XVI Domenica del Tempo Ordinario – Attorno a Gesù

 

PER STARE CON LUI

Ger 23, 1-6; Sal 22; Ef 2, 13-18; Mc 6, 30-34

I Dodici inviati tornano…

Ecco così che, se domenica scorsa avevamo contemplato l’inizio della corsa dell’Evangelo per le strade del mondo, oggi contempliamo l’inizio di una vera vita comunitaria, capace di mettere assieme gioie, fatiche, stupori, dolori, fallimenti, preoccupazioni, stanchezze; una vita comunitaria che ha al centro Gesù («Si riunirono attorno a Gesù»), e che solo lì trova conforto, riposa, forza.

Una vita ecclesiale, apostolica, colma di attività al servizio del Regno, se non trova il suo centro reale (e dunque non ideale o intenzionale!) in Gesù, diventa altro: smarrisce la forza libera dell’Evangelo, si perde nei rivoli delle contese e delle rivalità, o nelle pastoie delle recriminazioni e dei lamenti o nelle autoesaltazioni.
Attorno a Gesù!
E Lui è lì per accogliere e difendere, per offrire riparo e riposo, è lì per dichiarare con dolce fermezza la necessità di un “altrove” solitario per un riposo con Lui!

E’ vero che nel racconto di Marco di oggi questo non accade fino in fondo, in quanto le folle ancora premono e sono spaesate ed abbandonate, ma ciò non destituisce di importanza la dichiarazione della necessità di questo tempo con Lui, del tempo del riposo, del tempo dell’”altrove”!

Le folle premono, e generano in Gesù quel moto che è all’origine di tutto l’Evangelo: la commozione-compassione! Ed è all’origine dell’Evangelo perché è la causa dell’Incarnazione… la causa della Croce.
Unisco i due termini (commozione e compassione) per designare meglio cosa sia questo moto che avviene in Gesù: è un dolore profondo, un dolore viscerale, “irragionevole”; è come il dolore materno,  profondo perché proveniente dalle “viscere” in cui il figlio si è formato. Questo è suggerito dal verbo greco “splanchnίzomai” che deriva dalla parola “splánchna” (“viscere”) che significa appunto “sentire dolore nelle viscere”.
Cuore dell’Evangelo è allora questa commozione profonda, una commozione che rivela l’amore ed è ragione di ogni moto di donazione da parte di Dio. Andare “in disparte con Lui per riposare significa dunque, per il credente, andare alla fonte di questo amore, che quando si incontra con la miseria – povertà e smarrimento dell’uomo – si concretizza in commozione, in “dolore nelle viscere”.

Lo stare con Lui abilita i discepoli a questo sentire con Cristo; stare con Lui significa imparare a sentire quella sua commozione-compassione; è imparare a far scaturire dall’amore la concretezza della compassione che, alla fine, si deve tradurre necessariamente in desiderio di portare gli stessi pesi, gli stessi dolori.

La commozione di Gesù si tradusse infatti nella sua piena condivisione della nostra umanità, della nostra morte e del nostro dolore; chi prova quella stessa commozione profonda non può rimanere fuori dal dolore dell’amato, al contrario, lo vuole abitare e portare! Così fece Gesù, e così è necessario che faccia la sua Chiesa!
Questo, però, sarà possibile solo se i suoi discepoli avranno sempre il “coraggio” di dare spazio al silenzio colmo di Lui, alla solitudine abitata da Lui, al riposo in Lui. Guai a chi ritiene non necessario quel salire sulla barca dell’“anachòresis” (cioè del “prendere le distanze” dal quotidiano) e del riposo in Lui.
Il rischio è, come sempre, quello di smarrire l’identità del discepolato di Cristo e di vestire i panni di una delle tante (e, per carità, anche benemerite!) associazioni filantropiche!

Bisogna farsi convinti che è il vero rapporto con Cristo che rende i nostri rapporti intra-umani veri e profondi, e scevri da ogni egoismo.

La commozione-compassione di Gesù sorge dal vedere che quelle folle sono sole, nessuno se ne fa carico, nessuno le guida…
Dove vanno? Che speranze hanno in cuore? Hanno ancora speranze? Di cosa si “nutrono”?Gesù le guarda con amore, e si fa loro pastore; si fa per loro nuovo Mosè che deve e può guidare ad una vera terra di libertà, ad una terra promessa di pace e di riconciliazione. Darà loro il pane, come Mosè diede il pane della manna, e poi, nel suo Esodo (cfr Lc 9, 31) aprirà per quelle folle e “per moltitudini” (cfr Mt 26, 28), una via di salvezza, una via di autentica umanità. Nuovo Davide, come ha scritto Geremia nell’oracolo che abbiamo ascoltato come prima lettura, li pascerà nella giustizia facendo misericordia e regnando dalla Croce.

Salire sulla barca di questo Messia è sì riposare con Lui, è sì presa di distanza dal quotidiano ma per tornare agli uomini con lo stesso amore costoso del Messia Gesù: un amore che si fa con-passione e quindi dono.
Salire su quella barca è condividere con Lui le sue due “passioni”: quella per il Padre, da ricercare incessantemente nel silenzio, e quella per l’uomo da servire umanizzandolo ed indicandogli vie di vita, portandone i pesi e le ferite, senza darsi sconti.
Le due “passioni” devono sempre stare assieme e mai, né l’una né l’altra, in modo implicito!
Le vere “passioni” non tollerano l’implicito!

p. Fabrizio Cristarella Orestano

 

Santissima Trinità (B) – Dio è con noi!

 

LA NOSTRA UNICA E SOLA PATRIA

Dt 4, 32-34.39-40; Sal 32; Rm 8, 14-17; Mt 28, 16-20

L’Evangelo di Matteo si apre e si chiude allo stesso modo, con un’affermazione, una promessa, una certezza, un qualcosa che l’umanità, a partire dall’evento Gesù, potrà sperimentare: Dio è con noi!
Al principio del suo Evangelo, infatti, Matteo, narrandoci la concezione verginale di Maria, ci dice: «Tutto questo avvenne perché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: «Ecco, la vergine concepirà e partorirà un figlio che sarà chiamato Emmanuele» che significa “Dio-con-noi”» (cfr Mt 1, 22-23).
Alla fine dell’Evangelo, Gesù stesso, nel passo che oggi si legge, promette: «Ecco, io sono con voi tutti i giorni fino alla fine dei secoli». Il Dio nascosto nel grembo di Maria all’inizio dell’Evangelo è nascosto, nel finale dello stesso Evangelo, nel grembo della Chiesa, e lì resta per tutti i secoli della storia; nascosto nel grembo della Chiesa perché la Chiesa lo annunzi e lo faccia conoscere, sperimentare. Perché la Chiesa lo consegni all’uomo, consegnando l’uomo a Dio.

La festa della Santissima Trinità, con i testi scritturistici che la liturgia oggi proclama, vuole che ci soffermiamo su questa presenza di Dio nella storia. Una presenza che ha bisogno di essere scoperta, vissuta, conosciuta. Una presenza a cui ci si può affidare.

Il passo di Deuteronomio di oggi è tutto pervaso dallo stupore di una presenza inimmaginabile di Dio; una presenza che assolutamente non è statica ma davvero operante e liberatrice; una presenza che il popolo ha sperimentato nei fatti dell’esodo.
Una presenza che si è fatta udire con una parola viva e creatrice, una parola che non annienta l’uomo: Israele infatti sa di aver ascoltato la voce di Dio dal fuoco, e di essere rimasto vivo dinanzi a cosa così grande! Una parola che, anzi, lo fa vivere perché gli consegna una via di vita, la Torah, una via di gioia…

Questa vicinanza di Dio, che già la Prima Alleanza proclama con stupore, nell’Incarnazione si è fatta appunto “carnale” e dunque palpabile in Gesù (cfr 1Gv 1, 1), ma con la sua Pasqua si è fatta addirittura intima all’uomo.
Paolo, infatti, nello straordinario testo tratto dalla sua Lettera ai cristiani di Roma, ci conduce al mistero trinitario che inabita il credente: questi, dice l’Apostolo, ha ricevuto uno «spirito da figli […] nel quale grida “Abbà, Padre” […] e lo Spirito attesta che, se figlio è anche coerede di Cristo», e quindi capace di partecipare alla sua dinamica pasquale.

Il Dio trino, il Dio che è amore (cfr 1Gv 4, 8) non è un Dio lontano e inesistente per le cose dell’uomo e della storia.
Non solo, infatti, Dio è entrato nella storia, ma ora la innerva con la sua presenza; e la vivifica non in modo miracolistico, ideale o – peggio ancora – disincarnato, ma attraverso un popolo che ha una precisa vocazione; una vocazione che Gesù, in questa finale di Matteo che abbiamo ascoltato, dice chiaramente!
Nel suo ultimo discorso, il Risorto ci permette un triplice sguardo: a Dio e al suo mistero trinitario, ai discepoli e alla loro inaudita missione, agli orizzonti sconfinati della salvezza che il Cristo ha realizzato nella sua Pasqua; una salvezza che si estende sia spazialmente che temporalmente («tutte le genti […] fino alla fine dei secoli»).

L’Evangelo di oggi ci dice chi siamo in quanto Chiesa.
In primo luogo siamo una comunità adorante: il primo atto che i discepoli fanno, infatti, dinanzi al Risorto è il prostrarsi in adorazione, ed a Matteo questo verbo piace molto! Anche qui crea infatti un’“inclusione” con il racconto dell’infanzia: lì c’erano i Magi che si prostrano in adorazione (cfr Mt 2, 11).
E’ la fede il primo e fondamentale atto che la Chiesa deve fare per essere Chiesa, e questo anche per il Quarto Evangelo: «Cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio? Gesù rispose: Questa è l’opera di Dio: credere in colui che egli ha mandato (cfr Gv 6, 28-29). Una fede che non priva di dubbio («alcuni però dubitavano»), perché la fede vera non è mai meridiana ma sempre vespertina, o – come qualcuno preferisce – aurorale; il dubbio, che qui è anche simbolo e sintomo della ineludibile fragilità della Chiesa, non impedisce però l’adorazione e l’ascolto delle parole del Risorto.

La Chiesa è poi partecipe della missione di Gesù: una missione che si estende lungo i secoli e lungo tutta la faccia della terra. Gesù usa qui quattro verbi che ci fanno tremare i polsi: andate, ammaestrate, battezzando, insegnando…il Risorto imprime con il fuoco questi imperativi, queste priorità, nella “carne” della Chiesa…

Questa Comunità, inoltre, è permanentemente in stato di esodo: la Chiesa appartiene alla Trinità! E’ lì, in quel grembo santissimo di amore, che ha la sua destinazione; se custodisce la presenza di Dio nel suo grembo di sposa, deve sapere che la sua meta è il grembo d’amore del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
Perché?
Perché è comunità di battezzati, chiamata a sua volta a «battezzare nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo».

Nel nome” è un’espressione questa che indica destinazione, indica la consegna. La Chiesa, cioè, è destinata alla Trinità! Quella è la meta, ed è consegnata alla Trinità: è, insomma, di Dio ed è per Dio; la Chiesa ha la missione di destinare e consegnare l’umanità al Dio Trino che Gesù ha raccontato.

Andando, ammaestrando, battezzando e insegnando la Chiesa deve consegnare a Dio il mondo che Cristo ha salvato; la salvezza operata da Gesù, che nel Mistero Pasquale abbiamo contemplato, è affidata alla Chiesa perché la Chiesa la doni all’umanità, facendo dell’umanità un popolo in cammino verso Dio, non disinteressato alla storia ma con lo sguardo fisso sull’oltre della storia.

Lì, nell’amore del Padre, del Figlio e dello Spirito c’è la nostra unica e sola patria!

p. Fabrizio Cristarella Orestano

XXIII Domenica del Tempo Ordinario – Mai senza l’altro


LA CORREZIONE FRATERNA

Ez 33, 1.7-9; Sal 94; Rm 13, 8-10; Mt 18, 15-20

 

Cristo tra i Santi Pietro e Paolo, di Pietro Lorenzetti

Cristo tra i Santi Pietro e Paolo, di Pietro Lorenzetti

Il capitolo diciotto di Matteo contiene il cosiddetto discorso ecclesiale: Gesù parla del suo sogno di comunità…quelli che credono in Lui realizzano una Comunità che ha precise caratteristiche. Per Gesù non basta una formale adesione a questo gruppo, una dichiarazione di appartenenza generica…quello che conta è impostare delle relazioni che siano davvero fraterne, e questa fraternità si fonda sulla mediazione di Gesù stesso e questa fraternità assicura la sua presenza.

Nella prima parte del discorso (che non abbiamo ascoltato) si parla di grandezza e piccolezza nel Regno, giungendo alla conclusione che i piccoli valgono talmente tanto che per un solo piccolo, e per giunta peccatore, vale la pena lasciare i novantanove grandi (o giusti) per cercare quel solo. La seconda parte del discorso mette in campo tutta una gamma di problemi grandissimi che sorgono in ogni relazione umana, e che sono essenziali per la vita della Comunità di Gesù: il peccato, la correzione, il perdono…
La sezione di cui è parte l’evangelo di questa domenica inizia dicendo: “Se il tuo fratello pecca contro di te” e si conclude con la parabola dei due servi (o del servo spietato), che termina con un detto di grande peso: “così il Padre mio farà con voi se non perdonerete di cuore ciascuno il proprio fratello”. La sezione, dunque, ha un tema preciso: il peccato del fratello e il comportamento che bisogna assumere dinanzi ad esso.
L’inizio del capitolo ci ha messo bene in chiaro che nella Comunità persistono peccati, scandali, inimicizie…cosa fare dinanzi a questa realtà?

La risposta è una sola: amare e perdonare, e guardare all’altro sempre come ad un fratello.
E’ proprio la visione dell’altro come fratello la molla per la correzione fraterna, di cui oggi l’evangelo sembra tratti con centralità. Tutta la “procedura” che Matteo qui suggerisce di fronte al fratello che sbaglia deve avere una sola motivazione: l’amore.
Nessuna correzione fraterna è lecita se non nell’ambito dell’amore vero e concreto per il fratello. D’altro canto, la stessa dizione “correzione fraterna” mette in risalto che la correzione deve partire dal sentirsi fratello, per arrivare all’altro da chiamare e trattare come fratello.

Se non c’è l’amore nessuno si azzardi a correggere: chi corregge senza amore rischia di correggere per umiliare, per dominare, per spirito di rivalsa, per sottolineare la propria “giustizia” e la propria irreprensibilità.
Di contro, chi corregge per amore soffre per il peccato dell’altro, lo sente nella propria carne e nel profondo dei suoi sogni di comunità e di umanità nuova. Chi corregge per amore è disposto a lottare per la vita e la gioia dell’altro, perché sa che il peccato sottrae all’altro vita e gioia… ed ecco perché chi corregge, nel discorso che oggi fa Gesù, è disposto a mettere in piedi tutta quella “procedura” di correzione che coinvolge altri della Comunità, ad amare e lottare con lui per il fratello che sbaglia.

In tutto questo procedimento si apre una via in cui il peccatore, sentendosi amato e non umiliato, rimproverato e schiacciato può avere la possibilità reale di guardare in faccia al proprio errore e trovare la forza per uscirne, sapendo di poter contare sull’aiuto di quelli che lo amano e l’hanno cercato nel suo peccato.

La conclusione dura per chi non ascoltasse la correzione carica di un vero amore fraterno ed ecclesiale (“consideralo come un pagano e un pubblicano”) è, in realtà, la constatazione di un dato di fatto: chi non accoglie l’amore si pone da sé fuori della Comunità di Gesù; chi non accoglie onestamente quell’amore che lo cerca e gli mostra il proprio peccato, come può stare ai piedi della croce di quel Figlio di Dio che si è donato, Lui giusto, per gli ingiusti? Inoltre la Comunità non può avallare il peccato mortifero dell’altro e, con sofferenza, deve rendersi conto che, chi disconosce l’amore, è fuori dalla Comunità.

Una Comunità così, animata dall’amore e disposta a lottare per l’amore, farà un’esperienza straordinaria: sperimenterà la presenza di Gesù, sempre! Non si tratta solo di pregare assieme, ma di essere assieme, di fare una scelta radicale e di fondo per il “con”, per il “mai senza l’altro”!
Gesù parla qui di “accordarsi sulla terra”: è un’espressione bellissima ed amplissima che merita la nostra meditazione profonda, e lo scavo più entusiastico possibile per trovarvi tutte le implicanze e tutte le esigenze che essa racchiude. Il verbo che Matteo pone sulle labbra di Gesù è il verbo “siunphonèo” che significa “suonare assieme”, “parlare assieme”, “avere voce assieme”; significa, cioè, armonia, ascolto reciproco; significa sapere che la “sinfonia” la si ottiene dalla somma delle voci e dei suoni, i quali hanno ognuno il suo timbro e la sua altezza e che assieme creano il bello, il vero e spessissimo il sublime.

E’ allora la scelta del “con” (del “siun”) che rende palpabile la presenza di Cristo nella sua Comunità e che, di conseguenza, rende la Comunità credibile nella storia, capace di portarvi Cristo, che è il volto dell’amore e del perdono di Dio.

p. Fabrizio Cristarella Orestano