VI Domenica di Pasqua (B) – Rimanere nel suo amore

 

CON UN NOME NUOVO, AMICO!

At 10, 25-27.34-35.44-48; Sal 97; 1Gv 4, 7-10; Gv 15, 9-17

 

 

Icona dell'amicizia

Icona dell’amicizia

Questa domenica siamo condotti ad una cima altissima della rivelazione di Dio in Cristo Gesù; o meglio, siamo condotti ad una profondità inaudita su cui è tanto difficile dire parole. Sia il tratto della Prima lettera di Giovanni che il passo del Quarto Evangelo, che oggi risuonano nelle nostre assemblee, avrebbero bisogno solo d’essere ripetuti nel cuore, masticati, “ruminati” perché lo Spirito ci faccia assaporare il senso più profondo e vitale che essi possono avere per noi uomini, per le nostre vite, per la possibilità di attraversare questa storia concreta in modo altro, diverso, sensato…gioioso!

Al centro del passo del Quarto Evangelo, infatti, c’è la gioia… la gioia di Gesù, la gioia eterna del Figlio che Lui vuole sia la nostra! La gioia! Parola difficile in ore di crisi, di dolore, di dubbi, di delusioni, di stanchezze, di peccato, di solitudine, di morte.
Eppure per Giovanni tutto deve condurre lì…alla gioia…a quella gioia che è il senso della vita, che è pienezza della vita. Il Quarto Evangelo fa dire a Gesù proprio di questa pienezza di gioia, e lo fa con il verbo greco “pleròo”, che è un verbo di compimento, per dirci che la gioia è meta e “compimento” di ogni vita.

Gesù, con la sua rivelazione di Dio, con il suo amore, non solo ci ha narrato l’amore ma ce lo ha anche dato; ci ha dato la possibilità di vivere una vita nella gioia più vera!

Le parole della Scrittura che oggi ci vengono consegnate sono una grande meta di tutta la rivelazione di Dio…parole non da capire intellettualmente, ma da farsi entrare dentro, parole da sussurrarsi nel cuore, da ripetersi incessantemente perché plasmino il nostro mondo interiore: «amatissimi, amiamoci gli uni gli altri perché l’amore è da Dio…perché Dio è amore».
Ecco la “casa” dell’uomo, l’amore di Dio!
E’ da lì, da quella “casa” che noi proveniamo, ed è a quella “casa” che è necessario tornare per rimanervi, per dimorarvi, appunto!

All’inizio del capitolo, con l’allegoria della vite e dei tralci che la scorsa domenica abbiamo meditato, Gesù ha cominciato, nel Quarto Evangelo, a proclamare la assoluta necessità a rimanere in Lui, a dimorare in Lui per prendere vita da Lui…
Oggi la Chiesa ci propone di continuare la lettura di quel capitolo, e qui il Gesù di Giovanni ci dice cosa è concretamente questo rimanere, quale è questa “casa”.
Il rimanere è rimanere nel suo amore.
Un’espressione, questa, di una profondità grande; pensiamoci bene: ha detto nel mio amore! Non cioè in un amore qualsiasi, che potrebbe avere le facce infinite delle nostre mistificazioni e dei nostri interessi, no! Nel suo amore…è lì che bisogna rimanere.
In primo luogo nell’amore con cui ci ha amati, il che significa che è necessario rimanere nella capacità di lasciarsi amare: rimanere nel suo amore è allora lasciarsi avvolgere dal primato del suo amore.
Nella sua Prima lettera Giovanni lo ha ribadito: «non siamo stati noi ad amare Dio, ma è Lui che ha amato noi»; tutto questo ci libera da ogni atteggiamento “religioso” per cui vogliamo fare delle cose per Dio, per essere amati e beneficati; ma Dio non ha bisogno di queste miserie, fatte di calcolo; il suo è amore che previene, e Gesù ne è icona lampante.

Dio non ha aspettato la nostra conversione per inviare il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati, ma – direbbe Paolo – mentre eravamo ancora peccatori Cristo morì per noi (cfr Rm 5, 8). Nell’ Evangelo di oggi Gesù ci conduce a questo stesso primato dell’amore parlando della nostra elezione, della nostra chiamata a Lui: non noi abbiamo scelto Lui ma Lui ha scelto noi

Rimanere nel suo amore allora è dare questo primato al suo amore per noi, lasciandosi amare e plasmare ogni giorno dalla sua presenza nelle nostre vite; significa riconoscere la nostra chiamata all’intimità con Lui come assolutamente gratuita. Tutto questo, però, in una condizione stabile, dimorando, restando in Lui!

Rimanere nel suo amore, poi, vuol dire che bisogna rimanere in quell’amore che ama fino all’estremo: solo quello così è il suo amore; non ha misura! La misura di quel suo amore è colma solo all’estremo; il suo amore è quello che lo ha condotto fino ai piedi dei suoi suoi, a contatto con le loro miserie e vergogne, è quello che sulla croce gli farà gridare “tetélestai” (“è compiuto” che è come dire “fino all’estremo”).  Il suo amore è quello che dà la vita; Gesù ha detto, nel testo giovanneo di oggi, «nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita».

Rimanere nel suo amore è entrare in questa dinamica di amore che nasce dall’essere amati fino all’estremo, ed essere amati così nella più pura gratuità preveniente; rimanere nel suo amore è dimorare in questa “casa” dell’amore di Gesù, che è “casa” dell’amore che è la vita stessa di Dio…

In questo testo di Giovanni c’è continuamente un come: Come il Padre ha amato me così anch’io ho amato voi… Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato il comandamento del Padre mio e rimango nel suo amore…e più avanti: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi…
Questo “come” non è un invito all’imitazione, ma è rivelazione di una fonte: l’amore del Padre è fonte dell’amore del Figlio, l’obbedienza del Figlio alla volontà del Padre è fonte di una nostra rinnovata possibilità di obbedienza, l’amore del Figlio per noi è fonte del nostro amore reciproco!

Comprendiamo allora che in questa via dell’uomo nuovo non è il volontarismo che ci salva, ma è l’accoglienza di ciò che Dio ha “nel cuore” per noi, di ciò che il Figlio ha immesso nelle “vene” della storia, e nelle “vene dell’umanità!

L’uomo nuovo è colui che accoglie il “nome nuovo” che il Figlio gli dà: amico!

Davvero straordinario! L’amico è chi è ammesso nell’intimità dei propri pensieri, dei propri sogni, dei propri progetti; l’amico è colui per cui si dà la vita! Sentire su di sè questo nome nuovo di amico può rivoluzionare la nostra esistenza, perchè questo ci fa conoscere e sperimentare la fonte di una possibilità nuova e concreta di umanità…

In questo nome di amico, che è nome dato dall’amore, bisogna rimanerequesta è la “casa” del discepolo di Cristo!

Il nostro profondo ripeta con stupore: Amatevi come io vi ho amati!

p. Fabrizio Cristarella Orestano

 

 




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L’ENTUSIASMO DI UN SI’

 Is 8, 23 – 9, 2; Sal 26; 1Cor 1, 10-13.17; Mt 4, 12-23

 

Ravenna, S. Apollinare Nuovo (particolare)

Ravenna, S. Apollinare Nuovo (particolare)

C’è un evento di salvezza essenziale nel passo dell’Evangelo di Matteo di questa domenica: Gesù inizia a predicare!

Se abbiamo contemplato gli inizi della sua vicenda nella nostra carne, se abbiamo contemplato il suo manifestarsi alla storia quale presenza che salva, se abbiamo ascoltato che è l’Agnello che prende su di sè il peccato del mondo, che è altresì l’incredulità ed il rifiuto di Dio, nel passo di oggi esplode l’evento per cui, Colui che è la Parola, inizia ad annunziare (il verbo utilizzato è “kerússein”!), inizia cioè a proclamare il Regno che è venuto a portare nella storia in modo definitivo.

Matteo ci racconta che ci fu un giorno in cui Gesù fece scoccare l’ora in cui la Parola diretta di Dio iniziò a percorrere le strade del mondo, e iniziò la predicazione del Regno. Già Israele aveva sognato questo regnare di Dio nella storia degli uomini, e nei cuori degli uomini, ma ora Gesù annunzia che il Regno è davvero vicino; e Matteo pone sulle labbra di Gesù un verbo che significa non tanto una vicinanza spaziale quanto una vicinanza temporale: è, cioè, il tempo in cui Dio, in Gesù, vuole che il suo Regno davvero inizi nei cuori degli uomini. Il primo cuore in cui questo Regno prende forma e forza è proprio il cuore umano di Gesù, nostro fratello … il Regno è davvero vicino, è venuto, cammina in questa storia, su questa terra, respira questa nostra aria…

L’inizio della predicazione di Gesù, annunziatore del Regno già con la sua sola presenza, per Matteo invera definitivamente le parole di profezia del Libro di Isaia, che oggi costituiscono la prima lettura, e che Matteo puntualmente cita: “Il paese di Zabulon e di Neftali sulla riva del mare, al di là del Giordano, Galilea delle genti, il popolo immerso nelle tenebre ha visto una grande luce, su quelli che dimoravano in terra e ombra di morte, una luce si è levata”. Le parole del profeta si riferivano ad un evento storico di liberazione di quelle popolazioni appartenenti alle tribù di Zabulon e di Neftali, che erano state umiliate dall’Assiria e deportate … la liberazione, che Matteo collega a quell’oracolo, è però una liberazione su di un altro piano, un piano teologico. Quella liberazione, annunziata dalla speranza del profeta, è rinascita di un popolo ridotto a essere non-popolo; analogamente, la rinascita che la luce dell’Evangelo di Gesù porta in quelle stesse terre provoca la novità di vita in alcuni uomini galilei, dei pescatori, che vengono alla luce come “pescatori di uomini”, come discepoli di Gesù, annunziatore del Regno e dimora stessa del Regno!

In questo passo evangelico, la salvezza è qualcosa di estremamente concreto, qualcosa che si mostra immediatamente nelle vite di questi uomini: uomini con i loro nomi precisi … importante il nome! Il nome, infatti, è segno di un’identità, di una concretezza umana che è chiamata a coinvolgersi con Gesù senza tante complicazioni, senza tante domande o ulteriori riflessioni: se Luca e Giovanni, nei loro racconti, pongono le prime chiamate dopo eventi o parole significativi (per Luca, una pesca miracolosa – cfr Lc 5, 1ss – per Giovanni, le parole del Battista e la sua testimonianza – cfr Gv 1, 29-37), per l’evangelista Marco, e poi anche per l’evangelista Matteo, invece, la chiamata di Gesù è come l’irrompere improvviso di una luce che non vuole dilazioni, che chiede un immediato, un sì generoso e senza domande. La stessa parola di promessa che Gesù fa a Pietro ed Andrea è una parola ambigua e senza nessun precedente nella tradizione ebraica che potesse renderla chiara: essere “pescatori di uomini” non è un contratto, non è una promessa di ricompensa, non specifica vie di un possibile percorso o mete da raggiungere; essere “pescatori di uomini” non dà nessuna assicurazione sul futuro … e i quattro rispondono con la stessa logica: non valutano pro o contro, non cercano di fare patti, non fanno domande nè chiedono assicurazioni semplicemente (divina semplicita!) lasciano tutto e seguono Gesù!

Certo questo modo di raccontare ha più sapore teologico che storico, ma ci grida un’esigenza: il non pretendere di capire tutto e di sapere tutto davanti al Signore che chiama; questo racconto grida l’esigenza di lasciarsi illuminare dalla luce di Cristo, che rivela le tenebre in cui tanto spesso sediamo; grida l’esigenza di lasciarsi afferrare dalla luce per seguire la luce, fidandosi della luce.

La verità è che i nostri calcoli ed i nostri metri di giudizio sono davvero miseri, e ci lasciano il più delle volte “raggelati” in un immobilismo che pietrifica … e tanti rimangono con le loro reti e le loro barche, con i loro progetti e i loro affetti lì sulla spiaggia, incapaci di volgere lo sguardo a quell’ulteriore, che Gesù solo può indicare. C’è poco da fare, con Lui si va sempre verso un ignoto che può fare certamente paura, ma è un ignoto in cui Lui c’è, e tanto ci può bastare se davvero abbiamo fatto esperienza di Lui. Solo una debole esperienza (o un’esperienza inesistente!) produce uomini di deboli o inesistenti slanci.

Con la pagina di oggi l’Evangelo di Matteo ci mostra Gesù che inizia la sua missione con tre azioni precise: annunzia il Regno, chiama e cura. Questa triplice azione sarà la via per quei pescatori diventati pescatori di uomini: stare con Gesù per annunziare e mostrare il Regno presente; essere, a loro volta, voce che chiama altri uomini alle esigenze della sequela; chinarsi a curare le infermità degli uomini loro fratelli, a curare la terribile malattia della durezza-di-cuore (la “sklerokardía”) che conduce al vuoto e al non-senso, a curare la malattia dell’immobilismo che toglie all’uomo la passione per la vita, per l’oltre, per la ricerca appassionata del volto stesso dell’uomo.

Gesù passa sulle rive del nostro quotidiano, sempre … porta la luce del Regno perchè ci mostra, nella sua persona, come Dio può regnare in un cuore d’uomo, facendo dell’uomo una dimora dell’amore e della compassione, una dimora di misericordia e di fraternità. Quando incrociamo quello sguardo di luce, lasciamocene afferrare e partiamo con Lui.

Certo il “colpo di fulmine” dei discepoli al lago dovrà trasformarsi in un rimanere che non si stanca, un rimanere che non si tira indietro: quegli stessi discepoli che seguirono Gesù immediatamente, “lasciando tutto”, sono gli stessi discepoli che “fuggirono abbandonandolo” (cfr Mt 26,56) in una triste notte di primavera … La loro sequela entusiastica dovrà passare quindi per le domande, per le incapacità a comprendere, per le viltà, per le paure, per le cattive interpretazioni del Regno (“sedere alla destra e alla sinistra di Gesù nel Regno” cfr Mt 20,21), dovrà passare per l’ora buia della croce … ma poi, quegli stessi discepoli, torneranno, e solo allora potranno essere – davvero e per sempre – pescatori di uomini fino ai confini del mondo … solo allora, perchè avranno fatto esperienza della fragilità del cuore dell’uomo nella loro stessa fragilità; e potranno aiutare gli uomini ad attraversare le domande, perchè essi stessi le avranno attraversate; potranno aiutarli nelle loro paure, perchè nella loro carne avranno sempre la memoria di quella paura che li aveva pietrificati dinanzi alla croce; solo allora, dopo il buio, potranno indicare la luce che a Pasqua sperimenteranno! Verrà dunque il tempo delle domande e delle paure, ma i discepoli le potranno affrontare e dominare solo per quel già detto su quella spiaggia di Galilea: un sì certamente fragile, ma vero, e detto “al buio”… fidandosi solo di un’intuizione di luce. In seguito, il sì degli inizi sarà più puro, ma quel sì piccolo e imperfetto, nel suo entusiasmo, era necessario.

Matteo vuole dunque dirci questo: prima la sequela e poi le domande; prima il sì e poi la fatica per custodirlo; prima la consegna piena al Regno e poi le lotte per la fedeltà e la forza necessaria per rialzarsi dalle cadute. Tutto questo può sembrare logico, tuttavia spesso scegliamo vie tortuose, in cui si cercano prima le assicurazioni, le mete ben definite, le certezze degli esiti … vie, queste, che non permettono mai un inizio; vie di rimandi senza fine. Gesù sa che la via della fiducia e della consegna è via di vera libertà: Gesù lo sa perchè questa è la via che Lui stesso ha percorso con il suo sì pieno al Padre; un sì che non sapeva dove l’avrebbe condotto, un sì che sapeva essere costoso, ma non quanto costoso: così ci ha salvati, così ci ha guariti e a questo ci chiama. Oggi.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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III Domenica del Tempo Ordinario – Il Regno di Dio si è avvicinato!

GESU’ NON CHIEDE TANTE COSE, CHIEDE NOI STESSI

Gn 3, 1-5.10; Sal 24; 1Cor 7, 29-31; Mc 1, 14-20

Il Regno di Dio si è avvicinato! E’ il “grido” di Gesù che inizia a predicare. In questa parola di Gesù di Nazareth c’è un nuovo inizio per l’umanità tutta … e questo grido si speranza dirompe dopo che Giovanni fu consegnato … l’evangelo di Gesù contraddice la tenebra del mondo che ha consegnato Giovanni il Battista alla morte. Quell’iniquità che porterà il profeta del Giordano alla morte violenta non è una tenebra che tutto ricopre ma è contraddetta da Colui su cui è sceso lo Spirito (cfr Mc 1,10) e che ha affrontato il deserto e la tentazione, traversando il deserto e vincendo la tentazione (cfr Mc 1, 12-13).
Gesù ora sa che il Regno si è avvicinato perché sa Lui chi è, e che vie deve percorrere nella storia: Gesù sa di essere il Figlio amato e il Cristo e sa che la lotta contro il male che divide e lacera l’uomo è, per Lui e per coloro che vorranno seguirlo, l’unica via da percorrere … Per questo quell’evangelo (Il Regno di Dio si è avvicinato !) è seguito subito da un ordine: “Convertitevi e credete all’evangelo!”
Qualcuno vorrebbe che, diplomaticamente, si dicesse “un invito”! Sento però in quelle parole il suono di una via perentoria, necessaria, non eludibile … se è vero che il Regno si è fatto vicino è necessario che cambi qualcosa, e l’unica cosa che può e deve cambiare è il cuore dell’uomo.
Il Regno di Dio si è avvicinato! E’ dunque necessario volgere il volto verso questo Regno. “Convertirsi”, infatti, in ebraico ha in sé l’idea di “volgere le spalle” a qualcosa, a qualcuno, per rivolgersi verso qualcosa di diverso, di altro … verso Dio; insomma la “conversione” (in ebraico la “teshuvà ”) è cambiare via. D’altro canto “conversione” è, per il greco del Nuovo Testamento, “metànoia ”, cioè “mutamento di pensiero, di mente” … “conversione” è mutare il nostro pensiero con il “pensiero” di Dio, accogliere i suoi progetti che sono tanto diversi dai nostri progetti (cfr Is 55,8). “Conversione” è avvicinarsi e volgersi a Colui che si è fatto vicino!
Il Regno di Dio si è avvicinato! E’ un’espressione ebraica che significa che Dio si è fatto presente , si è fatto storia! Il Nuovo Testamento sa che questo farsi storia di Dio ha una radicalità impensabile: si è fatto storia non solo perché è intervenuto nella storia attraverso delle azioni e delle parole affidate ai profeti, ma si è fatto storia perché è “diventato ” un frammento di questa storia: Gesù di Nazareth!
In quel “diventare ” (in Gv 1,14 è detto con chiarezza: Il Verbo divenne carne cioè “o lògos sàrx eghèneto”) c’è il grande “scandalo” della rivelazione cristiana: Dio diviene, l’immutabile entra nel tempo, nel “divenire”; davvero Dio si è fatto vicino; davvero il Regno si è fatto “prossimo” al nostro divenire
Tutto questo proclama un’urgenza; non c’è da fare rimandi dinanzi al Regno che si è fatto vicino, dinanzi a questo Dio che decide di entrare nel nostro “divenire”, nella nostra storia! Se la storia è diventata “luogo” di Dio, questa è una provocazione a che le nostre storie divengano “luoghi” di Dio.
La scena evangelica che Marco oggi ci narra vuole sottolineare l’urgenza di dare una risposta al “passare” di Dio nella storia. Un “passare” che però non è casuale nelle nostre vite, un “passare” che è mirato a custodire il mistero dell’ “elezione ”! Sì, proprio quei pescatori vengono scelti.
Un passare di Dio che è appello ma anche opera di nuova creazione … l’appello di Dio contiene in sé anche una promessa. Sempre. Accade anche nella predicazione di Giona a Ninive nel testo che oggi si ascolta come prima lettura; il profeta è mandato a Ninive a dire una parola che bisogna bene intendere: “Ancora quaranta giorni e Ninive sarà capovolta! Le nostre traduzioni dicono sarà distrutta! E’ una traduzione lecita ma così conterrebbe solo una minaccia; in realtà la parola in ebraico è volutamente ambigua: sarà capovolta, cioè cambierà, si volgerà a Dio, “si convertirà”; è allora sì una minaccia, perché la parola contiene un’idea di distruzione, ma contemporaneamente è una promessa perché quella stessa parola contiene l’idea di un capovolgimento che è un rinnovamento. E’ quello che accadrà: Ninive, nel racconto parabolico del libro di Giona, sarà capovolta, farà incredibilmente penitenza e muterà il suo volto. Giona che aveva interpretato le sue stesse parole solo come minaccia e non come un “evangelo”, ne resterà infatti deluso; in fondo voleva vedere la distruzione della città perversa; dovrà invece imparare la lezione della misericordia di Dio e delle sue “vie che sono diverse dalle nostre vie” spesso miopi, più spesso incapaci di credere che è il passare di Dio nelle nostre vie di morte o di non senso che basta a trasformare e a dare senso.
Riconosciuto questo passare di Dio ed il suo appello urgente bisogna poi fare come i pescatori del lago. I quattro, infatti, devono operare la scelta di lasciare quello che hanno e quello che sono per “avvicinarsi” a Gesù, per iniziare a “fare storia” con Lui. Sia Simone ed Andrea, che Giacomo e Giovanni “lasciano ” le reti gli uni e il padre gli altri due.
L’urgenza di questa scelta è sottolineata dal racconto di Marco con quel “subito ” con cui Simone ed Andrea seguono Gesù e con quel lasciare il lavoro a metà di Giacomo e Giovanni (il padre ed i garzoni ancora sulla barca).
E’ appello all’urgenza e chi legge l’Evangelo è chiamato a coglierlo con tutta la sua forza; urgenza dichiarata anche da Paolo nel testo di oggi della Prima lettera ai cristiani di Corinto in cui si dice con chiarezza che il tempo si è fatto breve e che passa la scena di questo mondo . Insomma il Regno venuto in Gesù Cristo chiede delle decisioni nette e radicali, chiede di volgere le spalle al passato per guardare verso gli orizzonti del Regno stesso. Il passato viene trasfigurato da Colui che chiama, non viene bruciato in un rogo totalizzante quasi che quel che è stato non conti più nulla; i pescatori del lago vengono trasformati in pescatori di uomini; rimangono pescatori, il loro passato è recuperato, la loro identità custodita ma trasformata per le esigenze del Regno.
Il Signore fa sempre così: anche con Davide aveva fatto lo stesso. Preso da dietro il gregge di suo padre Iesse, il Signore lo fece pastore di Israele suo popolo (cfr 1Sam 16,11 e 2Sam 5,2).
La nostra umanità è assunta da Colui che chiama e quella stessa umanità, con tutto ciò che è, entra in una storia nuova con la possibilità di spendere se stessa, le sue energie, le sue potenzialità ed il suo stesso passato, per le urgenze del Regno.
Chi è chiamato deve operare una scelta ma senza l’illusione di essere lui l’artefice della vita nuova che da lì parte e si sviluppa; chi è chiamato dice i suoi “no ” e i suoi “ ” netti davanti all’urgenza del Regno perché riconosce un’opera previa del Signore; riconosce che lo sguardo del Signore che si posa su di lui; Marco per ben due volte dice che Gesù vide Simone e Andrea e che andando un poco oltre vide Giacomo figlio di Zebedeo e Giovanni suo fratello … E’ quello sguardo posato sulle loro vite che diventa la forza di quegli abbandoni necessari per obbedire al Regno vicino .
Quello che da ora in poi conterà per i pescatori del lago sarà il seguire Lui , sarà lo stare con Lui . Il problema è sempre lì: smettere di seguire se stessi e le proprie vie, i propri tempi, le proprie esigenze ed iniziare a seguire non un progetto affascinante ma Lui, Gesù che passa sulle rive dei nostri laghi quotidiani e non ci chiede tante cose, ci chiede di dargli noi stessi. Non ci chiede le reti, non ci chiede le barche, il padre, il lavoro di prima … no, queste cose non ce le chiede, ci domanda invece di lasciarle , quello che ci chiede è di dargli noi stessi !
Ecco l’urgenza. Ogni rimando porta ritorni a strade mediocri quando non ammorbate dal tanfo del non-senso!




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