Santissimo Corpo e Sangue di Cristo – Un pane altro

 
…CHE TOGLIE LA FAME DI ETERNO

 

Dt 8, 2-3. 14-16; Sal 147; 1Cor 10, 16-17; Gv 6, 51-58

 

(Foto di Antonio Navarro)

(Foto di Antonio Navarro)

Il “Corpus Domini non celebra un evento della storia della salvezza come il Natale, la Pasqua, la Pentecoste. Il “Corpus Dominiè lode al Signore per un grande dono, per il dono dell’Eucaristia…è quel dono che ogni domenica raduna il popolo di Dio attorno al Risorto; è quel dono che la Chiesa ha cominciato a celebrare ogni giorno per vivere la presenza ininterrotta del suo Signore “in mezzo” ad essa (cfr Gv 20,19); è quel dono, appunto, di presenza in un perpetuo donarsi di Cristo alla storia, finché la storia scorrerà e gli uomini vivranno.

L’evangelo di questa solennità ci porta al capitolo 6 di Giovanni, al discorso che Gesù fa dopo il segno dei pani: la folla che l’ha seguito è affamata, e Gesù moltiplica per essa il pane, ma il segno è travisato: la gente, infatti, spera d’aver trovato il condottiero che le serve, che la nutre e dà gratuitamente da vivere…e vuole farlo re; Gesù fugge dicendo no all’immagine di Lui che si son fatti quegli uomini, e dice no alla tentazione del potere. A Cafarnao trova l’occasione per dar ragione di quel segno del pane moltiplicato; molte volte, nel lungo discorso che il Quarto Evangelo pone qui, Gesù usa la parola pane: “pane del cielo”, “pane vero”, “pane vivo”, “pane di Dio”, “pane della vita”…Gesù vuole far capire che non c’è solo quel pane impastato ed infornato che toglie la fame all’uomo; c’è anche un altro pane che toglie la fame più radicale che l’uomo ha: la fame di vita vera, di senso, di “oltre”, di eterno, di Dio…è ciò che ha detto Mosè nel passo del Deuteronomio che anche oggi si ascolta, con il celebre “non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”…

Gesù è venuto per dare all’uomo un pane che plachi quella fame profonda e radicale che ha l’uomo, e che – se non appagata – rende l’uomo disumano.

Il passo che leggiamo oggi si ritrova nella seconda parte del discorso; nella prima parte Gesù parla del pane come segno della sua missione di Figlio, disceso da Dio come vera e definitiva manna per sostenere con la sua parola, la sua presenza e la sua vita gli uomini amati dal Padre. Nella seconda parte del discorso Gesù fa un passaggio davvero ardito! Inizia con una auto-rivelazione, nella forma tipica del Quarto Evangelo: Io sono il pane vivo disceso dal cielo…per poi dire che quel pane bisogna mangiarlo, di quel pane bisogna nutrirsi (verbo “fàgo”), e quel pane altro non è che la sua carne per la vita del mondo.

La sua parola scandalizza gli astanti, e Gesù – dinanzi allo scandalo – non attenua il suo discorso, ma lo rende ancora più ardito, più scandaloso: parla di mangiare la sua carne e bere il suo sangue come necessari ad avere vita…
E poi rincara lo scandalo, perché quella carne bisogna masticarla, usando qui il verbo greco “trògo” un verbo – diciamolo pure – brutale, un verbo che indica una concretezza sconcertante, uno spessore realistico di forte impatto. Purtroppo in italiano tutto ciò non viene reso, poiché la traduzione utilizza il verbo “mangiare” come se dietro ci fosse sempre il verbo “fàgo”. E’ questo masticare, dunque, che fa dell’uomo uno “destinato” alla vita eterna, e poi alla risurrezione.

L’Eucaristia non va smaterializzata, ha scritto di recente Luciano Manicardi, non va resa tanto “spirituale” da non interessare più la nostra concretezza, la nostra carne; il verbo “trògo” con la sua brutalità ci richiama ad una nostra compromissione con la carne del Figlio dell’uomo, e ad una compromissione vera del Figlio dell’uomo con noi, tanto da voler essere masticato, distrutto per diventare nostra carne, per diventare nostro sangue.

La croce non fu forse proprio questo?
La croce, il mistero del corpo spezzato e del sangue versato, non fu forse un lasciarsi annientare del Figlio dell’uomo per entrare nelle fibre più dolenti della storia? Per raggiungerci nei nostri inferni? Masticare la sua carne è assumere quella logica di amore che non salva se stesso; è assumere Cristo, come vita da vivere nel concreto degli atti quotidiani!

L’Eucaristia, nella prassi cattolica “smaterializzata” e – diciamocelo! – ridotta a fragile particola che non ha più nessuna parvenza di pane, deve ritrovare per i cristiani la sua concretezza cruda, esigente: una concretezza che sia appello al nostro “corpo” e al nostro  “sangue” a percorrere quella stessa via di Cristo, via di dono, di offerta di sè.
Vivere l’Eucaristia non è atto neutrale e “religioso”, non è un atto rassicurante; è entrare, invece, nel rischio mortale attraversato completamente da Cristo Gesù per dare alla storia un volto nuovo.

L’esito di un uomo “eucaristico”, in tal senso, è la vita eterna e la risurrezione, che non sono la stessa cosa ripetuta due volte (Chi “mastica” la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna ed io lo risusciterò nell’ultimo giorno). La vita eterna è la vita nella carne, nel quotidiano concreto e “banale” ma innervato da Cristo; è la vita che “respira” l’atmosfera di Dio, che è nutrita dall’agàpe, e che trova in essa senso e bellezza. La risurrezione è l’approdo di una tale vita in Cristo, di una vita in Lui vissuta a pieno nella storia! Insomma il vivere qui la vita eterna conduce alla risurrezione nell’ultimo giorno!

Come Cristo, chi vive nell’amore e nel dono di sé che l’Eucaristia grida alla nostra umanità, non può rimanere nella morte, ma accede alla risurrezione… Un uomo come Gesù non poteva rimanere nella morte (gli angeli al sepolcro chiedono, infatti, alle donne di ricordarsi di Gesù, della sua vita, delle sue parole, per capire che Lui non poteva che risorgere! cfr Lc 24, 6); così anche l’uomo “cristificato” dall’Eucaristia, plasmato da quel corpo manducato e da quel sangue bevuto, reso capace di un quotidiano all’amore, non resta nella morte: Lui lo risusciterà nell’ultimo giorno.

p. Fabrizio Cristarella Orestano

Natale del Signore – Il Natale è altro!

RIEMPIAMO LE COSE BELLE DELLA VERA BELLEZZA

 

  –  Notte: Is 9, 1-3.5-6; Sal 95; Tt 2,11-14; Lc 2,1-14   Aurora: Is 62, 11-12; Sal 96; Tt 3, 4-7; Lc 2, 15-20   Giorno: Is 52, 7-10; Sal 97; Eb 1,1-6; Gv 1, 1-18  –

 

La nascita di Gesù - Giotto, Cappella degli Scrovegni (Padova)

La nascita di Gesù – Giotto, Cappella degli Scrovegni (Padova)

Il Natale dovrebbe essere una maniera nuova di leggere la storia dell’umanità, di leggere le nostre storie personali! Il Natale deve essere questo modo nuovo di leggere il mondo, una lettura talmente “altra” da dover diventare fortemente eversiva per il mondo stesso! Non si può trasformare il Natale in una rassicurante festa familiare che chiede di “essere tutti più buoni”. Per carità!

Il Natale chiede di essere “altro”, di leggere gli uomini ed il cosmo in modo completamente diverso; chiede di essere uomini “in modo diverso” da quello che il mondo ci suggerisce; chiede di trasformare le luci, che pure si accendono in questo giorno suggestivo, in luce vera dentro di noi e nel mondo in cui viviamo come credenti; chiede di essere capaci di “pagare un prezzo” per custodire e far brillare, umilmente e senza arroganze, questa Luce che è venuta nel mondo, come dice Giovanni nel prologo del suo evangelo.

L’evangelista Luca, con il suo racconto della nascita di Gesù, ci mostra in modo sapiente e con grande sottigliezza, questo capovolgimento che il Natale chiede all’umanità. Per questo motivo crea un quadro di ampie proporzioni in cui ci fa giungere ad una conclusione davvero eversiva: pare che il mondo si muova a partire dai potenti della terra; pare che Cesare Augusto, dal suo immenso palazzo di Roma, muova i fili della storia; sembra che il fatto importante sia il decreto imperiale che costringe anche Maria e Giuseppe a muoversi dalla Galilea a Betlemme (150 chilometri percorribili, dalle carovane di quell’epoca, in tre o quattro giorni!) … sembra poi che la nascita disagiata di un qualsiasi bambino galieo sia un fatto trascurabile rispetto ad un progetto politico che investe tutta la terra (un’espressione certo enfatica, ma che richiama l’estensione e la sottile violenza di un potere immenso quanto lontano!), ed invece il cielo rivela un capovolgimento!

Giovanni, con precisione teologica, scriverà: E il Verbo divenne carne e piantò la sua tenda in mezzo a noi… Luca, con stupore limpido, descrive dei gesti semplici e precisi di una madre che partorisce, avvolge in fasce e depone in una culla improvvisata, in una mangiatoia, il suo bambino …

Gli angeli rivelano ai pastori (e non ai potenti e ai sapienti…cfr Lc 10,21) che il centro non è nei traffici politici ed economici dei potenti; il centro è in quel parto e in quel bambino, in cui si adunano sorprendentemente tutti i doni a cui l’uomo, dovunque e sempre, anela; quei doni che l’uomo, nel profondo più profondo di sè, sa che racchiudono il senso del vivere: la gioia, la pace, e il realizzare a pieno l’essere uomini!

Vi annunzio una grande gioia, oggi vi è nato nella città di Davide il salvatore che è il Messia Signore, e poi il canto del cielo proclama: Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini amati da Dio. La gioia e la pace provengono da un oggi in cui si mostra la gloria! La gloria, lo sappiamo, è la presenza “che pesa”, che conta, che produce novità concreta nella storia … la gloria non è uno splendore lontano nè un augurio e basta! La gloria è la presenza di Dio che genera gioia, che genera pace!

La grande storia dell’umanità si raccoglie tutta, dice Dio attraverso i suoi angeli, in quell’oggi in cui Dio stesso appare nella carne degli uomini! Una carne di uomo sarà il luogo della gloria di Dio (Noi abbiamo visto la sua gloria, scrive Giovanni sempre nel prologo del suo evangelo; e quella gloria è la “sarx”, è la “carne fragile” e umanissima del Figlio di Maria!); la gloria si manifesta non nel “sacro” secondo gli uomini, ma nell’uomo e basta!

Da questo evento può scaturire la gioia vera, quella che non dipenda da altro se non dal senso che si trova e si vive nel proprio essere uomini, nella limpidezza delle relazioni che l’essere uomo appunto comporta! Limpidezza che l’Evangelo consegna a pieno a chi dall’Evangelo si fa plasmare! Da questo evento scaturisce una pace che non è solo l’assenza delle guerre, che pure Augusto era riuscito ad instaurare con la “Pax Augustea”, la quale nasceva tuttavia dalle stragi e dalla paura che il potere del più forte incute nei più deboli! Da questo evento scaturisce una pace che l’uomo, dall’oggi di Cristo Gesù, potrà costruire con quell’amore che è la via consegnata alla storia da quel Bambino nato a Betlemme; quel Bambino che, come ha detto l’autore della Lettera a Tito nella Messa di stanotte, è la visibilità della grazia di Dio, cioè del suo amore gratuito, che ci insegna a vivere in questo mondo! Ci insegna, cioè, ad essere uomini! Questo genera la pace nel profondo di ciascuno, questo costruisce la fraternità!

In questo giorno santo del Natale dobbiamo farci convinti del vero centro della storia, dobbiamo farci convinti di cosa davvero cambia la storia! Quando ci lamentiamo (e a ragione!) della follia del mondo, del suo stolto correre veso il nulla, del suo girare a vuoto, delle ingiustizie che si perpetuano e che troppe volte avalliamo anche noi con i nostri silenzi, dovremmo gridarci l’un l’altro che è possibile cambiare le cose se ci si assume la storia come fece Dio in quella mangiatoia di Betlemme; che è possibile portare novità nella storia portandovi l’uomo nuovo che ciascuno può essere, perchè quel Bambino non è solo una dolce illusione per la notte suggestiva di ogni 25 di dicembre, ma è una provocazione violenta, sovversiva e “costosa” che spinge a condurre tutto lì dove è il vero centro, spinge a far girare le nostre storie, le nostre relazioni, le nostre scelte, le nostre cose, i nostri averi, le nostre responsabilità, le nostre vocazioni attorno all’oggi di Dio, un oggi che Colui che è nato a Betlemme ha reso stabile per sempre da quella mangiatoia fino alla croce, e dalla croce fino alla luce di un amore che vince anche la morte!

Non spegniamo, allora, le luci e le lucine di Natale; non fuggiamo il caldo gioire della festa; non disprezziamo la commozione che sempre ci assale davanti al Presepe, ma riempiamo queste cose belle, umane e calde della vera bellezza, della vera umanità, del vero calore: Gesù ci ha dato un Evangelo in cui splendono la vera bellezza, la vera umanità, e il calore che è il fuoco di quell’amore che nulla può spegnere.

Ne siamo convinti?

p. Fabrizio Cristarella Orestano

 

 

 

III Domenica del Tempo Ordinario – Evangelo, Carne di Dio

LA PAROLA E’ DIVENTATA COMPIMENTO

  –  Ne 8, 2-4a.5-6.8-10; Sal 18; 1Cor 12, 12-30; Lc 1, 1-4;4, 14-21  –

L’Evangelo di questa domenica ci fa ascoltare due inizi solenni: quello dell’Evangelo stesso  di Luca e quello che, lo stesso Luca, racconta come inizio della predicazione di Gesù.

Nell’elegante e classico prologo del suo Evangelo, Luca scrive di “avvenimenti”, di “testimoni oculari”, di “ricerche accurate”…insomma, l’Evangelo, che Teofilo riceve per mano di Luca, non è un trattato teologico o una serie di belle ed edificanti idee, ma è una vicenda. Come abbiamo celebrato nei giorni del Natale, l’Evangelo è carne, la carne del Figlio di Dio, di Gesù di Nazareth! L’Evangelo, la Buona Notizia, è la carne di Dio che viene a vivere e a sporcarsi le mani in questa nostra vicenda quotidiana

Luca dichiara di voler raccontare questa storia di Dio con-noi e si propone di farlo grazie alla testimonianza di coloro che l’hanno vissuta, ne hanno fatto esperienza e ne hanno saputo fare una lettura nella fede.

Il destinatario ha un nome, Teofilo (in greco “che ama Dio”); questo nome non è casuale, nè, per i più, è un nome di una persona reale; è dichiarazione di una certezza che Luca ha nel cuore: può ricevere l’Evangelo e “dargli credito” solo chi “ama Dio”, solo chi è disposto a fidarsi di Lui per leggere nella carne di Gesù di Nazareth un evangelo, una notizia di gioia che Dio ha proclamato all’umanità.

Questi avvenimenti che Luca racconta sono divenuti Parola di Dio, tanto che chi fu testimone di quei fatti è diventato “servo della Parola”…è strano che Luca qui usi, per “servo”, la parola “iuperétai” che, alla lettera, vuol dire “rematori”, “uomini a servizio in un equipaggio”…forse Luca ha in cuore i “viaggi” della Parola per raggiungere le sponde di tutti gli uomini, quelli che ha vissuto con Paolo e che narrerà negli Atti degli Apostoli.

Il secondo solenne inizio è quello della predicazione di Gesù. Siamo qui al capitolo quarto dell’Evangelo; dopo il battesimo al Giordano, e dopo le tentazioni affrontate e vinte nel deserto, il primo atto di Gesù (ormai a pieno consapevole di essere il Figlio amato e il Messia!) è, per Luca, “tornare a casa” in Galilea, per iniziare da lì; e a Nazareth, proprio a Nazareth, dove Gabriele aveva parlato a sua madre e dove il sì di lei aveva resa possibile la Parola (“Avvenga in me secondo la tua parola” cfr Lc 1, 38), la Parola inizia la sua corsa e…si presenta al popolo nella sinagoga!

La scena è solenne: Gesù apre il rotolo di Isaia, legge, poi si siede e commenta. Attorno a Lui attenzione carica di attesa, sguardi puntati…silenzio. In questo silenzio Gesù, che ha letto le parole del profeta sul Servo (cfr Is 61, 1ss), proclama che quella parola è diventata compimento! E compimento significa avvenimento! E quell’avvenimento è Lui stesso, Gesù! Insomma, la parola di promessa che il profeta aveva pronunziato a nome di Dio ora è avvenuta. Le orecchie di coloro che ascoltano non sentono più una promessa ma sono chiamate a cogliere un evento. D’altro canto, lo sappiamo, in ebraico il termine “d’bar” significa “parola” ma anche “fatto”, “accadimento”…

Gesù è la Parola del Padre non perché dice qualcosa, ma perché è quello che è! E’ il suo esserci che “parla”, sono i suoi gesti che “dicono”, è la sua vita, in tutta la sua interezza, che è Parola definitiva di Dio!

In quel sabato di Nazareth Gesù, che aveva ricevuto al Giordano la parola di tenerezza e di rivelazione dal Padre (cfr Lc 3, 22), che era andato nel deserto ad iniziare la lotta con Satana ed aveva iniziato a riportare la vittoria su di lui anche per noi, può presentarsi come evento di liberazione e di guarigione.

Lo Spirito che su di Lui dimora “grida” anche in Lui i diritti di Dio sull’umanità e sulla storia, e Gesù è pronto a proclamare un Evangelo a chi si fa povero, a chi si fa, cioè, “cavità” per accogliere l’immensa novità della salvezza: “Lo Spirito del Signore è su di me e mi ha inviato ad annunziare ai poveri un evangelo…”

Gesù annunzia che è iniziato il tempo della grazia! Alla lettera: “Mi ha inviato…a predicare un anno gradito al Signore”! Cioè, a proclamare che inizia un tempo che il Signore “sognava”, che il Signore gradisce, un tempo che rende lieto il Signore! E’ bellissimo! E’ un tempo in cui il Signore, attraverso il Figlio, ritroverà i figli dispersi e perduti e ne gioirà (cfr Lc 15, 32), un tempo in cui, attraverso il Figlio, potrà gridare un evangelo di libertà, di luce, di distruzione di ogni oppressione!

Gesù è tutto questo…Gesù è questo evangelo! Gesù è il “sogno” di Dio! Lui stesso!

Quando dimentichiamo che Gesù è l’evento di salvezza, che Lui è l’Evangelo, cadiamo subito in un cristianesimo incatenato e legalistico; quando crediamo che l’Evangelo sia una “nuova legge”, una serie di bei precetti religiosi e morali da adempiere per essere buoni cristiani, vanifichiamo la forza dirompente dell’Evangelo stesso, di quello vero…vanifichiamo la libertà dell’Evangelo, libertà che si dipana incarnandosi in ogni credente con la sua incredibile ed infinita fantasia, come ci fa capire Paolo nel passo della sua Prima lettera ai cristiani di Corinto che oggi si legge.

Quando, al contrario,  la Chiesa comprende che l’Evangelo è Gesù e lo accoglie, allora inizia di nuovo un’incarnazione di Dio, un’incarnazione in quell’ora concreta della storia. La vera ed unica vocazione della Chiesa è dunque una sola: ripresentare Gesù! Per questo Paolo parla della Chiesa come del Corpo di Cristo; il “corpo” per la Scrittura è quello che noi siamo, è la nostra visibilità, è la nostra concretezza. Per far ciò bisogna cedere il proprio “terreno” a Gesù, alla sua piena umanità che racconta Dio, permettendo così a Dio di mettere ancora la sua tenda nella storia degli uomini!

E’ necessario però lasciarsi ferire da Cristo…l’uomo nuovo, che in Gesù si presenta a noi, deve ferire a morte l’uomo vecchio che è in noi! E ci si fa ferire solo se si ascolta in modo compromettente Gesù…e bisogna farlo oggi! Guai, infatti, a chi vive una vita cristiana fatta di rimandi e di “tempi migliori”…al passato e al futuro…(i “tempi migliori” possono essere sia quelli che si rimpiangono sia quelli che si attendono per prendere decisioni…). Dio, in Gesù, viene a cercarci nell’oggi, in ogni oggi…l’oggi, d’altro canto, è l’unica cosa che esiste: domani non c’è…e quando ci sarà, sarà un oggi in cui dare quella benedetta risposta! L’appello di Gesù ci pressa con fermezza! Basta dirgli un sì pieno per entrare in quel tempo gradito a Dio: tempo di lotta ma di bellezza, tempo di verità costose ma anche tempo di luce e di liberazione!

            Gesù è venuto per questo!

            E’ il Salvatore…ma per davvero!

            Abbiamo sperimentato che ci salva concretamente nei nostri oggi?

Dobbiamo dirci la verità: chi non ha vissuto questa esperienza, resta un cristiano “di facciata”, un cristiano “di religione”, un cristiano “di riti”, tutt’al più uno di quei cristiani esasperati da quella morale che diventa poi, facilmente, moralismo.

            Gesù invece, è lì a dirci un evangelo, una buona notizia.

            Non  ci trovi mai assuefatti o “accomodati”!

            Ci trovi pronti a cogliere l’oggi di Dio!

p. Fabrizio Cristarella Orestano

II Domenica di Pasqua – La Resurrezione è la fede cristiana

UN INGRESSO NEL FUTURO

At 5,12-16; Sal 117; Ap 1,9-11a.12-13.17-19; Gv 20,19-31

 

La resurrezione è la fede cristiana! Noi cristiani non crediamo all’immortalità ma alla resurrezione! Dio non è venuto in Gesù in un immortale ma in uno di noi, fragile e mortale! Giovanni nel prologo del suo Evangelo ce lo dice con chiarezza quando scrive che il Verbo divenne carne (Gv 1,14) ed usa, direi, una parola brutale: sarx che suggerisce la fragilità, la debolezza, la mortalità… Se la via del cristianesimo è la resurrezione ciò significa che non si salta la morte ed il dolore; la resurrezione deve passare per la morte, la resurrezione passa per la morte e fa compiere un balzo in avanti, verso il futuro. La resurrezione non è un ritorno al  passato, ma un ingresso nel futuro impensabile di Dio in cui ci porta con il nostro passato, la nostra storia. Ecco perché il Risorto si ripresenta ai suoi con le sue piaghe! Nell’Evangelo di questa domenica esse sono protagoniste. Quelle piaghe non sono cancellabili, la resurrezione non le ha annientate: la resurrezione è fedele alla storia!

Il corpo del Risorto è il corpo di Gesù di Nazareth ma nel balzo verso il futuro di Dio…in questo futuro “eterno” porta i segni della sua fragilità, del suo Amore per il mondo, del nostro peccato. Il corpo del Risorto è quello di Gesù di Nazareth in tutto simile a noi eccetto il peccato (cfr Eb 4,15) dunque fragile e mortale; il corpo del Risorto è segnato da quelle piaghe che, liberamente e per amore si è lasciato infliggere per attirarci a sé (cfr Gv 12, 32) amandoci fino all’estremo (cfr Gv 13,1); il corpo del Risorto è il corpo di Colui è stato trafitto per noi (cfr Gv 19,37; Is 53,5), a causa dei nostri peccati!

Mostrando le sue piaghe nel cenacolo la sera del giorno di Pasqua, Gesù non solo dà un segno della sua identità (il Crocifisso è il  Risorto!) ma racconta anche chi è Dio e chi siamo noi.

Quelle piaghe narrano l’Evangelo di un Dio che ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio Unigenito (cfr Gv 3,16); quelle piaghe narrano anche la nostra identita: chi siamo? Degli amati fino all’estremo (cfr Gv 13, 1; Gv 19,30), fino a quelle piaghe e a quel cuore trafitto…siamo però ancora la causa di quelle trafitture, ne siamo la causa per i nostri peccati; questa è una verità da non tacere, una verità da dirci certamente senza “dolorismi” e atteggiamenti falsamente penitenziali. Il nostro peccato è il contributo fattivo e concretissimo che noi diamo al male del mondo, alla morte e alle perversioni mondane; tutto questo Gesù lo ha preso nella Passione, e se ne è lasciato schiacciare senza aprire la sua bocca e senza minacciare vendetta (cfr 1Pt 2,23-24), e così facendo ha spezzato l’odio che nutre il male del mondo.

La piaga mortale, quella del costato, è poi segno che la Resurrezione non è un atto concluso una volta per sempre: non si può vivere con il cuore trafitto; quella ferita mortale è allora memoria, come scrive un teologo francese (Germain Leblond), che il Padre eternamente risuscita il Figlio, che le energie di resurrezione si dispiegano nel tempo e nell’eternità. Allora davvero quelle piaghe sono gloriose (gloria, in ebraico kavod = peso): ci narrano cioè il peso che Dio ha avuto per Gesù, e il peso che noi abbiamo avuto per Lui che ci ha amati fino all’estremo.

Entrando nel cenacolo, egli incontra degli uomini ancora chiusi nei loro sepolcri di paura…Gesù è uscito dal sepolcro, ma i suoi sono ancora in una tomba di paura impotente…il Risorto entra nelle loro porte chiuse e vi porta la luce delle sue piaghe gloriose…le mostra loro non per rinfacciare il male che ha subito ma per narrare loro l’estremo, definitivo evangelo della vittoria dell’amore; amore che perdona e che crea ministri di perdono, crea una comunità retta dalla remissione dei peccati, una comunità che vive perdonanandosi perché perdonata, una comunità che ha la responsabilità della remissione dei peccati e non perché, come banalmente e riduttivamente spesso si dice, qui Gesù “istituisce” il sacramento del perdono! No! E’ troppo poco! Quello è lo zenith, l’apice di questa economia nuova del perdono…la comunità dei discepoli di Gesù ha la responsabilità della remissione dei peccati perché Gesù le chiede di essere portatrice nella storia di una capacità di perdono grande, senza confini; se quella Comunità non dovesse essere questo la remissione dei peccati non giungerà agli uomini! E’ una responsabilità ma è anche un dono… Anzi  è il dono che genera la responsabilità: il soffio dello Spirito che esce dalle labbra de Risorto è dono di riconciliazione, è dono di una nuova creazione!

Le piaghe gloriose sono andate a cercare i discepoli ancora “sepolti” e vanno a cercare anche l’assente Tommaso…quelle piaghe sono ancora protagoniste di questa ultima scena del quarto Evangelo (l’Evangelo di Giovanni finiva qui, lo straordinario capitolo 21 è aggiunta della Chiesa giovannea)…quelle piaghe vanno a cercare il più debole, il più debole perché si fa forte del suo raziocinio imprigionante; quelle piaghe lo trasformano, gli rivelano chi è lui e chi è Dio, lui un incredulo, Dio Amore che non si stanca…quelle piaghe permettono a Tommaso di pronunciare quella profressione di fede con la quale riconosce il Risorto. Questi proclama da quell’ora l’economia definitiva della salvezza: credere senza vedere…si potrà vedere solo attraverso l’Evangelo narrato e custodito dalla Chiesa, quell’Evangelo che ci conduce ai segni che Cristo ha compiuto sotto gli occhi dei suoi discepoli e che ora è possibile vedere attraverso quello sta scritto che ci è consegnato perché crediamo e abbiamo la vita. Così saremo beati…più di Tommaso, anche più del Discepolo amato che vide e credette (cfr Gv 20, 8)…Noi ci fidiamo del loro sguardo e ancor più della loro fede e da allora su ogni umile cristiano risuona l’estrema beatitudine dell’Evangelo: Beati quelli che senza vedere crederanno.