III Domenica di Quaresima (B) – Le Dieci Parole

 

PROMESSA DI UN DIO GELOSO

 Es 20, 1-17; Sal 18; 1Cor 1, 22-25; Gv 2, 13-25

 

Ten Commandments di Peter Lipman-Wulf, Leo Baeck Institute at the Center for Jewish History

Ten Commandments di Peter Lipman-Wulf, Leo Baeck Institute at the Center for Jewish History

Dopo le tentazioni nel deserto, dopo la Metamorfosi che mostra la bellezza del Padre sul volto del Figlio, il nostro cammino quaresimale ci chiede di andare ancora più in profondità. Se le prime due domeniche sono state di contemplazione cristologica, ora ci è posta una domanda: “E’ efficace l’Alleanza di Dio nella tua vita? Che spazio reale ha?

Le tre letture di questa domenica sono in questa linea interpellante: il testo del libro di Esodo è parola di benedizione e promessa di fedeltà, e chiede subito un giudizio su di noi, se siamo cioè in cammino con il Signore, e lo fa rimettendoci sulle tracce di Israele nel deserto… La domanda che ci pone il celebre passo che leggiamo è se i nostri tratti si avvicinano a quelli del Signore; le Dieci Parole, infatti, ci disegnano i tratti di un volto umano che sono quelli di Dio! Incredibile, ma è così!

Il testo dell’Evangelo di Giovanni (la cacciata dei mercanti dal Tempio), superando tutte le letture moralistiche che si son fatte di questa pagina, mostra il Figlio che rivela il volto geloso del Padre: Gesù si presenta come divorato dallo zelo per il Padre… E’ ancora, dunque,  una parola che chiede giudizio su di noi.

Il passo della Prima lettera ai Cristiani di Corinto ci fa ascoltare Paolo che chiede, senza mezze misure, se la nostra fede è frutto di miracoli o di sapienza umana, o se ci basta la parola della croce. Si è discepoli di Cristo solo se si riconosce – e non a parole – che la «parola quella della croce» (così alla lettera il testo paolino) è l’unica fonte di vita. Per caso abbiamo altre fonti di vita?
In fondo il tutto è domanda forte sulla reale Signoria di Cristo nelle nostre vite, e al centro della Quaresima non c’è domanda più opportuna. La Scrittura oggi ci chiede una coraggiosa verifica della nostra sequela e della nostra gelosia per il Signore!

Il testo di Esodo bisogna saperlo leggere, altrimenti il suo senso più profondo ci sfugge. Non è un elenco di “comandamenti” come li abbiamo sempre chiamati, ma siamo dinanzi a Dieci Parole (in ebraico d’varim)! Non parole che limitano, ma parole che plasmano, creano l’esistenza del credente! Parole non da “osservare” ma da custodire (così il verbo ebraico!). Parole rivolte ad un “tu”, e non parole generiche…
Non sono comandi, e dunque grammaticalmente non sono all’imperativo ma nell’ebraico “incompiuto”, che è una specie di futuro che andrebbe tradotto con “tu sarai capace di…”. E’ chiaro così che si tratta di una promessa di Dio, una promessa che ha una premessa: “Poiché ti ho fatto uscire dall’Egitto e sono il Signore tuo Dio, se tu rimarrai con me in alleanza sarai capace di…”

Se si vive nella libertà che Dio ha donato, allora si diviene capaci di vivere in modo altro. Se si rimane nello spazio della salvezza e della libertà si è capaci di custodire le Parole che Dio ha pronunziato su di noi, si riesce a fare spazio al dono di Dio.
Custodia delle Parole è risposta all’Alleanza, anche se deve essere chiaro che non è la nostra risposta che sostiene l’Alleanza: dinanzi al Vitello d’oro, infatti, Dio rinnovò l’Alleanza…Dunque, è sempre la fedeltà di Dio che sostiene l’Alleanza.

Le Dieci Parole chiedono di custodire la memoria di Dio, il senso della sua presenza; chiedono di dargli spazio nella nostra vita. Le Dieci Parole mostrano il volto di Dio, sono rivelazione di chi Lui sia. Ne consegue che custodire le Dieci Parole è via di assunzione del suo volto…
Dio chiede di vivere secondo le Dieci Parole perchè è geloso ed esigente, e la sua è una gelosia che non tende, come le nostre gelosie, a difendere se stesso ma a difendere noi affinché non ricadiamo sotto il potere di nessun Egitto. E’ una gelosia liberante, una gelosia che fa crescere. Le Dieci Parole sono allora il risultato dell’azione liberatrice di Dio, ma sono contemporaneamente via di liberazione e di custodia della libertà. Parole che ci rendono capaci di custodire in noi il volto di Dio.

Nel passo di Giovanni Gesù ancora ci narra la gelosia di Dio: per Giovanni Gesù compie questo gesto scandaloso non alla fine della sua vita, alla vigilia della Passione (per gli altri Evangeli quest’episodio fu una delle accuse nel processo), ma all’inizio della sua vita pubblica. E’ la prima Pasqua che l’Evangelo narra; è un’azione profetica in cui però l’Evangelo riconosce un segno: il vero Tempio è il suo corpo! Entrando nel Tempio Gesù proclama un giudizio: non vuole una riforma della liturgia del Tempio, non vuole una moralizzazione del Tempio (!) ma vuole gridare che bisogna dare spazio a Dio! Il Tempio era un segno di questo spazio per Dio nel mondo, nella storia, nella vita…ora questo spazio è ingombro da altro…
Gesù vuole ristabilire lo spazio di Dio in mezzo al suo popolo! Gesù proclama che il Padre vuole dimorare in mezzo agli uomini (e il Quarto Evangelo arriverà a proclamre che vuole dimorare dentro gli uomini! – cfr Gv 14, 23). La scena della Purificazione del Tempio ci mostra che il Figlio è venuto a rimuovere ciò che impedisce il dimorare di Dio nell’uomo…

Il gesto di Gesù è simbolico, e rinvia al vero segno: questo sarà la distruzione del Tempio del suo corpo…il vero zelo di Gesù sarà il dono di sè “fino all’estremo” (cfr Gv 13, 1).
Il vero segno che cambierà e purificherà i cuori sarà la sua Pasqua; d’altro canto il Gesù di Giovanni compie in quella Pasqua (e la datazione non è casuale!) un gesto preciso: scaccia i mercanti di animali e i cambiavalute (che servivano a cambiare le monete “impure” con monete lecite perchè senza immagini, con cui acquistare gli animali per i sacrifici) perchè vuole dire che d’ora in poi non ci sarà più bisogno di quei sacrifici di animali perchè è venuto il vero agnello.

La Parola ci chiede, dunque, un cuore unificato in cui Dio possa dimorare, e di questo ci rende capaci solo una cosa: l’accoglienza della libertà pasquale che Gesù ci dona. Una libertà che ha una sua espressione straordinariamente paradossale: è libero chi si fa dono; è libero chi si consegna totalmente, come Gesù.

Nel testo della Prima Lettera ai Corinzi che si legge oggi, Paolo lo riafferma con forza: solo la Croce di Cristo dà a Dio il giusto spazio nelle nostre esistenze. Paolo afferma che la Croce è l’unica sua sapienzami proposi di non sapere altro in mezzo a voi che Gesù Cristo, e questi crocefisso»), proponendo se stesso quale immagine di Cristo (venni a voi in debolezza). La Chiesa che ne deve risultare è una Chiesa che può essere immagine di Cristo solo se mostra la sua debolezza («non ci sono in mezzo a voi sapienti, nobili…»). L’unica via è la «Parola, quella della croce» che è la logica della sconvolgente debolezza di Dio che si rivela nel Figlio: via di novità e via per verificare a chi si appartiene, chi si segue, che alleanza ci segna…

La gelosia di Dio che Esodo ci ha mostrato, lo zelo di Gesù che vuole che l’uomo sia spazio di Dio, trovano nello scandalo della Croce l’immagine più eloquente…lì è il segno dell’Alleanza, lì è il luogo dell’unificazione e della manifestazione di quest’unità. Lì, dove il Figlio si è fatto pienamente obbediente al Padre facendosi spazio per Dio e spazio per tutti gli uomini.

Questa Quaresima ci conduca alla nudità della Croce…con lo sguardo fisso alla Croce, sapremo rispondere alle domande che verificano la nostra autenticità nel discepolato.

Via dura? Via necessaria!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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Cristo guarisce i lebbrosi (Monastero di Dečani, Kosovo)

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VERO TEMPIO PER RENDERE GLORIA A DIO 

   –   2Re 5, 14-17; Sal 97; 2Tm 2, 8-13; Lc 17, 11-19   –  

 

Su cosa puntare l’attenzione in questo brano dell’Evangelo di Luca? Di primo acchitto, cogliamo subito che questa guarigione dalla lebbra, che è una malattia “teologica” perchè segno – per la tradizione ebraica – del peccato e delle sue conseguenze, avviene mentre Gesù continua il suo “salire a Gerusalemme”, in quel viaggio che per Luca è cuore del suo racconto: un viaggio che è l’andare di Gesù con ferma decisione, “indurendo il suo volto”, verso quell’esodo con il quale avrebbe offerto purificazione a tutti gli uomini! A tutti! Questa totalità del popolo mi pare espressa qui dal numero dieci, che è il numero del “minyan”, cioè il numero minimo di adulti maschi richiesto per la legittimità della preghiera in sinagoga; e questo, perchè simbolicamente il dieci è il numero dell’agire dell’uomo (le dieci dita della mano!) … E’ allora tutto un popolo che qui è visitato dalla grazia di questo nuovo esodo, che purifica da ogni lebbra … Tutto questo è bello ed interessante, ma non è qui il cuore di questo racconto …

Allora parrebbe che il centro sia il tema della gratitudine, tema suggerito anche dalla scelta del passo della Prima Alleanza di questa domenica, il passo del Primo libro dei re in cui Naaman il Siro, guarito anche lui dalla lebbra dal profeta Eliseo, torna per ringraziare! Tuttavia, anche qui, dobbiamo dire, non c’è il vero centro del racconto di Luca…il tema della gratitudine c’è, ma non è banalmente un elogio moralistico della gratitudine che Luca vuole offrirci…

C’è poi un altro tema, che pure è interessantissimo, e che ci collega con il tema della fede, su cui Luca si è a lungo soffermato nelle pagine precedenti; quella fede piccola quanto un granellino di senape, ma potente tanto da rendere possibile l’impossibile. Risalta, infatti, nel racconto, la fede di questi dieci lebbrosi che senza nulla vedere partono, obbedendo alla parola di Gesù, per mostrarsi ai sacerdoti (secondo Lev 14, 1-8) e – scrive l’evangelista –“mentre erano in cammino si trovarono purificati”: è dunque nella loro obbedienza, scaturente dalla fede, che avviene l’impossibile!

Ma neanche qui è il vero centro del racconto … il vero centro è nel ritorno di quell’unico lebbroso che sa dove recarsi per rendere lode al Signore, che sa dove deve andare per sancire per sempre la sua salvezza, che è tanto più di una guarigione! E’ un samaritano che, come nella parabola del Buon samaritano (cfr Lc 10, 29-37), è presentato come superiore per fede anche agli ebrei “ortodossi”; tuttavia qui il samaritano non è un personaggio letterario (come nella parabola del Buon samaritano), ma è un uomo in carne ed ossa: un vero samaritano lebbroso. Cosa fa questo straniero (alla lettera “di altra razza”, in greco “alloghenès”)? Torna da Gesù! Ecco il cuore del racconto! I dieci guariti erano tutti diretti al Tempio per mostrarsi ai sacerdoti, secondo il comando di Gesù: come poteva Gesù sapere se avevano fatto o meno la loro preghiera di ringraziamento lì al Tempio? Avrebbero potuto ringraziare lì Dio per la loro guarigione! Quello che colpisce Gesù, e che Luca vuole sottolineare ai suoi lettori, è che questo samaritano guarito sa dove è il vero tempio per rendere gloria a Dio … Non è lì sul colle di Sion, nello splendido santuario, orgoglio del popolo santo di Dio … No! Il samaritano guarito ha intuito che il santuario vero è lì, nella carne dell’Uomo di Nazareth: è lì che bisognava che lui andasse per rendere grazie; è lì che è necessario prostrarsi, perchè lì Dio è presente ed operante. E’ Gesù il “luogo” della salvezza e quindi della lode! Gli altri nove lebbrosi certamente sono stati guariti, ma non si sono lasciati salvare dall’Unico nel cui nome c’è salvezza: Gesù! (cfr At 4, 12)

L’evangelo di oggi ci invita a puntare lo sguardo su Gesù! Solo se guardiamo a Lui, e riconosciamo ciò che Lui è per l’uomo e per il mondo, possiamo percorrere un vero cammino di fede…perchè solo Gesù ci mostra chi è Dio e chi è l’uomo! Nella sua umanità c’è tutto quello che Dio voleva dirci di sè, tutto quello che Dio, da sempre, ha nel suo cuore per l’uomo!

E’ questo l’invito che anche Paolo ci fa in questa domenica: ricordarsi di Gesù Cristo! Puntare sempre e solo su di Lui! Su di Lui, con cui vivere e morire, su di Lui che rimane fedele anche se noi diventiamo infedeli!

Il samaritano sanato ha capito che non poteva andare da nessuna parte se non da Gesù, per cogliere il senso totale di quella sua guarigione e per far diventare quella sua guarigione salvezza!

La fede cristiana non è uno sguardo di fiducia al divino in modo generico, è sguardo puntato su Gesù di Nazareth, figlio dell’uomo e Figlio di Dio; su di Lui nel cui nome solamente c’è salvezza! E’ dire “Amen” a Lui, consegnarsi a Lui!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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