XIX Domenica del Tempo Ordinario (B) – Gesù, dono del Padre

 

SACRIFICIO DI SOAVE PROFUMO

 

1Re 19, 4-8; Sal 33; Ef 4, 30-5,2; Gv 6, 41-51

 

 

Dopo il segno dei pani nel IV Evangelo inizia questo lungo discorso che stiamo leggendo in queste domeniche, in cui Gesù afferma di essere il pane che discende dal cielo così come la manna era discesa dal cielo, e successivamente il dono del Padre.
E’ il Padre fa al mondo questo dono che è Gesù, ed il pane è segno di Gesù; è dunque necessario cercare Lui, nutrirsi e saziarsi di Lui! Chi fa questo, accoglie il dono di Dio!
Il dono è Gesù e lo si accoglie nella fede.

La fede ha però una grande opposizione: la mormorazione. Questa è una critica sorda e sotterranea all’agire di Dio; chi ha ascoltato le parole di Gesù mormora contro di Lui perché ha ascoltato da Lui qualcosa che non collima con le sue conoscenze, con le sue idee, con i suoi giudizi e pregiudizi, con i suoi orizzonti ristretti e “a fiato corto”. L’Evangelista qui, è chiaro, continua con la sua narrazione a creare un parallelo con l’Esodo: prima il luogo deserto, poi la manna, ora la mormorazione (cfr Es 15, 24; Es 16, 7). Israele mormorò contro Mosè e contro il Signore, mormorò perché l’agire di Dio, in quel momento, non collimava con le sue attese, con le sue idee, con i suoi bisogni.
Mormora chi, come Israele nel deserto, riconduce tutto al “banale”, chi non sa leggere oltre nell’opera di Dio, nella sua rivelazione; nel deserto Israele rimpiangeva il cibo d’Egitto, il cibo di schiavitù, quel cibo che il Faraone gli dava perché voleva che i suoi schiavi sopravvivessero per essere ancora suoi schiavi…anche questa folla a Cafarnao mormora contro Gesù, riconducendo tutto all’ordinario, anzi invocando l’ordinario di Gesù per destituire Gesù stesso di credibilità: «Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui conosciamo il padre e la madre».
L’ordinarietà di Gesù, come già leggevamo in Marco qualche domenica fa, è scandalo ed inciampo per la loro fede; credono di “conoscere” Gesù…ma la “conoscenza” che di Lui bisogna avere non è quella miope e presuntuosa di questa gente, è necessaria una “conoscenza” altra. Una “conoscenza” che si raggiunge solo per dono, solo se ci si apre, senza il diaframma tremendo della mormorazione, al dono di Dio.
Gesù non si oppone alla mormorazione e neanche si giustifica, chiede, invece di accettare lo scandalo della sua ordinarietà, della sua carne, del suo essere “figlio di Giuseppe”; è uno scandalo necessario alla salvezza; se non si va a Lui nella sua verità “di carne” ordinaria, non si accede alla salvezza; Gesù lo dice con chiarezza: bisogna essere attratti a Lui dal Padre. E’ il Padre che dona la vera “conoscenza” di Gesù. E’ necessario deporre altre conoscenze, altre idee, altri mondi di pensiero per lasciare spazio in noi al mondo di Dio, alla sua rivelazione.

Il tratto di oggi del discorso del capitolo sei dell’Evangelo di Giovanni, si conclude ancora con un paragone con la manna, ma un paragone che mostra un contrasto: la manna scendeva dal cielo e chi la mangiò pure morì, ma questo pane sceso dal cielo che è Lui darà la vita. Chi ne mangerà non morirà!
A questo punto Giovanni ci fa fare un ulteriore passaggio: se prima il pane (di cui era stato segno la moltiplicazione dei pani) è Gesù, e questo pane lo dà il Padre facendolo scendere dal cielo, ora questo pane lo dà Gesù stesso ed è la sua carne per la vita del mondo! Mi pare chiaro come Giovanni qui abbia creato un discorso “per accrescimento” di sensi: i pani moltiplicati sono segno di Gesù che bisogna cercare per saziarsene; Gesù è dono dall’alto del Padre; Gesù dà il pane che è la sua carne, cioè l’Eucaristia.

Il percorso è impressionante: il Padre, dall’eterno, fa il suo dono alla storia, in quella pienezza dei tempi, preparata dalla Prima Alleanza (esodo, manna…); Gesù è questo dono alla storia degli uomini, dono in una carne concretissima (“sarx”), ma perché il dono non rimanesse circoscritto a quel tempo e a quel luogo, Gesù dà l’Eucaristia che spande quel dono che dà la vita ad ogni tempo e ad ogni luogo.
Così, ogni tempo e ogni luogo potrà essere riempito di eterno, di una vita che abbia il sapore di Dio.
Così gli uomini di ogni tempo e di ogni luogo potranno camminare nella storia per giungere alla meta che è Dio, che è il senso della storia.

Elia, nella Prima lettura tratta dal Primo Libro dei Re, è “icona” di questo popolo che percorre i deserti della storia, di un popolo che rischia di morire e d’essere sopraffatto, e che trova miseri ripari (una ginestra!). Elia riceve un pane che sarà forza per il suo cammino.
La liturgia di oggi ci suggerisce allora che Gesù è venuto ad essere questo pane che dà senso, sazia la fame e la sete che attanagliano l’uomo, e dà forza permettendo di camminare per terre accidentate e difficili: la metà sarà il “monte” di Dio!

L’autore della Lettera ai cristiani di Efeso, scrive che il cammino del credente, nutrito di quel pane, è cammino nell’“agàpe”, cammino che ha al cuore l’amore di Cristo che si è offerto a Dio in sacrificio di soave profumo: quel pane ci mette in contatto con quel sacrificio di soave profumo.

L’Eucaristia è una via divina proprio perché è una via “ordinaria”; anche noi, dinanzi a quel pane sull’altare potremmo dire: ma noi sappiamo “di dove viene”!
In quell’“ordinarietà” c’è però l’infinito di Dio, come nel figlio del carpentiere si poteva incontrare il Figlio di Dio disceso dal cielo. Se si mormora contro quest’ordinario non si riuscirà a gustare quel “soave profumo” dell’amore di Cristo perché Dio sceglie l’ordinario: lì si rivela, lì ci cerca, lì ci attende!

Trovarlo nell’“ordinario” fa straordinaria la storia! La “vita eterna” che quel pane dona è lo straordinario di Dio nella vita dell’uomo; chi accoglie lo straordinario di Dio, che è il Figlio nella sua carne ordinaria, vive la sua stessa vita, la vita eterna.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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XVIII Domenica del Tempo Ordinario (B) – Fame di vita

 

…E DI VITA ETERNA

 

Es 16, 2-4.12-15; Sal 77; Ef 4, 17.20-24; Gv 6, 24-35

 

 

Che cerchiamo? E’ una domanda che attraversa tutto il Quarto Evangelo, dal capitolo primo, quando Gesù chiede ai due che lo seguono “Che cercate?” (cfr Gv 1, 38) fino al capitolo ventesimo, quando il Risorto chiede a Maria di Magdala “Chi cerchi?” (cfr Gv 20, 15). Qui, al capitolo sesto, ugualmente si pone questo problema: “Voi mi cercate non perché avete contemplato i segni, ma perché avete mangiato quei pani e vi siete saziati!”.
Dal cosa o chi si cerca, al perché cercare Gesù.
Una ricerca che qui è sviata da una motivazione gretta e cieca; una ricerca che è inficiata dalle incapacità a leggere il segno dei pani! Più avanti si vedrà che la folla non ha colto il segno, tanto che chiede a Gesù un’opera, un segno, come se non avesse già ricevuto proprio un’attualizzazione del segno della manna!

Il problema è cercare per poi credere, per poi andare a Lui! Cercare Gesù perché Lui è il termine della vera fede, e Lui è il Pane della vita che compie l’antico segno della manna!
Se non si cerca Gesù per fidarsi pienamente di Lui non si può passare dalla morte alla vita.

In questo dialogo del Quarto Evangelo si vede come Gesù e la folla parlino su due livelli diversi: Gesù parla di un livello rivelativo, di rinnovo totale dell’uomo e del suo profondo; la folla resta ad un primo livello, in cui quello che conta è ricevere solo risposte ai bisogni materiali, concretissimi; Gesù in questa visione della folla è solo un mezzo per avere quel che serve.

Gesù, invece, vuole portare la folla al livello di una fede radicale, che sia passaggio dalle opere da fare all’unica opera che conta e che riguarda l’essere: credere, fidarsi, aderire a Gesù Inviato di Dio; Gesù parla loro di un pane che discende dal cielo e che dà la vita al mondo, e le folle chiedono un pane materiale che risponda solo ai loro bisogni. Di fronte però a questa chiusura, di fronte a questa radicale incomprensione del suo discorso, Gesù non si ferma, e pronunzia la sua auto-rivelazione: “Io sono il pane della vita, chi viene a me non avrà più fame, chi crede in me non avrà più sete”.
Il Quarto Evangelo vuole qui affermare con chiarezza che Gesù è la risposta alle nostre “fami” più profonde, più radicali. La nostra sete di senso e di vita è appagabile solo se si va da Gesù: chi va a Lui non ha più fame…chi aderisce a Lui, non ha più sete!

Bisogna però stare attenti a non fare di questo discorso un testo disincarnato e disincarnante…non è che Gesù disprezzi o mostri atteggiamento di sufficienza dinanzi alla fame degli affamati o alla sete degli assetati. Lo dicevamo già domenica scorsa: il discepolo di Cristo, che trova risposta alla sua fame profonda e alla sua sete di senso in Gesù, è colui che poi deve imparare a dare risposte di condivisione al grido degli affamati, dei sofferenti; come il ragazzetto del segno dei pani è chiamato a condividere il poco che ha, il poco che è perché, fecondato da Cristo, divenga risposta alla fame dei poveri.

Ma se questo è vero, e bisognava dirlo, è pur vero che l’Evangelo di Giovanni è su altro registro, segue il registro rivelativo: qui c’è Gesù che, rivelando se stesso, rivela in Lui il compimento delle attese e delle promesse della Prima Alleanza. Qui Gesù narra Dio come Colui che è capace di dare un cibo che non perisce e che dona vita eterna!

Questa vita eterna, si badi, in linguaggio giovanneo, non è la vita ultraterrena, quella del “post mortem”: la vita eterna è la vita di Dio vissuta nella carne degli uomini, vissuta qui nella storia degli uomini; la vita eterna è l’agire di Dio che diviene agire dell’uomo; la vita eterna è il pensiero di Dio che sostituisce il pensiero dell’uomo vecchio; la vita eterna è assumere il comportamento, la vita di Gesù, quella vita che ha narrato Dio voltando le spalle a se stesso, che ha narrato Dio con un amore costoso, che ha scelto di darsi, e di perdersi per gli altri…

Cibarsi di Gesù immette nelle vene del credente la vita stessa di Dio, rende capaci di amare con il suo amore, di agire con le sue azioni, di parlare con le sue parole.
Quando questo accade, la vita eterna è venuta nella storia; quando questo accade nella vita di un credente, lì splende la vita eterna! Senza tema di sbagliare, possiamo dire che, nel linguaggio di Giovanni, “vita eterna corrisponda a “Regno di Dio” negli Evangeli sinottici.
La vita eterna, allora è quella che racconta Dio alla storia, e lo racconta nella vita concretissima e quotidiana del discepolo che è tale perché ha assunto la vita stessa di Gesù.

La vita eterna è ancora, con il linguaggio dell’autore della Lettera ai cristiani di Efeso che abbiamo ascoltato nella seconda lettura di oggi, quell’essere rivestiti di Cristo; vita eterna è quel mostrare Cristo in ogni gesto, parola, azione e pensiero: la vita eterna è dunque l’uomo nuovo creato secondo Dio!

Sedere alla mensa del Pane di vita è lasciar plasmare in noi, di Eucaristia in Eucaristia, questo uomo nuovo che splende di vita eterna, che splende della vita di Dio!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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V Domenica del Tempo Ordinario (B) – L’altrove di Gesù

 

CERCATORE APPASSIONATO

 

Gb 7, 1-4; 6-7; Sal 146; 1Cor 9, 16-19.22-23; Mc 1, 29-39

 

Rembrandt - Gesù guarisce la suocera di Pietro

Rembrandt – Gesù guarisce la suocera di Pietro

C’è una parola in questo evangelo di oggi che ci provoca particolarmente. E’ una piccola parola: “altrove”, in greco “allachoû”. In questo testo di Marco, Gesù confessa che la ragione più profonda della sua missione è proprio in un “altrove”: Gesù è sempre per un altrove; la sua è una via che non si arresta mai in un “qui” definitivo e comprensivo di tutto. E ci sono degli altrove perché ci sono sempre altri: altre folle, altri dolori, altri cuori, altre orecchie che devono ascoltare la Parola dell’Evangelo.

Gesù non si lascia imprigionare dalle folle che premono; Gesù ama la gente, ma non si fa fermare da nessuno. Gesù è un cercatore appassionato di uomini che cercano, ed è anche un cercatore appassionato di uomini che non cercano o, drammaticamente, non cercano più. Lui li cerca, perché desidera accendere in essi la ricerca…

Gesù desidera incontrare ogni uomo, e per questo sente la necessità di incontrare il Padre suo nella preghiera solitaria e silenziosa. Gesù ha tempo per il Padre, ha tempo per la solitudine silenziosa. E l’alba lo trova così: orante, in un tempo bruciato tutto per il Padre, senza lasciarsi fuorviare dai bisogni che premono, ma sedotto invece dalla necessità più profonda del suo cuore e del cuore del Padre.
Gesù non si lascia ingannare dalle urgenze, come capita sempre più nello spazio ecclesiale!, ma si lascia afferrare dal necessario, e il necessario si configura proprio nell’altrove: l’altrove dell’intimità con il Padre, l’altrove di un annunzio senza frontiere.
L’altrove di Gesù non è una via di fuga dal quotidiano, poiché questa si configurerebbe come accidia o “disincarnazione”, assurdo per Colui che è l’incarnazione di Dio nella carne dell’uomo! L’altrove di Gesù è invece un altrove che cerca la storia, che cerca gli uomini concreti, li prende per mano, ne ascolta le storie e li conduce alla vita ed al servizio.

La narrazione della guarigione della suocera di Pietro è un racconto vivissimo e caratteristico, ma non è solo questo.
Raccontando questa semplicissima vicenda, Marco desidera sottolineare come Gesù abbia ascoltato l’uomo e le sue sofferenze («gli parlarono di lei»), come Gesù si sia fatto vicino all’uomo nella sua concreta fragilità («le si avvicinò»), e come lo abbia sollevato toccando la sua carne ammalata («la fece alzare prendendola per mano»); Marco usa qui il verbo “eghéiro” che è il verbo pasquale della risurrezione, e lo fa per dirci che l’Evangelo va letto sempre nella prospettiva pasquale. Lo scopo dell’Evangelo, delle parole e dei gesti di Gesù, va ricercato sempre in quella dinamica in cui il contatto con Gesù fa passare dalla morte alla vita, dall’immobilità all’attività, dal non-senso al senso.
La predicazione dell’Evangelo è annunzio di una buona notizia che guarisce, dà la vita e rende gli uomini atti ad amare e a servire.

Nel dialogo con gli apostoli, i quali vorrebbero far tornare Gesù lì dove ha già predicato e mostrato i frutti dell’Evangelo (le guarigioni numerose), Gesù afferma che è venuto per un altrove che mai è esaurito, e a cui deve annunziare (il verbo “keriùssein”!) la buona notizia del Regno. Il testo, anzi, dice che per questo è uscito, con una espressione che ci fa riflettere: è uscito allo scoperto, si è mostrato, è uscito da Dio… Insomma l’annunzio dell’altrove è il motivo del suo invio da parte di Dio.

Leggendo questo testo di Marco penso che, come Chiesa, dobbiamo lasciarci provocare su molti punti: sulla nostra capacità di relazione con l’uomo di oggi; sulla capacità quanto mai necessaria di ascoltare le sue istanze e le sue domande, senza avere risposte sempre precostituite, senza pregiudiziali ma cercando sempre e solo l’uomo concreto, la sua realtà fatta di carne e sangue.
Il testo ci provoca inoltre alla riflessione su quell’altrove che è l’intimità con Dio, e su quell’altrove che è la ricerca inesausta di orizzonti sempre più vasti, senza chiusure in circoli ristretti o di presunti “giusti”.

Marco ci pone con forza, come Chiesa, la domanda sulla passione per l’annunzio dell’Evangelo: quella passione che spinse sempre Gesù all’altrove; quella passione che Paolo proclama nel passo che oggi si legge della sua Prima lettera ai cristiani di Corinto: Guai a me se non evangelizzo!
Paolo scrive di essersi fatto tutto a tutti per guadagnarne il maggior numero: anche lui mai sazio come il suo Signore; anche lui sempre alla ricerca di un altrove che abbia la bellezza della diversità di tanti cuori umani, in cui si deve versare l’Evangelo di Gesù. Paolo lo grida: per il discepolo è dovere evangelizzare! Non è nè un’attività secondaria, nè tanto meno un hobby per il tempo libero, per gli scampoli di tempo. Non ci si può dar pace da questa assoluta priorità e necessità!
Attenti però a non fare di questo dovere una fonte di attivismo sfrenato che ci fa smarrire noi stessi; la Chiesa dei nostri tempi è affetta gravemente da questa “peste” che non annunzia l’Evangelo, ma lo mortifica e ne mostra un volto meramente filantropico, che nulla ha a che vedere con l’annunzio esigente e trasbordante del Regno.

Questo dovere di cui Paolo scrive sia invece fonte di santa inquietudine, che metta in moto la Chiesa per quel che davvero conta ed è essenziale, e la metta in moto a partire dall’intimità vissuta con Dio. Nella solitudine del deserto, la comunità credente deve ritrovare le ragioni di quell’amore che l’ha amata e che le chiede amore, amore che la spinge all’altrove…da lì, dall’intimità del deserto dell’ascolto adorante, sorge ogni vera passione per l’annunzio dell’Evangelo.

Gesù nella sua vita fece così! La sua vita tra noi fu inquieta passione per il Padre e per l’umanità; la sua vita fu passione per quell’annunzio per cui era uscito dal Padre (cfr Gv 16, 28), per cui era venuto a camminare sulle nostre strade e ad abitare le nostre case.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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VIII Domenica del Tempo Ordinario – L’inganno della ricchezza

 

A CHI APPARTENGO?

 

Is 49, 14-15; Sal 61; 1Cor 4, 1-5; Mt 6, 24-34  –

 

M. van Reymerswaele (1540) - Il cambiavalute e sua moglie, Firenze

M. van Reymerswaele (1540) – Il cambiavalute e sua moglie, Firenze

La liturgia in questa domenica ci mette tra le mani una pagina davvero complessa, ricca di spunti, di immagini, di domande, di richieste, di necessità; una pagina molto complessa, ma altrettanto completa, per permettere al discepolo di Gesù di realizzare la propria vocazione, la propia identità, la propria verità e collocazione nel mondo.

Il primo punto che Matteo mette in tavola è la domanda circa la nostra appartenenza … “A chi appartengo?”. Ecco cosa ciascuno dovrebbe chiedersi con verità: Non si possono servire due padroni! Un detto lapidario e forte, in cui gli studiosi vi ravvisano una delle “ipsissima verba Jesu”, verissime parole di Gesù. Il verbo servire” che Matteo usa in lingua greca è il verbo “douleúein”, che non significa semplicemente “prestare un sevizio”, ma “appartenere a qualcuno” (tanto è vero che il “doulos” è lo schiavo), e quindi essere totalmente di quel qualcuno, e disposto a tutto ciò che egli chiede.

Tante cose minacciano la nostra appartenenza a Dio, minacciano cioè il primato di Dio nei nostri cuori: il potere, il piacere, il danaro, il prestigio; e per Gesù c’è un simbolo potente di tutto questo: il danaro. Quando c’è il danaro – pensiamoci bene – si può avere tutto il resto: potere, piacere e prestigio… Gesù chiama il danaro con la parola ebraica “mammona”, parola che deriva dal verbo “aman” – da cui “amen” – che significa “porre fiducia”, “avere sicurezza”: il danaro allora è padrone spietato quando diventa il termine di ogni fiducia e sicurezza; rende schiavo e avvilisce chi crede invece di dominarlo e di dominare attraverso di esso … è tremendo. Per Gesù il denaro è davvero l’anti-Dio, e non bisogna tentare di metterlo assieme a Dio! Tanti hanno creduto, e credono, di poterlo fare e di poter servire sia Dio sia il danaro, di poter mettere assieme cioè la ricchezza smodata e Dio, addirittura pensando che la ricchezza possa essere “premio” alla “giustizia” (un certo pensiero calvinista l’ha affermato con forza!); oppure si crede di poter mettere assieme Dio e danaro pensando di servire Dio con offerte, opere, beneficenze … tanti credono di onorare Dio così, ma questo non è il Dio di Gesù!

L’inganno della ricchezza (cfr Mt 13, 22) conduce ad un atteggiamento assolutamente estraneo al discepolo di Cristo: l’affanno. Gesù, con un imperativo, lo esclude dai suoi: “Non affannatevi!”. Matteo per il verbo “affannarsi” usa “merímno”, che è proprio l’“essere in ansia”, l’“essere nell’angoscia”, l’essere cioè sempre con il fiato sospeso, sempre in allarme, sempre a volere di più… E’ il rapporto sbagliato con le cose che genera questo affanno, che Gesù non vuole per noi.

Quando in questo testo evangelico si parla del cibo e dei vestiti non si vuole dire che non siano cose importanti, cose da non cercare, cose irrilevanti, cose per cui non vale la pena perdere tempo o fare fatica. No! Il problema non è volere o cercare queste cose, che servono alla nostra vita e alla nostra identità e dignità; il problema è dare loro un valore tale da “mangiarsi” tutto il resto; il problema è pensare che, avute queste cose, tutto sia risolto, o che, avute queste cose, la vita sia messa al sicuro, in tranquillità… è l’inganno di oggi, in questo tempo di crisi, in cui si vuole credere che non si possa pensare alle cose di fondo, alle cose di senso perchè c’è crisi economica, lavorativa, sociale, politica … e si dice così perfettamente il contrario di ciò che qui Gesù afferma: cercare prima tutte queste cosesicurezza, lavoro, danaro sufficiente, saldezza economica e politicae poi cercare il resto…. questo è un inganno infinito!

Gesù qui è chiaro: il primato va dato al Regno e alla sua giustizia! Anche questa è un’espressione difficile: cosa significa “cercate prima il Regno di Dio e la sua giustizia e tutte queste cose vi saranno poste davanti”? Una cosa va detta subito: il primato non è assolutizzazione! Il “primato del Regno” serve a dare spazio a tutte le altre cose; dicendo infatti queste parole, Gesù non vuole “salvare” il Regno, ma vuole salvare lo spazio della vita dell’uomo, perchè in esso si possano dispiegare tutte le relazioni, le potenzialità, il godere delle cose… insomma il primato del Regno rende possibile all’uomo una vita bella, crea una vita buona, crea una vita felice perchè piena di senso; una vita in cui tutto, gli affetti, le cose, le opere delle nostre mani, abbiano il giusto spazio e non mortifichino l’uomo, possedendolo. Il “primato delle cose” invece, che è idolatria, che schiaccia l’uomo e lo mortifica (parola chiarissima: lo fa parere morto!), rende l’uomo “doulos”, schiavo delle cose e, quindi, egli stesso cosificato. Il padrone-Dio, invece, è Uno a cui si appartiene ma che libera, e libera le potenzialità, i possessi, gli affetti.

La giustizia di Dio è il modo in cui Dio si comporta con l’uomo, è la sua volontà di gioia e salvezza per ogni uomo. “Cercare la giustizia del Regno” allora è far proprio questo modo di Dio di guardare la storia e gli uomini! La giustizia per Matteo è sempre dono di Dio (perchè è il suo modo di essere per noi!), ma è compito per noi, un compito che si adempie lottando per la fraternità.

Per questo Regno e per questa giustizia, Gesù chiede che noi mettamo all’opera la nostra ricerca: è un verbo bellissimo quello che qui Matteo pone sulle labbra di Gesù; è il verbo “zétein”, che significa “cercare con passione”, cercare con slancio, con tensione, prendendo iniziative per giungere alla meta, progettando vie da percorrere per giungervi! Si badi che non è affanno: quello è terribile ed imprigionante, quello è angoscioso ed opprimente, quello si svolge sempre su di un terribile sfondo nero … la ricerca che qui Gesù ci chiede è, invece, la bellezza della vita dell’uomo, è lo slancio dei “sogni”, è la fatica bellissima di costruire una storia sensata, di amare i fratelli, di costruire con loro la comune casa della fraternità, la comune casa dell’umanità. La ricerca è animata dalla speranza, l’affanno invece dalla disperazione: colui che cerca è un entusiasta della vita e dell’uomo, è un appassionato di Dio e dei fratelli, è un uomo mai sazio e felice di avere sempre fame e sete di senso … chi si affanna invece è un depresso, che ha solo paura, ha solo sguardi pessimistici sul mondo e sulla storia, che vede in ogni altro uomo un nemico o un rivale che possa sottrargli qualcosa …

Chi cerca il Regno e la sua giustizia scoprirà che tutte le cose sono dono di Dio (…gli verranno poste avanti…), e le riceverà con gratitudine; chi si affanna invece se ne crede padrone, ed in realtà ne è dominato, ne è schiavo. Il testo usa il futuro (vi saranno poste davanti), e ciò significa che tutto dipende da qualcosa che deve venire prima: la ricerca del Regno e della sua giustizia.

“Tutte queste cose” (cioè cibo, vestito, domani) sono secondarie, e non nel senso che non sono utili, o importanti, o che se ne possa fare a meno (chi può dire una cosa così insensata?); sono cose econdarie nel senso che da sole non stanno in piedi: vogliono uno spazio giusto in cui essere messe, ed un modo corretto di cercarle e di viverle. Non sono cosa da guardare con disprezzo, come certa “spiritualità” cristiana (o presunta tale!) ha voluto affermare con grande disumanità … il problema è un altro: quando il primato è di Dio, questo crea lo spazio per tutte le altre cose bellissime che Lui stesso ha creato per noi; chi accumula perchè affannato, dimentica Dio (il Donatore!) e dimentica gli altri (con cui è necessario condividere!). Chi ha scoperto il primato di quella ricerca appassionata del Regno è discepolo di Gesù, perchè – come Lui – condivide. Tutto. Gesù condivise perfino la sua qualità divina: “spogliò se stesso” facendosi schiavo come noi, con noi (cfr Fil 2, 7), salì su una croce per donarci la libertà dei figli, per donarci la figliolanza di Dio che era tutta sua …

Gesù, che ha cercato il Regno di Dio e la sua giustizia, con l’amore appassionato per il Padre e per gli uomini suoi fratelli, ci chiede di percorrere la stessa via di suprema libertà!

Diciamoci la verità: se sappiamo leggere profondamente questa pagina di Evangelo, sentiamo di respirare in uno spazio infinito di libertà e di bellezza.

Questo spazio è la nostra vocazione!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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