III Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) – Servo della Parola

 

 UNA PAROLA DIVENTATA AVVENIMENTO

Ne 8, 2-4a.5-6.8-10; Sal 18; 1Cor 12, 12-30; Lc 1, 1-4;4, 14-21

 

L’Evangelo di questa domenica ci fa ascoltare due inizi solenni: quello dell’Evangelo stesso di Luca e quello che, lo stesso Luca, racconta come inizio della predicazione di Gesù.

Nell’elegante e classico prologo del suo Evangelo, Luca scrive di “avvenimenti”, di “testimoni oculari”, di “ricerche accurate”…insomma, l’Evangelo, che Teofilo riceve per mano di Luca, non è un trattato teologico o una serie di belle ed edificanti idee, ma è una vicenda; come abbiamo celebrato nei giorni del Natale, l’Evangelo è carne, la carne del Figlio di Dio, di Gesù di Nazareth! L’Evangelo, la Buona Notizia, è la carne di Dio che viene a vivere e a sporcarsi le mani in questa nostra vicenda quotidiana

Luca dichiara di voler raccontare questa storia di Dio con-noi e si propone di farlo grazie alla testimonianza di coloro che l’hanno vissuta, ne hanno fatto esperienza e ne hanno saputo fare una lettura nella fede.

Il destinatario ha un nome: Teofilo, in greco “che ama Dio”; questo nome non è casuale, nè, per i più, è un nome di una persona reale; è dichiarazione di una certezza che Luca ha nel cuore: può ricevere l’Evangelo e “dargli credito” solo chi ama Dio, solo chi è disposto a fidarsi di Lui per leggere nella carne di Gesù di Nazareth un Teo-evangelo, una notizia di gioia che Dio ha proclamato all’umanità.

Questi avvenimenti che Luca racconta sono divenuti Parola di Dio tanto che chi fu testimone di quei fatti è diventato servo della Parola…è strano che Luca qui usi, per “servo” la parola “iuperétai” che, alla lettera, vuol dire “rematori”, “uomini a servizio in un equipaggio”: forse Luca ha in cuore i “viaggi” della Parola per raggiungere le sponde di tutti gli uomini, quelli che ha vissuto con Paolo e che narrerà negli Atti degli Apostoli.

Il secondo solenne inizio è quello della predicazione di Gesù. Siamo al capitolo quarto dell’Evangelo; dopo il battesimo al Giordano e dopo le tentazioni affrontate e vinte nel deserto, il primo atto di Gesù (ormai a pieno consapevole di essere il Figlio amato e il Messia!) è, per Luca, “tornare a casa” in Galilea per iniziare da lì. E a Nazareth, proprio a Nazareth dove Gabriele aveva parlato a sua madre e dove il sì di lei aveva resa possibile la Parola («Avvenga in me secondo la tua parola» cfr Lc 1, 38), la Parola inizia la sua corsa e si presenta al popolo nella sinagoga!

La scena è solenne: Gesù apre il rotolo di Isaia, legge, poi si siede e commenta; attorno a Lui attenzione carica di attesa, sguardi puntati, silenzio. In questo silenzio Gesù, che ha letto le parole del profeta sul Servo (cfr Is 61, 1ss), proclama che quella parola è diventata compimento! E compimento significa avvenimento! E quell’avvenimento è Lui stesso, Gesù! Insomma, la parola di promessa che il profeta aveva pronunziato a nome di Dio ora è avvenuta. Le orecchie di coloro che ascoltano non sentono più una promessa ma sono chiamate a cogliere un evento. D’altro canto, lo sappiamo, in ebraico il termine “d’bar” significa “parola”, ma anchefatto”, “accadimento”…

Gesù è la Parola del Padre non perchè dice qualcosa ma perché è quello che è! E’ il suo esserci che “parla”, sono i suoi gesti che “dicono”, è la sua vita, in tutta la sua interezza, che è Parola definitiva di Dio!

In quel sabato di Nazareth Gesù, che aveva ricevuto al Giordano la parola di tenerezza e di rivelazione dal Padre (cfr Lc 3, 22), che era andato nel deserto ad iniziare la lotta con Satana ed aveva iniziato a riportare la vittoria su di lui anche per noi, può presentarsi come evento di liberazione e di guarigione.

Lo Spirito che su di Lui dimora “grida” anche in Lui i diritti di Dio sull’umanità e sulla storia, e Gesù è pronto a proclamare un Evangelo a chi si fa povero, a chi si fa, cioè, “cavità” per accogliere l’immensa novità della salvezza: «Lo Spirito del Signore è su di me e mi ha inviato ad annunziare ai poveri un evangelo…».

Gesù annunzia che è iniziato il tempo della grazia! Alla lettera: «Mi ha inviato…a predicare un anno gradito al Signore», a proclamare cioè che inizia un tempo che il Signore “sognava”, che il Signore gradisce, un tempo che rende lieto il Signore! E’ bellissimo! E’ un tempo in cui il Signore, attraverso il Figlio, ritroverà i figli dispersi e perduti e ne gioirà (cfr Lc 15, 32), un tempo in cui, attraverso il Figlio, potrà gridare un evangelo di libertà, di luce, di distruzione di ogni oppressione!
Gesù è tutto questo…Gesù è questo evangelo! Gesù è il “sogno” di Dio! Lui stesso!

Quando dimentichiamo che Gesù è l’evento di salvezza, che Lui è l’Evangelo, cadiamo subito in un cristianesimo incatenato e legalistico; quando crediamo che l’Evangelo sia una “nuova legge”, una serie di bei precetti religiosi e morali da adempiere per essere buoni cristiani, vanifichiamo la forza dirompente dell’Evangelo stesso, di quello vero… Vanifichiamo la libertà dell’Evangelo, libertà che si dipana incarnandosi in ogni credente con la sua incredibile ed infinita fantasia, come ci fa capire Paolo nel passo della sua Prima lettera ai cristiani di Corinto che oggi si legge.

Quando, al contrario, la Chiesa comprende che l’Evangelo è Gesù, e lo accoglie, allora inizia di nuovo un’incarnazione di Dio, un’incarnazione in quell’ora concreta della storia. La vera ed unica vocazione della Chiesa è dunque una sola: ripresentare Gesù!
Per questo Paolo parla della Chiesa come del Corpo di Cristo: il “corpo” per la Scrittura è quello che noi siamo, è la nostra visibilità, è la nostra concretezza. Per far ciò bisogna cedere il proprio “terreno” a Gesù, alla sua piena umanità che racconta Dio, permettendo così a Dio di mettere ancora la sua tenda nella storia degli uomini!

E’ necessario però lasciarsi ferire da Cristo: l’uomo nuovo, che in Gesù si presenta a noi, deve ferire a morte l’uomo vecchio che è in noi! E ci si fa ferire solo se si ascolta in modo compromettente Gesù; e bisogna farlo oggi!
Guai, infatti, a chi vive una vita cristiana fatta di rimandi e di “tempi migliori”, al passato e al futuro: i “tempi migliori” possono essere sia quelli che si rimpiangono sia quelli che si attendono per prendere decisioni.
Dio, in Gesù, viene a cercarci nell’oggi, in ogni oggi; l’oggi, d’altro canto, è l’unica cosa che esiste! Domani non c’è, e quando ci sarà, sarà un oggi in cui dare quella benedetta risposta! L’appello di Gesù ci pressa con fermezza! Basta dirgli un pieno per entrare in quel tempo gradito a Dio: tempo di lotta, ma di bellezza; tempo di verità costose, ma anche tempo di luce e di liberazione!
Gesù è venuto per questo!
E’ il Salvatore…ma per davvero!

Abbiamo sperimentato che ci salva concretamente nei nostri oggi?
Dobbiamo dirci la verità: chi non ha vissuto questa esperienza, resta un cristiano “di facciata”, un cristiano “di religione”, un cristiano “di riti”, tutt’al più uno di quei cristiani esasperati da quella morale che diventa poi, facilmente, moralismo.
Gesù invece, è lì a dirci un evangelo, una buona notizia.

Non  ci trovi mai assuefatti o “accomodati”!
Ci trovi pronti a cogliere l’oggi di Dio!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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Santa Famiglia (Anno C) – Vita donata

 

APPARTENERE A DIO

 

1Sam 1, 20-22.24-28; Sal 83; 1Gv 1-2. 21-24; Lc 2,41-52

 

Il mistero del Natale si apre ad una vita tutta donata; la sapienza della Chiesa ce lo fa capire ponendo nel giorno successivo al Natale la festa di Santo Stefano, il Primo Martire; la vita di quel Bambino che abbiamo contemplato nella mangiatoia di Betlemme sarà vita pienamente umana, e tutta la rivelazione cristiana ci grida che si è veri uomini solo se si ama fino all’estremo, perdendosi per amore (cfr Mt 10, 39). Tale fu la vita di Gesù, e così deve essere la vita del discepolo di cui Stefano subito è stato “icona”. Vita donata giorno per giorno, vita spesa per Dio e per gli uomini ma nella gioia… Vita che, per Gesù, culminerà nel dono pasquale fatto sulla croce, ma che è vita spesa amando giorno dopo giorno, e trovando in quell’amore la bellezza, la bontà ed il senso…
Se il Natale è il culmine dell’Avvento, rassicurandoci sulla fedeltà di Dio che mantiene le sue promesse e che quindi tornerà a compiere la storia, i misteri cristiani ci mostrano con tutte le loro infinite sfaccettature, come vivere l’attesa, che è il sapore più vero del tempo della Chiesa. Si attende la sua venuta dando la vita, come Stefano … non c’è altro modo per essere un vivente “maranathà

Questa domenica, detta della Santa Famiglia (una festa che direi “pastorale” in quanto creata di recente per avere un’occasione appunto “pastorale”, e parlare così della “famiglia cristiana”), oggi ci dà l’agio di fare un discorso più ampio su ciò che consegue al mistero dell’Incarnazione di Dio. Un discorso che, se fatto seriamente, ci indica ancora sentieri per essere pronti davvero alla venuta del Figlio dell’Uomo.

Non farei allora oggi il solito discorso “trito” sulla famiglia quale “primo nucleo della società”, sulla sua “sacralità” naturale e cristiana… Non lo farei anche perché – diciamocelo francamente – mai come in questi ultimi decenni noi Chiesa abbiamo parlato di “famiglia”, e mai come in questi ultimi decenni la “famiglia” patisce di lacerazioni e disfunzioni! Il problema, a mio umile parere, non è parlare della famiglia ma è annunziare l’Evangelo: quando si fa seriamente questo si evangelizza tutto l’uomo in tutti i suoi ambiti di vita, e quindi anche in quel primo ambito che è la famiglia.

E’ allora necessario che noi annunziamo con coraggio, con profondità, senza edulcorazioni e diminuzioni il mistero di Cristo; è necessario che noi credenti in Lui facciamo innamorare gli uomini di Cristo perché lo cerchino giorno per giorno, e siano uomini in attesa di Lui, impegnati davvero nella storia ma con la coscienza d’essere “stranieri e pellegrini” (cfr Eb 11, 13; 1Pt 2, 11).

 Oggi la liturgia ci dà l’occasione di fare una lettura globale di questo mistero di Cristo e ci invita ad una ricerca appassionata di Lui che è venuto a cercarci prendendo la nostra carne.
L’esito, come scrive Giovanni nel tratto della sua Prima lettera, che ascoltiamo quale seconda lettura, sarà il vivere da figli.

Il racconto di Luca che la Chiesa oggi propone è la conclusione dell’Evangelo dell’infanzia lucano; è un passo direi “unico”…unico perché pare “fuori schema” rispetto a tutto il racconto dell’infanzia; unico perché è l’unico squarcio che gli Evangeli ci aprono sulla vita di Gesù prima del Battesimo al Giordano…e questa “unicità” ci conduce certo ad una sua funzione specifica. Il testo, insomma, non va letto ingenuamente.

Uno smarrimento, quello del ragazzo Gesù, che avviene in un contesto preciso: la Pasqua; ed avviene all’interno di una vera fedeltà di Maria e Giuseppe alla Legge del popolo santo di Dio («si recavano tutti gli anni a Gerusalemme per la festa di Pasqua»). Un episodio che, al di là del racconto banale della “scappatella” di un adolescente intelligente, contiene un mistero di Dio ed un appello per noi a cui è consegnato l’Evangelo.
Il protagonista del racconto è Gesù. Finalmente! Sì, finalmente, perché fino a questo momento nel racconto di Luca si era parlato di Lui, ma non come di uno che agisce direttamente; fino ad ora il racconto l’aveva mostrato “infante”, cioè “senza parole”; ce lo aveva mostrato passare dalle braccia di Maria a quelle di Simeone, e – ancor prima – avvolto in fasce e deposto nella mangiatoia quale segno per i pastori …
Ora no, ora per la prima volta Gesù parla.

Il contesto pasquale ci rimanda alla fine dell’Evangelo, quando in un’altra Pasqua Gesù verrà ugualmente smarrito per tre giorni ed al terzo giorno ritrovato dopo un’angoscia grande. In quel ritrovamento ci sarà la definitiva rivelazione della figliolanza divina.
Per Luca, infatti, il Gesù pasquale rivela il Padre, sia sulla croce («Padre nelle tue mani consegno il mio spirito» cfr Lc 23, 46), sia nel giorno della risurrezione («io manderò su di voi quello che il Padre mio ha promesso» cfr Lc 24, 49) … e anche questo Gesù dodicenne rivela la sua figliolanza dichiarando che deve essere nelle cose del Padre suo. Dobbiamo far caso che le prime e le ultime parole di Gesù nell’Evangelo di Luca sono un rinvio al Padre!
Gesù rivela dunque di essere Figlio, e di appartenere tutto al Padre; nella prima lettura si è detto che Samuele è ceduto per tutti i giorni della sua vita al Signore; così è Gesù! E’ del Padre, ed in Lui la carne dell’uomo deve fare questo passaggio: scegliere di essere di Dio! E senza mezze misure!

La vocazione ultima e prima del cristiano è offrire la propria carne all’Incarnazione di Dio; è mostrare che si può essere nelle “cose del Padre” fino in fondo; è dare alla storia il “respiro” di Dio; è permettere a Dio di piantare ancora la sua tenda in mezzo agli uomini (cfr Gv 1, 14).
Gesù giovinetto, smarrito per tre giorni ed al terzo ritrovato, è allora narrazione di una “Pasqua annunziata” che si compie in Gesù perché in Lui, l’“esodo” è iniziato, e il Natale già ce lo diceva.

Il “vecchio uomo” in Lui si è mosso verso il “nuovo”; il “vecchio uomo” ormai si è iniziato a versare irreversibilmente nel “nuovo”!
Tutto sarà costoso, ma la novità di Cristo già oggi si può insinuare in tutte le realtà umane, in tutte le strutture umane.
Spetta a noi permettere all’uomo che siamo di incamminarsi verso quell’essere nelle cose del Padre; sempre più in pienezza.

Il mistero della figliolanza sarà così visibile e palpabile nelle nostre vite! E sarà annunzio di speranza!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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MASTICARE LA SUA CARNE

Es 24, 3-8; Sal 115; Eb 9, 11-15; Mc 14, 12-16.22-26

 La Parola, il Corpo ed il Sangue

L’Eucaristia nella Chiesa è la realtà più frequente, in special modo nelle Chiese del nostro vecchio occidente – e chissà ancora per quanto! – ma anche la più disattesa…
Ridotta il più delle volte ad un rito cui si assiste, abbiamo permesso che smarrisse la sua carica esistenziale e, soprattutto, la sua “violenta” provocazione!

Sì, l’Eucaristia è provocatoria perché ci mette dinanzi alla richiesta di prendere parte, di condividere un atto di offerta sanguinante, per nulla neutrale e per nulla scevro di conseguenze nella vita e nelle scelte quotidiane.

Tanti cristiani, nei secoli, ne hanno colto la domanda e la forza, e sono quelli che hanno scelto la dura via della santità come luogo di ogni loro giorno, senza nascondersi dietro a nulla, senza fare dell’Evangelo una chimera o un’opzione per pochi…troppe volte si è “cianciato” di un cristianesimo per “brava gente” fatto di un certo “buonismo”, moralismo ed infine di mediocrità quando non di ipocrisia… Lì l’Eucaristia è stata imprigionata in una neutralità rituale al servizio del sentirsi con la coscienza “a posto” ed appagata!
Così l’Eucaristia è stata ignorata e ridotta a “spettacolo” a cui assistere, o (tremendo!) ad idolo attorno a cui compiere atti religiosi e talvolta dolciastri…
Si è arrivato perfino a disincarnarla e smaterializzarla, volendo dimenticare che nell’Eucaristia c’è carne e sangue, c’è vita che chiede vita, c’è qualcuno che si offre per essere masticato, come il IV Evangelo pone proprio sulle labbra di Gesù.
Egli dice crudamente, infatti, che bisogna masticare la sua carne, e lo dice usando il verbo materialissimo “tròghein” (cfr Gv 6, 56): altro che l’impalpabile “ostia” che non ha più neanche il sapore del pane e che in tempi passati si prescriveva di non masticare!
Che depauperamento! Vorrei dire: che mistificazione!
In tal modo l’Eucaristia è diventata “innocua” non chiamando più in causa la mia carne, la mia vita, la mia concretezza.

In quell’ultima sera, Gesù ha lasciato invece alla sua Sposa il mistero di salvezza del suo Corpo e del suo Sangue! Cosa c’è di più concreto?
E’ un corpo spezzato ed un sangue versato…e chiedendo la reiterazione non ha chiesto di ripetere un rito, ma ha chiesto di fare ciò che Lui ha fatto: dare la vita nell’amore, concretamente e non idealmente, e nelle buone intenzioni!

Quella sera chiese ai suoi di lasciarsi coinvolgere nel suo “destino”, di condividere la sua via… Gesù se ne andava, e pareva tutto un fallimento…
Se ci pensiamo bene, dobbiamo dire che il Gesù storico non ha visto neanche i Dodici immersi nel suo sogno di un’umanità nuova!
Solo la Pasqua innesterà questa possibilità per i suoi discepoli di allora e di sempre…

L’Eucaristia è lasciata alla Chiesa perché la Pasqua non resti solo evento di Cristo Gesù…L’Eucaristia crea un popolo pasquale, sacerdotale e così profetico del mondo nuovo che sorge dall’amore del Crocefisso!

Lo Spirito è rimasto nella storia ad essere garante di questa possibilità, e chi l’ha colta ha cambiato il suo cuore ed il suo mondo.

In quella sera Gesù, in quel pane spezzato ed in quel calice condiviso, riassunse tutta la storia della ricerca di Dio della sua creatura.
Memoria della Prima Alleanza, di quella del Sinai, dell’antico patto nel sangue che ora, è chiaro, diviene profezia del suo dono! Quel pane e quel calice, però, guardano anche al futuro: all’ora della croce, ormai imminente, ma anche al futuro di coloro che, reiterando quell’atto di offerta, annunzieranno l’Evangelo…guarda però anche ad un futuro oltre il tempo (dice Gesù che quel calice lo berrà nuovo nel Regno di Dio!).

Dando l’Eucaristia ai suoi, Gesù chiese a quelli, e chiede a noi oggi, di prendere parte ad una storia di salvezza che approderà sulla spiaggia dell’ottavo giorno, della domenica senza tramonto in cui Lui sarà “tutto in tutti” (cfr 1Cor 15, 28).

Ed intanto?

Intanto c’è la storia concreta del mio vivere, dello scorrere delle vicende dell’umanità; al cuore di tutto ciò la Chiesa deve porre, come lievito “costoso” l’Eucaristia, la concretissima carne del Figlio di Dio che il Padre, nello Spirito, ancora e  sempre dona ai discepoli, perché la storia sia trasfigurata in storia d’amore proprio per l’opera coraggiosa di quei discepoli d’ogni tempo che, coinvolti nella via di Gesù, mostrano un’alterità, una differenza che, senza  alcuna arroganza, proclama la verità e di Dio e dell’uomo!

Ecco allora il cuore del Corpus Domini: non un trionfo dell’Eucaristia, fatto di processioni ed infiorate (fatta salva la bellezza di certe tradizioni e la buona fede di tanti!), ma un trionfo della logica dell’Eucaristia nel cuore dei credenti…
e questo, giorno per giorno…
Ogni giorno!

p. Fabrizio Cristarella Orestano

 




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Battesimo di Cristo (particolare) di Piero della Francesca

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Is 55, 1-11; Cantico da Is 12, 2-6; 1Gv 5, 1-9; Mc 1, 7-11

 

Battesimo di Cristo (particolare) di Piero della Francesca

Battesimo di Cristo (particolare) di Piero della Francesca

Oggi si conclude il Tempo di Natale e si apre il cosiddetto Tempo ordinario, tempo in cui siamo chiamati a realizzare quanto abbiamo contemplato nel Tempo d’Avvento e nei giorni del Natale; “cerniera” tra il Tempo di Natale ed il Tempo ordinario è questa domenica del Battesimo del Signore.

La carne di Dio, che abbiamo contemplato nella mangiatoia di Betlemme, è la nostra carne di figli di Adamo, e quella stessa carne, assunta dal Verbo, oggi è immersa da Gesù in una purificazione in cui deve “affogare” il vecchio Adamo. Gesù, il nuovo Adamo, è venuto per compiere una missione precisa: raccontarci Dio ed il suo amore totalmente gratuito e raccontare l’uomo all’uomo. Il racconto, però, non può rimanere solo racconto, spiegazione, informazione … deve diventare concretezza, possibilità realmente offerta.

Il Battesimo al Giordano è promessa pasquale: l’uomo nuovo, Gesù, promette a tutti gli uomini, “prigionieri” dell’uomo vecchio, di essere con loro in un’opera necessaria e dolorosa: la morte dell’uomo vecchio! Immergendo nelle acque del Giordano la nostra carne, che ha assunto, Gesù inizia una strada dolorosissima in cui giungerà ad inchiodare il peccato, l’uomo vecchio, al legno della croce. Giovanni il Battista, nel passo di Marco, proclama che Gesù “è più forte” perché capace di compiere quest’opera definitiva di morte dell’uomo vecchio, di cui il suo Battesimo era solo un segno.

Il gesto di Gesù di mettersi in quella “fila di peccatori” per farsi immergere da Giovanni è “sacramento” di tutta la sua vita: vita di condivisione piena, senza esenzioni, della nostra condizione di uomini segnati dal peso della fragilità e della miseria. Lui, Gesù, che non era né peccatore né meschino né vile, sceglie di essere tra noi, sceglie la via della condivisione costosa e non la via del privilegio (cfr Fil 2,6).

Inizia qui quella discesa agli inferi che lo farà compagno dell’ultimo degli uomini, di quello più infimo e più reietto, quello più sporco e meno amabile, di quello più compromesso e cattivo … Non sceglie di stare a mensa solo con i fragili ed i peccatori pentiti, ma di stare assieme agli uomini in qualsiasi condizione; sceglie l’uomo nel suo peccato, quello che lo abbrutisce e gli imbratta l’immagine di Dio
In questo senso davvero le vie di Dio sono inconcepibili per noi: lo ha detto il testo del Libro di Isaia che oggi si ascolta come prima lettura: «I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie»! Il Verbo si è fatto carne per percorrere questa via incredibile di “compagnia” e, quindi, di abbassamento.
Oggi capiamo come l’esito del Natale sia qualcosa di tutt’altro che “zuccheroso” e rassicurante: Dio ha preso molto sul serio la via dell’Incarnazione, gli è costata molto … l’amore costa, c’è poco da fare!

A Natale abbiamo cantato quella dolce nenia di Sant’Alfonso: “Ahi quanto ti costò l’avermi amato!”,  e pensiamo subito al Bambino infreddolito avvolto in fasce … ma non è solo questo …
Da lì, per Dio, inizia un’avventura meravigliosa di bellezza, ma anche di vera compromissione. Da lì per Gesù, Verbo eterno fatto carne, inizia una via umanissima e perciò meravigliosa, ma anche una via che, per custodire la sua bellezza, paga un prezzo: il prezzo della spoliazione, il prezzo del con-soffrire, dell’assaporare l’amarissimo boccone della morte. Questa scelta di Gesù di Nazareth, certamente una scelta sofferta, cercata, frutto di un discernimento tale che nessuno di noi può neanche lontanamente immaginare, ha un esito straordinario: la rivelazione piena, per Gesù, della sua identità. Finalmente Gesù di Nazareth comprende davvero chi è: è il Figlio amato, oggetto di una gioia indicibile di quel Dio dei padri, che ora Gesù sa di poter e di dover chiamare Abbà, Padre suo tenerissimo, fonte di un progetto incredibile di vita e di “compagnia” per l’uomo che Egli ama.

Gesù di Nazareth sa di essere il Figlio unico del Padre, ma sa anche di portare la carne di ogni uomo; sa che Dio gli è Padre per davvero, e sa pure che nessun uomo gli è estraneo! Lo Spirito che scende su di Lui sarà – scriveva San Basilio – compagno inseparabile di quel cammino di Emmanuele che Gesù intraprenderà; sarà la forza della sua piena umanità, della sua capacità di dono fino all’estremo; non lo esenterà dalla fatica della libertà e dal dolore, ma gli darà quell’unzione per cui quella carne che ha assunto potrà essere “luogo” della Parola da proclamare con fermezza (profezia), sarà capacità di offerta piena di sé nell’amore (sacerdozio), sarà vittoria sul mondo e sulle sue strade egoistiche di morte (regalità).

La sua discesa nelle acque del Giordano non è un gesto esemplare (che terribile tendenza quella di fare dei gesti e delle parole di Gesù occasioni esemplari e moralistiche, vuote della fatica dell’umano!), ma è un’ora di approdo ad una piena coscienza di sé, è ora di scelta di campo (stare dalla parte dei peccatori); è ora di unzione della sua carne santissima. Al Giordano Gesù, Figlio di Adam e Figlio eterno di Dio, diviene il Cristo, l’Unto perché riceve l’Unzione che è lo Spirito: Unzione che gli dona la pienezza della profezia, del sacerdozio e della regalità.
Così, con la potenza della parola profetica, con la forza di offrirsi totalmente, con bellezza di un amore che tutto vince e che sa donare fino all’estremo, il Figlio di Dio plasma la nostra carne ad essere carne dell’uomo nuovo. Si è fatto uomo perché tutti gli uomini possano essere uomini nuovi, possano essere come Lui, anzi – diranno i Padri siriaci – perché “ogni uomo possa essere non un figlio di Dio ma il Figlio di Dio”!

Immergendosi oggi nelle acque del Giordano, alla ricerca della miseria dell’uomo, Gesù, come ha sempre detto la tradizione cristiana, santifica tutte le acque perché possano essere, nel Battesimo, luogo di salvezza per tutti coloro che vi saranno immersi per morire al vecchio uomo e nascere alla novità di vita dell’Evangelo.

Oggi possiamo sentire nel cuore una grande consolazione: Gesù di Nazareth ci ha scelti nella nostra miseria … non ci ha scelti solo perché è nato a Betlemme, facendosi carne da Maria Vergine per un eterno consiglio del Dio delle promesse, ma ci scelse anche coscientemente, ormai adulto, dopo l’umanissima fatica di un discernimento libero della sua identità, e dopo essersi posto dinanzi al Padre ed alla sua volontà. Ci fu un giorno santissimo in cui Gesù di Nazareth decise di scendere nel Giordano con i peccatori, scelse così ognuno di noi, prendendoci per mano per condurci alla vita nuova.
Per questo pagò un prezzo … lo pagò con gioia ed amando in una vita bella, buona e felice … ma lo pagò!

Le nostre vite di credenti sono umane, belle, piene, sensate?
Le nostre vite pagano un prezzo?

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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