da assetati di giustizia, da misericordiosi, da puri di cuore, da pacificatori, da perseguitati per la giustizia …

Traduce acutamente Andrè Chouraqui (nella sua straordinaria versione francese della Bibbia) quel “Beati” con “en marche”, cioè in cammino … certo è una scelta parziale la sua, scelta che privilegia il camminare rispetto alla gioia profonda di camminare così con Cristo, ma ci suggerisce che la beatitudine evangelica non è una condizione statica, ma profondamente dinamica. La beatitudine è un  cammino entusiasmante, è un aver trovato senso autentico alla vita; la beatitudine è lotta contro un mondo che dice, con violenza e forza di persuasione, perfettamente l’opposto!

La beatitudine è “resistenza” al grido del mondo che ci chiama, come scrive Paolo nella seconda lettura di oggi tratta dalla sua Prima lettera ai cristiani di Corinto, “stolti”, “deboli”, “ignobili”, “da disprezzare”, “nulla” … E’ così: il mondo dinanzi al cristiano dice queste parole di scherno anche quando cerca di ostentare un educato rispetto … In fondo – pensiamoci bene – San Francesco (per esempio … ) lo si rispetta ma, in fondo, il mondo lo considera per lo meno “un po’ strano” … e se uno facesse come lui subito verrebbe bollato come pazzo … è così!

I beati dell’ Evangelo sono uomini e donne che portano su di sé lo sguardo ironico del mondo, che il mondo stesso definisce perdenti o, più elegantemente, degli illusi … magari dei sublimi illusi (oggi si deve essere tolleranti!), ma sempre illusi che non hanno capito come va la vita!

Gesù, invece, con sovrana sapienza siede sul monte, scrive Matteo, e proclama una verità sul mondo e sulla storia, una verità che non ha nulla dell’ideologico perché è una verità testata sulla sua carne.

Dal Monte delle Beatitudini la Parola di Gesù, che la scorsa domenica abbiamo visto sorgere nel suo inizio che illumina le tenebre, crea un uomo nuovo mostrando l’uomo nuovo. Da lì tutto può cambiare; Gesù ne è certo e l’Evangelo di Matteo, se leggiamo con intelligenza, ci mostrerà questa via nuova che scaturisce da quella parola pronunciata con autorità!

Infatti, dopo i tre capitoli del Discorso sul monte che si apre con le Beatitudini, Matteo fa seguire, nei capitoli ottavo e nono, dieci miracoli (di cui uno è un esorcismo): quei prodigi non sono messi lì a caso, ma mostrano che capacità ha la Parola nuova che Cristo ha pronunciato su di noi: purifica (lebbroso Mt 8,1-4), dà la fede (il centurione 8, 5-13), rende capaci di servire (suocera di Pietro 8,14-15), libera dal male (gli indemoniati di Gadara 8, 23-34), libera dall’immobilismo del peccato (il paralitico 9,1-8), libera dall’impurità perché il Cristo se ne fa carico ( l’emorroissa 9,20-22), dona la vita (la resurrezione della figlia di Giairo 9, 18-19.23-26), illumina (i due ciechi 9, 27-31), dona la capacità di parlare (il muto 9, 32-34) per annunciare l’Evangelo … Insomma la Parola di Gesù, la Parola che è Gesù, che inizia ad espandersi e si compendia nelle Beatitudini, ci fa uomini nuovi; e i capitoli ottavo e nono di Matteo ce lo raccontano mostrandoci la Parola in azione a curare, guarire e illuminare.

Le Beatitudini allora non sono legge morale, sono Evangelo! Sono cioè buona notizia per l’umanità. Lo sono perché Gesù in esse si narra e ci narra cosa ha fatto di noi uomini: ci ha fatti capaci di essere come Lui, con Lui; capaci di attraversare la storia non come crede il mondo miope e meschino, ma come sogna Dio … chi fa così mostra che il Regno è venuto perché è Dio la via a cui dà credito, sono le sue logiche che regnano sui suoi passi perché si è lasciato afferrare da Cristo (cfr Fil 3,12)!

Se le Beatitudini le sentiamo così non ci appariranno più una sublime chimera o una via per pochi “strani”, ma una vera possibilità donata a chi vuole seguire Gesù, perché sa che con Lui si trova senso alla vita, perché sente che il mondo non gli basta!