XIV Domenica del Tempo Ordinario (B) – Lasciarsi interpellare

 

E’ QUANDO SONO DEBOLE CHE SONO FORTE

Ez 2, 2-5; Sal 122; 2Cor 12, 7-10; Mc 6, 1-6

 

Certamente Dio è grande, ma spetta solo a Lui decidere come mostrare questa sua grandezza: i modi che Dio sceglie non sono mai coincidenti con le nostre visioni ristrette, scontate e “religiose”…

La pagina evangelica di oggi continua a farci riflettere sull’unico accesso possibile a Dio, la “porta” della  fede. La narrazione di Gesù, rifiutato dai suoi a Nazareth, è una pagina che non ci vuole solo raccontare delle difficoltà di Gesù nel suo paese (sarebbe banale!); essa è soprattutto conferma di come l’uomo si comporti dinanzi a Dio!
Marco è attento a non usare per Nazareth la definizione di paese, adottando invece il termine patria, poiché più carico di impliciti richiami affettivi, storici, concreti e “carnali….in fondo Marco ci sta mostrando ciò che Giovanni dirà nel suo Evangelo: «Venne nella sua casa e i suoi non l’hanno accolto» (cfr Gv 1, 11).
Il termine patria ci aiuta ad uscire dagli stretti confini di Nazareth facendoci travalicare la piccola storia del rifiuto di Gesù da parte del suo paese, e conducendoci su un terreno rischioso anche per noi. Gesù è tra i “suoi”, e questi lo rifiutano: è la storia del rifiuto di Dio, che tutta la vicenda di Israele tragicamente testimonia, quando Dio si presenta all’uomo non come l’uomo vorrebbe…e Dio fa sempre così!

Il problema, allora, è sempre l’immagine di Dio che noi ci siamo fatti; il problema è sempre lo stesso: siamo noi a voler plasmare Dio secondo i nostri canoni comodi e le nostre visioni, e non vogliamo assolutamente lasciarci plasmare da Dio, nè da quello che Lui è nè dalle vie che Lui intraprende nella storia.

Come può Dio venire nel falegname, nel figlio di Maria? Un uomo qualunque, uno segnato anche da maldicenze e da nascita incerta…
E’ infatti molto offensivo dire di un ebreo di quel tempo che è “figlio di sua madre” e non di suo padre; di Gesù si doveva dire “ben Joseph”, “figlio di Giuseppe” e mai “figlio di Maria”: questa sottolineatura è certamente malevola ed irridente.

Nei nazaretani sono conviventi stupore e rifiuto, stupore e scandalo: lo stupore è solo l’atteggiamento iniziale con cui essi osservano ciò che esce dalla bocca e dalle mani di Gesù; le parole e i gesti di Gesù stupiscono, ma altra cosa è affidarsi a quelle parole e a quelle mani. I nazaretani non sono disposti a fidarsi…lo scandalo impedisce loro il passaggio, lo scandalo è inciampo, è ostacolo alla fede; lo scandalo è generato dai pregiudizi e dalla volontà di incasellare Dio, le sue parole e i suoi gesti in schemi precostituiti e rassicuranti!

Capiamo bene che qui si parla di noi!

Dinanzi a Gesù, l’uomo deve lasciarsi interpellare e, per lasciarsi interpellare davvero, deve deporre le sue visioni e le sue potenze.
Leggevo in questi giorni un testo di Oscar Wilde il quale, alla fine della sua vita, approdò ad una vera fede cristiana di cui, in fondo, era sempre stato impregnato: egli dice proprio del rapporto con Cristo, un rapporto inevitabile, e così scrive: «Questo è il fascino di Gesù Cristo in sintesi […] non pretende di insegnare niente a nessuno, ma basta essere portati alla sua presenza, che si diventa qualcosa. E tutti siamo destinati a comparire davanti a Lui. Almeno una volta nella vita ogni uomo cammina con Cristo verso Emmaus».
E’ vero: bisogna trovarsi davanti a Lui, e lì si prende posizione…o lo scandalo o la fede.

Una chiave per leggere questa esigenza dell’Evangelo ci è data dal passo straordinario della Seconda lettera di Paolo ai cristiani di Corinto che oggi si legge: perché dimori in me la potenza di Cristo è necessario vantarsi delle proprie debolezze
Questo è il vero terreno di confronto con il Cristo, qui è la reale possibilità di riconoscere la potenza delle Sue parole e delle Sue mani; «E’ quando sono debole che sono forte», scrive Paolo! L’Apostolo riesce a scrivere queste parole con coraggio perché le ha sperimentate nella sua carne, nella sua vita.
Paolo ha dovuto deporre le sue forze, le sue precomprensioni di Dio, i suoi “incasellamenti” di Dio; Paolo ha dovuto lasciarsi sconvolgere dal “falegname”, dal “figlio di Maria”, da Colui che è venuto nel nascondimento di una carne “qualsiasi”, da Colui che è venuto per una via scandalosa, esposto al rifiuto fin dall’inizio della sua vicenda terrena, e rifiutato fino alla fine, e «fino alla morte e alla morte di croce» (cfr Fil 2, 8).
Paolo ha dovuto girare le spalle a se stesso ed accettare lo scandalo di Cristo. Questo ha significato per lui accettare lo scandalo della sua debolezza e fragilità, lo scandalo di quella spina che permane nella sua carne.

Questa non è un’operazione teorica o meramente speculativa, questa è operazione concretissima che espone al rischio ed al rischio mortale della fede. Espone ad una fede che non ha nulla di “ragionevole” nel senso mondano del termine; sì, perché non è “ragionevole” farsi discepoli di un crocefisso, di un fallito, di uno che, per la storia degli uomini, è finito non male ma malissimo. Solo la fede in questo Dio scandaloso apre, però, all’oltre di Dio.

 Scrive Marco che Gesù a Nazareth non poté operare miracoli (in realtà subito dopo corregge il tiro, e dice che anche lì ha avuto compassione di alcuni malati!), e questo perché i miracoli sono suscitati dalla fede, non generano la fede: nessuno crede grazie ai miracoli, ma Dio può operare cose straordinarie in chi crede.
Qui dobbiamo sottolineare che i miracoli non sono tanto i prodigi che sovvertono le leggi di natura, ma sono, in massima parte, quel rendere possibile ciò che all’uomo è impossibile; sono quei sovvertimenti di vita, quelle conversioni, quei mutamenti, quel bene che pensiamo precluso a noi per i nostri limiti, debolezze e infermità del cuore che poi in Dio, in Cristo, nella forza dell’Evangelo divengono improvvisamente reali.
Miracoli sono quei sì che pare che mai il nostro cuore possa dire…eppure se ci si consegna, se ci si vanta delle proprie debolezze, quei terribili ed inamovibili no divengono dei dolcissimi e belli.
Certo costosi, ma che ci rendono spalancati al mondo perché spalancati a Dio.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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III Domenica di Avvento – La piccolezza che salva

CHE QUESTO EVANGELO CI INQUIETI! 

  –  Is 35, 1-6.8.10; Sal 145; Gc 5, 7-10; Mt 11, 2-11  –

 

Icona di S. Giovanni Battista, Monastero di Visovi Decani -  Serbia (XIV sec.)

Icona di S. Giovanni Battista, Monastero di Visovi Decani – Serbia (XIV sec.)

In questa terza domenica del nostro cammino d’Avvento, domenica “Gaudete”, della gioia per la promessa di Dio che certamente si compirà come già si è compiuta, la figura di riferimento è Giovanni il Battista; il profeta del Giordano oggi però ci appare debole nella sua crisi, ma poi forte nelle parole di Gesù che lo descrivono.

L’uomo del deserto è prigioniero, sta vivendo la sua notte; si è fatto buio su di lui perché è stata “fermata” la sua missione profetica, si vuol far tacere la sua voce … Lui che si era definito “voce che grida nel deserto” (cfr Mt 3,3; Gv 1,23)…ora la sua voce è stata precipitata in un carcere buio! Da lì, da quella notte che sta vivendo, il profeta Giovanni mostra la sua crisi, si lascia anche lui attraversare da domande e da dubbi: Sei tu il veniente o è un altro che aspettiamo? Domanda tragica sulle labbra di Giovanni, domanda che mette in dubbio tutta la sua azione di profeta e quindi tutta la sua vita, una vita che per altro sta per essere spenta; se Giovanni aveva indicato Gesù ad Israele, come mai ora è trafitto dal dubbio? Qualche esegeta (antico e anche moderno) cerca di scolorire il dramma del Battista ricorrendo alla solita tesi pedagogica: Giovanni fingerebbe dubbio perché i suoi discepoli vadano da Gesù … pare davvero banale! Contemporaneamente però bisogna dire che Matteo, nello scrivere questa pagina, non è tanto interessato al buio di Giovanni (tanto è vero che nulla scriverà della conclusione di quell’ambasceria!) quanto alla rivelazione che Gesù stesso farà della sua identità.

Alla domanda dei discepoli di Giovanni Gesù non dà una risposta diretta, ma rinvia a due cose che bisogna saper leggere: la Santa Scrittura e le sue opere. Gesù, infatti, cita alcuni passi di Isaia che annunziano i tempi dell’intervento di Dio; tempi che si potranno riconoscere dalla lotta vittoriosa che il Signore farà contro il male della storia. Ora Gesù indica ai discepoli del Battista che tale lotta vittoriosa si può già contemplare nelle sue opere: Gesù infatti sta lottando contro le tenebre del mondo (i ciechi recuperano la vista), contro le immobilità che fermano il cammino degli uomini verso la pienezza (gli storpi camminano), contro il male che sfigura l’uomo (i lebbrosi sono guariti), contro l’incapacità di ascolto tanto essenziale ad ogni vita nella fede (i sordi riacquistano l’udito); è venuto a lottare contro la nemica per eccellenza, la più temibile e la più devastante, la più “anti-Dio”….la morte (i morti risuscitano)! E tutto questo è annunzio di buona notizia che muta la sorte dei poveri, di quelli cioè che, segnati dalle miserie della storia perché fragili, perché oppressi, perché peccatori, perché “nullificati” dagli altri, riconoscono di poter essere salvati solo da Dio ed a Lui si affidano.

Ai discepoli di Giovanni, Gesù fa capire che è nel saper mettere in relazione le parole della Scrittura e le sue opere, che si comprende chi Lui è davvero. Gesù con la sua parola e con le sue opere è l’annunzio di questo evangelo che irrompe nella storia. La verità è però che questo evangelo irrompe attraverso vie e modalità nuove ed imprevedibili, attraverso l’uomo Gesù che o si coglie nella fede ed in una fede che sia capace di spogliarsi di precomprensioni e di “religione” o diviene davvero incomprensibile ed inaccettabile; fin quando cioè si pensa come il mondo non si può “leggere” la verità su Gesù…quando si accoglie una logica altra, quella di Dio, allora si comprende che proprio Lui è il Veniente e non si deve aspettare altri. Lui è il Veniente che, proprio perché è veniente dal mondo di Dio e non dal nostro mondo, è un Veniente che è davvero altro! Gesù chiede chiaro, di fronte a questa alterità, la capacità di non scandalizzarsi, cioè di non inciampare … anzi su questo Gesù pronunzia una “beatitudine”: E beato chi non si scandalizza di me.

Nell’elogio del Battista, che Gesù pronunzia subito dopo la partenza dei messaggeri, viene fuori questa alterità: mentre dice parole grandissime su Giovanni (Tra i nati di donna nessuno è più grande di Giovanni il Battista), aggiunge anche che il più piccolo del Regno è più grande di lui … parole enigmatiche che non devono essere lette in modo irrispettoso nei confronti di Giovanni, il grande profeta, e neppure nei confronti dello stesso Israele; come se l’ultimo (!!) cristiano potesse vantare una grandezza maggiore del profeta Giovanni e quindi di ogni profeta d’Israele … se si legge così diviene incomprensibile l’elogio straordinario che Gesù ha fatto del Battista, perchè poi lo metterebbe addirittura fuori del Regno … e questo non è! Non è possibile!

Clemente Alessandrino (e dopo di lui altri Padri ed esegeti) hanno colto qui una parola che riguarda Gesù stesso: il più piccolo è Gesù stesso che è più grande di Giovanni perchè è il Messia, è il Figlio amato su cui il Padre  stende ogni suo compiacimento (cfr Mt 3, 17); la storia però ha letto Gesù  come più piccolo del Battista, in realtà è Lui il più grande … intanto vive la storia da più piccolo perchè con i più piccoli  si identifica (cfr Mt 25, 40.45 Ogni qual volta avete fatto queste cose al più piccolo, l’avete fatto a me), perchè sarà il più piccolo fino allo scandalo della croce … è questa piccolezza che bisogna riconoscere ed assumere, è lì l’alterità del Messia Gesù che anche Giovanni, nel suo carcere, deve riconoscer,e e nella quale deve e può trovare pace la sua profezia giunta a compimento proprio in quel più piccolo in cui, paradossalmente, si manifesta la grandezza del Regno veniente.

Il Quarto Evangelo metterà sulle labbra stesse del Battista questa dinamica per cui il più piccolo diventa il più grande; parlando di Gesù, Giovanni infatti dice: Colui che mi veniva dietro (cioè “era mio discepolo” e dunque più piccolo) mi è passato avanti (cioè, ora è lui il maestro e dunque il più grande) (cfr Gv 1,30).

Il cammino di Gesù sarà tutto un cammino verso la tensione ad essere il più piccolo, e proprio attraverso questa stupefacente piccolezza lo si potrà riconoscere (come i Magi che si prostreranno al bambino a Betlemme – cfr Mt 2,11; come il centurione che riconosce nel crocefisso il Figlio di Dio – cfr Mt 27,54); la visita di Dio al suo popolo si veste di povertà, di “insignificanza”. Nell’oggi della Chiesa Lui vuole ancora essere riconosciuto nel più piccolo, e lo può riconoscere quale Dio-con-noi solo chi ha il coraggio di accoglierlo così come è, infinitamente piccolo e visibilmente piccolo agli occhi del mondo! In fondo i ciechi recuperano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi riacquistano l’udito e i morti risuscitano perchè Dio si è fatto piccolo dalla mangiatioia di Betlemme, fino all’uomo inchiodato alla croce sul Golgotha … è quella piccolezza che salva, è quel’impotenza che crea l’uomo nuovo … essere suoi discepoli non può che essere la ricerca e la ripresentazione di questa via.

Il salmo 24 cantava: “Alzate porte i vostri frontali, alzatevi porte eterne ed entri il Re della gloria e annunziava così che il Tempio sarebbe stato purificato dalla visita di Dio, la cui grandezza è tale che, in quel giorno, bisognerà alzare i frontali delle pur immense porte del Tempio … in realtà quando questo Dio, in Gesù, visiterà il Tempio vi entrerà come un bambino, piccolo, tra le braccia di Maria e Giuseppe … è davvero il più piccolocosì Gesù contraddice e capovolge tutte le immagini del divino che l’uomo si è creato …

E’ necessario, dinanzi a tutto ciò, che il cristiano assuma questa “minorità” per poter annunziare l’Evagelo ai poveri, come Gesù! Solo così la Chiesa sarà credibilmente discepola di Gesù! D’altro canto, come Gesù avrebbe potuto annunziare l’Evangelo ai poveri se non avesse scelto d’essere il più piccolo? Che questo evangelo di oggi ci inquieti!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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XXIX Domenica del Tempo Ordinario – Tra noi non è così

ABBANDONIAMO LA LOGICA DEL POTERE

Is 53,2-3.10-11; Sal 32; Eb 4, 14-16; Mc 10, 35-45

 

Eccoci oggi a quella terza dimensione della vita dell’uomo che deve essere attraversata dalla novità dell’Evangelo per una vera sequela di Gesù. E’, dopo quella dell’amore e del possedere, la dimensione del potere. Ogni uomo esercita un “potere”, anche quello che pare il più debole … magari sarà, per esempio, il potere di suscitare compassione o il potere di obbligare un altro ad aiutarlo … E’, comunque, una dimensione altamente necessaria alla formazione dell’uomo e della sua personalità ma è anche la dimensione più ambigua e pericolosa se non incanalata in una via di libertà.

Per arrivare al passo dell’Evangelo la liturgia di questa domenica, non a caso, ci fa ascoltare prima due pericopi in cui i protagonisti sono in una condizione di prova, di dolore. Il breve tratto del Quarto Carme del Servo sofferente del Libro di Isaia addirittura ci mostra un disprezzato, uno schiacciato dal dolore, uno a cui Dio ha chiesto di portare questo carico tremendo … sì, alla fine c’è un esito di luce, ma prima c’è uno che così, con questa via costosa, renderà giusti gli ingiusti … è uno tutto proteso agli altri … lui stesso non è nell’orizzonte dei suoi stessi interessi, non calcola per se stesso, guarda gli altri, di loro si prende cura dimenticandosi.

L’autore della Lettera agli Ebrei, poi, è confortato dal fatto che Gesù conosce, ha sperimentato la nostra debolezza perché anche Lui l’ha attraversata per lottarvi … il Servo di Isaia (che la Chiesa legge come tipo del Cristo!) e il Gesù compassionevole della Lettera agli Ebrei sono, in fondo, la risposta alla domanda di Giacomo e Giovanni.
I due fratelli desiderano gustare ed esercitare, almeno un po’, il potere del Messia. Ancora si fa chiaro quanto il sentire ed il capire di Gesù sia distante dal sentire e dal capire dei Dodici: la Passione annunciata già tre volte non ha prodotto nulla nel moto dei loro desideri e dei loro pensieri. Cercano altre cose, hanno altre priorità; la loro sequela è ancora inquinata. Pensano ad un trono, e quindi parlano di posti privilegiati … posti di “potere” … è così palese la loro voglia di accaparrarsi potere che gli altri dieci, dice Marco, si sdegnano con loro.
La prospettiva dei due fratelli è totalmente accecata: non hanno sentito gli annunzi di una via di umiliazione e riprovazione? Gesù starà davvero su un “trono”, ma il suo “trono” sarà quello della croce, ed alla sua destra e alla sua sinistra ci saranno i due ladroni … loro, anzi, in quell’ora di “trono” fuggiranno (il racconto di Marco è in tal senso; solo il Quarto Evangelo dirà che il Discepolo amato era ai piedi della croce!). Certo, più tardi, essi berranno quel calice di Gesù, e saranno immersi (alla lettera “battezzati”) in quel dolore ed in quella riprovazione … ma devono fare un cammino.
Quale? Quello della sequela di Gesù; dovranno seguirlo, però non per quel che si proietta di Lui, ma per quello che Lui è! Come è frequente questa opera di proiezione: il rischio è grande! Seguire un Gesù che non esiste, un Gesù che è costruito dalle mani dell’uomo, un Gesù che alla fine risulta un idolo bello e buono! E’ terribile!

I suoi discepoli, dice Gesù, devono uscire dalle strettoie del potere e dei primi posti … tra di loro deve vigere una logica diversa da quella dei “capi” secondo il mondo: questi dominano e schiacciano, mentre i discepoli devono sentire risuonare nel loro cuore, come un martello, il “grido” di Gesù di questo passo di Marco: Tra voi non è così! Notiamo il verbo: è! Non dice sianon è, infatti, un augurio, un consiglio … no! O è così o non si è sua Chiesa!

Scrive Enzo Bianchi, che questo è un presente costituzionale della Comunità cristiana. Cioè, la Comunità cristiana è costituita su questo modello, e non può avere nessun altro modello mondano!
Quando la Chiesa assume altri modelli diventa spazio di potere e, di conseguenza, di schiavitù. Il modello è solo il Figlio dell’uomo!
Insomma, si è discepoli del mondo e dei suoi piccoli o grandi “imperi”, o si è discepoli del Crocifisso?
Chi, nella Chiesa, vuole avere grandezza, deve sapere che deve perseguire la grandezza del servo (“diàkonos”), e chi vuole essere il “primo” deve scegliere il primato dello schiavo (“dulos”)! Il Figlio dell’uomo ci ha serviti facendosi schiavo (“assunse la condizione di schiavo”, scrive Paolo nell’inno cristologico di Fil 2,5-11). Il servizio che il Figlio dell’uomo ha vissuto non è stato una serie di prestazioni umilissime, piene di bontà e condiscendenza, o per lo meno non solo questo! Il suo servizio è stato “dare la vita”! L’Evangelo torna sempre su questo punto: dare la vita!

Non ci somo mezze misure! Un cristianesimo di mezze misure non è più cristianesimo; diventa religione tra le religioni, tutt’al più via consolatoria, rifugio …
Gesù non è venuto a portare questo nella storia, è venuto a cambiare la storia, e questo “sogno” l’ha affidato alle nostre mani! Seguendo Lui è possibile cambiare la storia. Come? Trasformando le tre libidovivendole per quel che il Padre aveva posto nel cuore della sua creatura nell’in-principio: un amore fedele, una piena condivisione, un servizio fino a dare la vita … Così nascerà e si svilupperà l’uomo nuovo, a immagine del Cristo.

Siamo convinti che chi vive l’“amore” senza fedeltà e come appagamento dei suoi desideri; che chi accumula e preferisce la tristezza del possesso e la sua immobilità alla gioia della condivisione; che chi vive per dominare e schiacciare gli altri trasformandoli in propri schiavi non è il vero uomo? Siamo convinti che è una “sfigurazione” dell’uomo, una terribile contraffazione che il mondo vuole farci passare come vero uomo e come “normalità”?

E’ terribile: il mondo vuole convincerci che la santità sia anormale, e che quell’uomo infedele, avido e dominatore sia normale e capace di realizzare se stesso!

Credere all’Evangelo di Gesù Cristo è fare di quella anormalità della santità la via quotidiana fatta di lotte alle dinamiche mondane esterne a noi, e soprattutto a quelle che ci abitano.

La sequela di Gesù, indirizzando le tre libido, conduce l’uomo alla sua verità. E’ necessario, però, stare con Lui perché solo da Lui si impara questa via nuova così stravolgente il comune sentire del mondo!

Padre Fabrizio Cristarella Orestano




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XXV Domenica del Tempo Ordinario – Farsi piccoli

ACCOGLIERE LA PICCOLEZZA E’ ACCOGLIERE DIO

Sap 2, 12.17-20; Sal 53; Gc 3, 16 -4.3; Mc 9, 30-37

La scorsa domenica l’Evangelo di Marco ci ha mostrato come il primo annunzio della passione abbia trovato l’ incomprensione, il cuore duro e l’inciampo addirittura satanico in Pietro che è radicato nelle sue idee e nei suoi sogni di “potere” e di “sapere” (Pietro vuole un Cristo potente e pretende di sapere tutto, tanto da voler insegnare a Gesù!); oggi, il secondo annunzio della passione trova ancora dei cuori duri…non ha più successo del primo!

In primo luogo il testo ci ha detto che che i discepoli non comprendevano queste parole (l’annunzio della passione) ed avevano paura a chiedergli spiegazioni…insomma c’è un “non capire” e un “non voler capire”. Qui i Dodici non hanno scusanti in quanto Gesù, ha scritto Marco (cfr Mc 8,32), diceva queste cose circa la sua passione con “parresía”, apertamente, con franchezza, senza veli! Ma sono proprio le cose dette così che spaventano e si vogliono scavalcare ad ogni costo. D’altro canto la passione, in questo secondo annunzio, viene meglio specificata da un particolare che non è secondario: non si parla più di “anziani, sommi sacerdoti e scribi”, qui si parla di “uomini”: Il Figlio dell’uomo è consegnato nelle mani degli uomini, il che significa che non basta non far parte di quelle categorie storiche per essere innocenti in questa storia di dolore del Figlio dell’uomo! Sono gli uomini i destinatari di quella “incomprensibile” consegna da parte del Padre; sì, perchè è il Padre il “consegnatario”: se infatti gli uomini sono i destinatari ed il Figlio dell’uomo è l’oggetto, Colui che consegna è solo il Padre. Il Padre che lo ha già consegnato agli uomini nell’Incarnazione, che lo ha già consegnato agli uomini come Parola definitiva (cfr Eb 1,1-4), ora lo consegna come estremo dono all’umanità ma gli uomini ne faranno ciò che vorranno, fino ad ucciderlo appendendolo ad una croce.

Gli uomini: tutti gli uomini! Nessuno escluso!

Non sono stati nè Giuda, nè quegli Ebrei, nè il Sinedrio, nè Pilato con i romani…sì, loro hanno fatto la loro parte  materialmente e storicamente, ma sono le mani di tutti gli uomini ad essere macchiate del suo sangue che, paradossalmente, ha lavato e salvato tutti!

Tutto questo mistero di amore, però, resta chiuso proprio per il cuore di quei Dodici che sono i più vicini a Gesù.

Marco sottilmente (forse non tanto, bisogna solo fare attenzione e capire le concatenazioni che ci sono!) ci dice qui il perchè: non può capire l’amore chi è teso a cercare primati, privilegi e potere.

Dice il testo dell’Evangelo che i Dodici sono per via (un’espressione importante che ci richiama alla nostra quotidianità, al nostro essere “per via” nella sequela di Cristo) ma invece di seguire davvero Gesù che va alla consegna, seguono se stessi, le loro idee, i loro miseri deliri di potere…Pietro avrà anche obbedito e sarà tornato “dietro” a Gesù come gli era stato detto (“Torna dietro a me!”…cfr Mc 8,33), ma è rimasto con il cuore lì dove era andato e cioè davanti a Gesù a sbarrargli il passo e ad insegnargli come doveva fare il Messia! Pietro e gli altri pensano che il Cristo debba essere potente perché vogliono gustare una fetta di quel potere! “Chi è il più grande tra noi?” “Chi comanda?”

Certo una cosa però l’avevano capita e che cioè Gesù non la pensava così; lo considerano strano? Sono convinti di riuscire pian piano a fargli cambiare idea? Certo, alla domanda circa la natura dei loro discorsi essi tacciono. Si vergognano? Non vogliono affrontare il discorso? Non vogliono ancora sentirsi dire, con franchezza, quelle cose che tanto li turbano e che vogliono distoglierli dai loro sogni di potenza?

Gesù è paziente e comunica ancora ai suoi, con delle parole e con un gesto, le vie incredibili e paradossali che vuole e deve imboccare; ecco le vie incredibili  di Dio: loro, i discepoli, anelano ai primi posti, Gesù anela all’ultimo posto! Quel bambino che Gesù pone al centro abbracciandolo, è segno non di innocenza ma dell’ultimo posto che Lui vuole abbracciare per indicare al mondo le vie del Padre.

Gesù abbraccia, accoglie quell’ultimo posto, quello che occupano i bambini, del tutto dipendenti e fragili; d’altro canto i bambini nell’Evangelo di Marco, fino a questo momento, erano apparsi, incredibilmente, sempre in vesti non solo fragili ma anche impure: bambina è la figlia di Giairo nell’impurità della morte(cfr Mc 5,42), bambina è la figlia della donna siro-fenicia, impura perché posseduta da un demonio (cfr Mc 7,30), bambino è l’epilettico ai piedi del Tabor con le sue manifestazioni disumane (cfr Mc 9, 23ss), tutti, secondo le categorie culturali dell’epoca, impuri per motivi diversi.

Il bambino che qui Gesù abbraccia è icona della condizione del servo, è icona di im-potenza (in greco “pàis” significa “bambino” ma anche “giovane schiavo”).

Ai discepoli che sognano potenza Gesù presenta un’icona di impotenza dicendo che chi accoglie quella debolezza, quella fragilità nel suo nome accoglie Lui stesso e, paradossalmente, Dio…e qui Marco è di una forza straordinaria in quanto ci mostra che all’ultimo posto c’è addirittura Dio! Quel bambino è dunque icona delle scelte di Dio e quindi delle scelte del Figlio dell’uomo!

Essi sono disposti ad accogliere questa debolezza?

Nel passo della Lettera di Giacomo, che è oggi la Seconda lettura, leggiamo che nell’uomo sorgono guerre e liti che derivano da passioni che “combattono” dentro di lui…è il desiderio di possedere e di dominare che è radice di tutti i dolori e lacerazioni che gli uomini si infliggono; il Figlio dell’uomo è venuto per rendere possibile nell’uomo la sapienza che viene dall’alto, che rende simili a Dio: pacifici, miti, arrendevoli e pieni di misericordia…che rende veri, privi di ipocrisia, cioè privi di finzione (in greco Giacomo scrive “aniupócritos” e, in greco “iupocritós” è l’attore, uno che veste dei panni che non sono suoi, che finge di essere un altro).

Le strade di morte e dolore, ci dice Marco, sono vinte solo da chi sceglie l’ultimo posto. Un ultimo posto che però non è una scelta solo simbolica, esteriormente umile (ipocrita!), ma realmente umile perché diviene servizio, diviene chinarsi innanzi agli altri; Gesù ha detto infatti: “chi vuole essere il primo sia servo di tutti”.

Questo è possibile solo se si accoglie la piccolezza. E’ la sola via per accogliere Lui, per accogliere il Padre. Diversamente si imboccano strade diaboliche di divisione e di morte, di ricerca di sè ad ogni costo, si spasmodici desideri di primati per dominare gli altri.

Cristo ha scelto il posto dello schiavo crocefisso. Che la sua Chiesa abbia sempre il coraggio di capire questa parola, quella della croce (cfr 1Cor 1,18); abbia il coraggio quotidiano di fare a Lui domande su come vivere questo coraggio di essere ultimi. E’ per noi tutti una grande provocazione: essere ultimi. Ma per davvero!




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