XX Domenica del Tempo Ordinario (B) – Abbandonate la puerilità

 

PER ESSERE CRISTIANI MATURI

 

Pr 9, 1-6; Sal 33; Ef 5, 15-20; Gv 6, 51-58

Nel testo del Libro dei Proverbi che oggi costituisce la Prima lettura c’è un invito che apre la liturgia della Parola per darci accesso ad una maggiore comprensione del mistero del Pane di vita che è al centro del grande discorso del capitolo sei dell’Evangelo di Giovanni, e che in queste domeniche sta scorrendo; è la Sapienza che parla ed invita chi è inesperto a mangiare al suo banchetto, a mangiare del suo pane e  bere del suo vino. Poi aggiunge:« Abbandonate le puerilità e vivrete».

Abbandonare le puerilità, le fanciullaggini, nel senso deteriore del termine, è diventare adulti, maturi nella fede. Il Pane della vita è per la nostra pienezza! Per la nostra maturità di uomini e di credenti! Comprendiamo allora una cosa: Mangiare la carne del Figlio dell’uomo e bere il suo sangue è atto di responsabilità e di assunzione piena di una via che quella di Gesù Cristo!

Mangiare la sua carne e bere il suo sangue crea un’unità straordinaria tra Gesù ed il credente: «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me ed io in lui».

Dimora! Il dimorare è del credente maturo! Per il Quarto Evangelo è chiaro che ogni sequela di Cristo è chiamata ad uscire dalle “fanciullaggini”, dagli entusiasmi passeggeri, dalle logiche di “stagioni della vita”, per entrare in una stabilità, in un dimorare da cui non ci può essere più ritorno, in un rimanere che è proprio del credente adulto. Un dimorare in cui si sancisce un’alleanza tra me che dimoro in Cristo e Cristo stesso che dimora in me! Il dimorare non “gioca” con i sì di Dio: se Lui dice il suo sì e rimane in me, io non posso diventare banderuola esposta ai venti del sentimentalismo, del passeggero, e dell’instabile!

Uscire dalla puerilità è assumere la responsabilità di quel pane “costoso” che è la carne del Figlio dell’uomo; “costoso” perché se c’è una carne ed un sangue, questo sangue è stato versato, quella carne immolata!

L’Eucaristia è sacramento dolcissimo di amore e di unità, ma è tale perché ci ripresenta l’amore fino all’estremo (cfr Gv 13, 1) che vuole fare dei dispersi unità in Dio per il mondo (Cfr Gv 11, 52), amore fino all’estremo, che è quello del chicco di grano che cade in terra per morire (cfr Gv 12, 24).

Sedersi alla mensa della Sapienza, e Gesù è la Sapienza di Dio (cfr 1Cor 1, 24), è sedere alla mensa in cui, condividendo il banchetto del suo Corpo e del suo Sangue, si fa comunione con il suo sacrificio d’amore per il mondo, e si dichiara di essere pronti a dare il proprio corpo ed il proprio sangue come Lui e con la sua forza.
Questa è maturità cristiana, assunzione di responsabilità, uscita da ogni atteggiamento religioso rassicurante e deresponsabilizzante. L’Eucaristia, infatti, consegnando alla Chiesa il Corpo ed il Sangue di Cristo, consegna ai cristiani la possibilità di trasformare il mondo con le sue stesse “armi”, quelle paradossali di un amore controcorrente, di una pacifica opposizione alle vie del mondo, una pacifica opposizione che crea persecuzione ed incomprensione, ma che è pure quella che annunzia la novità dell’Evangelo di Gesù che non è mai innocua!

Chi si dice cristiano ed è puerilmente allineato con il mondo, per paura del mondo, mostra la sua immaturità e la sua stolta “fanciullaggine”…così diversa da quell’essere come bambini che Gesù chiede ai suoi (cfr Mt 18, 3).
Quello che chiede Gesù è quell’essere colmi di una fiducia piena e grande, quella che fa diventare “folli” sfidando anche il mondo perché si è completamente abbandonati nelle mani di Dio di cui mi fido e di cui riconosco la gratuità, per cui non accampo “meriti”.
La “fanciullaggine” da cui bisogna guardarsi è quella puerilità che è immaturità umana e di fede per cui, come bambini capricciosi ed egocentrici, ci si cura di sé nel disinteresse per tutto quello che è fuori di sé; questa “fanciullaggine” è atteggiamento di continua delega ad altri delle proprie responsabilità.

L’atto di mangiare la carne del Figlio dell’uomo è espresso da Giovanni con un verbo brutale, molto materiale: “trógo”, cioè “masticare”; Giovanni così ci rimanda alla corposità storica di quella presenza, di quel dono che deve e vuole invadere la nostra corposità concreta.
Il masticare è distruggere per trasformare ed assimilare. Cristo così ci racconta Dio, un Dio pronto a farsi assimilare ad ogni costo dagli uomini…l’atto di masticare ci conduce irresistibilmente a quel chicco di grano macerato nella terra, a quel corpo sceso nel sepolcro esposto alla decomposizione della morte…il masticare ci richiama poi alla nostra concretissima umanità che da quell’assunzione inizia a vivere “per mezzo” (“diá”) di Gesù, come Gesù vive “per mezzo” (“diá”) del Padre. L’offerta di quella carne e di quel sangue mirano a farci essere credenti responsabili nel mondo, nella storia, senza fughe in spiritualismi disincarnati!

L’Eucaristia è critica radicale ad ogni cristianesimo disincarnato, ad ogni distanza “spiritualizzante” da Cristo presente ancora nella storia con il suo Pane!
Certo, come scrive Luciano Manicardi in un suo libro (“Per una fede matura” ed. Elledici), l’impalpabile ostia che usiamo per l’Eucaristia, invece del concreto, usuale e manducabile pane, non aiuta la Comunità credente a cogliere tutta la forza di quel segno, di quella manducazione, di quella assimilazione “costosa” con cui Cristo ci unisce a Lui.

Chi assume la corposità della storia nell’incontro compromettente con Cristo Gesù e la sua carne ed il suo sangue diventa, come scrive l’autore della Lettera ai cristiani di Efeso nella Seconda lettura di oggi, capace di approfittare del tempo presente, di cogliere il tempo propizio (il kairós”) in cui Dio passa nella storia, e fa le domande dinanzi alle quali non è concessa alcuna evasione o “ubriacatura” che rende inconsiderati, incapaci di responsabilità autenticamente umana nella compagnia degli uomini.

Il dono di Cristo è capace di innervare la nostra umanità della vita di Dio, e ci slancia nella storia come portatori di vita nuova, di “vita eterna” cioè, come già dicevamo la scorsa domenica, portatori della vita di Dio nello scorrere della vita degli uomini!

E’ la grande richiesta che ci fa la carne ed il sangue del Figlio dell’uomo!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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VI Domenica di Pasqua (B) – Rimanere nel suo amore

 

CON UN NOME NUOVO, AMICO!

At 10, 25-27.34-35.44-48; Sal 97; 1Gv 4, 7-10; Gv 15, 9-17

 

 

Icona dell'amicizia

Icona dell’amicizia

Questa domenica siamo condotti ad una cima altissima della rivelazione di Dio in Cristo Gesù; o meglio, siamo condotti ad una profondità inaudita su cui è tanto difficile dire parole. Sia il tratto della Prima lettera di Giovanni che il passo del Quarto Evangelo, che oggi risuonano nelle nostre assemblee, avrebbero bisogno solo d’essere ripetuti nel cuore, masticati, “ruminati” perché lo Spirito ci faccia assaporare il senso più profondo e vitale che essi possono avere per noi uomini, per le nostre vite, per la possibilità di attraversare questa storia concreta in modo altro, diverso, sensato…gioioso!

Al centro del passo del Quarto Evangelo, infatti, c’è la gioia… la gioia di Gesù, la gioia eterna del Figlio che Lui vuole sia la nostra! La gioia! Parola difficile in ore di crisi, di dolore, di dubbi, di delusioni, di stanchezze, di peccato, di solitudine, di morte.
Eppure per Giovanni tutto deve condurre lì…alla gioia…a quella gioia che è il senso della vita, che è pienezza della vita. Il Quarto Evangelo fa dire a Gesù proprio di questa pienezza di gioia, e lo fa con il verbo greco “pleròo”, che è un verbo di compimento, per dirci che la gioia è meta e “compimento” di ogni vita.

Gesù, con la sua rivelazione di Dio, con il suo amore, non solo ci ha narrato l’amore ma ce lo ha anche dato; ci ha dato la possibilità di vivere una vita nella gioia più vera!

Le parole della Scrittura che oggi ci vengono consegnate sono una grande meta di tutta la rivelazione di Dio…parole non da capire intellettualmente, ma da farsi entrare dentro, parole da sussurrarsi nel cuore, da ripetersi incessantemente perché plasmino il nostro mondo interiore: «amatissimi, amiamoci gli uni gli altri perché l’amore è da Dio…perché Dio è amore».
Ecco la “casa” dell’uomo, l’amore di Dio!
E’ da lì, da quella “casa” che noi proveniamo, ed è a quella “casa” che è necessario tornare per rimanervi, per dimorarvi, appunto!

All’inizio del capitolo, con l’allegoria della vite e dei tralci che la scorsa domenica abbiamo meditato, Gesù ha cominciato, nel Quarto Evangelo, a proclamare la assoluta necessità a rimanere in Lui, a dimorare in Lui per prendere vita da Lui…
Oggi la Chiesa ci propone di continuare la lettura di quel capitolo, e qui il Gesù di Giovanni ci dice cosa è concretamente questo rimanere, quale è questa “casa”.
Il rimanere è rimanere nel suo amore.
Un’espressione, questa, di una profondità grande; pensiamoci bene: ha detto nel mio amore! Non cioè in un amore qualsiasi, che potrebbe avere le facce infinite delle nostre mistificazioni e dei nostri interessi, no! Nel suo amore…è lì che bisogna rimanere.
In primo luogo nell’amore con cui ci ha amati, il che significa che è necessario rimanere nella capacità di lasciarsi amare: rimanere nel suo amore è allora lasciarsi avvolgere dal primato del suo amore.
Nella sua Prima lettera Giovanni lo ha ribadito: «non siamo stati noi ad amare Dio, ma è Lui che ha amato noi»; tutto questo ci libera da ogni atteggiamento “religioso” per cui vogliamo fare delle cose per Dio, per essere amati e beneficati; ma Dio non ha bisogno di queste miserie, fatte di calcolo; il suo è amore che previene, e Gesù ne è icona lampante.

Dio non ha aspettato la nostra conversione per inviare il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati, ma – direbbe Paolo – mentre eravamo ancora peccatori Cristo morì per noi (cfr Rm 5, 8). Nell’ Evangelo di oggi Gesù ci conduce a questo stesso primato dell’amore parlando della nostra elezione, della nostra chiamata a Lui: non noi abbiamo scelto Lui ma Lui ha scelto noi

Rimanere nel suo amore allora è dare questo primato al suo amore per noi, lasciandosi amare e plasmare ogni giorno dalla sua presenza nelle nostre vite; significa riconoscere la nostra chiamata all’intimità con Lui come assolutamente gratuita. Tutto questo, però, in una condizione stabile, dimorando, restando in Lui!

Rimanere nel suo amore, poi, vuol dire che bisogna rimanere in quell’amore che ama fino all’estremo: solo quello così è il suo amore; non ha misura! La misura di quel suo amore è colma solo all’estremo; il suo amore è quello che lo ha condotto fino ai piedi dei suoi suoi, a contatto con le loro miserie e vergogne, è quello che sulla croce gli farà gridare “tetélestai” (“è compiuto” che è come dire “fino all’estremo”).  Il suo amore è quello che dà la vita; Gesù ha detto, nel testo giovanneo di oggi, «nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita».

Rimanere nel suo amore è entrare in questa dinamica di amore che nasce dall’essere amati fino all’estremo, ed essere amati così nella più pura gratuità preveniente; rimanere nel suo amore è dimorare in questa “casa” dell’amore di Gesù, che è “casa” dell’amore che è la vita stessa di Dio…

In questo testo di Giovanni c’è continuamente un come: Come il Padre ha amato me così anch’io ho amato voi… Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato il comandamento del Padre mio e rimango nel suo amore…e più avanti: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi…
Questo “come” non è un invito all’imitazione, ma è rivelazione di una fonte: l’amore del Padre è fonte dell’amore del Figlio, l’obbedienza del Figlio alla volontà del Padre è fonte di una nostra rinnovata possibilità di obbedienza, l’amore del Figlio per noi è fonte del nostro amore reciproco!

Comprendiamo allora che in questa via dell’uomo nuovo non è il volontarismo che ci salva, ma è l’accoglienza di ciò che Dio ha “nel cuore” per noi, di ciò che il Figlio ha immesso nelle “vene” della storia, e nelle “vene dell’umanità!

L’uomo nuovo è colui che accoglie il “nome nuovo” che il Figlio gli dà: amico!

Davvero straordinario! L’amico è chi è ammesso nell’intimità dei propri pensieri, dei propri sogni, dei propri progetti; l’amico è colui per cui si dà la vita! Sentire su di sè questo nome nuovo di amico può rivoluzionare la nostra esistenza, perchè questo ci fa conoscere e sperimentare la fonte di una possibilità nuova e concreta di umanità…

In questo nome di amico, che è nome dato dall’amore, bisogna rimanerequesta è la “casa” del discepolo di Cristo!

Il nostro profondo ripeta con stupore: Amatevi come io vi ho amati!

p. Fabrizio Cristarella Orestano

 

 




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II Domenica del Tempo Ordinario (B) – Abitare con Lui

 

IL CUORE DI OGNI DISCEPOLATO

 

Icona di Gesù Maestro con il Discepolo Giovanni (secolo XX)

Icona di Gesù Maestro con il Discepolo Giovanni (secolo XX)

1Sam 3, 3-10.19; Sal 39; 1Cor 6, 13-15.17-20; Gv 1, 35-42

 

Nei giorni scorsi, contemplando il mistero dell’Incarnazione, abbiamo letto più volte e con stupore quello straordinario ed icastico versetto di Giovanni: «Il Verbo divenne carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (cfr Gv 1, 14); oggi, in questa domenica che segue il Tempo di Natale, l’Evangelo di Giovanni, riprendendo questo tema dell’“abitare”, ci dà ancora un suggerimento fondamentale per la nostra vita di discepoli.
Se Lui, il Verbo, è venuto «a piantare la sua tenda tra di noi», quello che conta per noi è il voler dimorare presso di Lui, con Lui, in Lui; quello che conta davvero è chiedere dove Lui dimori per stabilire con Lui la nostra dimora.
Il quarto evangelista ha caro questo tema perché ha caro il desiderio profondo che fu il senso di tutta la sua esistenza, del suo discepolato, del suo dare la vita.

Come si dà la vita per Gesù? Per Giovanni la risposta è semplice: stando con Lui, abitando presso di Lui. Nel Quarto Evangelo, Gesù stesso dirà: «voglio che dove sono io siano anch’essi con me»  (cfr Gv 17, 24; Gv 12, 26).

Il racconto di vocazione che il Quarto Evangelo ci trasmette nella pagina evangelica di questa domenica, così diverso da quello dei sinottici, sottolinea proprio questa dimensione: Andrea ed il discepolo amato (qui chiamato ancora “l’altro discepolo”), dopo la coraggiosa ed umile indicazione del Battista, seguono Gesù e ricevono subito una domanda: «Che cercate?»
E’ impressionante come la relazione con Gesù inizi con una domanda da parte di Lui; Gesù cerca subito di far venir fuori, da chi l’inizia a seguire, le ragioni più profonde che hanno mosso i suoi passi: che si cerca? E’ da lì che bisogna partire.

La domanda di Gesù riceve immediatamente una risposta: cercano il “luogo” in cui abita questo straordinario Rabbi… Si badi, non è solo la domanda discreta di un indirizzo; è la domanda che contiene, forse, già un desiderio: abitare con Lui; è la domanda che brucia il loro cuore, è la domanda sulla “dimora” dell’altro, sul luogo della sua intimità e profondità.

Non a caso qui Giovanni inizia ad usare il verbo che sarà il nerbo, nel suo Evangelo, di ogni discorso sul discepolato: il verbo “ménein”, la cui traduzione è “rimanere”, “dimorare”.
Gesù nei Discorsi di addio (cfr Gv 13-17) ne farà un vero e proprio ritornello: chi vuole essere suo discepolo deve trovare questa “dimora” (“moné” cfr Gv 14, 2); deve imparare a dimorare; deve desiderare di dimorare, di rimanere: “rimanere nel suo amore” (cfr Gv 15, 9b), “rimanere nella sua parola” (cfr Gv 8, 31), “rimanere in Lui come i tralci nella vite” (cfr Gv 15, 1ss).

La vita con Lui non è qualcosa di passeggero, di occasionale§; non è “una stagione della vita”. La vita del discepolo vuole invece una stabilità (parola cara alla vita monastica, che fa della “stabilitas” un luogo di profezia!); la vita del cristiano maturo è la vita di uno che ha cessato di “stare sulla soglia” ma che è entrato per sempre, stabilmente, nella casa. E’ la vita di uno che è disposto a stare con Lui, sempre! Non può fare più diversamente!

Il discepolo amato è il “discepolo che rimane” e, alla fine del Quarto Evangelo, Gesù risponderà esplicitamente a Pietro: “voglio che egli rimanga finchè io ritorni” (cfr Gv 21, 22). Quello che conta per ogni discepolo amato è dunque questo rimanere; per Giovanni fu questo il sale di tutta la sua vita…rimanere!
Ha provato la gioia di questo rimanere con Lui: prima di partire sulle strade del mondo, Giovanni ha gustato il vivere con Lui, l’essergli vicino, accompagnandolo ovunque, vivendo lì dove Lui viveva, rimanendo con Lui fino ai piedi della croce, lì sul Golgotha (cfr Gv 19, 26)…
Se Giovanni ci dovesse descrivere la sua vocazione, lo farebbe così: «da un giorno benedetto iniziai a dimorare con Gesù (ne ricorda dopo sessant’anni perfino l’ora: era l’ora decima!) e non ho più smesso!»

Quel dimorare materiale si versò poi in un dimorare profondo con Lui ed in Lui, di un dimorare di Gesù in lui, che fu il senso di tutta una lunga esistenza di fedeltà, di costosa fedeltà: fedeltà nella persecuzione e nel dolore, nei lavori forzati a Patmos, nel dolore di vedere i fratelli morire…Gesù fu la forza della sua vita, a partire da quel fare dimora assieme.

Così, forte di questa esperienza esistenziale, Giovanni consegna alla Chiesa questa via del rimanere…del trovare, giorno dopo giorno, la propria casa lì dove è la casa del Cristo, di Colui che si degnò di “abitare in mezzo a noi” (cfr Gv 1, 14) per giungere a “dimorare in noi” (cfr Gv 14, 23).

Straordinaria avventura quella del rimanere, del dimorare…un’avventura che ad un occhio superficiale potrebbe parere poco dinamica, ma che in realtà custodisce una forza dirompente. Come sono deboli certe appartenenze in cui non si passa mai dalla sequela difficile al rimanere a qualunque costo, anche nelle contraddizioni e nelle fragilità! Giovanni sogna una Chiesa così! Gesù voleva una Chiesa così! Non una Chiesa della “soglia”, ma una Chiesa del “dimorare”!

L’inizio di questo tratto di Tempo ordinario è segnato da questo tema del rimanere, per dirci come vivere il nostro tempo quotidiano: la strada è una sola, ed è quella del dimorare!
E’ lì, nel nostro rimanere, che Gesù opererà in noi le sue opere; lì ci darà un nome nuovo e ci renderà roccia, come farà con Simon Pietro; il fratello di Andrea è invitato anche lui ad iniziare quel dimorare: Gesù lo fissa con sguardo magnetico, con sguardo che attrae a quel rimanere con Lui, e gli fa una promessa: Sarai chiamato Kefas…una promessa che mette le sue radici in quel dimorare che inizia. Dimorando in Lui, Simone diverrà Roccia!

Questa è anche l’esperienza di Samuele che traspare dal suggestivo racconto del Primo libro di Samuele che oggi fa da prima lettura: Samuele acquistò autorità poiché il Signore era con lui, nè lasciò andare a vuoto una sola delle sue parole.
Il segreto di Samuele era questo dimorare con il Signore; un dimorare che già era iniziato con quel suo stare, fin da piccolo, lì dove era l’Arca di Dio, che era il luogo della dimora di Dio in mezzo al suo popolo…

Dimorando presso il Signore si aprono le porte all’azione di Dio in noi, a quell’azione che è trasformazione e senso nuovo e pieno dell’esistenza.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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Santa Famiglia (B) – Riconoscere Colui che attendiamo

 

…NELL’ORDINARIO DELLE NOSTRE VITE

 

Gen 15, 1-6;21, 1-3; Sal 104; Eb 11, 8.11-12.17; Lc 2, 22-40

 

La presentazione di Gesù al Tempio, di Rembrandt (particolare)

La presentazione di Gesù al Tempio, di Rembrandt (particolare)

Arriva puntuale, tra il Natale e la Circoncisione di Gesù all’Ottava, la festa della Santa Famiglia. Nata per motivi “pastorali”, questa festa rischia di sviarci, con riflessioni moralistice e “pratiche” (!), dalla contemplazione del Mistero dell’Incarnazione che a Natale abbiamo celebrato.
D’altro canto, come già abbiamo avuto modo di dire negli scorsi anni, la possibilità di prendere ad esempio la Famiglia di Nazareth per le nostre famiglie lascia un pochino perplessi: c’è una madre vergine, un padre “putativo” ed un figlio che è Dio! Una realtà un tantino distante dalle nostre situazioni; quel che da Maria e Giuseppe dobbiamo cogliere perciò è di un respiro più ampio, tanto più ampio di quello delle varie e lodevoli “pastorali familiari”: nel loro “sì” al progetto di Dio c’è una via ecclesiale che riguarda tutti i credenti in Gesù, e non solo le famiglie.
I testi biblici di questa domenica ci danno l’agio di leggere con maggiore profondità il mistero dell’Incarnazione, e prendono le distanze da discorsi “familiaristici” oggi tanto “di moda” nella pastorale della Chiesa.

La Scrittura oggi ci fa riflettere ancora una volta sul tema della fedeltà di Dio! La promessa fatta ad Abramo di essere benedizione per tutti i popoli si adempie in Gesù, il Figlio eterno venuto nella carne. E’ Gesù il primogenito che, come Isacco sul monte, è portato al Tempio per esservi offerto: Maria e Giuseppe, obbedienti alla Legge, senza sentirsene esentati per la straordinarietà della loro vicenda, entrano nelle vie ordinarie del loro popolo e portano il Bambino al luogo cuore della fede di Israele, al Tempio; e lì, al cuore di Israele, avviene un incontro: la Prima Alleanza incontra l’Alleanza Definitiva…le promesse incontrano l’adempimento, l’attesa diviene presenza!

Le braccia di Simeone, vecchio e colmo di attesa, sono le braccia della Prima Alleanza che riconosce il Messia grazie all’azione dello Spirito. Il Messia poteva entrare nel Tempio quel giorno, ed essere sfiorato e non riconosciuto persino da Simeone: quanti in quel giorno avevano visto un padre ed una madre ordinari con il loro bimbo qualunque; eppure Simeone, come poi Anna, ha la capacità di riconoscere Colui che attendeva.

Come Simeone, qui si distanzia da ogni attesa banale e trita del Messia!
Come è capace questo vecchio di scavalcare le immagini di un Messia glorioso e potente, e fermarsi a contemplare un Bambino fragile ed ordinario?  Luca ce ne dà una spiegazione; due sono i fattori che permettono a Simeone di fare questo “salto”: il primo è l’attesa nutrita di assiduità con la Parola della Scrittura, nutrita di presenza alla presenza di Lui, di scelta di dimorare con Dio (la vecchia Anna – dice Luca dimorava notte e giorno nel Tempio).
Queste cose, però, non sarebbero sufficienti se non fossero accompagnate dall’opera dello Spirito Santo che, come ha fecondato il grembo di Maria (cfr Lc 1, 35) così ora rende fecondo Israele – rappresentato dai due vecchi – di fede, di capacità di riconoscimento e di capacità di profezia.
Lo Spirito, che aveva preannunciato a Simeone che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Messia, rende il suo cuore, già vigilante nell’attesa, capace di riconoscere in quel Bambino portato al Tempio il Messia atteso; lo Spirito gli apre gli occhi ad un riconoscimento. Se ci pensiamo, l’Evangelo di Luca si concluderà ancora con un riconoscimento: sulla via di Emmaus, quei due uomini delusi incontrano un viandante ordinario come tanti, che cammina sulla loro stessa strada e, alla mensa di Emmaus, essi lo riconoscono e non possono che tornare indietro ad annunziarlo come compimento di tutte le speranze.
Il rischio diversamente è grande: sfiorare Gesù, e non lasciarsene sedurre, non lasciarsi interpellare da Lui.

Il vecchio Simeone non solo lo riconosce, ma riconosce in Lui delle domande che pesano: quel Bambino chiede di schierarsi; quel Bambino è segno di contraddizione, impone di fare scelte di campo, e senza infingimenti.

Il Natale vuole questa scelta…non si resta neutrali dinanzi al Natale. Chi resta neutrale, chi rimane come prima, non ha celebrato il Natale di Nostro Signore Gesù Cristo: ha fatto una festa suggestiva ed evocativa che si “gioca” attorno ad una nascita (per tanti un po’ mitica!), ed attorno ad un bambino…tutti segni di umane speranze e di tenerezze, ma il Natale non è questo, e non voleva questo!
Natale vuole riproporre ai credenti una scelta di campo! Nel Natale, d’altro canto, Dio ha fatto una scelta di campo: ha scelto gli umili, i piccoli, i poveri, l’uomo con le sue fragilità, ha scelto i peccatori, ha scelto noi…Lui porterà questa scelta di campo fino alle estreme conseguenze, fino alla croce!

Noi che scelta di campo facciamo? Per chi? Con chi?
Oggi questa domanda ci è gridata dalle parole profetiche di Simeone.
In questa richiesta, forse, si può trovare una parola per la vita delle nostre famiglie. La vita familiare è il più diffuso ordinario, e la liturgia di oggi mi pare che suggerisca che è in questo ordinario che bisogna far brillare lo straordinario di un riconoscimento e di una scelta di campo. L’ordinario può divenire un luogo “esplosivo” di vita nuova oppure la tomba di ogni slancio, la tomba dei sogni e delle speranze.

Il Bambino di Betlemme è quel Gesù che interpella in tal senso ogni suo discepolo, chiede la vita…e gli sconti non sono possibili!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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