Natale del Signore – Una celebrazione!

CELEBRARE IL NATALE

Notte Is 9, 1-3.5-6; Sal 95 ; Tt 2,11-14; Lc 2,1-14 Aurora Is 62, 11-12; Sal 96 ; Tt 3, 4-7;

Lc 2, 15-20 Giorno Is 52, 7-10; Sal 97; Eb 1,1-6; Gv 1, 1-18

E’ ancora Natale! Non una “commemorazione” ma una celebrazione ! Celebrare il Natale è andare a Betlemme come i pastori con lo slancio del cuore perché la gloria di Dio ancora trovi la nostra carne e perché sia annunziata la pace a questo mondo che non ha pace. Celebrare il Natale è dare accesso a quella gloria ai nostri giorni di carne senza cercare evasioni; celebrare il Natale è dare credito a quella Parola che in Gesù ha detto la parola estrema da cui non si può più prescindere per conoscere Dio e noi stessi; celebrare il Natale è contemplare l’umanità di Dio, da Betlemme al Calvario e fino al sepolcro di Gerusalemme, perché essa ci insegni a vivere in questo mondo; celebrare il Natale è essere disposti a vivere in questo mondo come Gesù. Il Natale, mostrandoci l’amore di Dio, che ci ha cercati fino a diventare carne e sangue, ci chiede di non credere alle parodie d’umanità che il mondo ci propone, ma di fidarci dell’uomo nuovo apparso nella storia in quella notte di Betlemme e che non si è stancato di noi, tanto da voler restare con noi “fino alla fine dei secoli” (cfr Mt 28,20). Natale o si celebra così o invariabilmente diventerà una festa pagana e blasfema in cui Dio ancora non troverà posto e in cui, non essendoci spazio per la gloria, la pace non potrà irrompere.

La Santa Scrittura è la grande strada su cui la Parola di Dio è avanzata verso l’uomo e la sua storia; lì, nella rivelazione fatta a Israele, Dio aveva cercato l’umanità, il popolo che aveva scelto, aveva cercato le vie della comunicazione con la sua creatura; Dio era entrato nella storia dicendo una parola ad Abramo: “Vattene dalla tua terra e vai dove io ti indicherò” … poi aveva rivelato ai suoi figli una parola sempre più esigente: a Mosè quella parola d’alleanza era stata data su tavole di pietra, poi era diventata grido di monito o carezza di consolazione nei profeti, era diventata strada di preghiera nei salmi, si era insinuata tra le parole della sapienza umana … ma Dio ama la pienezza e promette perché sogna i compimenti. Così il suo “dirsi” all’uomo cercò l’estremo, la vicinanza più estrema e intima: cercò la carne stessa dell’uomo, l’uomo stesso.
Il sogno di chiunque ami è essere uno con l’amato e questo sogno, tra noi uomini è destinato sempre ad avere un margine di irrealizzabile; bisogna saperlo perché altrimenti si sognano amori fusionali che divengono malati … per Dio però fu diverso perché l’unità non è “fusione”: il suo sogno di essere uno con l’uomo, suo amato, si realizzò per la potenza del suo amore …
Il Natale è la celebrazione di questo inveramento del sogno di Dio: essere uno con noi! Gesù è proprio questo: Dio fatto uno con l’uomo!
In Lui, Dio e uomo, è fatta alleanza per sempre tra Dio e l’umanità; in Lui, Dio e uomo, quella parola che aveva cercato Abramo, aveva parlato ai Patriarchi, s’era consegnato nelle tavole di pietra a Mosè, aveva ammonito e consolato nei Profeti, aveva cantato in Davide, aveva letto la storia con le armi dell’umana sapienza , quella parola inizia a “parlare”, incredibilmente, in un “infante” (parola che, alla lettera, significa “che non parla”!), la parola si è fatta carne in quell’ infante … la parola di Dio così si rivolge all’uomo con la categoria più accessibile all’uomo, la vita di un uomo … certo, anche nelle parole di quell’Uomo, ma soprattutto in quello che Lui sarà, dalla mangiatoia di Betlemme, fino al legno del Golgotha … e non sarà un caso che quella Parola eterna di Dio che è Gesù viene consegnata, tra due estremi di silenzio di parole: l’infante avvolto in fasce ed il crocefisso che muore senza parole ma con un grido inarticolato (cfr Mc 15, 37).
E’ come se l’Evangelo volesse dirci di guardare a tutta l’umanità di Gesù: coglieremo l’estrema parola del Padre … Gesù è l’ultima parola, e non solo per le cose che disse, ma soprattutto per quello che fu la sua piena e meravigliosa umanità.
Stanotte la Lettera a Tito l’ha detto con chiarezza disarmante: E’ apparsa la grazia di Dio apportatrice di salvezza a tutti gli uomini che ci insegna … a vivere in questo mondo con sobrietà, giustizia e pietà …
La Parola si fatta carne per insegnarci a essere carne … si è fatta uomo per insegnarci ad essere uomini !
Gesù, la Parola fatta carne, è nato a Betlemme perché Dio voleva solo una cosa: che quell’uomo, suo Figlio, ci narrasse la sua verità di Padre e, narrandoci la verità di Dio, potesse insegnarci ad essere uomini per davvero (E’ venuto ad insegnarci a vivere in questo mondo ha scritto Paolo a Tito!)
Chiunque si chiede “Chi è Dio?” deve guardare a Gesù! Chiunque si chiede “Chi è l’uomo?” deve ugualmente guardare a Gesù!
Sulla mangiatoia di Betlemme gli angeli stanotte cantano: Gloria a Dio e pace agli uomini che Dio ama. La vera gloria di Dio è lì, in quel bambino appena partorito … la gloria è la presenza che salva, la presenza “pesante” che salva (il termine “gloria ” in ebraico contiene in sé l’idea di “peso ”!)… e quell’esile carne di neonato è “pesante ” perché è Dio ma come nessuno se l’aspettava.
La presenza della Gloria nel Figlio di Maria è apportatrice di pace, quella vera, quella che viene dall’alto; gli angeli del Natale, infatti, non si fermano a cantare la gloria di Dio, ma sono i primi evangelizzatori perché portano l’evangelo della pace! Consegnano questo evangelo ai pastori, simbolo di un’umanità povera ed errante! I pastori capiscono solo una cosa: bisogna andare a Betlemme per incontrare la gloria di Dio, per “vedere la Parola” (come dicevano i Padri con un bellissimo paradosso!), e per lasciare che la pace possa iniziare a camminare tra gli uomini!
Celebrare il Natale è questo andare a Betlemme con lo slancio del cuore perché la gloria di Dio ancora trovi la nostra carne e perché sia annunziata la pace a questo mondo che non ha pace .
Celebrare il Natale è dare accesso a quella gloria ai nostri giorni di carne senza cercare evasioni; celebrare il Natale è dare credito a quella Parola che in Gesù ha detto la parola estrema da cui non si può più prescindere per conoscere Dio e noi stessi; celebrare il Natale è contemplare l’umanità di Dio, da Betlemme al Calvario e fino al sepolcro di Gerusalemme, perché essa ci insegni a vivere in questo mondo; celebrare il Natale è essere disposti a vivere in questo mondo come Gesù.
Il Natale, mostrandoci l’amore di Dio, che ci ha cercati fino a diventare carne e sangue, ci chiede di non credere alle parodie d’umanità che il mondo ci propone, ma di fidarci dell’uomo nuovo apparso nella storia in quella notte di Betlemme e che non si è stancato di noi, tanto da voler restare con noi fino alla fine dei secoli (cfr Mt 28, 20).
Natale o si celebra così o invariabilmente diventerà una festa pagana e blasfema, in cui Dio ancora non troverà posto e in cui, non essendoci spazio per la gloria, la pace non potrà irrompere.




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II Domenica di Avvento – Ciascuno deve attendere

UNO PIU’ FORTE CHE TUTTO COMPIRA’

Is 40, 1-5.9-11; Sal 84; 2Pt 3, 8-14; Mc 1, 1-8

C’è stata un’ora nella storia in cui è iniziato l’Evangelo! C’è un’ora in cui è apparso l’Evangelo … è un’ora dolce e solenne in cui c’è un “principio”… così Marco apre il suo scritto: “Principio dell’evangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio”.
Nella storia degli uomini c’è stato un avvento della “bella notizia”, una bella notizia che è una persona: Gesù.
Celebrare l’Avvento significa attuare quella bella notizia nelle nostre vite, far diventare le nostre vite anch’esse delle belle notizie! Celebrare l’Avvento è fare memoria di un principio dell’Evangelo che è spuntato anche nelle nostre vite, è chiederci con coraggio se quel principio, quell’irrompere dell’Evangelo nelle nostre vite, è poi diventato storia per davvero, storia che ha trovato la nostra carne disponibile a lasciarsene afferrare.

Il racconto di Marco determina che quel principio è un attuarsi della Scrittura in un uomo, chiamato ad essere terreno di quell’avvento del Messia: il Battista è il “luogo” in cui, attuandosi la Scrittura, c’è il principio dell’Evangelo.
Un principio che è irruzione di Dio perché “appare” il Cristo, ma irruzione che cerca, come scrivono e Malachia e Isaia che Marco cita, uomini capaci di accogliere “potature” e “aggiunte”.
Ci sono infatti colli che vanno abbassati , tagliati, combattuti nel loro levarsi con orgoglio e come ostacoli; ci sono valli di “vuoto” che vanno riempite , valli a volte profondissime che impediscono l’avvento di Dio e della bella notizia dentro di noi.
Giovanni è la voce di profezia che grida le esigenze di questo avvento che è sì irruzione gratuita, venuta misericordiosa che non ha assolutamente bisogno di “meriti” per giungere alla storia, ma ha certo bisogno dell’apertura e disposizione della libertà di ciascuno.
Ecco allora cosa chiede il Battista: guardare negli occhi la verità del proprio peccato e del proprio bisogno di salvezza e immergersi per permettere a Dio di convertire i cuori, di immergersi per abbassare i colli della superbia e per riempire i fossati infiniti della miseria e del non-senso che abitano i nostri cuori. Il Battista chiede questa libertà che si spalanchi a Dio e chiede di tenere lo sguardo puntato verso un “oltre c’è infatti un Altro più forte … non è lui, il Battista, il termine del cammino … c’è uno che gli viene dietro (un suo discepolo! Il Battista infatti usa la dizione “tecnica” del discepolato, cioè “venire dietro”, “seguire”; non sarebbe allora tanto “dopo di me” ma “dietro di me”) e che Giovanni sa che compirà ben altra “immersione” …
Se l’immersione di Giovanni è spalancare la porta nella libertà, l’immersione che darà quest’Altro più forte sarà l’ingresso potente e bruciante di Dio! Lui sarà il principio ed il compimento della bella notizia della presenza definitiva di Dio che salva.
Il canto del Libro di Isaia, che abbiamo ascoltato come prima lettura, è colmo di gioiosa speranza ed è un pressante invito … è una bella notizia: è finita la schiavitù, nel deserto del mondo si può aprire un via al Signore che viene, che vuole venire, che desidera ardentemente compiere la sua stessa attesa. E’ una via di libertà che mette fine alla schiavitù perché permette la venuta di Colui che può rendere stabile e duratura l pace e la libertà. Il Profeta ci disegna questo Veniente con i tratti del pastore che si prende cura davvero non di “tutti” in modo piattamente egualitario, ma di “ognuno” secondo la sua condizione ed il suo bisogno (gli agnellini sul petto e le pecore madri “pian piano” rispettando la loro pesantezza … ).
E’ proprio un bella notizia che apre i cuori!
Lo straordinario di questa storia è che non è una storia del passato ma è una storia “in atto”: è oggi che deve irrompere il grido del Battista perché le strade siano preparate , i colli abbassati e le valli riempite … e questo perché c’è una venuta attuale di quel “più forte” di cui parla Giovanni e c’è una venuta ulteriore di compimento che a tutto darà senso. Lo straordinario è che, dice l’autore della Seconda lettera di Pietro che pure ascoltiamo questa domenica, la nostra santità “affretta la venuta del Signore ” … i nostri cuori aperti alla libertà e disposti ad essere terreno di avvento “affrettano ” quella venuta che tutto compirà e che è la nostra comune “beata speranza”.
Il Battista indirizzando a Gesù quelli che si rendono disponibili, nella vera libertà, ad essere uomini nuovi emersi dalle “acque di morte” (ecco il segno dell’immersione!) indica in Gesù il compimento pieno dell’uomo nuovo! Lui è veramente l’uomo nuovo. Guardare a Lui, sperare in Lui, attendere Lui significa puntare non solo al modello dell’uomo nuovo ma soprattutto alla “causa” dell’ uomo nuovo in noi.
L’Avvento è allora un tempo sì di impegno ad aprire le porte della nostra libertà sempre schiava di qualcosa, è sì tempo di lavoro per verificare se quel principio dell’Evangelo che è venuto a noi siamo aperti a farlo diventare vita, ma è soprattutto tempo di disponibilità all’azione ed al lavoro di un Altro più forte ! “Più forte” di chi? Il Battista intende “più forte di me ” … anche noi però dobbiamo intendere lo stesso; ciascuno deve poter dire “io attendo uno più forte di me che tutto compirà nella mia povera vita, intanto gli apro la porta della mia libertà lottando per spianargli i colli e lottando per riempire le valli perché possa essere tracciata una via di libertà a Lui che vuole venire a me!” E se questo lo può e deve dire ciascuno, altrettanto dobbiamo dirlo come concreta comunità cristiana, deponendo ogni presunzione di autosufficienza e vivendo e lavorando sempre con lo sguardo fisso a uno più forte, forte della debole forza di Dio, quella che si è manifestata da Betlemme al Golgotha. Lui attendiamo e solo in Lui speriamo.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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I Domenica di Avvento – L’attesa si attualizza

SE TU SQUARCIASSI I CIELI E SCENDESSI!

Is 63, 16b-17.19b; 64, 2-7; Sal 79; 1Cor 1, 3-9; Mc 13, 33-37

Se tu squarciassi i cieli e scendessi!

Quando il profeta scrisse questa accorata invocazione, l’ascoltiamo tra gli oracoli del Libro di Isaia che aprono la liturgia di questa domenica, certamente la concepì come un’iperbole, come un’ipotesi impossibile… come qualcosa di desiderato ma lontano da ogni possibilità.
Mai l’autore di questa invocazione avrebbe potuto immaginare che il Signore Dio di Israele avrebbe scelto l’umile via dell’incarnazione per squarciare i cieli e discendere, per essere “con noi”, con la storia di uomini che vagano lontano da Dio, con il cuore indurito, senza timore di Dio .
Il nostro Avvento di quest’anno si apre con questo grido che, lo sappiamo, ha avuto risposta nella carne umanissima, ma “carne di Dio”, di Gesù di Nazareth.
Il Natale sarà celebrazione di questo mistero di vicinanza, di questo mistero di unità tra Dio e uomo! L’Avvento, celebrando l’attesa di quel compimento, attualizza l’ attesa … per cui anche noi, con il profeta, nel nostro oggi, possiamo gridare: “Se tu squarciassi i cieli e scendessi!” Lo possiamo gridare con la certezza che non stiamo pregando con un’iperbole ma con una speranza certa!
L’Avvento ci ricorda che la nostra attesa è stata preceduta dall’attesa di Dio: Lui per primo ha atteso la “pienezza dei tempi” per incontrare al nostra carne, per diventare “uno” con la sua creatura amata. Il nostro Dio è sempre Colui che ci precede e poiché ci ama per primo (cfr 1Gv 4,10) attende per primo. Questo è il grande fondamento della nostra certa speranza .
Avvento è infatti tempo di speranza certa , tempo per fare memoria di una fedeltà di Dio che chiede fedeltà , tempo di una fiducia di Dio che è appello a fidarsi di Dio, tempo di vigilanza perché la storia è la nostra “casa” ed è una “cosa seria” che non può essere vissuta tra i fumi dell’inconsapevolezza, o nelle incoscienze del sonno.
Vigilare è scrutare la storia ma con lo sguardo fisso all’orizzonte della storia stessa, a quell’orizzonte da cui sorgerà il Sole di giustizia, Cristo Signore che tornerà, squarcerà ancora i cieli e tutto porterà a compimento. Sì, noi abbiamo sete di compimenti e tanti li sperimentiamo nei nostri oggi con le nostre lotte per essi e con la grazia sovrabbondante di Dio che lotta nelle nostre lotte per quei compimenti . Una sete di compimento che però mai si placa per cui ci riconosciamo in una perenne, beata e tormentosa condizione di assetati .
Condizione beata perché quella sete ci apre di continuo al “novum” di Dio ed ai suoi compimenti, beata sete perché è quella sete che ci fa pronunziare il “Maranathà ” nel quale riconosciamo di non essere sufficienti a noi stessi! “Maranathà” significa che abbiamo bisogno di un Altro che venga a compiere ciò che noi non sappiamo compiere e venga a portarci sulle rive del “senso ”.
Sete tormentosa perché in tanti giorni è gravata dalle nostre contraddizioni, dalle nostre lentezze, da quel sentore di “incompiuto” che sempre ci porteremo dentro, fino all’ultimo nostro giorno. Solo lo sguardo puntato a Lui che ritorna placa quel tormento perché è promessa certa di compimento .
La scorsa domenica sentimmo l’Apostolo Paolo che ci diceva che l’“estuario” di ogni compimento è uno solo: “Dio tutto in tutti ” (cfr 1Cor 1,28) … perché questo si compia è necessario fare spazio a Dio nelle nostre vite. E’ necessario, in questo tempo di Avvento lavorare per liberare il cuore da ciò che lo ingombra e, tante volte, lo soffoca. Il grido del “Maranathà ” ridesta in noi l’attesa mentre la dichiara e ci apre alla speranza .
Ecco il nostro vero, grande “compito” in questo tempo di Avvento : dare forza alla in noi alla speranza . Attendiamo Lui, solo Lui e, con Lui, ogni compimento .
Si chiedeva il santo abate cistercense Aelredo di Rievaulx (sec. XII): “Ma come può venire in cielo e in terra colui che già riempie entrambi ?” Aelredo risponde a se stesso con una frase del Quarto Evangelo: “Egli era nel mondo, eppure il mondo non lo riconobbe .” (cfr Gv 1,10). Insomma, come scrive Olivier Clément: “noi attendiamo colui che è già presente, come lo attendeva Maria alle sue ultime settimane di gravidanza!” Presente ma non ancora pienamente manifestato!
Ecco perché questo tempo è tempo di sobrietà : per non impedire ai nostri cuori di tendersi tutti nell’attesa e nella speranza . Infatti, ogni disordine e “sazietà” spegne il desiderio … e l’Avvento è tempo di desideri. Ogni ubriacatura è pienezza che distoglie l’attesa … si può essere “ubriachi” di tante e tante cose!
La certezza che anima l’Avvento è una sola: Lui tornerà!
Nel testo di Marco (che con il suo Evangelo sarà nostro compagno di viaggio e maestro in tutto questo anno!) Gesù ci consegna la certezza del suo ritorno con l’unica incognita del “quando”. L’incognita del “quando” è importante in quanto ci pone in uno stato di vigile attesa … sempre. Non ci si può dare vacanza da questa attesa.
Vigilare per attenderlo e per vivere a pieno la storia! Chi non vigila fa passare vita, se la fa scorrere addosso, vive ma non si accorge di vivere, si fa sommergere dagli eventi che vive perché li vive come un dormiveglia, come un “coma” in cui si vive ma non si vive.
L’appello alla vigilanza è allora appello alla vita!
Comprendiamo così che l’Avvento non è un tempo finalizzato alla liturgia! Non è solo “preparazione” per una “celebrazione”, è “celebrazione” che ci prepara ad un’altra “celebrazione” … celebrare , lo dicevamo già qualche tempo fa, non è un ricordare degli eventi santi ma è farli diventare vita, nostra vita. Il fine dell’Avvento, come quello di tutti i tempi liturgici, è la vita!
L’Avvento ci chiede di vivere con pienezza, con occhi attenti e cuore desto.

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