XXVI Domenica del Tempo Ordinario (B) – Lo scandalo

 

UNA CHIESA DI INCIAMPO

Nm 11, 25-29; Sal 18; Gc 5, 1-6; Mc 9, 38-43.45; 47-48

 

L’evangelo di questa domenica parte da una parola intollerante e gelosa di Giovanni, che qui mostra uno zelo cattivo e non secondo Dio. Quella stessa gelosia che mostra il giovane Giosuè, nel testo del Libro dei Numeri che si legge come prima lettura; anche Giosuè, anch’egli discepolo amato come Giovanni, mostra gelosia per Mosè, e vorrebbe impedire che la profezia scenda lì dove non è prevista …

Sia Mosè che Gesù reagiscono fermamente dinanzi a questo atteggiamento integralista ed escludente: «Fossero tutti profeti in Israele!», risponde Mosè; e Gesù: «Chi non è contro di noi, è per noi!».
Riguardo a questa risposta di Gesù, qualcuno ha notato che questo detto “ecumenico” del Signore contrasta con uno che pare di segno opposto, e che troviamo nell’evangelo di Matteo: «Chi non è con me è contro di me!» (cfr Mt 12, 20). La contraddizione è solo apparente perché i due detti vanno collocati in due situazioni molto diverse; Matteo si rivolge ad una comunità tentata di compromessi e che vive di rimandi e di scelte “non scelte”; si rivolge ad una Chiesa che non prende posizione per Colui che pure chiama “Signore” … già al capitolo 7 il Gesù di Matteo aveva detto: «Non chi mi dice: Signore, Signore…».
Diversa la situazione che qui Marco registra: si rivolge ad una Chiesa tentata di integralismo, tentata di credersi in possesso di Dio. Ad una Chiesa che può cadere in simili trappole, l’Evangelo di oggi pone una parola chiara che le chiede di guardare alla propria identità ed alla propria fedeltà, a quell’identità che Gesù le ha dato: portare il Regno di Dio nella sequela del Messia umiliato e crocefisso; un’identità che non può essere mai “contro”, ma sempre al servizio dell’altro, del diverso, del lontano.

La Comunità dei credenti si guardi dallo scandalo. Invece di essere chiusa in se stessa e nelle sue pretese, la Comunità si verifichi se non sia motivo o causa di inciampo per il piccoli e per se stessa … Lo scandalo, dice Gesù, può avere questo duplice indirizzo: i piccoli e se stessi. Scandalo vuol dire “inciampo”, “ostacolo”, “impedimento” … l’Evangelo in sé porta uno scandalo che non va rimosso perché in quello scandalo c’è la salvezza, perché in quello scandalo c’è l’alterità, intollerabile dal mondo, di un Dio crocefisso, di un Dio che si fa inchiodare al legno dei maledetti; in quello scandalo c’è Gesù con la sua persona che dice parole forti e compromettenti, che contraddicono il comune buon-senso per affermare i pensieri di Dio (cfr Mc 8, 33).

Oltre, però, a questo scandalo buono, salutare, che va superato mettendosi alla sequela di Colui che è lo scandalo, mettendosi alla sequela di Gesù che va verso la croce, che va superato abbracciando, come Lui, la fragilità e la debolezza, c’è lo scandalo cattivo che è inciampo che la Chiesa pone davanti ai piccoli, ai fragili, ai deboli…Ciò avviene quando essa tradisce se stessa, il suo Maestro e Signore, la sua missione.
Una Chiesa è inciampo quando trascura quelli che non contano, quando fa scelte mondane che la pongono dalla parte dei forti, quando dimentica di abbracciare la debolezza che il suo Signore ha invece abbracciato (cfr Mc 9, 36-37); dinanzi ad una Chiesa così, i piccoli non ricevono l’annunzio di una via altra, ed i non evangelizzati non riescono a vedere l’Evangelo! Sì, perché l’Evangelo va visto, e chi lo deve rendere visibile è la Chiesa di Cristo, la comunità di quelli che lo seguono. Altre cose la Chiesa non deve mostrarle, deve mostrare solo l’amore e le scelte che ne conseguono.

La Chiesa, però, dice Gesù, può anche essere inciampo a se stessa quando non sceglie di compiere quei tagli necessari a che sia visibile il suo volto di comunità del Crocefisso. E’ inciampo a se stessa quando non ha il coraggio delle scelte radicali, quando non ha il coraggio di tagliare senza pietà quello che, nel suo vivere quotidiano, di Evangelo non ha né sapore né colore. Una Chiesa che vuole sommare mondanità ed Evangelo è una Chiesa che inciampa in se stessa; è una Chiesa che non giunge alla meta del Regno e non guida al Regno.

Gesù allora qui è netto, è limpido: invece di calcolare chi è fuori e chi è dentro, chi può profetare e chi no, invece di escludere gli altri trincerandosi dietro a pretesi quanto assurdi “possessi” di Dio, si guardi se si accoglie lo scandalo salutare della Croce, si guardi se si preferisce la comunione con il piccolo e l’attenzione al suo bisogno; si veda se si è capaci di proclamare che queste cose valgono più della propria vita…
Si veda se si preferisce la propria mano, il proprio piede, il proprio occhio
Cioè? Veda se preferisce le proprie azioni (la mano), le proprie vie (il piede), le proprie visioni e giudizi (l’occhio) alle azioni, alle vie ed ai giudizi di Dio!
Cristo chiede dunque alla sua Chiesa di vigliare e di verificarsi…lo chiede a noi! Il rischio è grande: è la gheenna che è il non-senso, la morte, il veleno…

Se la comunità dei discepoli resta nella sequela non solo non sarà di scandalo ma diverrà essa stessa via di salvezza.

E’ paradossale: non si è di scandalo se si accetta ed assume con coraggio lo scandalo della Croce! E’ così!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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Domenica di Pentecoste (B) – Fare l’unità

La Pentecoste, Beato Angelico

La Pentecoste, Beato Angelico


UNITA’ IN SE STESSI, CON GLI ALTRI E CON DIO

  At 2, 1-11; Sal 103; Gal 5, 16-25; Gv 15, 26-27; 16, 12-15 

 

Nel compiersi pieno della Pasqua con l’effusione dello Spirito Santo sulla Chiesa e su ogni carne, la liturgia punta, in questo santo giorno, sul dono-segno supremo dell’unità. Nel racconto di Luca negli Atti degli Apostoli l’accento è posto precipuamente su diversità e unità: sono queste le parole chiave per cogliere nel profondo la missione dello Spirito nella storia. Nel racconto lucano i diversi, radunati a Gerusalemme nel giorno del compiersi della Pentecoste, sono capaci di ravvisarsi stretti in un’unità di comprensione attorno ad una parola che tutti possono intendere, comprendere. L’unica parola pronunciata da Pietro è udita ad accolta dalle diverse lingue: «Li udiamo annunziare nelle nostre lingue le grandi opere di Dio».

Ciò che accadde a Babele (cfr Gen 11, 1-9), estremo avamposto della storia di peccato dell’umanità che – salvata dal diluvio – ancora decide di percorrere vie di perversione e di potere diabolico, qui viene capovolto: cessa, infatti, la confusione delle lingue perché in Cristo è stata proclamata una nuova Signoria. Lui, che non ha elevato torri superbe, segno di delirio di un potere imperialistico e mortifero, ma si è lasciato liberamente e per amore elevare da terra sul legno degli schiavi, diviene canale di Grazia e di unità.

Lo Spirito, effuso sugli Apostoli per il mondo, è l’Amore di Dio che oramai non trova più dighe e barriere tra Lui e noi: Cristo ha tutto abbattuto, ed ha fatto l’unità tra noi e Dio, ha fatto l’unità tra noi uomini. Ora all’umanità  è possibile percorrere una nuova strada, quella di Cristo Gesù, anzi quella che è Cristo Gesù.

Lo Spirito che il Risorto ha soffiato sulla Chiesa nascente (cfr Gv 20, 23) è remissione dei peccati, è capacità di perdono, è dunque riconciliazione ed unità…
E’ la remissione dei peccati ciò che rende gli uomini dei risorti; è la remissione dei peccati, che lo Spirito del Risorto dona al mondo degli uomini, ciò che produce unificazione in se stessi, con gli altri, con Dio!
Nello Spirito che il Risorto ha promesso e donato, i diversi ed i separati sono resi all’unità; così anche lo Spirito, come il Verbo fatto carne in Gesù, racconta Dio (cfr Gv 1, 18).
Nei discorsi di addio del quarto evangelo (cfr Gv 13-17) Gesù aveva detto che i segni dell’amore e dell’unità avrebbero rivelato l’identità dei suoi discepoli. Ora lui è stato elevato da terra per riunire insieme i figli di Dio dispersi (cfr Gv 11, 52), per attirare tutti a sé (cfr Gv 12, 32) e lo Spirito compie l’opera del Figlio con il fuoco dell’Amore che Egli è, fuoco che brucia il peccato e che fa l’unità rispettando assolutamente l’alterità: lo Spirito, infatti, è principio di unità non di uniformità, il suo è un amore che unifica, non un amore fusionale in cui l’uno si perde nell’altro smarrendo il proprio volto.
Lo Spirito è proprio questo nel seno della Trinità, ed è ciò che compie nella storia, dando alla Chiesa la profezia di questa via di unità nell’alterità: l’unica via che può fare, nell’amore, di questa umanità un’umanità nuova.

Oggi l’alleluia della Pasqua giunge ad un canto pieno di splendore, in cui le voci diverse, risuonando in unità, creando bellezza: un’unità in cui ciascuna confluisce con la sua melodia; e lo Spirito è l’armonia: Lui così, e solo così, porta in questa storia la bellezza della polifonia dell’unità.

La Chiesa sia questo canto!
Lo sia nel suo interno, per poi mostrarla al mondo e proporla come via maestra per un’umanità riconciliata. In un tempo in cui pare che tutto sia rissa e dissonanze è oltremodo necessaria l’armonia dello Spirito!
Noi ne siamo i testimoni?

Oggi è necessario gioire per il dono di Dio, ma pure è necessario chinare il capo penitente per implorare lo Spirito di fare unità là dove noi produciamo lacerazione, fare armonia là dove noi non sappiamo fare altro che dissonanze, creando nemici e opposizioni mortifere.

Lo Spirito venga ancora sulla Chiesa, Sposa del Cristo, per ridarle il coraggio dell’Evangelo, il coraggio dell’unità, il coraggio di dimenticarsi per volgersi all’unico Signore.

Dal Mistero della Pentecoste il credente sa che la storia è abitata ormai dallo Spirito di Dio che è unità, amore, forza, fuoco di passione, coraggio; il credente sa che le sue scelte costose per l’Evangelo sono sostenute da Colui che Cristo ci ha donato come compagno di viaggio per tutti i giorni della storia. Questo nostro compagno di viaggio, lo Spirito Santo, è Colui che ci dona la presenza del Risorto, è colui nel quale ci sono rimessi i peccati, è Colui che ci fa uno per testimoniare al mondo il volto dell’umanità nuova che Gesù ha conquistato per noi nella sua Pasqua.
Solo chi è dimora di Dio è abitato dall’unità, e volge le spalle a ciò che rende l’uomo malato e ferito: la divisione da se stesso, dai fratelli, da Dio!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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Pasqua di Resurrezione (B) – Dio è fedele

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NON ABBIATE PAURA!

 

Veglia

Gen 1, 1-2,2; Gen 22, 1-18; Es 14, 15-15,1; Is 54, 5-14; Is 55, 1-11; Bar 3, 9-15.32-4,4;
Ez 36, 16-28; Rm 6, 3-11; Mc 16, 1-8

Messa del giorno

At 10, 34a.37-43; Sal 117; Col 3, 1-4 (opp. 1Cor5, 6b-8); Gv 20, 1-9 (sera Lc 24 ,13-35)

 

Il Crocefisso è risorto! E’ questo il kerygma dell’alba di Pasqua… il Crocefisso è risorto! La verità della Pasqua è lì: è proprio il Crocefisso  che è risorto.

E’ essenziale mantenere l’identità tra Crocefisso e Risorto, e questo Crocefisso è Gesù di Nazareth, uno che è morto perchè ha predicato un Dio altro, diverso, scandaloso, contraddittorio di tutte le immagini religiose di Dio, contrario a tutti gli incasellamenti ed usi strumentali di Dio; uno che ha affermato che per “onorare” questo Dio bisognava vivere in un certo modo, con una prassi quotidiana diversa e “scandalosa” …

Gesù di Nazareth: uno che è morto per questo scandalo, e che ha affermato che questa vita altra era l’unico modo per raccontare il vero volto di Dio.

La sua Risurrezione dice che Dio si riconosce in questa diversità, la Risurrezione dice che Dio è “dalla parte” di quel Crocefisso e delle cose che Lui ha proclamato con la vita, le parole, le relazioni con le persone, con le scelte … insomma, Gesù ha narrato un certo volto di Dio in cui Dio stesso, risuscitandolo dai morti, si è assolutamente riconosciuto.
Gesù ha pensato Dio in modo del tutto diverso da come l’hanno pensato gli uomini, e gli uomini “religiosi” in particolare…

La diversità assoluta tra il Dio creato ed immaginato dagli uomini ed il Dio vero che Gesù ha raccontato è il terreno della grande “battaglia” che il cristianesimo avrebbe dovuto ingaggiare con ogni “religione”, ma purtroppo spesso si è trasformato esso stesso in “religione”.

Il Dio vero, quello che ha risuscitato Cristo dai morti dando su di Lui “prova sicura” (cfr At 17, 32), è Colui che noi abbiamo “scartato” (cfr Sal 118, 22; At 4, 11), trattato come rifiuto … è un Dio rifiutato che non si impone con la potenza, e che risuscita il Figlio non per vendicarsi del mondo che l’ha inchiodato alla croce, ma per salvare quello stesso mondo; è il Dio che risponde all’orrore con la misericordia, all’odio con l’amore, al rifiuto con l’abbraccio che perdona.

Questo è la Pasqua!
Non si deve ridurre la Risurrezione di Gesù ad una generica vittoria sulla morte, ad una dolcissima e consolante vittoria della vita sulla morte; la rivelazione cristiana va più a fondo, molto più a fondo! C’è qualcosa in più: solo una vita donata è sottratta alla morte e conduce alla risurrezione…non ogni esistenza è fuori dall’artiglio della vaquità, del non-senso, della morte … una vita tenuta “come un tesoro geloso”, con avarizia, stretta a sè come possesso da non perdere, non vince la morte!

La Risurrezione proclama la vittoria di un certo modo di vivere: quello di Gesù! Chi lo “segue non cammina nelle tenebre ma avrà la luce della vita” (cfr Gv 8, 12).

La Risurrezione di Gesù proclama il Dio fedele al di là di ogni nostra fedeltà, e anche questo  scandalizza i “benpensanti”.

Sì, il Dio fedele!
E’ fedele il Padre che non ha abbandonato Gesù nella morte e, se ha taciuto nelle tenebre della Passione, ha poi gridato sollevandolo dagli abissi della terra (cfr Sal 30).
E’ è fedele Gesù che, appena risorto, pensa ai discepoli che pure l’avevano lasciato solo, abbandonato … il giovane avvolto in bianche vesti, che le donne incontrano nel sepolcro aperto, ha un messaggio precipuo da dare alle donne: Dite ai suoi discepoli e soprattutto a Pietro: Vi precede in Galilea; là lo vederete, come vi disse. Lo hanno abbandonato in quella fuga vergognosa del Getsemani, e per tutta la Passione si sono eclissati; ma per Lui sono ancora e sempre i suoi discepoli! Gesù non li abbandona alla dispersione, perchè Lui è fedele! Se fosse stato per la fedeltà dei discepoli, l’Evangelo sarebbe rimasto nel cuore e nei sogni di Cristo … Il finale dell’Evangelo di Marco, con le donne sopraffatte dall’immensità dell’annunzio della Risurrezione che vanno via dal Sepolcro e non dicono nulla a nessuno perchè hanno pauraci dice che se fosse stato solo per le donne la vicenda di Gesù sarebbe caduta nel silenzio.
Marco con questo strano finale, con quell’ultima parola che è la paura delle donne, ci grida che è solo la fedeltà del Signore che permetterà all’Evangelo di correre per la storia!
Marco ci dice che la Risurrezione non è evento trionfalistico “a basso prezzo”: il gioioso annunzio della Risurrezione ci sarà, ma a partire da un nuovo inizio in Galilea, in cui la fedeltà di Cristo permetterà ai discepoli di ricominciare la sequela sperimentando la fedeltà di Colui che li precede sempre!

Il finale di Marco non è facile, perchè ci fa riporre tutto nelle mani di un Dio fedele al di là di ogni immagine religiosa di Dio; un Dio fedele che dice sì ad una vita che si consegna, si fida!
Così fu la vita di Gesù!
Così deve essere la vita del discepolo, chiamato a consegnarsi alla sola fedeltà di Dio; quella fedeltà narrata nella vicenda di Gesù Cristo, chiamato a smettere di confidare in se stesso.

Se si passa dalla nostra fedeltà a questa fedeltà di Dio, si sarà entrati nella Pasqua!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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Pentecoste – Il dono dell’unità

VOLGERE LE SPALLE A CIO’ CHE CI RENDE DIVISI

  –  At 2 1-11; Sl 103; Rm 8,8-17; Gv 14,15-16.23b-26  – 

 

Nel compiersi pieno della Pasqua con l’effusione dello Spirito Santo sulla Chiesa e su ogni carne, la liturgia punta, in questo santo giorno, sul dono-segno supremo dell’unità. Nel racconto di Luca negli Atti  l’accento è posto precipuamente su diversità e unità; sono queste le parole chiave per cogliere nel profondo la missione dello Spirito nella storia. Nel racconto lucano i diversi radunati a Gerusalemme nel giorno del compiersi della Pentecoste sono capaci di di ravvisarsi stretti in un’unità di comprensione attorno ad una parola che tutti possono intendere, comprendere. L’unica parola pronunciata da Pietro è udita ad accolta dalle diverse lingue: Li udiamo annunziare nelle nostre lingue le grandi opere di Dio.

Ciò che accadde a Babele (cfr Gn 11,1-9), estremo avanposto della storia di peccato dell’umanità che, salvata dal diluvio, ancora decide di percorrere vie di perversione e di potere diabolico, qui viene capovolto. Cessa, infatti, la confusione delle lingue perché in Cristo è stata proclamata una nuova signoria; in Lui che non ha elevato torri superbe, segno di delirio di un potere imperialistico e mortifero, ma si è lasciato liberamente e per amore elevare da terra sul legno degli schiavi, diviene canale di Grazia e di unità.

Lo Spirito, effuso sugli Apostoli per il mondo, è l’Amore di Dio che oramai non trova più dighe e barriere tra Lui e noi. Cristo ha tutto abbattuto ed ha fatto l’unità tra noi e Dio, ha fatto l’unità tra noi uomini. Ora all’umanità  è possibile percorrere una nuova strada, quella di Cristo Gesù, anzi quella che è Cristo Gesù.

Lo Spirito che il Risorto ha soffiato sulla Chiesa nascente (cfr Gv 20, 23) è remissione dei peccati, è capacità di perdono, è dunque riconciliazione ed unità…è la remissione dei peccati ciò che rende gli uomini dei risorti, come scrive Paolo nel tratto della Lettera ai cristiani di Roma che oggi è proclamato; la remissione dei peccati che lo Spirito del Risorto dona al mondo degli uomini è unificazione in se stessi,con gli altri, con Dio! Nello Spirito che il Risorto ha promesso e donato i diversi ed i separati sono resi all’unità; così anche lo Spirito, come il Verbo fatto carne in Gesù, racconta Dio (cfr Gv 1, 18); nei discorsi di addio nel quarto evangelo (cfr Gv 13-17) Gesù aveva detto che i segni dell’amore e dell’unità avrebbero rivelato l’identità dei suoi discepoli. Ora lui è stato elevato da terra per riunire insieme i figli di Dio dispersi (cfr Gv 11,52), per attirare tutti a sé (cfr Gv 12,32) e lo Spirito compie l’opera del Figlio con il fuoco dell’Amore che Egli è, fuoco che brucia il peccato e che fa l’unità rispettando assolutamente l’ alterità: lo Spirito, infatti, è principio di unità non di uniformità, il suo è un amore che unifica non un amore fusionale in cui l’uno si perde nell’altro smarrendo il proprio volto. Lo Spirito è proprio questo nel seno della Trinità e lo stesso lo Spirito compie nella storia dando alla Chiesa la profezia di questa via di unità  nell’alterità: l’unica via che può fare, nell’amore, di questa umanità un’umanità nuova.

Oggi l’ alleluia della Pasqua giunge ad un canto pieno di splendore in cui le voci diverse risuonando in unità creano bellezza. Un’unità in cui ciascuna confluisce con la sua melodia; lo Spirito è l’armonia; Lui così, solo così, porta in questa storia la bellezza della polifonia dell’unità.

La Chiesa sia questo canto! Lo sia nel suo interno per poi mostrarla al mondo e proporla come via maestra per un’umanità riconciliata. In un tempo in cui pare che tutto sia rissa e dissonanze è oltremodo necessaria l’armonia dello Spirito! Noi ne siamo i testimoni?

Oggi è necessario gioire per il dono di Dio ma pure è necessario chinare il capo penitente per implorare lo Spirito di fare unità là dove noi produciamo lacerazione, fare armonia là dove noi non sappiamo fare altro che dissonanze creando nemici e opposizioni mortifere.

Lo Spirito venga ancora sulla Chiesa Sposa del Cristo per ridarle il coraggio dell’Evangelo, il coraggio dell’unità, il coraggio di dimenticarsi per volgersi all’unico Signore; Gesù nel passo evangelico di oggi ci ha detto che lo Spirito è memoria delle sue parole, della Parola che Lui ha pronunciato narrando l’amore…è la memoria di Lui, dono dello Spirito, che ci fa dimora del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Chi è dimorta di Dio è abitato dall’unità e volge le spalle a ciò che rende l’uomo malato e ferito: la divisione da se stesso, dai fratelli, da Dio!




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