V Domenica di Pasqua (Anno C) – Mandatum Novum


CHE VI AMIATE GLI UNI GLI ALTRI

 

At 14, 21-27; Sal 144; Ap 21, 1-5; Gv 13, 31-33. 34-35

Domenica “importante” questa!
La si dovrebbe tenere in gran conto nella vita della Chiesa e nel ciclo omiletico da offrire alle nostre assemblee.
Come si dà gran risalto alla “Domenica del Buon Pastore”, banalizzandola spessissimo con intenti solo vocazionali; come si è voluta creare la “Domenica della Divina Misericordia”, quasi che tutta la celebrazione della Pasqua non fosse stata il grande canto alla misericordia del Signore, così si dovrebbe sottolineare che questa Quinta domenica del ciclo C è la “Domenica del Mandatum Novum”! In greco Giovanni fa dire a Gesù “entolènkainèn” e noi traduciamo spesso con “comandamento nuovo”; in realtà sarebbe più preciso e più chiaro se noi traducessimo con “incarico definitivo”, “incarico ultimo”, “ultimo compito”.

Sì, si tratta di un compito, di un mandato, di un incarico che il Signore dà alla sua Chiesa … l’ultimo. Un incarico che la riguarda nel suo profondo, nella sua identità e poi nella sua missionarietà! E’ davvero l’ultimo compito che il Signore dà ai suoi prima della Pasqua; è quello che dovrebbe guidare sempre l’essere e l’agire della Chiesa: «Un ultimo compito vi do: che vi amiate gli uni gli altri; come io ho amato voi, anche voi amatevi gli uni gli altri». E poi aggiunge: «Da questo tutti conosceranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri».

E’ bene che collochiamo questo mandatum novum all’interno del testo, per comprenderne e la portata e le implicanze. Siamo dopo la lavanda dei piedi che ha mostrato con un “mimo” l’amore crocefisso, l’amore fino all’estremo, l’amore che prende la forma di schiavo; un amore che Gesù vuole che i suoi colgano: i piedi li ha lavati a loro, ai Dodici, al primo nucleo della Chiesa, non a quelli di fuori, non ai lontani!
Dalla comprensione della lavanda dei piedi, che è narrazione della Croce, i suoi dovranno essere il nucleo di una fraternità e di un amore che si dovrà espandere a tutti. Il mandatum novum, e la lavanda dei piedi che lo significa, non è un invito ad un amore generale, un amore “pratico” (a volte, anzi spessissimo, mi pare che così venga letto anche al Giovedì Santo, quasi come una banale propaganda caritativa!), ma riguarda l’amore intra-ecclesiale, l’amore che i discepoli, che si sono sentiti toccare i piedi, le loro miserie, i loro peccati e sporcizie dall’amore inginocchiato del Signore, sono chiamati a vivere tra di loro, nella Chiesa, nella Comunità dei credenti in Gesù.

Solo un amore intra-ecclesiale renderà possibile la conoscenza del discepolato e di Colui di cui si è discepoli; solo un amore intra-ecclesiale, che incarna quell’amore del Cristo fattosi schiavo per amore, renderà possibile l’annunzio e la predicazione …
Solo un amore intra-ecclesiale autentico, una vera fraternità mediata da Gesù Cristo, racconterà Cristo e renderà la Chiesa credibile e vera Chiesa di Cristo: «conosceranno che siete miei discepoli» non “conosceranno che siete amici tra di voi” oppure “conosceranno che siete dei filantropi”! Ecco perché allora il mandatum novum riguarda l’identità della Chiesa! Solo così si è Chiesa, e se si è davvero Chiesa si è capaci di raccontare Cristo al mondo!

D’altro canto la logica del Quarto Evangelo è che Cristo racconta il Padre (cfr Gv 1,18) e che la Chiesa deve raccontare Cristo (cfr 1Gv 4, 12). Qui si gioca tutta l’autenticità della Chiesa, la sua affidabilità e credibilità… qui si gioca la sua identità!
C’è poco da fare!
La Chiesa è una Comunità di fratelli che si amano e che lottano per amarsi, e lottano perché nulla si opponga all’amore fraterno che è la sola realtà che può cantare radicalmente il volto di Dio! Si lotta per la fraternità perché la fraternità è una sfida alla nostra mondanità, la fraternità è sì una gioia ma all’interno di una fatica senza sconti.

Il mandatum novum è dato alla Chiesa. Gesù parla dell’amore nella Chiesa e non dell’amore che la Chiesa deve al mondo! Quest’ultimo è più che doveroso, è la sua grande testimonianza ma non ha radice se non questa del mandatum novum. Solo una Chiesa al cui interno c’è amore può dare amore al mondo e dunque ai lontani!

E’ l’amore di Cristo che tocca la Chiesa e la converte; la Chiesa deve riconoscere sempre più quanto questo amore è costoso e sanguinante!

Vorrei notare che Gesù dà il mandatum novum solo dopo che Giuda è uscito per andarlo a consegnare e Lui non l’ha fermato! Questo non perché Giuda non ne fosse degno: anche questa baggianata si è detta… poveri noi se fosse così!
Chi di noi infatti è degno per le sue azioni, le sue intenzioni, i suoi pensieri e le sue “notti” di ricevere il mandatum novum?
No! Gesù dà il mandatum novum quando Giuda esce perché, solo quando Giuda è uscito, la Passione è davvero iniziata! Solo quando Giuda è uscito, e Lui non l’ha fermato, Gesù può dire d’averci amato! Prima dell’uscita di Giuda, Gesù avrebbe dovuto dire: «Amatevi come io vi amerò» … e a Gesù solo il “futuro” non basta a fondare la sua richiesta, una richiesta così grave e grande; quando invece Giuda è uscito Gesù può dire «Come vi ho già amati» perché si è messa in moto la terribile macchina della Passione!

Quando nella Chiesa non paghiamo un prezzo per l’amore fraterno, quando nella Chiesa vogliamo sempre e a tutti i costi difendere noi stessi, preservarci dalla compromissione seria con gli altri fratelli, allora dimentichiamo quell’amore che si è consegnato al tradimento, alla solitudine, ai flagelli, alla derisione, all’ingiustizia, alla croce, alla morte … oserei dire che una Chiesa che non prende sul serio il mandatum novum, per quel che significa in termini di amore intra-ecclesiale, rende “vana la croce di Cristo” (cfr 1Cor 1, 17).

Nella seconda lettura abbiamo ascoltato una straordinaria pagina dell’ultimo capitolo dell’Apocalisse che ci riempie il cuore di speranza; quella Gerusalemme ultima che scende dal cielo è la Chiesa fedele al suo Signore; è la Sposa ormai pronta per lo Sposo; è la Sposa che si ritrova tale perché santificata da Dio, da quel Dio che la abita e che, attraverso di lei, vuole fare nuove tutte le cose. Tutto questo accadrà, per la grazia di Dio, ma a partire da una comunità di poveri uomini e povere donne che, per quell’Amore crocefisso che hanno conosciuto, scelgono di camminare nell’amore reciproco, scelgono la via dell’amore fraterno per cantare la grande novità dell’Evangelo.

Forse, se come Chiesa non abbiamo credibilità e vediamo sempre meno uomini attratti dalle nostre comunità e quindi dall’Evangelo, è perché noi non ci amiamo come Lui, Gesù, aveva sognato!

Pensiamoci seriamente!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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XXX Domenica del Tempo Ordinario – Due cardini imprescindibili

 AMORE PER DIO, AMORE PER IL PROSSIMO

 

Es 22, 20-26; Sal 17; 1Ts 1, 5c-10; Mt 22, 34-40

 

TorahL’uomo ha due tendenze fondamentali, le quali permeano anche l’animo cristiano: la tendenza “religiosa”, che accentua il primato di Dio e, dunque, la dimensione della preghiera, dell’interiorità e della ricerca di senso al fine di plasmare un uomo migliore a partire proprio dal quell’interiorità, e la tendenza dell’attenzione all’uomo, con la lotta per la giustizia, la critica alla società e alle sue dinamiche pervertite, la presa di posizione dinanzi ai poveri… Qualcuno parla di fede e politica, altri di contemplazione ed azione, altri ancora di “teoria” e  “pratica
Nulla di più superficiale, errato e dannoso per l’autentico sviluppo dell’uomo e del credente.

Purtroppo questa contrapposizione si è insinuata anche nella Chiesa, con la pestifera distinzione tra vita contemplativa e vita attiva, e con le letture conseguenti e sciagurate di passi come quello di Marta e Maria (cfr Lc 10, 38-42).

Chi fa questo tipo di letture, o chi predilige una via all’altra, dimentica il testo evangelico di questa domenica, testo attestato con diverse colorazioni in tutti e tre i Sinottici, e che Matteo ci trasmette in una versione scarna che punta dritto al problema senza edulcorazioni e senza neanche l’alone di simpatia con cui Marco circonda l’incontro tra Gesù e lo scriba, un incontro, questo, tra due cercatori di verità.

Nulla di tutto ciò in Matteo: al nostro evangelista interessa mostrare le due dimensioni come cardini imprescindibili su cui si regge tutta la verità dell’uomo. Per Matteo ci sono appunto due cardini, uno superiore (l’amore per Dio) ed uno inferiore (l’amore per il prossimo), ma tutti e due essenziali per far girare la porta, per aprirla e farla essere ciò che deve essere…le porte, infatti, non girano su un solo cardine; ce ne vogliono per lo meno due! E li chiamo cardini, perchè Gesù dice che a «questi due precetti sono appesi (in greco “krématai”, che ha sullo sfondo l’ebraico “telujim”) tutta la Legge e i Profeti».

I due precetti erano molto noti; tuttavia, nella risposta che Gesù dà al fariseo malevolo che qui lo interroga, la novità sta nell’aver associato lo Sh’mà (cfr Dt 6, 5) – con il comando dell’assoluto primato di Dio, indiscutibile sia per Gesù che per i Farisei – con il comando dell’amore per il prossimo tratto dal Libro del Levitico (cfr Lev 19, 18).
Il Fariseo chiede a Gesù del comandamento grande (il “kelal gadol” in ebraico), come dicevano i rabbini nelle loro discussioni; Gesù nel rispondere, enunzia invece due comandamenti senza negare il primato di Dio, dichiara che c’è un altro precetto, potremmo dire speculare al primo e impossibile da osservarsi senza il primo… l’amore per il prossimo.
Ed è questo comandamento che rivela la verità dell’osservanza del primo: solo chi ama il prossimo mostra di amare Dio per davvero, e con tutto ciò che è, così come prescrive lo Sh’emà!
Per Gesù questo secondo comandamento è davvero rivelativo del primo, e qui Gesù, se ben ci pensiamo, è sottilmente polemico ed ironico.
I Farisei, nel volerlo mettere alla prova come scrive Matteo, con la loro malevolenza e perfidia, stanno dimostrando di non amarlo, di non riconoscerlo prossimo…e, dunque, non amano neanche Dio. Si radunano infatti, e tengono consiglio contro di Lui per arrestarlo e poi per ucciderlo (cfr Mt 21, 46. 22,15): dov’è dunque il loro amore per Dio?

I due comandamenti non vanno disgiunti, nè va tolto il primato al comandamento dell’amore per Dio: quando questo crolla, nulla può rimanere radicale nell’amore per l’uomo! Quanto appaiono stolte certe recenti posizioni “aggiornate” assunte da qualche ordine monastico di antica fondazione che – in nome dell’uomo (e, aggiungo, “per prurito di novità”, come direbbe l’Apostolo!) – ha recentemente affermato di non poter più ritenere vincolante il dettato della Regola di san Benedetto, che chiede ai suoi monaci di “nulla anteporre all’amore di Cristo”, e di doverlo mutare in “nulla anteporre all’amore per l’uomo”!
Incredibile!
Come è possibile una simile deriva?
Come se l’amore di Cristo, in cima agli amori, non fosse garanzia di un vero amore per l’uomo; come se il primato che Cristo chiede per Dio e per sè non fosse la vera forza dell’Evangelo, e dunque la forza dell’amore per il prossimo; come se il mistero dell’Incarnazione non fosse sigillo di forza sull’amore per l’uomo; come se le salde radici nell’amore per Cristo non fossero liberanti da ogni idolatria ed ideologia; come se l’amore per Dio non fosse forza che tutto purifica!

Per Gesù il “kelal gadol”, il “grande comandamento”, è il primato di Dio che Egli genialmente unisce all’amore per il prossimo, ma in una gerarchia che non assolutizza il primo (sarebbe ipocrita “religione”!) e non assolutizza il secondo (sarebbe filantropia senza radici profonde e senza forza di durata, e con la tentazione di fare distinzioni tra prossimi e meno prossimi, se non tra amici e nemici!).
Gesù non priva di importanza il primo, giudicandolo troppo “astratto”, e non svilisce il secondo perché troppo “politico”.

Per Gesù i due precetti sono l’uno di fronte all’altro, mostrano le esigenze l’uno dell’altro e, proprio come due cardini, reggono e fanno girare la porta della vita, che è la Rivelazione di Dio, la Legge e i Profeti. Solo su quei due cardini si può aprire la porta all’uomo nuovo, il quale trova nell’amore per Dio e per il prossimo la possibilità di trasformare la faccia della terra.

Gesù percorse questa strada: amò il Padre con tutto se stesso, fino a volere solo la volontà di Lui (cfr Mt 26, 39.42), e amò i suoi che erano nel mondo “fino all’estremo” (cfr Gv 13, 1).

 p. Fabrizio Cristarella Orestano




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V Domenica di Pasqua – La Gloria

IL COMANDAMENTO NUOVO 

At 14, 21-27; Sal 144; Ap 21, 1-5; Gv 13, 31-33; 34-35

 

La gloria! Credo che i cristiani ne abbiano una visione distorta!

Si usa questa parola come un “applauso” a Dio…come qualcosa da aggiungere a Dio! La gloria è, in realtà, alla lettera, il “peso che Dio ha”! E’ il “peso” che noi gli riconosciamo, che noi gli accordiamo nella nostra libertà! La croce di Gesù fu gloria di Dio perché raccontò il vero volto di Dio; fu gloria perché Gesù con la sua croce disse che “peso” aveva Dio per Lui e che “peso” avevamo noi per Lui! La croce di Gesù fu gloria perché mostrò l’amore fino all’estremo…mostrò la presenza di questo amore di Dio, presenza che salva! Ecco che allora la gloria si configura come riconoscimento di una presenza che “pesa”, che ha un primato e che mostra tale primato!

Ecco che allora capiamo perché nel passo dell’Evangelo di Giovanni di questa domenica le parole di Gesù seguono l’affermazione “dopo che Giuda fu uscito”. Infatti, solo dopo che Giuda è uscito per consegnarlo, e Gesù non l’ha fermato, anzi in qualche modo gli ha fornito anche un plausibile pretesto per uscire, Gesù può dire che è iniziata davvero l’ora della gloria, l’ora cioè nella quale – attraversando la passione e lasciandosi innalzare sulla croce -, racconterà che “peso” ha l’amore del Padre, mostrerà che “peso” ha la stessa presenza del Padre per Lui e che “peso” ha l’umanità tutta nel suo cuore!

Il Gesù di Giovanni ha una certezza: il Padre mostrerà la gloria del Figlio! Mostrerà quanto il Figlio obbediente ed amante “pesi” per Lui, e lo farà nella Risurrezione! E’ questa la grande visione teologica di Giovanni che, da questo straordinario movimento, fa scaturire il comandamento nuovo che è il punto di arrivo di questa breve e intensissima pagina evangelica; un comandamento estremo, ultimo, definitivo (la parola “nuovo” deve essere così intesa!) che in poche righe Gesù qui ripete due volte (e più avanti nei “Discorsi di addio” ancora lo ripeterà).

Si può mai comandare l’amore? Gesù può comandare l’amore perché lo ha mostrato; può comandare l’amore a chi è stato avvolto dal suo amore. Insomma, si può amare come Lui ha amato, solo se si è sperimentato su di sè quell’amore! “Amati amiamo” scriverà Giovanni nella sua Prima lettera (cfr 1Gv 2,19). E’ vero! Per questo Gesù può dare il comandamento dell’amore solo dopo che ha lasciato uscire Giuda … non avrebbe potuto dire “Amatevi come io vi amerò”! Ora invece può dire come io vi ho amati perchè ormai si è consegnato. Con l’uscita di Giuda tutto è all’opera per la passione, e Lui vi sta andando incontro con suprema libertà ed amore!

Questo comandamento ultimo, definitivo è quello che deve dilatare la gloria della croce nella storia degli uomini: come Gesù ha raccontato con la croce l’amore del Padre, così i discepoli racconteranno, con il loro amore reciproco, la possibilità vera di salvezza che l’amore è per l’umanità! Il discepolo di Gesù è tale solo se vive in una concreta comunione di fratelli che si amano radicalmente. Il comandamento nuovo, ricordiamolo, è un comandamento intra-ecclesiale! E’ il comandamento che devono vivere quelli che si riconoscono discepoli di Gesù, quelli che lo hanno incontrato e vogliono fare di Lui la via da seguire … solo se i discepoli si ameranno davvero di quello stesso amore con cui Gesù ha amato ne mostreranno il volto, ne narreranno l’Evangelo, daranno al mondo la buona notizia che ci sono uomini che “amati amano” … che ci sono uomini che hanno sperimentato nelle loro vite un amore tanto grande e gratuito da esserne afferrati e di averlo colto come comandamento ineludibile! Gesù può comandare l’amore!

Infatti il discepolo che ha sentito radicalmente di essere amato, sa e comprende che l’amore è ormai pure la sua via … non può essere diversamente! Il discepolo che ha sperimentato l’amore sa che il suo discepolato nasce dall’essere stato amato e scelto (cfr Gv 15, 16) e non da una sua decisione … il discepolo sa così che il suo discepolato non si esplica nel fare delle cose ma nell’essere amore!

Il comandamento dell’amore apre all’umanità una via di assoluta novità … il comandamento “nuovo”, ultimo apre al “nuovo” , all’impensabile a all’incredibile;  nel testo dell’Apocalisse che oggi si legge, il Signore dice: “Ecco, io faccio nuove tutte le cose …” quest’opera di rinnovamento è già iniziata da quando alcuni uomini hanno cominciato a prendere sul serio il comandamento dell’amore. Chi ama come Gesù ha amato, comincia a condurre tutte le cose verso l’assoluta novità! Una novità che contraddice il “vecchiume” del mondo con le sue solite strade di morte e di autoaffermazione fondate sul possesso, sul potere e sull’uso strumentale degli altri uomini!

Gesù aprì questa strada di novità amando fino all’estremo … Lui ci chiede di essere con Lui in questa opera di salvezza.

In fondo, pensiamoci, è l’unica cosa che ci ha chiesto: amare per annunciare l’Evangelo, annunciare l’Evangelo amando!

E con il nostro povero amore, reso sempre più somigliante al suo, Lui farà nuove tutte le cose! E’ straordinario, sì, ma può essere il nostro ordinario! E’ l’ordinario del discepolo che così, e solo così, mostrerà la gloria di Dio. Narrerà il vero volto di Dio!




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XXXI Domenica del Tempo Ordinario – L’unum necessarium!

ASCOLTARE, CONOSCERE, AMARE

Dt 6, 2-6; Sal 17; Eb 7, 23-28; Mc 12, 28-34

Cosa è essenziale nella relazione con Dio? Cosa è primario? La ricerca di questo primato spinge lo Scriba che incontriamo nel passo dell’Evangelo di oggi a porre a Gesù la domanda sul primo comandamento … come districarsi nella selva dei seicentotredici precetti che i rabbini riconoscono presenti nella Torah? Sono trecentossessantacinque divieti (tanti quanti i giorni di un anno) e duecentoquarantotto precetti positivi (quante le membra del corpo umano secondo le concezioni del tempo).

La ricerca dell’unum necessarium fu l’impegno di tanta riflessione rabbinica e, se Davide – dicono – ridusse ad undici il numero di precetti (cfr Sal 15), Isaia li ridusse a sei (cfr Is 33,15), Michea a tre (cfr Mi 6,8), Amos a due (cfr Am 5,4) ed infine Abacuc ad uno (cfr Ab 2,4)! Gesù qui, anche Lui, li riduce ad uno ma lo fa citando lo “Shemà”, che abbiamo ascoltato nel passo del Libro del Deuteronomio che oggi è la prima lettura, ed unificando ad esso il comandamento dell’amore per il prossimo contenuto nel Libro del Levitico (19,18). E’ fondamentale capire che Gesù unifica i precetti dell’amore per Dio e dell’amore per il prossimo definendoli uno e proclamando che quest’unico comandamento ha primato su tutto!

Questo comando di amore, per Dio e per il prossimo, parte dalla fede; guai a dimenticarlo! E’ amore per un Dio che si sperimenta nella fede, in quella fede che è adesione esistenziale e che nasce dall’ascolto, come chiede lo Shemà; è fede in quel Dio ascoltato e quindi conosciuto come “unico Signore” e quindi amato. Ecco l’itinerario: ascoltare, conoscere, amare.

Giunto all’amore il credente è chiamato a verificare che il suo amore non sia mai disincarnato, che sia un amore che coinvolge tutto l’uomo e a tal proposito il testo insiste con quel “tutto”: tutto il suo cuore (il suo profondo), tutta la sua mente e tutte le sue capacità…Inoltre è bene sottolineatre ancora una cosa: nel testo di Deuteronomio che Gesù cita, “con tutte le tue forze”, la parola ebraica originale che Marco traduce in greco con “dianoías” (“forze”) può significare anche “sostanze”, dunque: “con tutto ciò che tu possiedi”.

Insomma un amore concretissimo e non fatto di belle parole o bei sentimenti un amore invece che prende e “travolge” la vita con quel che si è e con quel che si ha; un amore connesso strettamente all’amore per il prossimo il quale, dunque, deve avere le medesime caratteristiche di totalità e di concretezza.

La fede che chiede Gesù, insomma, è una fede che genera un amore per Dio senza “fughe” dall’umano e un amore per gli uomini nostri fratelli senza “fughe” da Dio. Poichè i due sono un solo comandamento è necessario comprenderli bene ed insieme: non è discepolo di Cristo chi pretende di amare Dio senza l’orizzonte compromettente degli altri uomini e non è discepolo di Cristo chi pretende di esaurire nell’amore e nell’impegno per gli altri (siano anche i poveri più poveri) l’amore per Dio! Non è discepolo di Cristo l’uomo “religioso” disincarnato ma non è neanche discepolo di Cristo chi vive una filantropia tutta dedita al fare e dimentica di Dio! Troppe volte abbiamo udito, in tal senso, espressioni come “amore per gli altri è amore per Diose faccio opere caritative le altre cose non servono, nè preghiere, nè liturgie, nè vita ecclesiale perchè sono più cristiano di tanti cristiani!” Una specie di cristiani “moderni” e “fattuali” questi, che hanno fatto dell’Evangelo un manuale di filantropia e hanno tolto alla rivelazione cristiana quell’ “oltre”, quel “di più” che fa sconfinare l’uomo dagli asfittici spazi del misurabile, del pesabile, del toccabile, del materiale!

Di contro non è possibile neanche nessuna “fuga” in intimismi dimentichi della carne propria e di quella degli altri uomini!

Gesù dichiara che c’è un primo (l’amore per Dio) ed un secondo comandamento (l’amore per il prossimo) ma “primo” e “secondo” non intendono dire un’importanza maggiore o minore ma un primato cronologico e direi ontologico (che rigurda, cioe, l’essere stesso dell’amore)! Insomma Gesù insegna con autorità che se non si ama Dio l’amore per il prossimo avrà per forza dei limiti, delle barriere invalicabili! Senza un’autentica conoscenza-amore per Dio come sarebbe pensabile amare il non-amabile o addirittura il nemico?

Il Quarto Evangelo porterà alle estreme ragioni questo amore fraterno con l’amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi. Il modello è ancora e sempre Gesù ed il suo amore fino all’estremo per il Padre e per gli uomini.

In fondo, il testo di Marco non lo dice in modo esplicito, ma chi è che ha amato fino in fondo Dio con tutto il cuore, tutta l’anima e tutte le forze se non Gesù? Chi ha amato l’uomo fino all’estremo condividendo la sua vita e la sua morte se non Gesù? Allora mi pare di dover dire che alla fin fine il primo comandamento non è una legge scritta, un precetto codificato, il primo comandamento è l’uomo Gesù! Gesù è lo Shemà attuato perchè Lui è la Parola detta dal Padre e ascoltata, Lui è l’innamorato del Padre con tutto se stesso, Lui è l’obbediente; ma Lui è anche l’amore del prossimo senza riserve perchè Lui si è fatto prossimo di ogni uomo umiliato, sofferente e peccatore, prossimo di ogni “perduto”…

Sciogliamo questo testo dell’Evangelo da ogni tentazione moralistica e conduciamolo al suo vero alveo: ci si appressa al Regno quando si imbocca questa strada di Gesù! Lo Scriba “non è lontano dal Regno” ma si potrà rendere conto che il Regno lo è andato a cercare nella ricerca di Gesù che gli si è fatto prossimo…Se saprà capire questo lo Scriba potrà entrare davvero nel Regno! Comprendiamo allora perchè i due comandamenti sono un solo comandamento: il principio di unificazione tra l’amore per Dio e l’amore per il prossimo è proprio in Gesù in cui Dio si è fatto prossimo!

Quando lo Scriba riconoscerà tutto questo sarà giunto a lui ed in lui il Regno di Dio; in Gesù i due comandamenti si sono fatti uno e accogliere Gesù è accedere alla possibilità vera di vivere il comandamento dell’amore per Dio e per il prossimo.Poveri quei cristiani che postulano di scindere i due comandamenti!

Poveri quei cristiani che sono diventati uomini del “fare” incapaci di “perdere tempo” con Dio e per Dio, e che sono diventati dei filantropi senza memoria di Dio. Poveri quei cristiani che si vergognano di farsi vedere in preghiera a “perdere del tempo”, tempo che potrebbe essere impiegato a “fare” cose “utili”… Poveri quei cristiani che pretendono d’essere tutto fervore per Dio e si chiudono in verticalismi disincarnati; poveri i cristiani che pretendono di magnificare l’amore per Dio e di obliare contemporaneamente l’amore per la Chiesa, per l’uomo; poveri i cristiani che dimenticano di essere discepoli di un Dio che si è fatto prossimo e che solo così e proprio così ci ha salvati!

Poveri i “cristiani” così … e le “virgolette” dicono la realtà: non sono più cristiani! E’ così! E’ inutile fare giri di parole!

Padre Fabrizio Cristarella Orestano




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