I Domenica di Quaresima – Preceduti nella lotta


TOGLI LE TENTAZIONI, E NESSUNO SI SALVA

 

 –  Gn 2, 7-9; 3, 1-7; Sal 50; Rm 5, 12-19; Mt 4, 1-11  –

 

Le tentazioni di Cristo, Beato Angelico

Le tentazioni di Cristo, Beato Angelico

Voglio iniziare questo percorso quaresimale, dopo le Ceneri, con una frase del grande Padre del Monachesimo, Antonio il Grande: “Nessuno se non è tentato può entrare nel regno dei cieli; di fatto, togli le tentazioni e nessuno si salva”. E’ vero! E’ vero perchè la salvezza è un fatto costoso, ed il suo prezzo è solo la lotta … una lotta che noi possiamo ingaggiare con le idolatrie e le mondanità che ci assediano, una lotta con il male che ci sorge da dentro, e nell’ora e nel modo che non ci aspetteremmo; una lotta con la tentazione che ci assale dal profondo di quel cuore che in tanti giorni della nostra vita credevamo d’aver dato tutto al Signore ed al suo Regno.

Fare i conti con quel male che ci assedia, e ancor più con quello che ci assedia da dentro di noi, è davvero la via maestra per dire quel sì radicale, e sempre più libero e pieno, all’Evangelo di Gesù Cristo. E’ necessario dire questo sì a quell’Evangelo che è tale, una lieta notizia, per tutto quello che, in Gesù Cristo, il Padre ci ha consegnato e donato. Oggi leggiamo una lieta notizia di capitale importanza per questa dimensione di lotta che autentica i nostri cammini di libertà: le tentazioni di Gesù nel deserto.

La Chiesa sapientemente pone in capo al cammino di Quaresima questo racconto che è fondante per la nostra capacità di affrontare quella lotta che salva, e che Antonio il Grande, di cui dicevo all’inizio, sperimentò prima su di sè senza sconti, e di cui ha poi potuto parlarci sapientemente proprio perchè ne aveva sentito e patito i morsi nella sua stessa povera carne… La Chiesa sa di essere nel deserto nel frattempo tra la Pasqua e la Parusia, e sa che lì deve affrontare gli assalti del Drago, come scrive l’autore dell’Apocalisse (cfr Ap 12, 1-6). L’Evagelo di oggi ci dice che in questo deserto è possibile lottare perchè in questo siamo stati preceduti da Gesù, il Figlio Amato, venuto nella nostra carne senza cercare nessuna esenzione.

Credo che sia importante che capiamo che Gesù non fu esentato dal peccato, ma semplicemente non lo commise! La differenza è grande! L’esenzione sarebbe stata un’astratta impeccabilità fredda, algida, disumana; quella che Gesù invece ha vissuto, e così ha consegnato a tutta la carne dell’uomo, è una vittoria costosa che ha dovuto attraversare i deserti della tentazione, i morsi delle parole e dei pensieri contro Dio, che aprivano dinanzi a Lui scenari diversi e realmente possibili! Le tentazioni ci dicono che Gesù affrontò realmente, dolorosamente e sanguinando la possibilità vera di un no alle vie del Padre; le tentazioni ci dicono che la scoperta della propria identità avvenuta nel Battesimo al Giordano (“Tu sei il Figlio mio, l’amato” cfr Mc 1, 11) si è dovuta scontrare con la vertigine del potere tutto e dell’avere tutto, con la vertigine del gustare tutto senza le fatiche dell’umano. La conoscenza della propria identità di Figlio si è dovuta subito scontrare con questa possibilità disumana e “diabolica” … sì, è paradossale, ma è così! E’ infatti il diavolo che, nella drammatizzazione di Matteo, incita Gesù a pensare diversamente da Dio: sono pensieri “diabolici”, che incredibilmente si agitano nel pensiero dell’uomo Gesù, Figlio di Dio!

Il Figlio di Dio ha dovuto lottare con questi pensieri “diabolici” di vie realmente possibili; ha dovuto lottare per accogliere invece l’altra vera possibilità, quella di una fedeltà ad un progetto di Dio assurdo e “perdente”: accogliere la debolezza fino in fondo, essere il servo che salva ma in virtù della sua impotenza, e non gettandosi a capofitto nella vertigine del potere.

La vittoria di Gesù, che rimbomba in tre potenti no al diavolo, è una vittoria che spalanca la storia alla possibilità dell’Evangelo, e che apre l’uomo, ogni uomo, alla possibilità dell’uomo nuovo. Quello del diavolo, quello “logico”, “sapiente”, “possidente”, “vincente” è l’uomo vecchio: è quell’uomo che ha creato sempre lacrime, dolore, sangue, ingiustizie … è l’uomo che si è prostrato a satana sotto mille e mille forme, e con mille e mille tipi di inchini e genuflessioni, è quello che ha fatto della terra una “valle di lacrime”! L’uomo nuovo, che Gesù crea con i suoi no al diavolo, è “illogico”, “stolto”, “perdente”, “povero” ma è l’uomo nuovo, è l’uomo libero e liberante del “sogno” di Dio nel giardino dell’in-principio.

La Chiesa chi fa iniziare la Quaresima con questa pagina evangelica che è davvero una bella notizia: è un evangelo, ed è anche una promessa. Infatti è la bella notizia che possiamo intraprendere la lotta perchè siamo stati preceduti da Uno che, come scriverà Agostino, ha già lottato ed ha già vinto per noi! Questo non ci esenta dalla lotta, ma ci assicura che Lui lotta con noi, come scrive S. Atanasio nella sua “Vita Antonii”.

Iniziamo la Quaresima con questa promessa che ci viene dalla vittoria di Cristo: una vittoria di cui contempleremo a pieno lo splendore nella Notte della Risurrezione, con la promessa di quella presenza che non ci lascia soli nella lotta per il Regno, per l’Evangelo, per l’uomo nuovo che deve essere costruito in noi.

Sarà una dura lotta, ma una bella lotta.

Bella? Sì, perchè è la stessa lotta di Cristo. Lui è la bellezza che ci fa affrontare ogni bruttura, con la promessa di trasfigurare la nostra miseria in santità.

Con questa luce camminiamo in questa Quaresima!

p. fabrizio Cristarella Orestano

I Domenica di Quaresima – Togli la tentazione e nessuno si salverà

E’ LO SPIRITO A CONDURCI NEL DESERTO

Dt 26, 4-10; Sal 90; Rm 10, 8-13; Lc 4, 1-13

 

 La Quaresima inizia nel deserto!

L’Evangelo con cui la Chiesa ogni anno inizia questo tempo “favorevole” (un tempo, cioè, che può “favorire” la nostra piena adesione al Signore!) è quello del racconto delle Tentazioni di Gesù nel deserto. Quest’anno è il racconto di Luca che ci prende per mano e ci conduce in questo nuovo deserto quaresimale in questo anno di grazia.

Il deserto…è il luogo in cui si rimane con se stessi, in cui è possibile fare i conti con se stessi, è il luogo in cui si scopre l’emergere dal profondo di noi delle dominanti mondane che vorrebbero fagocitarci e possederci. Il deserto è il luogo in cui è necessario riconoscere che dal profondo di noi emerge la tendenza a “salvare se stessi”, a volere per sé gli altri per usarli, a volere per sé le cose per usarne, a volere per sé il potere per essere assolutamente indipendenti da chiunque! Moti tutti che sorgono da dentro l’uomo, e che sono sua responsabilità…non dipendono dagli altri, dalle loro provocazioni o miserie…il deserto è utilissimo anche per questo: ci riconduce a noi come responsabili dei nostri moti negativi e ci impedisce di accusare gli altri (che non ci sono!); perfino Gesù, vero Dio e vero uomo, non potette non sperimentare queste dominanti mondane che gli insorgevano da dentro per la scelta di Dio di condividere “in tutto la nostra condizione umana” (cfr Eb 2, 17-18).

Il deserto è “icona” di questo tempo di Quaresima perché questo tempo è un tempo per stare difronte a noi stessi, direi, con brutalità, senza darsi sconti, senza chiudere gli occhi; è un tempo per invocare da Dio una più grande conoscenza di sé; per permettere alla Parola di essere scudo e baluardo dinanzi alle onde del mondo, che vorrebbero invadere la nostra umanità disumanizzandola.

Il racconto evangelico delle Tentazioni ci suggerisce una cosa di capitale importanza: è lo Spirito che conduce Gesù nel deserto! E anche per noi è così: non è la nostra buona volontà a spingerci nel deserto quaresimale, è lo Spirito che vuole condurci in questo deserto per un “faccia a faccia” con la nostra verità. Un “faccia a faccia” doloroso e faticoso, ma in cui la presenza dello Spirito è garanzia di un’autentica possibilità di lotta e di una lotta “non disperata”!

Il cammino di Quaresima è un cammino che vuole, in fondo, solo una cosa: la ripresa coraggiosa del primato di Dio nel cuore del credente. Un primato che si può proclamare quando si è “conosciuto” il Signore, si è fatta, cioè, vera esperienza di essere amati e salvati, quando si è fatta esperienza di figliolanza!

Il testo del Deuteronomio che si legge in questa domenica ci fa fare una lettura dell’opera di salvezza definitiva che Dio ha compiuto, ci racconta in modo sintetico l’esperienza dell’Esodo in cui Israele “conobbe” il Signore… L’esito di quell’esperienza fu una terra di libertà. In quella terra di libertà però Israele deve imparare a riconoscere il primato di Dio e la salvezza che viene solo da Lui; solo se farà questo rimarrà radicalmente libero! L’offerta delle primizie, che il Deuteronomio prescrive, va proprio in questa direzione: deporre davanti a Dio quei frutti e prostrarsi è riconoscere la sua signorìa, il suo primato, la sua paternità. Quando Israele non lo farà (o lo farà solo ritualmente!) cadrà nell’idolatria, e potrà giungere a servirsi di Dio per avere potere o farsi valere.

Nel deserto Gesù è tentato proprio su questo primato di Dio, di quel Dio che, nel Battesimo al Giordano, gli si è rivelato come Padre. (cfr Lc 3, 21-22). Una paternità che va riconosciuta e vissuta, non usata! Le tentazioni che Luca racconta (in diverso ordine rispetto a Matteo) sono quelle che può subire il credente, la Chiesa; le subì già Israele. E’ la tentazione di far coincidere il progetto messianico, il progetto dell’Evangelo, con un progetto sociale e politico, o la tentazione di una manifestazione spettacolare e risolutiva della “religione”. Per ben due volte il diavolo si rivolge a Gesù con una parola terribile: Se sei figlio di Dio…è terribile perché mette in gioco la figliolanza, ciò che Lui è…mette in gioco e in dubbio l’esito del faticoso cammino di comprensione di sé che Gesù ha compiuto fino al Battesimo al Giordano. Sulla parola paterna di Dio Gesù scommette tutta la sua vita, per quella parola farà bruciare di amore tutta la sua fedeltà…e ora, proprio su quella parola di dichiarazione di figliolanza, il tentatore insinua il suo veleno…

Il demonio, infatti, cerca di insinuare il dubbio sulla figliolanza in modo subdolamente strumentale: quello che vorrebbe è che Gesù usasse la paternità di Dio e non le fosse obbediente nell’amore “fino all’estremo”. Vorrebbe che Gesù, profittando di quella figliolanza, imboccasse una via disumana: saltare la fatica dell’umano e della storia. E’ il contenuto della prima tentazione: le pietre da far diventare pane sono l’icona terribile di una fatica da saltare…il pane, infatti, non si fa con le pietre ma con una molteplice fatica (dal contadino al fornaio) tesa a dare cibo e vita agli uomini.

Gesù, che è venuto ad umanizzare l’uomo, non può e non vuole avallare questa via miracolistica e deresponsabilizzante…Dio non è un ponte che scavalca l’umano, è invece la strada per attraversarlo e gustarlo fino in fondo…

La terza tentazione per Luca è a Gerusalemme, meta di tutto il suo Evangelo e quindi anche della via anti-evangelica che il diavolo propone a Gesù. Questa tentazione a Gerusalemme è la suprema perché è la tentazione della “religione”: buttarsi giù dal Tempio può apparire un gesto che manifesta la grandezza e la potenza di Dio, un gesto che “rivelerebbe” la sua gloria! Il problema è che la gloria di Dio non è uno spettacolo stupefacente, la gloria di Dio è lo spettacolo della croce! Solo in quello spettacolo (Luca dirà “theorìa” cfr Lc 23,48) ci sarà la vera rivelazione di Dio! Anche per questa tentazione il diavolo la gioca sul dubbio della figliolanza…un uso, lo ripeto, strumentale del dubbio; perché il dubbio porti all’uso di Dio.

Il diavolo è sottile perché sa che chi usa Dio gli toglie il primato e la signoria, chi usa Dio (o pretende di farlo) lo cosifica, e proclama se stesso signore di tutto, perfino di Dio che usa come strumento per i propri fini.

Nella seconda tentazione Dio non è neanche nominato dal diavolo perché in questa tentazione egli vorrebbe sostituirsi a Dio davanti a Gesù, tanto che osa chiedergli adorazione! Una mostruosità senza fine: Dio in adorazione della perversione e del potere! Dinanzi a questa tentazione seducente ed inebriante di un potere senza limiti ma comprato con l’unica moneta che lo ottiene, l’“adorazione” del male, è Gesù che proclama il nome liberante di Dio, e ancora citando la Scrittura (cfr Dt 6, 13)…

Gesù vinse realmente le tentazioni perché veramente ebbe fame e pensò di soddisfarla saltando le fatiche degli uomini; veramente si sentì inebriare dalla visione di un potere inimmaginabile; veramente sentì bruciargli dentro la tentazione di usare Dio per soggiogare gli uomini…veramente sudò sangue dinanzi all’orrore della croce e di una morte che il mondo gli gridava “inutile” e “insensata”…

Gesù, con la forza dell’amore per il Padre e per gli uomini suoi fratelli, con l’amore per la Parola contenuta nelle Scritture attraversò la tentazione! E fu inizio del suo esodo, inizio della sua Pasqua! Per attraversare davvero la tentazione, infatti, Gesù alla fine morì sulla croce per amore del Padre e degli uomini; lì superò l’estrema tentazione di salvare se stesso con le sue mani e lo fece consegnandosi alle mani “invisibili” del Padre: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito” (cfr Lc 23, 46).

Attraversare le tentazioni è principio di esodo anche per noi…questo attraversamento sarà la nostra Pasqua. Gesù ci ha preceduti e ci ha aperto una strada. Come scriverà Agostino: “Ha vinto per no”.

Su quella sua vittoria iniziamo questa Quaresima per giungere all’esodo pasquale assieme a Gesù. Con Lui sarà possibile attraversare la nostra esistenza di uomini segnati dalla tentazione dell’autosufficienza e della gloria. Con Lui sarà possibile riaffermare il nostro essere figli consegnati alle mani del Padre. Con Lui, percorrendo le strade delle Scritture, opporremo al mondo i nostri “no” in quella lotta che ci salva perché  come diceva S. Antonio il Grande: “Chi non avrà conosciuto la tentazione non potrà entrare nel Regno dei cieli, togli la tentazione e nessuno si salverà”.

p. Fabrizio Cristarella Orestano

I Domenica di Quaresima – Liberi dalla schiavitù

LA VITTORIA DI GESU’ SULLA TENTAZIONE

Dt 26, 4-10; Sal 90; Rm 10, 8-13; Lc 4, 1-13

 

Al principio della Quaresima i passi della Santa Scrittura che ci vengono proclamati in questa domenica sono di grande consolazione; sono davvero pane di fortezza per il cammino che abbiamo appena intrapreso da qualche giorno anche in questo anno: il testo tratto dal Deuteronomio, mentre ci ricorda la nostra condizione di schiavitù, quella da cui proveniamo, ci ricorda anche che ne siamo stati liberati; già oggi la Scrittura ci canta quell’Esodo verso la libertà che Cristo Gesù ha iniziato per noi e con noi nella sua Pasqua. E’ come se la Scrittura oggi volesse rassicurarci sull’esito del nostro percorso: una terra di vera libertà! Come Israele anche noi siamo invitati a presentare a Dio le primizie di quella terra di libertà: la giustizia, la condivisione, la pace, l’amore vicendevole, un una parola, l’uomo nuovo, quello creato in Cristo Gesù.

Paolo nel brano della Lettera  ai Romani che oggi passa nella liturgia ci proclama anch’egli con forza che chi aderisce a Cristo non resterà deluso; Cristo con la sua parola ci è davvero vicino in questa lotta per l’uomo nuovo!

Il racconto delle tentazioni è ancora narrazione di una vittoria di Cristo, vittoria per noi, vittoria anche per quelle volte che nella lotta restiamo a terra sconfitti; in quei giorni cattivi di lotta perduta, in cui la tentazione l’avrà vinta su di noi, è necessario che non rimaniamo prostrati nella polvere ma che alziamo il nostro sguardo su Gesù che ha vinto anche per noi, anche per quei giorni cattivi.

L’Evangelo oggi ci invita appunto a tenere fisso lo sguardo su Gesù (Eb 12,2), sulla sua vera umanità senza sconti, quell’umanità che ha subito ogni nostra tentazione (cfr Eb 4,15): spinto nel deserto da quello Spirito nel quale aveva udito la voce del Padre: Tu sei il Figlio mio, l’amato!, Gesù va nel deserto, in una solitudine in cui ci sia solo lui e Dio ma scopre abitata anche dalle dominanti mondane che emergono pure in lui e che vorrebbero dividerlo da Dio. Il divisore (non a caso Luca definisce cosi il nemico: il diavolo, appunto il divisore) cerca di insinuare in Gesù il dubbio sulla sua filialità divina e lo sfida  a cercare delle prove, lo sfida ad uscire dalla fede per nutrirsi di pretese evidenze. Gesù però si riconduce sempre ad una fede che si nutre della Parola, senza pretese di visioni o di prove; l’unica prova che Gesù accoglie è per se stesso: la prova della fedeltà totale al Padre, costi quel che costi:

La tentazione di divisione percorre prima le strade brutali dei bisogni elementari: la fame; la risposta di Gesù proclama che c’è altro che sazia la fame dell’uomo: la Parola di Dio; poi la tentazione imbocca la strada del possesso che rassicura ma a prezzo di una avvilente idolatria; e Gesù non si prostra davanti a Satana: il Figlio amato dal Padre, in modo stupefacente, si inginocchierà solo dinanzi a poveri uomini da amare e a cui laverà i piedi in un dono d’amore fino all’estremo (cfr Gv 13,1 e ss.).

Il divisore infine tenta la strada della tentazione la più sottile, quella della religione; il culmine delle tentazioni per Luca è questa tentazione che è ambientata nientedimeno che nel Tempio, il luogo santo per eccellenza! Gesù è tentato di disumanizzarsi e dividersi dal Padre attraverso  le vie perverse di una religione del meraviglioso, del dominio sugli uomini che salta la libertà della fede e li costringe in una adorazione piena di paura perché nata dalla paura. Gesù al divisore grida il suo no. Non si deve tentare Dio per usarlo per i propri scopi!

Gesù resta sottomesso nell’amore al Padre…è veramente il Figlio in cui il  Padre può deporre ogni gioia e compiacimento…si appresta a percorrere la strada di obbedienza, di libertà ed amore con cui potrà narrare nella sua carne il Padre tenerissimo, la sua misericordia, il suo primato.

Il divisore promette di tornare, e lo farà fino alla croce usando, usando la voce degli astanti, ancora  cercherà di insinuare nel Crocifisso il dubbio sulla sua vocazione e identità: Salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l’eletto! (Lc 23,35). Ecco che Luca ci narra l’ultima vittoria di Gesù sull’ultima, estrema tentazione ponendo, come ultime parole sulle labbra del Crocifisso, una citazione del salmo 31 ma con un vocativo assente nel salmo: Padre. Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito! (Lc 23, 46) Così il Crocifisso confessa ancora umilmente la sua qualità di Figlio, rimane nella fede consegnandosi, al buio, in mani paterne che non pretende di vedere.

La vittoria di Gesù sulla tentazione, vittoria che è costata il suo sangue, immette nella nostra frgilità una vittoria che ormai ci appartiene; non è una vittoria moralisticamente esemplare, è una vittoria per noi, una vittoria che ci dà la forza di lottare, certamente in modo costoso, ma con piena fiducia in un esito che ci sarà donato al di là di ciò in cui davvero vinceremo.

L’ultima domanda del Padre nostro è allora fondata non su una vaga speranza ma su una speranza certa: non ci far soccombere nella tentazione, ma liberaci dal male (Mt 6,13).

Coraggio per la lotta e buona Quaresima!

IV Domenica di Quaresima – Oggi, tempo di radiosa tristezza!

LA DOMENICA DELLA GIOIA

2Cr 36, 14-16.19-23; Sal 136; Ef 2, 4-10; Gv 3, 14-21

Questa è la domenica della gioia; è la domenica detta “Laetare ” dalle parole dell’antifona di ingresso di questa liturgia tratte dal Libro di Isaia : “Rallegrati, Gerusalemme e voi tutti che l’amate riunitevi. Esultate e gioite voi che eravate nella tristezza: saziatevi dell’abbondanza della vostra consolazione”. Parole piene di consolazione per chi ha fatto un’esperienza di tristezza per le proprie fragilità e peccati e si trova dinanzi ad una salvezza improvvisa e immeritata. Il nostro sguardo, allora, deve essere rivolto con speranza grande verso l’orizzonte nuovo e limpido di questa salvezza.

Il nostro cammino verso la Pasqua si avvia al compimento ed i testi della Scrittura che oggi la Chiesa propone ci mostrano questo compimento. Ci sono immagini di esilio e di deserto: Babilonia luogo di esilio conseguenza del peccato, il deserto in cui Mosè innalza il serpente di bronzo perché siano guariti quelli che erano stati morsi dal fuoco della mormorazione contro il Signore; l’esilio ci richiama però anche sottilmente l’“uscita”, l’“esodo” del Figlio dal seno del Padre che lo ha inviato perché ha tanto amato il mondo!
Rallegrarsi! Ma perché? Perché la liberazione è vicina, è possibile; il Figlio si è fatto innalzare sulla Croce e da lì attira tutti a sè (cfr Gv 12, 32).
Rallegrarsi sì! Perchè, se è vero che esilio e deserto ci ricordano il nostro peccato e tutte le nostre contraddizioni all’alleanza, ci ricordano tutti gli spazi di Dio ingombri in noi da altro, se è vero che la Quaresima ci ha condotti a far emergere la nostra incapacità a custodire la parola dell’alleanza, è vero anche però che difronte a tutto questo c’è l’amore incondizionato di Dio. E’ allora proprio vero quello che proclamano le Chiese d’Oriente: questo della Quaresima è un tempo di “radiosa tristezza”! Oggi dobbiamo porre l’accento sull’aggettivo: radiosa !
L’amore che fa diventare radiosa la tristezza per i nostri peccati ci è ricordato sia dal passo del Secondo libro delle Cronache che oggi apre la liturgia della parola sia dal passo dell’Evangelo di Giovanni; tutti e due i testi ci consegnano parole calde e certe: “Il Signore inviò i profeti perché amava il suo popolo e la sua dimora ”, “Dio ha tanto amato il mondo da mandare il suo Figlio” … E noi sappiamo dove l’amore si è a pieno manifestato: in Cristo crocefisso .
Dinanzi alla nostra inadeguatezza alle esigenze dell’Evangelo noi proviamo vergogna e questo potrebbe condurci alla frustrazione o peggio ancora al cinismo (quel cinismo che fa dire a tanti – anche ad uomini di Chiesa! – “deve andare cos씓non illudiamoci, è sempre stato cos씓l’uomo è così e bastamica vogliamo cambiare il mondo !?”). Il Figlio innalzato è però luce per tollerare la nostra verità di miseria e per lottare per l’Evangelo senza stancarci. La vergogna di Cristo sulla croce, infatti, rende tollerabile la nostra vergogna .
Ecco allora il motivo per rallegrarci in questa domenica!
Il Libro delle Cronache non è un libro che semplicemente racconta dei fatti (questo, circa la fine dell’ esilio babilonese, lo avevano già fatto il Secondo libro dei Re e il Libro di Esdra ) è un libro che interpreta quei fatti, ne vuole trovare il senso .
Il peccato del popolo e dei suoi capi civili e religiosi ha contaminato tutto e, perfino il luogo santo, il Tempio, che Dio si era “santificato” (“separato”) per sé in mezzo al suo popolo, è stato reso impuro. Il peccato è stato così grande che non c’è più rimedio (alla lettera: “non c’è più guarigione”!); l’autore delle Cronache però capisce che questa contaminazione senza rimedio, senza possibilità di guarigione, diviene luogo di misericordia; una misericordia che percorre una via impensabile: Ciro Re di Persia! Lui sarà strumento di salvezza per il popolo che nulla ha fatto per meritare salvezza!
E’ un “evangelo”: Dio trasforma il male in terreno di amore, trasforma l’oppressore in salvatore e così cerca di riportare il popolo infedele alla fedeltà a qull’amore a cui Lui, il Signore, mai era venuto meno.
Ecco dunque il senso : ciò che regge la storia del popolo è l’amore incondizionato di Dio; per l’autore del Libro delle Cronache Dio regge sempre le sorti della storia, anche quando a dominare è un pagano…questo è motivo di grande speranza, di grande consolazione: Dio ama e liberamente libera!
L’esilio allora ha un motivo che è la disobbedienza del popolo e la sua infedeltà ma è anche “tempo necessario ”; infatti se prima il testo ha detto che “non c’è più guarigione”, più avanti l’autore parla di “sabati necessari” (sarebbero i settanta – ecco perché “sabati” – anni di esilio); ma “necessari” a cosa? A rinascere; è il tempo concesso per la conversione . Ciò che era inguaribile il Signore lo sana !
Nel passo dell’Evangelo di Giovanni torna il tema della rinascita ; è un tratto del dialogo tra Gesù e Nicodemo ed è il momento in cui Gesù dà il primo annunzio della Passione: Come Mosè innalzò il serpente nel deserto così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna. C’è il deserto, luogo di lotta e di cammino faticoso per uscire dall’esilio e c’è il tema dell’infedeltà nella memoria degli israeliti morsi dai “serpenti brucianti ” che troviamo nel Libro dei Numeri (21, 4-9): pare che non ci sia guarigione ma il Signore ordina a Mosè l’innalzamento del serpente di bronzo e chi volge al serpente lo sguardo sarà sanato … allo stesso modo gli uomini morsi dalla morte e dal non-senso bruciante devono volgere lo sguardo al Cristo inchiodato al legno dei maledetti, condannato ad una morte insensata e vergognosa. Quello sguardo renderà possibile la guarigione. Al termine dell’Evangelo, Giovanni scriverà, dopo il colpo di lancia, quella citazione del Libro di Zaccaria : “Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto”. E’ chiaro che non si tratta di un “guardare” materiale, si tratta di “volgere al Cristo la vita”, si tratta di “convertirsi” a Lui comprendendo, per quel che ci è possibile, a cosa è giunto l’amore di Dio per il mondo, per l’uomo.
Il testo giovanneo parla di giudizio ma è chiaro che qui “giudizio ” è opera di guarigione , di risanamento ; c’è una situazione ferita , e mortalmente ferita, ed il Crocefisso in questa situazione (la condizione dell’uomo) è giudizio e guarigione. E’ giudizio non perché pronunzi sentenze ma perché il suo stesso e solo innalzamento sulla croce giudica tutto il non-amore che è nel mondo e che ferisce senza guarigione la vita degli uomini.
Vivere alla presenza del Crocefisso significa permettere a questo giudizio liberante , a questo giudizio di un amore fino all’estremo (cfr Gv 13,1) di arrivare in ogni angolo della nostra vita … un giudizio che discerne la verità: “Dove vanno i nostri passi? Verso la luce o nelle tenebre?”
Aderire (credere) esistenzialmente al Crocefisso è vita: Chi aderisce (chi crede) ha la vita eterna dirà Gesù, sempre nel IV Evangelo (cfr Gv 5,24)! Gesù usa il presente : ha la vita eterna! Non è allora qualcosa che riguardi una vita futura ma il qui ed ora di ogni discepolo!
Lo scopo di Giovanni non è metterci angoscia, facendoci sentire il peso d’un giudizio quotidiano e continuo, ma dirci che avere lo sguardo rivolto al Crocefisso ci permette di vivificare ed autenticare la nostra esistenza credente. Davanti al volto di Gesù innalzato , in un amore fino all’estremo, siamo chiamati a pronunziare una parola di senso e di verità sulle nostre vite.
Il giudizio e la guarigione vengono dalla croce di Cristo innalzata nel deserto delle nostre infedeltà! Proprio lì! Non è allora un giudizio astratto ma è un giudizio che avviene nel luogo della tentazione e della prova; lì il Signore si piega per portare guarigione. Il Figlio è venuto, commenta la Chiesa giovannea (ricordiamo che i vv da 16 a 21 del capitolo 3 di Giovanni non sono parole che dice Gesù ma sono un commento a quella rivelazione dell’innalzamento da parte della Chiesa) non per una condanna ma per una guarigione che passa per la sua morte.
Anche se il testo di oggi non comprende i primi versetti del dialogo con Nicodemo, non possiamo non ricordare che il tutto era partito da un’affermazione limpida e netta di Gesù: E’ necessario rinascere dall’alto. Permettere, cioè, a Dio di “rifare” la nostra esistenza credente il che può avvenire solo se si mette fede in Gesù. Questo porta alla luce che permette di vedere lontano e di discernere l’oggi; e non possiamo non ricordare che Nicodemo era andato da Gesù di notte (cfr Gv 3,2).
E’ tempo di uscire da quella notte che ci rende anonimi ed irresponsabili. E’ tempo di venire alla luce e senza temere che la luce illumini le nostre vergogne … dinanzi a noi c’è Uno che ha scelto la nostra vergogna lasciandosi innalzare sulla croce e, illuminando le nostre vergogne, le guarisce con la sua misericordia piena d’amore.
L’autore della Lettera ai cristiani di Efeso ha aggiunto consolazione a consolazione in questa domenica di gioia: le nostre infedeltà non stancano l’amore di Dio che è ricco di misericordia e ci salva non per le nostre opere di giustizia (chi potrebbe salvarsi così?) ma per sua grazia.
E’ allora davvero possibile rinascere!
E’ possibile gioire senza sentirsi schiacciati dalle nostre vergogne!
Basta volgere lo sguardo al Trafitto per noi… Volgersi a Lui è guarigione e vita nuova.
E’ tempo di gioire e di mettere tutta la nostra speranza nel Signore…Lui guarisce e fa vivere…possiamo essere uomini nuovi. E solo per un motivo: in Cristo Dio ci ha tanto amati
Fino all’estremo!
E’ vero, la Quaresima è un tempo di radiosa tristezza!

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