Tutti i Santi – Una folla immensa

 

I SANTI DANNO RESPIRO ALLA STORIA

 

Ap 7, 2-4.9-14; Sal 68; 1Gv 3, 1-3; Mt 5, 1-12a

Poveri noi e povera Chiesa di Cristo se pensiamo che le Beatitudini siano dei “bei valori”, o che siano il prodotto di una bell’anima poetica vissuta di sogni duemila anni fa, e siano quindi prodotto della sua sfrenata fiducia in quell’uomo che fiducia non ne merita neanche un po’ e che è assolutamente “irredimibile” … Poveri noi se pensassimo che il “mondo è sempre andato così e sempre andrà così”, che il mondo è fatto di ricchi fortunati e di poveri diavoli, che è fatto di buoni, che fanno delle brutte fini, e di furbi e potenti che hanno la meglio; poveri noi se siamo convinti che il mondo è fatto da chi più possiede e  possiederà sempre di più e da chi non ha nulla e, sarà anche buono, ma è un perdente …

E’ questo lo sguardo che tanti hanno sulla storia, e sorridono con sufficienza dinanzi a pagine come le Beatitudini … La Solennità di oggi ci dice però che è possibile un altro sguardo sulla storia e sull’uomo, che è possibile che “i perdenti” siano invece quelli che si credono “i vincenti”, e vincenti siano quelli che tutti reputano perdenti. La Solennità di oggi non serve ad avvalorare una folle chimera, ma serve per confortare e rafforzare chi, avendo conosciuto Gesù, si è incamminato sulla sua strada e ne vuole pagare “il prezzo”; e lo vuole fare con gioia, sapendo che quella è l’unica via capace di realizzare l’uomo e di donare senso ai giorni della storia. La Solennità di oggi vuole gridare la verità di un capovolgimento di prospettive: “Chi fa la storia?”. Non la fanno quelli che il mondo crede la facciano.

Il testo dell’Apocalisse, con quella moltitudine immensa, ci dice che la santità non è chimera, e non è neanche una via per una èlite scelta con chissà quali criteri … C’è un solo criterio: essere disposti a scommettere la vita su Gesù e sul suo Evangelo! E questo significa essere disposti a portare anche l’opposizione del mondo! I santi trovano l’ostacolo di un mondo che, nella migliore delle ipotesi, ride di loro e, nella peggiore delle ipotesi, schiera tutto il suo armamentario violento: insultare, perseguitare, mentire, dire ogni sorta di male … in fondo, se ci pensiamo bene, sono i verbi che fanno la Passione di Gesù! Il mondo avrà per i santi un orizzonte senza confini di iniquità e Matteo l’ha detto: Ogni sorta di male

Il mondo vecchio è così; ma proprio lì, in questo fiume di iniquità, si apre una strada in cui i santi, contraddicendo il mondo con le loro vite, potranno tracciare una scia di bellezza, di luce, di novità.

I santi, che oggi contempliamo, sono quelli che hanno attraversato la storia e sono giunti alla meta e vivono alla meta. Alcuni le Chiese li hanno indicati come tali ai credenti, ma la massima parte di essi sono passati nella storia e nessuno (o pochissimi) se ne sono accorti; spesso sono stati creduti inutili; spesso sono stati disprezzati, altre volte, addirittura, sono stati scambiati per empi. Tantissimi hanno portato segretamente il sigillo della croce e nessuno se ne è accorto: uomini e donne come noi, forse (e senza forse!) carichi di debolezze, carichi di fragilità e, spesso, anche di peccato ma santi perché hanno avuto la capacità di presentarsi a Dio, come diceva una santa canonizzata, Santa Teresa di Lisieux, “a mani vuote”, con la loro impotenza e con la loro incapacità a costruire la loro santità. Sono però santi perché hanno chiesto a Dio, con tutte le loro forze, di essere fatti santi da Lui! Sono santi perché, mentre chiedevano a Dio la santità, hanno lottato per essere uomini di verità, di amore, di misericordia …
Sono stati poveri nel profondo; Matteo nelle Beatitudini fa dire a Gesù non «Beati voi poveri», come scriverà Luca, ma «Beati i poveri nello spirito» che non è un’attenuazione, non è un’affermazione rassicurante per i ricchi, quasi a dire che ciò che conta è la povertà interiore che può convivere con grandi ricchezze (cioè: “Posseggo ma sono distaccato!”). No! Poveri nello spirito significa povertà radicale, profonda, e questo perché la povertà evangelica non è “non avere nulla” (ci sono dei miserabili che sono avarissimi e legati all’estremo alle loro povere cose!) ma è il fidarsi realmente e profondamente di Dio e non dei beni di ogni tipo, non dell’accumulo che mette “al riparo”. Più avanti, nel Discorso della montagna, Gesù, infatti, dirà: “Non potete servire a Dio e a Mammona” (cfr Mt 6, 24) … I poveri, i santi, hanno fatto la scelta di servire Dio, di fidarsi di Lui; e quelli che hanno scelto questa via sono tanti, sono quella folla immensa che Giovanni ha visto con stupore nel brano del Libro dell’Apocalisse che oggi leggiamo.

Una folla immensa”: quanti sono passati facendo del bene senza ostentazioni, senza sentirsi giusti, senza giudicare gli altri sul proprio metro, senza disprezzare gli altri! … Ecco i santi … e nella storia erano già figli di Dio.

La seconda lettura di questa liturgia, sempre uno scritto giovanneo, tratto dalla prima lettera dell’Apostolo, ci rivela questa straordinaria qualità del cristiano: essere figlio di Dio ed esserlo realmente. Santi perché Dio li ha“separati” per Lui; infatti, il significato letterale della parola ebraica “kadosh”, lo sappiamo, è “altro”, “separato”. In Cristo i santi sono stati “messi a parte” per Dio. Ora, questi figli di Dio il mondo non li conosce e, come prima si diceva, li osteggia e perseguita o, comunque, li considera senza nessun valore.

Noi ci meravigliamo di questo, eppure il Nuovo Testamento lo afferma con chiarezza: il Santo di Dio, Gesù Cristo, il Santo per eccellenza,  è stato odiato, perseguitato, riprovato, ucciso, e un discepolo non è meno del maestro, ha detto Gesù (cfr Gv 15, 18-21). Il mondo non ha riconosciuto Lui che era la luce, come può riconoscere noi che riflettiamo la sua luce, che tante volte rendiamo opaca con le nostre miserie e i nostri peccati?

Scriveva anni fa Enzo Bianchi: «Paolo ci ricorda che “ormai la nostra vita è nascosta con Cristo in Dio» (cfr Col 3, 3): nascosti per il mondo e per noi stessi. E’ normale che, anche se fatti santi da Dio, eletti, separati dalla mondanità, noi risultiamo sconosciuti al mondo.
C’è una pretesa tra i cristiani di oggi: il riconoscimento da parte degli uomini. E’ una pretesa anti-evangelica … l’unica beatitudine e l’unica gioia la possiede il cristiano che sa dire con Paolo, nella fede, anche se a caro prezzo, «siamo ritenuti impostori, eppure siamo veritieri; sconosciuti, eppure siamo notissimi; moribondi, ed ecco viviamo; puniti, sì, ma non abbandonati alla morte; afflitti, ma sempre lieti, poveri, ma facciamo ricchi molti; gente che non ha nulla, e invece possiede tutto». (cfr 2Cor 6, 8-11).

Quale il “segreto” dei santi nella storia? La speranza di vedere Dio faccia a faccia … una speranza che ci purifica perché, per quella speranza, noi cerchiamo la comunione con Lui già quaggiù. Per quella speranza noi beviamo al calice della comunione dei santi.
Facciamo comunione con il Santo, Gesù Cristo e, in Lui dilatiamo il cuore alla comunione dei santi, con tutti i santi, quelli della terra e quelli del cielo. E con questi possiamo vivere un dialogo vero, profondo …  Il passo dell’Apocalisse ci testimonia la possibilità di questo dialogo con i santi: infatti, nella pagina che oggi leggiamo c’è uno straordinario dialogo tra Giovanni e un Vegliardo. Commentando questo testo, i Padri della Chiesa, a partire da San Gregorio di Nazianzo, affermano questa reale possibilità di dialogo con i santi che sono alla meta.
San Gregorio fa un’ipotesi suggestiva. Chi è quel Vegliardo? Per Gregorio si tratterebbe di Giacomo, il fratello di Giovanni, il primo tra gli Apostoli che ha versato il sangue per Gesù (cfr At 12, 2) … è allora un Apostolo già alla meta che dialoga con un Apostolo ancora dolorosamente in cammino (i due fratelli sono il primo e l’ultimo dei Dodici apostoli a morire!) ed è proprio il Vegliardo (Giacomo, secondo l’ipotesi del Nazianzeno) che inizia il dialogo: «Uno dei Vegliardi prese la parola e mi disse: “Questi che sono avvolti in bianche vesti chi sono e da dove sono venuti?». E Giovanni risponde: «Tu lo sai! E il Vegliardo testimonia: Sono coloro che sono passati per la grande prova fino a lavare le vesti nel sangue dell’Agnello».

Insomma c’è una koinonìa che supera spazio e tempo, c’è una koinonìa che aiuta lo sforzo dei credenti a vivere la koinonìa nella storia. La comunione con i santi è, insomma, radice santa per la comunione dei santi che sono in cammino.

Vivendo la lotta per la comunione, i santi santificano la storia. Lo sappia o non lo sappia il mondo, sono i santi che danno respiro alla storia impedendole di morire d’asfissia; sono i santi che immettono in questa storia un alito rinnovatore di vita. Il mondo pretende di essere il padrone della storia e di salvarla con la ricchezza, il potere, la violenza, l’avidità, la prevaricazione, e invece la storia la salvano ogni giorno i poveri, i miti, gli affamati, i misericordiosi, i puri, i pacificatori, i perseguitati.

E’ il mistero della santità. E’ mistero che ci appartiene e ci chiede il coraggio di lottare per tracciare nel mondo un cammino di senso.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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Santissima Trinità – Stupore e lode

 
UNA BELLEZZA SENZA CONFINI!

 

Es 34, 4b-6.8-9; Cantico Dn 3, 52-56; 2Cor 13, 11-13; Gv 3, 16-18

 

Icona della Trinità (di Andrej Rublëv, Mosca)

Icona della Trinità (di Andrej Rublëv, Mosca)

La domenica della Santissima Trinità, posta dopo la Solennità della Pentecoste, compimento della Pasqua, ci indica la fonte, la ragione, il cuore, il fuoco da cui proviene tutto il mistero del Dio-con-noi: del Dio-con-noi fino alla croce; del Dio-con-noi che ci porta con sé in Dio; del Dio-con-noi che rimane con noi nello Spirito versato nei nostri cuori (cfr Rm 5,5)… Questa origine è la comunione trinitaria, è il Dio che Gesù ci ha narrato, che non è un Dio solitario ma è un Dio la cui vita è comunione, è relazione, è amore… un Dio che in sè è questa comunione, relazione e amore.

L’Evangelo di oggi è un breve tratto del lungo testo di Giovanni dell’incontro tra Gesù e Nicodemo. Secondo alcuni esegeti, queste che oggi ascoltiamo non andrebbero registrate come un discorso diretto di Gesù, ma come parole di commento dell’evangelista alle parole di Gesù sull’innalzamento del Figlio dell’uomo. Ai versetti precedenti Gesù ha detto a Nicodemo che “come Mosè innalzò il serpente nel deserto così deve essere innalzato il Figlio dell’uomo”: è nel volgere lo sguardo all’innalzato che si ha la vita, così come gli israeliti mormoratori, avvelenati dal morso dei serpenti, avevano la salvezza se volgevano lo sguardo al serpente di rame innalzato da Mosè (cfr Num 21,4-9) … E’ strano, il Figlio dell’uomo paragonato al serpente!…Solo per l’innalzamento? Mi pare di no…il serpente innalzato dà la salvezza ma ricordando il peccato, quello dell’in-principio, quello della parola mormoratrice che tutto avvelena…così il Crocefisso innalzato dà la salvezza ma ricordando l’iniquità ed il peccato, che si visibilizzano nel corpo straziato e torturato del Figlio dell’uomo…

Le ragioni di questo riposano tutte nell’amore del Padre; ecco che allora l’evangelo ci rivela chi è Dio: è il Padre che ama il mondo tanto da dare il suo Figlio; è il Figlio che non teme di farsi innalzare immergendosi tutto nel peccato dell’uomo; è lo Spirito che ci fa rinascere dall’alto (cfr Gv 3,5). Il mistero trinitario ci conduce ad un Dio che non è un sistema morale ma un “sistema” di dono, non bisogna fare altro che accettare il dono e farsi rigenerare; la vita del discepolo di Cristo, la vita pasquale del discepolo di Cristo, non è una nuova morale ma una rinascita con cui si può venire fuori dal grembo mortifero del peccato per venire ad abitare in un altro grembo, quello dell’amore trinitario che plasma l’uomo nuovo rendendolo capace di una vita nuova. Una vita nuova che si accoglie, e che non è sforzo morale; una vita nuova che è lotta, ma per contrastare l’uomo vecchio che vorrebbe tornare in quell’altro grembo mondano: più rassicurante, più “solito”, più “come”; e che non si compromette con un’alterità che è incomprensibile ed inaccettabile per chi fa del “salvare se stesso” la sua unica religione. Il mondo fa questo! Dio no!

Il Dio Trino, infatti, ha pagato il “caro prezzo” della lacerazione e dell’accoglienza in sè del dolore e perfino della morte. E’ questo Dio che ci ha aperto il mondo nuovo, è questo Dio che ha riversato su di noi lo Spirito, che sempre ci accompagna nella fatica storica della fedeltà per custodire – nella lotta – l’uomo rinato dall’alto.

La liturgia di questa domenica, in fondo, non vuole spiegare; vuole invece mettere sulle nostre labbra e nel nostro cuore lo stupore e la lode … le liturgie di questo tempo ci hanno fatto rivivere e riassumere tutto il mistero d’amore che ci ha salvato!

Oggi è tempo solo di stupore e di lode dinanzi alla bellezza senza confini del Dio Trino, del Dio che è amore, del Dio che Gesù ci ha narrato…il solo vero Dio: Padre e Figlio e Spirito Santo!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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IV Domenica di Pasqua – Io sono il Buon Pastore


CHIAMATI PER NOME

At 2, 14.36-41; Sal 22; 1Pt 2, 20b-25; Gv 10, 1-10

 

Gesù buon pastore, Monastero di Ruviano

Gesù buon pastore, Monastero di Ruviano

La cosiddetta domenica del “buon pastore”… se leggiamo bene i primi versetti del decimo capitolo di Giovanni, ci accorgiamo che non c’è, sulle labbra di Gesù, l’espressione di auto-rivelazione così tipica del Quarto Evangelo: “Io sono il buon pastore”.

La prima parte del discorso lascia a noi la responsabilità di comprendere di cosa Gesù stia parlando, di chi Gesù stia parlando con la similitudine del pastore e, di contro, con la similitudine del ladro e poi del mercenario.

L’inizio del capitolo mette in scena due figure (il pastore e il ladro), e ce ne mostra il comportamento: uno, il ladro (“kléptes”) che è un brigante, un predone, un lestofante (“lestés”) entra in modo furtivo e furbesco,  si arrampica (“anabaίnov”) da un’altra parte, e non passa dalla porta; l’altro, il pastore, riceve invece la possibilità di entrare da guardiano. Chi è il guardiano? Dice il salmo 121, 4-5 che il “Signore è il custode di Israele e che non si addormenta nè prende sonno Lui che è il custode di Israele”. Ora, al di là delle parole che sono diverse (Giovanni dice “thuroròs” cioè “portinaio”, e il salmo usa la parola ebraica “somer” che significa appunto “custodente”), il senso è lo stesso; dunque questo guardiano-custode-portinaio adombra il Padre, il Dio dei Padri che ha inviato suo Figlio; è Lui il custode che apre la porta perché il pastore possa giungere presso le pecore… e il pastore chiama ciascuna per nome. Un chiamare per nome che fa scoprire alle pecore di essere amate e conosciute; le pecore scoprono poi che questo pastore sempre le conduce e  sempre le precede. E’ questo un comportamento strano per un pastore che, in genere, segue il gregge per controllarlo; questo pastore, invece, non è un controllore, ma una guida, è uno che precede, è uno che non fa andare avanti le pecore ma le precede in tutto; affronta per primo lui i rischi del terreno e i rischi dei possibili nemici; è sempre davanti!

La comunione tra il pastore e il gregge è affidata al seguire ed al riconoscere la voce; insomma è parte del gregge di questo pastore colui che si fida dei suoi passi e lo segue, e chi riconosce la sua voce. Questo pastore somiglia tanto al Pastore di Israele che guidò i figli di Israele nel cammino verso la libertà; Lui chiedeva ad Israele solo due cose: fidarsi dei suoi passi e dei suoi cammini e riconoscere la sua voce, riconoscere cioè la sua presenza (cfr Sal 95, 8-9); ricordiamo, infatti, che l’esperienza di riconoscere la voce precede sempre quella di comprendere le parole; se non si riconosce la voce, se non si sa cioè dinanzi a chi ci si trova, non è possibile  neanche comprendere a pieno quello che ci viene detto.

Questo pastore, di cui Gesù sta parlando, ha i tratti di Dio, ed è terribile che Giovanni dica che gli astanti non compresero quella similitudine: non riescono cioè a riconoscersi e a riconoscere, non riescono a riconoscere che il Pastore di Israele si è fatto presente in Gesù di Nazareth;  non riescono quindi a riconoscersi suo gregge, non lo seguono e non riescono a sentire la sua voce e a riconoscerla.

Al capitolo seguente Gesù ci mostrerà subito uno del suo gregge che riconosce la sua voce e lo segue; e lo segue uscendo dalle ombre della morte, passando attraverso di Lui dalle tenebre alla luce della vita: “Lazzaro, qui fuori!” (cfr Gv 11, 43). Lo chiama per nome, e Lazzaro esce, riconosce la vocepassando dalla schiavitù della morte e dalle tenebre della tomba alla libertà della vita! Lo stesso avverrà alla fine dell’Evangelo, quando un’altra “pecora” del gregge si sentirà chiamare per nome e passerà, attraverso Gesù, dalla notte della disperazione e del pianto al giorno luminoso di Pasqua: “Maria!” dirà il Risorto, e la Maddalena riconoscerà la voce, e lo seguirà, annunziando ai fratelli che Lui li precede presso il Padre (cfr Gv 20, 11-18).

Lazzaro di Betania e Maria di Magdala comprendono la similitudine e passano attraverso Gesù alla vita nuova; si inserisce a questo punto il secondo paragone che Gesù qui “accumula”: c’è anche una porta e qui c’è l’auto-rivelazione: Io sono la porta delle pecore; prima di auto-rivelarsi quale pastore bello (“o kalòs poimén”, il “pastore bello-buono”) Gesù ci dice che Lui è la porta. Per seguirlo, cioè, si deve passare per Lui, ed è un’accumulazione questa che non ci deve nè confondere nè meravigliare. Si passa attraverso Gesù per poi mettersi a seguirlo. Se si passa attraverso di Lui si comprende la similitudine; se si è disposti a far passare la propria vita per quella porta che Lui è, si giunge a quei pascoli di vita in cui Lui sempre ci precede.

Negli Evangeli di Matteo e di Luca si parla di una porta stretta (cfr Mt 7, 13-14 e Lc 13,24) attraverso cui si deve passare, e bisogna lottare per passarvi. Il Quarto Evangelo è come se facesse una “omelia” su quei testi sinottici, spiegandoci cosa sia quella porta stretta di cui ci parlano: quella porta stretta non è “qualcosa”, ma è “Qualcuno”; certamente è l’Evangelo ma l’Evangelo è Gesù, è Lui! L’Evangelo è la sua strada, una strada che passa per la porta stretta del voltare le spalle a se stessi, del “dare la vita”.

L’Evangelo di questa domenica si conclude con le parole di Gesù che, spiegando la differenza tra il ladro-brigante e il pastore, parla di sé: è venuto perché noi abbiamo la vita e l’abbiamo in abbondanza. E noi conosciamo quale sia il prezzo della vita donata a noi abbondantemente: il prezzo è la sua stessa vita! Vita per vita! E’ quanto abbiamo celebrato a Pasqua! La porta stretta è “solo” questo, dare la vita…dare la vita per trovare vita; chi passa per Gesù passa per la porta del dono della vita ma ritrova la vita in abbondanza.

Se si è disposti a comprendere questo, allora si dice al “pastore bello-buono” e se ne scoprono i tratti: sono quelli di Gesù di Nazareth, il Messia crocefisso e risorto che ci precede presso il Padre. Chi riconoscerà i tratti del pastore bello-buono la smetterà di seguire i mercenari ed i ladri che indicano vie larghe e facili, ma che conducono al non-senso ed al vuoto.

Il pastore bello conduce alla bellezza e alla vita! Consegniamoci a quelle mani che ci tengono stretti senza soffocarci, mani che ci indicano una via sulla quale abbiamo una grande certezza, Lui ci precede. Sempre!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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Tutti i Santi – Il Beato è Gesù

SVELARE IL VOLTO DI CRISTO 

  –  Ap 7, 2-4.9-14; Sal 23; 1Gv 3, 1-3; Mt 5, 1-12  –

 

I Santi, Beato Angelico

I Santi, Beato Angelico

Quando pensiamo ai “Santi” siamo tentati di pensare ai perfetti, a cristiani angelici, liberi dalle pastoie della nostra fragile umanità. E’ una delle vie con cui il cristianesimo è stato reso innocuo dagli stessi cristiani; è stato addolcito perché non  ferisse il cuore; perché l’uomo vecchio rimanesse ben saldo e piantato nella storia a fare i suoi affari più o meno loschi rimanendo con l’etichetta di cristiano. E così la santità è diventata l’eccezione, la straordinarietà. Quante volte sentiamo la stolta espressione Sono un uomo non sono un santo! Come se si potesse essere davvero uomo senza essere santo!

Essere santo non è altro dall’essere uomo, vorrei dire che la santità è la pienezza dell’umanità; Gesù non è venuto a indicarci una via sovrumana ma una via umanissima, quella che Lui stesso ha percorso!

Oggi la Chiesa contempla la Communio sanctorum: noi i santi in cammino nella storia, contemplando quelli che hanno compiuto il loro cammino e sono alla meta, sentiamo con loro una straordinaria cosa in comune: noi e loro  apparteniamo a Dio, siamo altro dal mondo, siamo distinti. E questo non in maniera arrogante o elitaria, ma per grazia, per essere seme di santità per il mondo. Santo (in ebraico kadosh) significa “altro”, “distinto”, “separato” (la kedushà è il taglio del cordone ombelicale!)… Il santo, come Dio (Lv 19,2) è altro rispetto al mondo e alle sue logiche.

La pagina evangelica delle Beatitudini nella versione di Matteo, che oggi si proclama in tutta la Chiesa, è una pagina che certo non risponde alle attese che tanti avevano su Gesù. Dinanzi a Lui c’erano attese e domande morali … Gli stessi apostoli, dopo la Risurrezione, ancosra mostrano queste atteseSignore, è questo il tempo in cui ricostruirai il regno di Israele? (At 1, 6) o altri avevano chiesto Che debbo fare per avere la vita eterna? (Mt 19, 16) quasi volendo dei  precetti che potessero instaurare un alto ordine morale.

Gesù con le Beatitudini non intende fare nulla di ciò; non è il proclama di un ordine nuovo nella storia, non è risposta alla “maledetta” ansia di fare degli uomini religiosi. Gesù qui rivela. Rivela l’uomo nuovo e la qualità della vera gioia. Gesù rivela quello che fa di Lui stesso il Santo di Dio (cfr Gv 6, 69), in una gioia diversa da quella del mondo, che lo rende l’uomo nuovo in cammino verso Dio (secondo Andrè Chouraqui la parola greca màkarios, “beato”, corrisponde all’ebraico ashrei, che evoca il cammino retto che conduce direttamente al Signore).

Il beato è “in primis” Gesù. E’ Lui il povero, l’afflitto, l’affamato e assetato di giustizia; è Lui il misericordioso (interessante anche qui la versione francese di Chouraqui che traduce Beati i materni, cioè quelli capaci di un amore viscerale, senza ragioni; un amore tanto grande da essere capace di perdono come quello di una madre. D’altro canto chi è misericordioso dona e custodisce la vita, proprio come una madre!); è Lui il puro di cuore che guarda gli altri non per posederli ma con sguardo trasparente…il puro di cuore che non ha il cuore diviso; e Lui il costruttore di pace perché con la sua vita e la sua croce ha fatto pace tra cielo e terra; è Lui il perseguitato per la giustizia perché per realizzare la giustizia del Padre (il suo progetto di amore) si è lasciato oltraggiare e inchiodare alla croce.

Le Beatitudini allora, svelando il volto di Cristo, svelano una via di gioia paradossale di cui i mondo ride. Il mondo però non sa che c’è una moltitudine immensa di uomini e donne che, come scrive Giovanni nel testo del Libro dell’Apocalisse che oggi si legge, seguendo Gesù, il Santo di Dio, sono stati resi vittoriosi (hanno le palme nelle mani) e seme di novità per tutta l’umanità da cui provengono senza distinzione di razza, di popolo, di lingua. Il mondo, scrive sempre Giovanni, ma nel passo della sua Prima lettera, che pure oggi la Chiesa propone, non conosce i santi perché non conosce Dio; per questo il paradosso che essi portano è per il mondo incomprensibile: il mondo non può comprenderlo, né conoscerlo. Il mondo non può immaginare che poveri, afflitti, miti, affamati e assetati di giustizia, misericordiosi, puri, pacifici, perseguitati siano beati, siano gente che avrà la vittoria, siano gente che ha trovato senso…il mondo pensa che la terra è dei ricchi, degli arroganti, di coloro che schiacciano i poveri per i loro interessi, di chi non perdona, di chi è lussurioso, guerriero, persecutore…

Eppure i santi, dice Gesù, possederanno la terra! E’ lo stesso  paradosso che il Crocifisso ha mostrato al mondo con la sua vittoria! Il Risorto, il Signore è il Crocifisso! Lui il Cristo sulla croce ha sperimentato la povertà, l’afflizione, la mitezza; è stato sulla croce perché  affamato e assetato di giustizia; lì, sulla croce, è stato misericordioso perdonanado ed amando fino all’estremo, lì è stato puro di cuore, con il cuore unificato dall’amore, senza doppiezze o ambiguità; lì, sulla croce, ha operato la pace (cfr Ef 2,15), lì ha sperimentato l’ingiusta persecuzione.

Il problema della santità (l’unico serio problema per un cristiano!!) è se crediamo che la via debole della croce sia davvero via di sapienza di Dio, se crediamo davvero che la via debole di Cristo con la sua mitezza ed umiltà, sia una via vincente proprio perché così altra da quelle del mondo. Il problema della santità è se questo mondo con le sue vie tortuose, perverse e mortifere, con le sue vie arroganti e “vittoriose” (sempre ammantate di buon senso) ci stia stretto o se, alla fin fine, ci stiamo comodi perché ci siamo adeguati…

Oggi la solenne memoria di Tutti i Santi ci indica un’altra strada, una strada di compromissione con Colui che chiamiamo Signore, una via che Lui ci indica come beatitudine e che Lui per primo ha percorso…gli prestiamo fede?

Se gli crediamo stiamo nella storia seguendo Lui ed il suo Evangelo, quando sperimenteremo i nodel mondo che i porranno ai margini, che ci faranno sentire l’amaro sapore del rifiuto, dell’irrisione quando non quello della persecuzione, allora sapremo che, se per il mondo siamo dei perdenti, per Cristo saremo dei beati perché la storia darà ragione al Crocifisso, perché la sua è via umanissima, perché via d’amore. Costosa ma umanissima. In fondo, infatti, l’unica cosa che davvero importa all’uomo per essere uomo è amare ed essere amato.

p. Fabrizio Cristarella Orestano

 




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