III Domenica di Avvento (C) – La gioia della Salvezza

 

L’UOMO AL CENTRO

Sof 3, 14-17; Cantico Is 12, 2-6; Fil 4, 4-7; Lc 3, 10-18

 

Ancora il Battista.
Oggi è colto nella sua predicazione che apre l’attesa al “novum” che sta per venire. A chi lo va ad incontrare nel deserto il Battista chiede di fare delle scelte che preparino la venuta di quell’Altro a cui lui non è degno di sciogliere i legacci dei sandali.
Sembra che questa pagina di Luca contraddica il clima di gioia di questa terza domenica d’Avvento, la domenica detta “gaudete” domenica della gioia; pare che il severo profeta del deserto non abbia connotati di gioia, che in lui ci siano solo domande esigenti e parole penetranti e scomode … Se però leggiamo bene il passo di Luca che oggi la liturgia ci propone, vediamo che esso ha un culmine molto preciso: Esortando con molte altre parole annunciava la bella notizia … è la luce dell’Evangelo, la luce gioiosa di una presenza dinanzi alla quale si deve e si può gioire, ma dinanzi alla quale è pure necessario prendere delle decisioni concretissime.

Lo stesso grido di gioia del Profeta Sofonia, che è la prima lettura, culmina con l’annunzio di un’opera di ricreazione che il Signore compirà nel suo popolo: «Ti rinnoverà con il suo amore». Paolo ugualmente, nel celebre passo della sua Lettera ai cristiani di Filippi, che ha lo strano sapore di una gioia comandata, chiede che frutto di quella gioia per il Signore che viene sia un’amabiltà nota a tutti; chiede cioè che il discepolo di Cristo porti la luce di un comportamento bello (cfr 1Pt 2, 12), e che racconti la gioia di una vita luminosa; ed una vita luminosa è solo una vita che decide di non camminare per i soliti sentieri bui del mondo, per i soliti sentieri della sopraffazione, dell’egoismo e dell’avere se stessi come unico orizzonte d’interesse.

Il Battista, a quelli che al Giordano lo interpellano per sapere cosa fare, chiede di attendere il Veniente portando frutti di quella immersione che lui era sto chiamato a dare a quanti la richiedevano. L’immersione in acqua era solo un simbolo di un voler “affogare” ciò che è vecchio e mortifero, farlo portar via dal fiume che inesorabilmente scorre e – ricordiamolo – sfociando il Giordano nelle acque morte del Mar Morto, pare riportare così ad un luogo infernale ciò che è infernale nell’uomo. Un tale gesto rimandava a delle vite mondate da ciò che è opera di morte: ecco dunque le richieste che il Battista fa a chi domanda quale sia la nuova via da percorrere per preparare la strada al Veniente.

Giovanni chiede a tutti una vita non ripiegata su se stessi, una vita capace di condivisione, una vita in cui vi sia attenzione all’altro tanto da accorgersi di chi non ha tunica per condividere ciò che si possiede.
La condivisione è la prima via che rende l’uomo uomo!
Senza questa capacità di attenzione si costruiscono barriere tremende verso l’altro e così le vie al Signore non sono preparate. Il Signore veniente troverà infatti tanti muri di egoismo e di autosufficienza che gli impediranno di passare e portare il fuoco nuovo in cui tutto sarà purificato e da cui sorgerà in modo definitivo l’uomo nuovo.

Con questa prima richiesta rivolta a tutti, il Battista non chiude la sua esortazione: vanno da lui dei pubblicani, gente che faceva il mestiere odioso di riscuotere le penose tasse per l’occupante romano, e a loro chiede di non abusare del proprio ufficio, di non arricchirsi sulle spalle e sulla miseria degli altri che non possono reagire ai loro abusi.
Una richiesta simile Giovanni la fa anche a dei soldati: a questi chiede di non usare la forza delle armi contro gli altri, di non sottometterli e rapinarli con la violenza; e chiede di accontentarsi delle loro paghe.

Al versetto 8 di questo stesso capitolo Luca aveva posto sulle labbra del Battista un’esortazione importante: «Fate frutti degni della conversione», un’espressione che potrebbe essere più significativamente tradotta con “Dimostrate con i fatti che vi siete convertiti”. Una vita nuova non si mostra con dei gesti isolati, ma con la vita, con tutta la vita. Spesso nello spazio cristiano ci si sente porre la domanda: “Che dobbiamo fare?”, e si vorrebbero delle rispostine facili: “Fai dei gesti solidali” oppure “Dai uno scampolo del tuo tempo agli altri”… fai un po’ di volontariato” … cose tutte lodevoli, ma ancora distanti dalla vita, da quella vita nuova che scaturisce dalla gioia dell’Evangelo e che affretta la venuta del Signore.
Il Battista non chiede dei piccoli gesti, ma chiede di cambiare dentro: ogni spazio vitale è luogo per sperimentare la salvezza di Dio; non dei tempi, ma tutto il tempo che si ha … così si ridà un’anima al mondo, andando al profondo, ed il profondo è la vita concreta che è fatta di relazioni umane in cui condividere, in cui non abusare del potere – e tutti ce n’hanno un po’ di potere! – in cui non usare violenza.

L’Evangelo di oggi ci dice che le strutture mondane che sono strutture di peccato (le ingiuste tasse di un oppressore, la violenza delle armi, la guerra) vanno “uccise” dal di dentro, immettendo in esse principi di morte per la sopravvivenza di quelle STESSE strutture: il rispetto dell’altro e la cessazione di ogni violenza fanno cessare oppressioni e guerre.
Che soldato è un soldato che non usa la spada?
La rivoluzione del cristianesimo dovrebbe essere così: immettere Evangelo nel mondo, attraverso vite davvero cambiate dalla gioia della salvezza. Così si inizia a dare morte alle opere di morte, così si inizia a portare l’uomo ed il suo valore al centro, rinunziando ad altre centralità.

Certo tutto questo non sarà indolore, non sarà a basso prezzo. Nelle prime generazioni cristiane il perseguire queste vie di rivolta pacifica alle strutture di morte costò la vita a tanti … quanti soldati tra i primi martiri!! Uomini che, al momento di prendere le armi per fare violenza, le lasciarono cadere al suolo e preferirono essere uccisi piuttosto che uccidere … quanti nei primi secoli scelsero vie di miseria e di povertà perché l’Evangelo chiedeva loro concretamente di smettere delle “professioni” fondate sull’uso dell’altro e sull’abuso sull’altro uomo!

La gioia del cristiano ha radici nella serietà di un Dio che ci ha scelti fino alle estreme conseguenze; ha radici in un’autenticità di sequela con cui non si scherza: la Venuta del Signore sarà compimento di gioia ma anche giudizio veritiero, un o un no sulle scelte dell’uomo e della storia … il Veniente dirà con chiarezza ciò che è grano e ciò che è pula.

Non ci sarà inganno sulla sua bocca: per chi ricerca la giustizia questo è motivo di grande gioia e di grande speranza!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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XXX Domenica del tempo Ordinario (B) – Con occhi nuovi

 

PER ESSERE DISCEPOLI FINO ALLA CROCE

Ger 31, 7-9; Sal 125; Eb 5, 1-6; Mc 10, 46-52

 

Seguire Gesù è la grande opportunità che l’uomo riceve in dono; seguire il Figlio di Dio venuto a portarci su vie di vita strappandoci dalle vie della morte. Seguirlo, però, è un rischio perché per seguirlo bisogna dire dei no netti al mondo ed al suo modo di pensare; guai a chi pensa secondo gli uomini, secondo il mondo (cfr Mc 8, 33). Per seguirlo bisogna capire chi si sta seguendo: un Messia crocefisso, uno schiavo crocefisso e non un imperatore trionfante. Per seguirlo bisogna lasciarsi alle spalle le logiche con cui noi uomini cerchiamo sempre e solo di salvare noi stessi (Mc 8, 35); per seguirlo bisogna non lasciarsi imprigionare dalle tre libido, potenze capaci di disumanizzarci e di cui, nelle scorse domeniche, l’Evangelo ci ha dato i tre “antidoti”:
– la fedeltà nell’amore (Mc 10, 9-12);
– la condivisione (Mc 10, 21);
– il servizio che è dare la vita (Mc 10, 43-45).

La sezione dell’Evangelo di Marco sulla sequela, però, non si è conclusa lì; oggi c’è la vera conclusione con questo ultimo miracolo di tutto l’Evangelo: la guarigione del cieco Bartimeo.
Una narrazione vivace, simpatica e accattivante che conclude, possiamo dire, tutta l’attività pubblica di Gesù, e fa entrare nel contesto delle ultime polemiche che sorgono tra Gesù ed i suoi nemici, ma soprattutto nella narrazione della Passione.
La conclusione della sezione della sequela è affidata a quest’uomo cieco, che Marco ci indica come vero esempio di sequela; è come se l’Evangelo ci dicesse che non bisogna guardare ai discepoli per capire la sequela, ma a questo piccolo uomo di Gerico. In verità è l’unico miracolato dell’Evangelo ad avere un nome (insieme a Lazzaro, ma lì siamo nel IV Evangelo e siamo in tutto un altro mondo!), e sappiamo quanto il nome abbia importanza nella riflessione biblica e nella sequela del Signore…pensiamo, di contro, al giovane ricco restato senza nome perché incapace di sequela (cfr Mc 10, 22).

In tutta questa sezione, i discepoli si sono mostrati perplessi, esitanti, incapaci di comprendere le parole e le esigenze di Gesù (cfr Mc 10, 26.32.35); Bartimeo, invece, è icona di una sequela immediata e piena di luce Subito riacquistò la vista e prese a seguirlo per la strada»).
Questo cieco è anche risposta ad una domanda che i discepoli hanno fatto a Gesù davanti alle esigenze radicali del Regno, dinanzi al demone del possesso che aveva raggelato il giovane ricco e che essi sentono che possa raggelare anche loro: «Se è così allora chi mai potrà salvarsi?».
Gesù aveva risposto indicando loro non le vie della loro bravura, delle loro azioni e dei loro meriti, ma la via di Dio che rende possibile l’impossibile: «Tutto è possibile presso Dio» (Mc 10, 26-27). Ora questo cieco mostra che ciò che pareva impossibile, inimmaginabile perfino diviene possibile presso Dio, presso Gesù … diviene possibile ciò che un attimo prima era addirittura impensabile: un cieco vede, uno seduto nell’immobilità ora segue Gesù lungo la via
E’ straordinario: la potenza di Dio rende capaci gli impotenti; quell’uomo immobile nelle tenebre diviene discepolo coraggioso.

Quale la via di accesso a questa possibilità di Dio? Solo una: la fede, ed una fede che si è espressa in preghiera: «Figlio di David, abbi pietà di me»! E’ un grido insistente, che è addirittura considerato fastidioso dai presenti; ma quel grido è la porta spalancata di quel cuore in cui l’ingresso di Dio renderà possibile l’impossibile. Gesù sa leggere quel grido: è grido di fede, è la fede che lo ha salvato, è la fede che gli ha fatto credere che quel Rabbi potesse spalancargli l’oltre e l’impensabile.

Nell’Evangelo di Marco il primo miracolo è quello della liberazione di un indemoniato a Cafarnao (cfr Mc 1, 23-27); questo che leggiamo questa domenica è invece l’ultimo miracolo che Marco ci narra, e non è un caso: Gesù è venuto per liberare l’uomo dalle potenze del male e per introdurlo nella luce che è la sua sequela. Non si rimane liberi dal male e nella luce se non si segue Gesù, se non si mettono i piedi sulle Sue tracce. Chi legge l’Evangelo ha bisogno di luce per poter entrare nella Passione, ha bisogno di uno sguardo altro, uno sguardo che solo Dio può dare, uno sguardo impossibile presso gli uomini. Bartimeo è simbolo di un vedere diverso, illuminato dalla potenza di Dio; solo con un vedere così si può entrare nella Passione ed essere capaci di sostenerne il santo scandalo. Per vedere il Crocefisso e cogliere in Lui il Figlio di Dio c’è bisogno di occhi nuovi, illuminati dalla grazia.

Bartimeo, allora, ci prende per mano e ci conduce nelle ore tenebrose della Passione … ci fa camminare con lui dietro a Colui che ha preso la croce per servire e dare la vita. Bartimeo ci dice che è possibile anche a noi, fragili, ciechi, egoisti, tesi sempre e solo a salvare noi stessi; è possibile anche a noi infedeli, avidi e schiavi di noi stessi essere discepoli fino alla croce nella fedeltà, nella condivisione, nel dono totale di sé!

Nulla è impossibile presso Dio! Nessuno dica, dunque, “non è per me!”…

E’ per te solo se vuoi e se ti fidi! Grida: Figlio di Davide, abbi pietà di me!, e l’impossibile diverrà possibile!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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XXVIII Domenica del tempo Ordinario (B) – Le nostre cose

 

UNA DIGA TRA NOI E LA GIOIA VERA

 

Sap 7, 7-11; Sal 89; Eb 4, 12-13; Mc 10, 17-30

 

Che cosa è seguire Gesù? Cosa è seguirlo in modo radicale, in fondo l’unico vero modo di seguirlo, dando a Lui un primato che rende capaci di “vendere” il resto?

Il passo di Marco di questa domenica, il celebre – e a volte “abusato” – racconto del cosiddetto giovane ricco, ci pone dinanzi ad una richiesta di sequela che ha un esito drammatico, un esito fallimentare. Un esito che è tale perché tra il chiamato e Gesù che chiama si frappone un ostacolo grande, che diviene insormontabile: il possesso!

Se la “libido amandi trova la sua via di sequela nella fedeltà che canta il Dio fedele (lo sentivamo la scorsa domenica circa la via coniugale!), la “libido possidendi” può trovare la sua via di sequela nella condivisione («Vendi […] e dallo ai poveri») e nel volgere le spalle a ciò che, nel possesso, chiede all’uomo sempre di più. Sì, è così: le cose possedute chiedono sempre di più, e non chiedono cose ma chiedono all’uomo se stesso!
Domenica prossima potremo vedere che esito ha nella sequela la “libido dominandi”.

Il giovane protagonista del racconto di Marco si accosta a Gesù per essere rassicurato e per avere un “da fare”, con lo scopo di ottenere la vita eterna, il premio di Dio…
La sua domanda, per quanto “religiosa”, mostra a Gesù un cuore che sarebbe bello plasmare verso la verità dell’uomo e verso la verità di Dio. Gesù vede in lui una possibilità di vita piena, vede in lui la possibilità di costruire, certo non senza fatiche, un uomo nuovo! Gesù ama le sfide, soprattutto quando oggetto di queste sfide è il credere alle meravigliose possibilità di bello che abitano l’uomo! Il problema è che tra il “sogno” di Cristo ed il profondo di questo ragazzo si frappone qualcosa di terribile, una “diga” che il giovane non vuole abbattere, e che Gesù non può abbattere. E’ la “diga” delle “proprie cose”…lo sguardo d’amore di Gesù si posa su di lui, ma non lo smuove, anzi, forse, lo indurisce ed inasprisce.

Ci pare quasi di sentire il silenzio profondo su cui si posa quello sguardo amoroso, e quelle parole di proposta di Gesù: «Va’, vendi tutto quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi». A questo punto, quel silenzio amoroso diviene silenzio mortale in cui risuonano non più parole, domande, ricerche ma solo i passi all’indietro, certo imbarazzati, ma purtroppo sicuri di quel “bravo ragazzo”…
Gesù ha chiesto troppo…e poi quel tesoro in cielo! I tesori devono stare nei forzieri dei ricchi, e non in un imprecisato e impalpabile cielo…

Il dramma di questa scena evangelica sta in quella tristezza che invade tutta la vita di quel giovane.
Aveva chiesto delle cose “da fare”, ed in fondo Gesù gliele ha dette; ma quelle cose “da fare” non sono quelle che si aspettava; non sono adempimenti passeggeri e precetti che, una volta compiuti, poi lasciano tutto come prima…no! Sono cose che mettono radici, che trasformano, che vogliono coraggi “per sempre”…
Lui non può accettarle perché presuppongono un perdere quello che ha, quello che possiede, quello che incredibilmente ora è la sua identità e la sua sicurezza! Gesù gli offre un’altra identità ed un’altra sicurezza: ma l’amore di Gesù non è stato sufficiente a staccarlo dal suo amore per le sue certezze; il giovane preferisce la tristezza di una vita comoda alla gioia di una vita libera, sensata, alla sequela di Gesù!
In fondo preferisce la sabbia e il fango di cui parla la prima lettura nel Libro della Sapienza opponendoli alla Sapienza…

Questo “bravo ragazzo” è perfettamente il contrario di quei bambini che appaiono nel passo precedente che chiudeva l’Evangelo della scorsa domenica; Gesù li abbracciava e loro si lasciavano abbracciare, e di loro Gesù aveva detto che il Regno appartiene a chi è come quei bambini: chi accoglie il Regno come quei bambini è accolto nel Regno…

Questo giovane non è così: non accoglie il Regno perché non si lascia abbracciare dall’amore di Gesù. Resta solo, è triste…magari il mondo lo crederà felice perché ha molte ricchezze, ma queste faranno sempre diga tra lui e la gioia vera. Certamente quella tristezza si riverbera anche su Gesù; il testo non lo dice in modo esplicito ma ce lo fa intuire: Gesù volge lo sguardo attorno sui suoi discepoli, forse per trovare conforto per l’amore rifiutato, forse per contemplare quelli che l’amore lo stavano accettando. A loro leva un lamento che è constatazione di una verità: Quanto difficilmente entreranno nel Regno dei cieli quelli che hanno ricchezze…

Credo, come scrive Enzo Bianchi nel suo commento a questa pagina di Marco, che bisogna fermarsi qui perché ogni commento a questa parola di Gesù rischia di diventare casistica o addolcimento permissivo…Resti così questa parola, cruda nella sua forza, e sferzi i nostri cuori ricchi, le nostre vite ancora e sempre troppo opulente. Dinanzi a questa parola rimaniamo come i discepoli: sbigottiti, imbarazzati…tutti!… Anche quelli che hanno fatto scelte radicali; il pensiero corre ai mille attaccamenti, alle mille sicurezze che ciascuno si è edificate; la domanda allora è forte: Chi mai potrà salvarsi?

La risposta di Gesù è certo consolante, ma non deresponsabilizzante: E’ impossibile presso gli uomini ma non presso Dio. Perché nulla è impossibile presso Dio… Il testo greco dice “parà theô” e “parà” significa accanto, “vicino”; insomma si tratta di dove si vuole condurre la propria vita, vicino a chi: se la voglio vivere accanto alle mie “ricchezze” e “sicurezze” è un conto; se la voglio vivere accanto al Dio che è il Padre di Gesù Cristo, le cose cambiano, e tutto diviene possibile perchè «Tutto posso in colui che mi dà forza» (cfr Fil 4, 13).

La domanda di Pietro («Noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito, cosa avremo in cambio?») può sembrare presuntuosa ma, in realtà, è una domanda umanissima a cui però, come sempre, Gesù corregge il tiro: non si tratta di ricevere una ricompensa per qualcosa che si è lasciato, ma si tratta di accogliere una fecondità piena della sequela; il centuplo che Gesù promette non è tanto una ricompensa, un ricevere indietro quel che si è dato con abbondanti interessi…no! E’, invece, un constatare che ogni dono è fecondo e moltiplica l’Evangelo, e moltiplica la fraternità, la paternità, la maternità, la gioia. Pietro e gli altri lo constateranno: prima pescavano pesci in un lago, poi pescheranno uomini dall’oceano del mondo; prima avevano solo dei fratelli secondo la carne (non è un caso che i primi chiamati sono due coppie di fratelli!) ma l’Evangelo moltiplicherà quella fraternità, e più sarà moltiplicata e più la gioia ed il senso cresceranno; certo, assieme cresceranno anche le fatiche e anche le incomprensioni e perfino le persecuzioni. Gesù non dissimula il male, mai.

Seguirlo non è una gloriosa ascesa, è lotta gioiosa ma piena di inciampi che provengono da dentro di noi e da fuori; quelli di fuori sono le persecuzioni che si scatenano dinanzi all’alterità degli uomini dell’Evangelo, dinanzi a chi contraddice il mondo che vuole ricchezze e le mette in cima al “desiderabile” e che per esse è disposto a tutto.

Il discepolo povero e disarmato è osteggiato perché mostra disprezzo per ciò che il mondo sommamente apprezza e persegue, è osteggiato e perseguitato perché partecipa alla via del suo Signore osteggiato e perseguitato dal mondo ingiusto.

Per il giovane ricco la fecondità della sequela ha questo prezzo troppo alto, e per non pagarlo preferisce “affogare” nella tristezza!
Seguire Gesù è costoso, ma è via di gioia e di libertà! Sì, libertà!
Chi è più libero di chi liberamente dona, di chi sceglie di essere lì dove Gesù lo chiama?

Il Regno è fecondo e rende fecondi…ma non come il mondo pensa…
E noi come pensiamo?
A Pietro Gesù, un po’ prima, aveva detto: «Tu non pensi secondo Dio ma secondo gli uomini!» (cfr Mc 8, 33).

La sequela è questione di pensare secondo Dio!




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XVII Domenica del Tempo Ordinario (B) – Dare la vita

 

MOLTIPLICARE PER CONDIVIDERE

 

2Re 4, 42-44; Sal 144; Ef 4, 1-6; Gv 6, 1-15

 

Per ben cinque domeniche lasciamo l’Evangelo di Marco per leggere quasi tutto il capitolo sesto del Quarto Evangelo; è il capitolo sul Pane di vita, è il grande discorso eucaristico che il quarto evangelista pone con chiarezza teologica sulle labbra di Gesù.

La Chiesa di Giovanni celebra ormai da più di sessant’anni la Cena del Signore come cuore della sua vita credente, e la riflessione su questo mistero di amore e di presenza del Cristo è giunta, in Giovanni e nella sua Chiesa, ad altissime vette di consapevolezza.
La Chiesa giovannea vede le derive verso cui è tentata la prassi dei credenti: c’è il grande rischio che l’Eucaristia divenga rito “religioso” staccato dalla vita e dalla concreta compromissione che il discepolo deve vivere con il suo Signore che ha dato la vita, e che chiede ai suoi solo e sempre la stessa cosa: dare la vita.

Per il quarto evangelista occasione del discorso è un fatto concreto, un segno che è ricchissimo di valenze teologiche e pratiche.
Il segno che oggi ci è narrato è la moltiplicazione dei pani, il “miracolo” più attestato dagli evangeli; ne abbiamo, infatti, sei racconti poichè sia Matteo che Marco hanno ciascuno due racconti di moltiplicazioni di pani; un fatto dunque certamente storico, e certamente parte di quel patrimonio narrativo che la Chiesa nascente custodiva e sapeva di dover trasmettere.

Giovanni, come è suo solito, ne fa un racconto “altro”; e l’“alterità” non sta tanto nella narrazione stessa, ma nella connessione che Giovanni crea strettamente tra il racconto ed il successivo discorso eucaristico. Una connessione che, a mio avviso, vuole sottolineare con forza che non si può mai separare la dimensione di fede, la dimensione “spirituale”, dalla dimensione esistenziale, concreta, “materiale”! Pena il tradimento dell’Evangelo!

Nel racconto del Secondo libro dei Re, la prima lettura di questa domenica, Eliseo compie un miracolo simile, ma con numeri molto inferiori; il suo, tuttavia, è un prodigio teso solo a provvedere ad un momento di bisogno.
Non così nell’Evangelo di Giovanni: qui il prodigio dei pani è un segno, cioè richiama ad altro; prepara la moltiplicazione di un altro pane di cui Gesù parlerà diffusamente, rispondendo alle domande ed alle dichiarazioni della gente che ha assistito al segno e che ne ha beneficato. Il segno ha fatto nascere domande.

La connessione dei due fatti, la moltiplicazione dei pani ed il discorso eucaristico, ci dichiara che non si può mai prescindere, nei discorsi di fede, dalla concretezza dell’uomo: guai a chi volesse fare discorsi “spirituali”, “mistici”, dimenticando la corposità dell’uomo, la sua “brutale” concretezza, fatta di stomaco affamato, di corpo bisognoso…
L’Eucaristia non supera il livello materiale, lo ingloba!
Lo porta dentro, lo porta a compimento!

La Chiesa “in toto” ed i singoli credenti in particolare, non possono perciò tranquillizzarsi celebrando le loro Eucaristie…piuttosto devono inquietarsi!
Devono inquietarsi perché l’Eucaristia grida una domanda e fa delle richieste: la domanda è quella stessa che il Signore fece a Caino: «Dov’è tuo fratello?» (cfr Gen 4, 9) …domanda che dobbiamo leggere come richiesta di responsabilità circa il fratello; Caino si mostrerà omicida perchè irresponsabile, si manifesterà, cioè, come uno che non risponde alla domanda che riguarda suo fratello; Caino sfugge alla domanda!
L’Eucaristia ci fa la stessa domanda circa le vite concretissime dei nostri fratelli. Ci chiede di non rimanere irresponsabili!
L’Eucaristia è però, allo stesso tempo, anche una pressante richiesta; e lo vedremo nello sviluppo del grande discorso di questo capitolo: la richiesta è quella di dare la vita assumendo il dono di Cristo.

In concreto, il cristiano, cristificato dall’Eucaristia, ha una precisa vocazione: diventare lui stesso pane spezzato per i fratelli e questo «non a parole nè con la lingua, ma con i fatti e nella verità» (cfr 1Gv 3, 18).
Che risposta daremo? Quali fatti e quale verità mostreranno il nostro amore?
Gesù non amò “a parole nè con la lingua”… il suo amore fu carne e sangue, il suo amore fu vita data…
Allora quei pani moltiplicati sono segno di tutto questo, perchè furono un concreto provvedere alla fame ed al disagio della gente…un provvedere che parte, in primo luogo, dall’accorgersi del dolore e della fame degli altri, e che diviene una scelta a partire da una decisione di condivisione.

Notiamo che il miracolo dei pani che Gesù compie, in tutti gli evangeli, non è un creare dal nulla il pane per sfamare le folle (o facendolo dalle pietre, come aveva suggerito Satana!) ma è un moltiplicare un pane che si è disposti a condividere. La moltiplicazione dei pani avviene sulla base di una disponibilità a condividere! La condivisione è la radice santa di ogni amore che si fa concretezza, che si fa dono, che non si ammanta di spiritualismi ma si compromette veramente, materialmente, pagando un prezzo di amore.

L’Eucaristia scissa dalla condivisione e dalla fatica di farsi carico dell’altro diviene gesto “religioso” detestabile agli occhi di Dio…
Per non rimanere scandalizzati da questa affermazione, si legga a tal proposito una parola forte nelle profezie di Amos:

«Io detesto, respingo le vostre feste,
non gradisco le vostre riunioni;
anche se mi offrite olocausti
io non gradisco i vostri doni
e le vittime grasse…non le guardo.
Lontano da me il frastuono dei tuoi canti:
il suono delle tue arpe non lo posso sentire!
Piuttosto scorra come acqua il diritto,
e la giustizia come torrente perenne!» (cfr Am 5, 21ss).

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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