XXV Domenica del Tempo Ordinario (B) – Come i bambini

 

 

IL CORAGGIO DI ESSERE ULTIMI

Sap 2, 12.17-20; Sal 53; Gc 3, 16 – 4, 3; Mc 9, 30-37

 

 

La scorsa domenica l’Evangelo di Marco ci ha mostrato come il primo annunzio della passione abbia trovato l’incomprensione, il cuore duro e l’inciampo addirittura satanico in Pietro, radicato nelle sue idee e nei suoi sogni di “potere” e di “sapere” tanto da volere un Cristo potente, e pretendendo di sapere tutto, tanto da voler insegnare a Gesù!
Oggi, il secondo annunzio della passione trova ancora dei cuori duri, e non ha più successo del primo!

In primo luogo il testo ci dice che i discepoli «non comprendevano queste parole» (l’annunzio della passione) «ed avevano paura a chiedergli spiegazioni»…insomma c’è un “non capire” e un “non voler capire”. Qui i Dodici non hanno scusanti in quanto Gesù, ha scritto Marco (cfr Mc 8, 32), diceva queste cose circa la sua passione con “parresía”, apertamente, con franchezza, senza veli! Ma sono proprio le cose dette così che spaventano e si vogliono scavalcare ad ogni costo.
D’altro canto la passione, in questo secondo annunzio, viene meglio specificata da un particolare che non è secondario; non si parla più di “anziani, sommi sacerdoti e scribi”, qui si parla di uomini: il Figlio dell’uomo è consegnato nelle mani degli uomini, significa che non basta non far parte di quelle categorie storiche per essere innocenti in questa storia di dolore del Figlio dell’uomo!
Sono gli uomini i destinatari di quella “incomprensibile” consegna da parte del Padre!
Sì, perché è il Padre il “consegnatario”: se infatti gli uomini sono i destinatari ed il Figlio dell’uomo è l’oggetto, Colui che consegna è solo il Padre. Il Padre, che lo ha già consegnato agli uomini nell’Incarnazione, e che lo ha già consegnato agli uomini come Parola definitiva (cfr Eb 1, 1-4), ora lo consegna come estremo dono all’umanità; ma gli uomini ne faranno ciò che vorranno, fino ad ucciderlo appendendolo ad una croce.
Gli uomini. Tutti gli uomini! Nessuno escluso!
Non sono stati né Giuda, né quegli Ebrei, né il Sinedrio, né Pilato con i romani… Certamente loro hanno fatto la loro parte materialmente e storicamente, ma sono le mani di tutti gli uomini ad essere macchiate del suo sangue che, paradossalmente, ha lavato e salvato tutti!

Tutto questo mistero di amore, però, resta chiuso al cuore di quei Dodici che sono proprio i più vicini a Gesù; e Marco sottilmente, e forse non tanto – perchè bisogna solo fare attenzione e capire le concatenazioni presenti – ce ne spiega qui il motivo: non può capire l’amore chi è teso a cercare primati, privilegi e potere.

Dice il testo dell’Evangelo che i Dodici sono per via: un’espressione importante che ci richiama alla nostra quotidianità, al nostro essere “per via” nella sequela di Cristo; ma i Dodici, invece di seguire davvero Gesù che va alla consegna, seguono se stessi, le loro idee, i loro miseri deliri di potere…

Pietro avrà anche obbedito e sarà tornato “dietro a Gesù, così come gli era stato detto («Torna dietro a me!» cfr Mc 8, 33), ma è rimasto con il cuore lì dove era andato. e cioè davanti a Gesù, a sbarrargli il passo e ad insegnargli come doveva fare il Messia! Pietro e gli altri pensano che il Cristo debba essere potente perché vogliono gustare una fetta di quel potere!
«Chi è il più grande tra noi?»
«
Chi comanda?»
Continuano a non capire, e in questo secondo annunzio della passione Marco ci mostra che questo non capire non è solo teorico; l’Evangelista, infatti, ci mostra un modo concreto, pratico dell’incomprensione: cercano i primi posti. Volere i primi posti, voler apparire, volersi imporre sugli altri mostra quanto si sia lontani dalla via che Gesù ha imboccato. Loro vogliono i primi posti.
Quello che Gesù diceva è per loro inaccettabile, incomprensibile.
Una cosa però certamente l’avevano capita: Gesù non la pensava così!
Lo considerano strano? Sono convinti di riuscire pian piano a fargli cambiare idea? Certamente, alla domanda circa la natura dei loro discorsi, essi tacciono. Si vergognano? Non vogliono affrontare il discorso? Non vogliono ancora sentirsi dire, con franchezza, quelle cose che tanto li turbano, e che vogliono distoglierli dai loro sogni di potenza?
Gesù è paziente, e comunica ancora ai suoi, con delle parole e con un gesto, le vie incredibili e paradossali che vuole e che deve imboccare; ecco le vie incredibili di Dio: loro, i discepoli, desiderano i primi posti, Gesù desidera l’ultimo posto!

Quel bambino che Gesù pone al centro abbracciandolo, è segno non di innocenza ma dell’ultimo posto che Lui vuole abbracciare per indicare al mondo le vie del Padre.

Gesù abbraccia, accoglie quell’ultimo posto, quello che occupano i bambini, del tutto dipendenti e fragili; d’altro canto i bambini nell’Evangelo di Marco, fino a questo momento, erano apparsi, incredibilmente, sempre in vesti non solo fragili, ma anche “impure”: bambina è la figlia di Giairo nell’impurità della morte (cfr Mc 5, 42); bambina è la figlia della donna siro-fenicia, impura perché posseduta da un demonio (cfr Mc 7, 30), bambino è l’epilettico ai piedi del Tabor con le sue manifestazioni disumane (cfr Mc 9, 23 ss). Tutti, secondo le categorie culturali dell’epoca, impuri per motivi diversi.
Il bambino che qui Gesù abbraccia è icona della condizione del servo, è icona di im-potenza (in greco “pàis” significa “bambino” ma anche “giovane schiavo”).

Ai discepoli che sognano potenza Gesù presenta un’icona di impotenza dicendo che chi accoglie quella debolezza, quella fragilità nel suo nome accoglie Lui stesso e, paradossalmente, Dio…
E qui Marco è di una forza straordinaria, in quanto ci mostra che all’ultimo posto c’è addirittura Dio! Quel bambino è dunque icona delle scelte di Dio, e quindi delle scelte del Figlio dell’uomo!

Essi sono disposti ad accogliere questa debolezza?

Accogliere significa ascoltare, significa rendersi disponibili, ospitare, mettersi al servizio.
Accogliere significa innanzitutto essere disposti a farsi “capovolgere” da colui che si accoglie, dai suoi bisogni; l’esempio del bambino richiama a chi non conta nulla, colui che nessuno ascolta, che tutti trascurano…
Accogliere il bambino è segno dell’accogliere un Dio che sulla croce si farà impotenza, si renderà “inascoltabile” da ogni mente piena di buon-senso o di immagini “religiose”; un Dio che per accogliere noi piccoli e peccatori non esita di salire su una croce che lo fa peccato in nostro favore (cfr 2Cor 5, 21).

Nel passo della Lettera di Giacomo, che è oggi la Seconda lettura,  leggiamo che nell’uomo sorgono guerre e liti che derivano da passioni che “combattono” dentro di lui…è il desiderio di possedere e di dominare che è radice di tutti i dolori e lacerazioni che gli uomini si infliggono; il Figlio dell’uomo è venuto per rendere possibile nell’uomo la sapienza che viene dall’alto, che rende simili a Dio: pacifici, miti, arrendevoli e pieni di misericordia; che rende veri, privi di ipocrisia, cioè privi di finzione (in greco Giacomo scrive “aniupócritos” e, in greco “iupocritós” è l’attore, uno che veste dei panni che non sono suoi, e che finge di essere un altro).

Le strade di morte e dolore, ci dice Marco, sono vinte solo da chi sceglie l’ultimo posto. Un ultimo posto che però non è una scelta solo simbolica ed esteriormente umile (ipocrita!), ma una scelta realmente umile perché diviene servizio, diviene chinarsi innanzi agli altri. Gesù ha detto infatti:«chi vuole essere il primo sia servo di tutti».

Questo è possibile solo se si accoglie la piccolezza. E’ la sola via per accogliere Lui, per accogliere il Padre. Diversamente si imboccano strade diaboliche di divisione e di morte, di ricerca di sé ad ogni costo, si spasmodici desideri di primati per dominare gli altri.

Cristo ha scelto il posto dello schiavo crocefisso.
Che la sua Chiesa abbia sempre il coraggio di capire questa parola, quella della croce (cfr 1Cor 1, 18); abbia il coraggio quotidiano di fare a Lui domande su come vivere questo coraggio di essere ultimi.

E’ per noi tutti una grande provocazione: essere ultimi. Ma per davvero!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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PER STARE CON LUI

Ger 23, 1-6; Sal 22; Ef 2, 13-18; Mc 6, 30-34

I Dodici inviati tornano…

Ecco così che, se domenica scorsa avevamo contemplato l’inizio della corsa dell’Evangelo per le strade del mondo, oggi contempliamo l’inizio di una vera vita comunitaria, capace di mettere assieme gioie, fatiche, stupori, dolori, fallimenti, preoccupazioni, stanchezze; una vita comunitaria che ha al centro Gesù («Si riunirono attorno a Gesù»), e che solo lì trova conforto, riposa, forza.

Una vita ecclesiale, apostolica, colma di attività al servizio del Regno, se non trova il suo centro reale (e dunque non ideale o intenzionale!) in Gesù, diventa altro: smarrisce la forza libera dell’Evangelo, si perde nei rivoli delle contese e delle rivalità, o nelle pastoie delle recriminazioni e dei lamenti o nelle autoesaltazioni.
Attorno a Gesù!
E Lui è lì per accogliere e difendere, per offrire riparo e riposo, è lì per dichiarare con dolce fermezza la necessità di un “altrove” solitario per un riposo con Lui!

E’ vero che nel racconto di Marco di oggi questo non accade fino in fondo, in quanto le folle ancora premono e sono spaesate ed abbandonate, ma ciò non destituisce di importanza la dichiarazione della necessità di questo tempo con Lui, del tempo del riposo, del tempo dell’”altrove”!

Le folle premono, e generano in Gesù quel moto che è all’origine di tutto l’Evangelo: la commozione-compassione! Ed è all’origine dell’Evangelo perché è la causa dell’Incarnazione… la causa della Croce.
Unisco i due termini (commozione e compassione) per designare meglio cosa sia questo moto che avviene in Gesù: è un dolore profondo, un dolore viscerale, “irragionevole”; è come il dolore materno,  profondo perché proveniente dalle “viscere” in cui il figlio si è formato. Questo è suggerito dal verbo greco “splanchnίzomai” che deriva dalla parola “splánchna” (“viscere”) che significa appunto “sentire dolore nelle viscere”.
Cuore dell’Evangelo è allora questa commozione profonda, una commozione che rivela l’amore ed è ragione di ogni moto di donazione da parte di Dio. Andare “in disparte con Lui per riposare significa dunque, per il credente, andare alla fonte di questo amore, che quando si incontra con la miseria – povertà e smarrimento dell’uomo – si concretizza in commozione, in “dolore nelle viscere”.

Lo stare con Lui abilita i discepoli a questo sentire con Cristo; stare con Lui significa imparare a sentire quella sua commozione-compassione; è imparare a far scaturire dall’amore la concretezza della compassione che, alla fine, si deve tradurre necessariamente in desiderio di portare gli stessi pesi, gli stessi dolori.

La commozione di Gesù si tradusse infatti nella sua piena condivisione della nostra umanità, della nostra morte e del nostro dolore; chi prova quella stessa commozione profonda non può rimanere fuori dal dolore dell’amato, al contrario, lo vuole abitare e portare! Così fece Gesù, e così è necessario che faccia la sua Chiesa!
Questo, però, sarà possibile solo se i suoi discepoli avranno sempre il “coraggio” di dare spazio al silenzio colmo di Lui, alla solitudine abitata da Lui, al riposo in Lui. Guai a chi ritiene non necessario quel salire sulla barca dell’“anachòresis” (cioè del “prendere le distanze” dal quotidiano) e del riposo in Lui.
Il rischio è, come sempre, quello di smarrire l’identità del discepolato di Cristo e di vestire i panni di una delle tante (e, per carità, anche benemerite!) associazioni filantropiche!

Bisogna farsi convinti che è il vero rapporto con Cristo che rende i nostri rapporti intra-umani veri e profondi, e scevri da ogni egoismo.

La commozione-compassione di Gesù sorge dal vedere che quelle folle sono sole, nessuno se ne fa carico, nessuno le guida…
Dove vanno? Che speranze hanno in cuore? Hanno ancora speranze? Di cosa si “nutrono”?Gesù le guarda con amore, e si fa loro pastore; si fa per loro nuovo Mosè che deve e può guidare ad una vera terra di libertà, ad una terra promessa di pace e di riconciliazione. Darà loro il pane, come Mosè diede il pane della manna, e poi, nel suo Esodo (cfr Lc 9, 31) aprirà per quelle folle e “per moltitudini” (cfr Mt 26, 28), una via di salvezza, una via di autentica umanità. Nuovo Davide, come ha scritto Geremia nell’oracolo che abbiamo ascoltato come prima lettura, li pascerà nella giustizia facendo misericordia e regnando dalla Croce.

Salire sulla barca di questo Messia è sì riposare con Lui, è sì presa di distanza dal quotidiano ma per tornare agli uomini con lo stesso amore costoso del Messia Gesù: un amore che si fa con-passione e quindi dono.
Salire su quella barca è condividere con Lui le sue due “passioni”: quella per il Padre, da ricercare incessantemente nel silenzio, e quella per l’uomo da servire umanizzandolo ed indicandogli vie di vita, portandone i pesi e le ferite, senza darsi sconti.
Le due “passioni” devono sempre stare assieme e mai, né l’una né l’altra, in modo implicito!
Le vere “passioni” non tollerano l’implicito!

p. Fabrizio Cristarella Orestano

 




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LA VITA ECCLESIALE

 Ger 23, 1-6; Sal 22; Ef 2, 13-18; Mc 6, 30-34

 

 

I Dodici inviati tornano…

Ecco così che, se domenica scorsa avevamo contemplato l’inizio della corsa dell’Evangelo per le strade del mondo, oggi contempliamo l’inizio di una vera vita comunitaria capace di mettere assieme gioie, fatiche, stupori, dolori, fallimenti, preoccupazioni, stanchezze; una vita comunitaria che ha al centro Gesù (Si riunirono attorno a Gesù) e che solo lì trova conforto, riposa, forza.

Una vitta ecclesiale, apostolica, colma di attività al servizio del Regno se non trova il suo centro reale (e dunque non ideale o intenzionale!) in Gesù, diventa altro, smarrisce la forza libera dell’Evangelo, si perde nei rivoli delle contese e delle rivalità o nelle pastoie delle recriminazioni e lamenti o nelle autoesaltazioni.

Attorno a Gesù! E Lui è lì per accogliere e difendere, per offrire riparo e riposo, è lì per dichiarare con dolce fermezza la necessità di un “altrove” solitario per un riposo con Lui!

È vero che dopo, nel racconto di Marco di oggi, questo non accade fino in fondo in quanto le folle ancora premono e sono spaesate ed abbandonate, ma ciò non destituisce di importanza la dichiarazione della necessità di questo tempo con Lui, del tempo del riposo, del tempo dell’”altrove”!

Le folle premono e generano in Gesù quel moto che è all’origine di tutto l’Evangelo: la commozione-compassione; questa è all’origine dell’Evangelo perché è proprio la commozione-compassione la causa dell’Incarnazione; è la commozione-compassione la causa della Croce. Unisco i due termini (commozione e compassione) per designare meglio cosa sia questo moto che avviene in Gesù: è un dolore profondo, un dolore viscerale, direi “irragionevole”; è come il dolore materno. Questo è suggerito dal verbo greco “splanchnίzomai” che deriva dalla parola “splánchna” (“viscere”) che significa “sentire dolore nelle viscere”; è allora un dolore materno, profondo perché proveniente dalle “viscere” in cui in figlio si è formato. E’ questa commozione profonda il cuore dell’Evangelo, una commozione che rivela l’amore ed è ragione di ogni moto di donazione da parte di Dio. Andare in disparte con Lui per riposare è allora, per il credente, andare alla fonte di questo amore che quando si incontra con la miseria, povertà e smarrimento dell’uomo, si concretizza in commozione, in dolore nelle viscere. Lo stare con Lui abilita i discepoli a questo sentire con Cristo; stare con Lui significa imparare a sentire quella sua commozione-compassione, è imaprare a far scaturire dall’amore la concretezza della compassione che, alla fine, si deve tradurre necessariamente in desiderio di portare gli stessi pesi, gli stessi dolori.

Infatti la commozione di Gesù si tradusse nella sua piena condivisione e della nostra umanità e della nostra morte e del nostro dolore; chi prova quella commozione profonda non può rimanere fuori dal dolore dell’amato, al contrario, lo vuole abitare e portare! Così fece Gesù, e così è necessario che faccia la sua Chiesa. Questo, però, sarà possibile solo se i suoi discepoli avranno sempre il “coraggio” di dare spazio al silenzio pieno di Lui, alla solitudine abitata da Lui, al riposo in Lui. Guai a chi ritiene non necessario quel salire sulla barca dell’ “anachòresis” (cioè del prendere le distanze dal quotidiano) e del riposo in Lui; il rischio è, come sempre, quello di smarrire l’identità del discepolato di Cristo e di vestire i panni di una delle tante (e, per carità, anche benemerite!) associazioni filantropiche!

Bisogna farsi convinti che è il vero rapporto con Cristo che rende veri e profondi, e scevri da ogni egoismo i nostri rapporti intra-umani.

La commozione-compassione di Gesù sorge dal vedere che quelle folle sono sole, nessuno se ne fa carico, nessuno le guida…dove vanno? Che speranze hanno in cuore? Hanno ancora speranze? Di cosa si “nutrono”? Gesù le guarda con amore e si fa loro pastore; si fa per loro nuovo Mosè che le deve e può guidare ad una vera terra di libertà, ad una terra promessa di pace  e di riconciliazione. Darà loro il pane, come Mosè diede il pane della manna, e poi, nel suo Esodo (cfr Lc 9,31) aprirà per quelle folle e “per moltitudini” (cfr Mt 26,28), una via di salvezza, una via di autentica umanità. Nuovo Davide, come ha scritto Geremia nell’oracolo che abbiamo ascoltato come Prima lettura, li pascerà nella giustizia facendo misericordia e regnando dalla Croce.

Salire sulla barca di questo Messia è sì riposare con Lui, è sì presa di distanza dal quotidiano ma per tornare agli uomini con lo stesso amore costoso del Messia Gesù; un amore che si fa con-passione e quindi dono. Salire su quella barca è condividere con Lui le sue due “passioni” quella per il Padre, da ricercare incessantemente nel silenzio, e quella per l’uomo da servire umanizzandolo ed indicandogli vie di vita e questo portandone i pesi e le ferite, senza darsi sconti. Le due “passioni” devono sempre stare assieme e mai, né l’una, né l’altra in modo implicito! Le vere “passioni” non tollerano l’implicito!




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XV Domenica del Tempo Ordinario – L’invio dei Dodici a due a due

UN NUOVO INIZIO!

Am 7, 12-15; Sal 84; Ef 1, 3-14; Mc 6, 7-13

 

L’Evangelo di oggi ci conduce ad un nuovo inizio, un nuovo “arché”… se infatti Marco aveva aperto il suo racconto dicendo che c’era un inizio dell’Evangelo e questo inizio, questo “arché”, è stato l’apparizione di Giovanni il Battista che preparava la venuta dell’Inviato, del Messia (cfr Mc 1,1-4), qui il Messia Gesù proclama un inizio nell’invio dei Dodici…è l’inizio della “corsa dell’evangelo” per le strade del mondo (cfr 2Ts 3,1); Marco, infatti, scrive che Gesù iniziò (“érxato”, aoristo del verbo “archèo”= “iniziare”) ad inviare i Dodici a due a due” e li chiama per questo e dona loro la sua “exousìa”, la sua potenza, quella che la gente gli aveva riconosciuto fin dal principio della sua azione e predicazione (cfr Mc 1,27).

La cosa sorprendente è che questa “exousìa”, questo “potere” è accompagnato da un’estrema povertà di mezzi visibili…i Dodici sono inviati spogli…in una condizione risibile per chi ha la pretesa di annunziare qualcosa che deve cambiare il mondo!

La solennità e severità di questo nuovo “arché” è specchiata in una sconcertante povertà di mezzi umani e mondani. E’ come se Marco volesse dirci che non è la ricchezza dei mezzi che fa correre l’Evangelo ma solo l’autenticità degli evangelizzatori che è luogo della potente grazia di Dio. Gesù non invia dei singoli ma delle coppie, “due a due”; certo questo per l’usanza giudaica di viaggiare in coppia per motivi molto pratici ma certo questa insistenza e questa sottolineatura vogliono dire anche altro; se era usanza comune di viaggiare “due a due” perchè ribadirlo? Credo che i motivi siano due e lo stesso Evangelo ci suggerisce questa risposta; andare “due a due” è garantire la presenza del Signore Gesù con gli evangelizzatori: “Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” (cfr Mt 18,20). Portare l’Evangelo è portare Gesù agli uomini, è proporre Lui, il suo volto, la sua vita che parla di Dio, che narra Dio. E tutto questo può avvenire solo nella reciproca carità. Agostino, commentando questo passo, si chiede: “Perchè due a due?” e si risponde: “Perchè due è il numero minimo per l’amore!” Cristo verrà narrato e reso presente dagli evangelizzatori, dagli inviati a patto che lo narrino nel loro reciproco amore fraterno, a patto che lo narrino non fidandosi dei mezzi del mondo!

Gesù, nel suo invio, lascia loro solo ciò che è necessario a “camminare”: bastone e sandali!

Camminare” è una caratteristica di Gesù stesso; il testo evangelico di oggi è preceduto dalla notazione che “Gesù percorreva i villaggi insegnando” … Gesù, come scrive in un suo bellissimo libretto Christian Bobin (ed. Qiqajon), è “L’uomo che cammina”, che non si stanca di percorrere le strade del mondo alla ricerca dell’uomo, alla ricerca dell’ulteriore; così i suoi discepoli, i suoi inviati: “uomini che camminano” e che camminano amandosi e fidandosi della potenza della parola che portano e non dei mezzi con cui la portano!

Un grande rischio ecclesiale di oggi è il dispiegamento dei mezzi e delle potenze mondane con l’illusione che queste cose siano al servizio dell’Evangelo; in realtà la parola di questo evangelo di oggi ci dice che mezzi mondani e potenze mondane non sono a servizio dell’Evangelo ma a detrimento di esso; chi infatti si fida dei mezzi mostra di non credere alla potenza di quella parola che annunzia, mostra di essere come il mondo e perciò sconfessa l’Evangelo!

E’ duro ammetterlo in tempi come i nostri, così ubriachi delle proprie potenze e dei propri mezzi; è duro ma proprio così! Gesù l’ha detto con cruda chiarezza.

La potenza della parola annunziata libera dal male e dalla sofferenza…ma non costringe nessuno! Marco ci tiene a sottolineare che l’evangelizzatore deve mettere in conto anche la possibilità del fallimento, del rifiuto. Fu questa anche l’esperienza dei profeti e Amos, nel tratto del suo libro che passa oggi come Prima lettura, ha detto che la sua profezia fu accompagnata, nel suo inizio, dal rigetto, dal rigetto di quei potenti che non vogliono che la una parola di Dio sconvolga le loro vie ed i loro progetti. Amos però sa che quella parola non può essere taciuta; non continua a profetizzare perchè è gradito ed applaudito ma solo perchè è stato il Signore ad inviarlo, Lui lo ha “preso” dalla sua precedente vita e l’ha posto al servizio di una possibilità nuova, quella che essi non stanno accogliendo.

Ai Dodici Gesù chiede anche un gesto profetico per coloro che non accoglieranno l’Evangelo: quella polvere scossa a testimonianza per loro. E’ questo certo un gesto di presa di distanza ma è anche gesto che ribadisce la strada che gli inviati hanno percorso per loro, per quell’annunzio…è la polvere dei sandali, è la fatica del cammino fatto, è la strada percorsa passo dopo passo per andare a cercare i loro cuori e le loro vite. E’ come dire: “quello che dovevamo dirvi ve l’abbiamo detto; questa polvere è testimone della fatica e del cammino che abbiamo fatto per voi e per quella parola di cui ci fidiamo, ora tocca a voi fare la vostra fatica…se volete!” Il gesto precede poi l’andare altrove: nessun fallimento o rifiuto deve fermare la corsa dell’Evangelo. Marco qui vuole mettere in guardia la Chiesa dal “fissarsi” su certe persone o certi ambienti…un “fissarsi” che potrebbe diventare una pretesa o una costrizione, oltre a diventare un vero blocco alla Parola che, per sua natura, vuole correre a cercare altri uomini su cui versarsi e a cui aprire nuovi orizzonti.

L’Autore della Lettera ai cristiani di Efeso ci ha poi aperto un varco di comprensione sullo scopo di questo Evangelo che deve correre per il mondo: ad esso si crede per partecipare al mistero della volontà di Dio che è la ricapitolazione di tutto in Cristo. Il verbo “anakefalèo” che si traduce con “ricapitolare” va bene inteso; cosa è l’opera della “ricapitolazione”? E’ la re-intestazione o, meglio ancora, la re-destinazione” di tutto a Dio.

Insomma, l’opera di Cristo e della sua salvezza, l’opera dell’Evangelo, è far ritornare tutto al suo vero ed unico destinatario che è Dio! Il creato era indirizzato a Dio e l’uomo, con il suo peccato l’ha  invece “destinato” ad altro, a se stesso, alla mondanità; Cristo l’ha re-intestatoal Padre.

Chi evangelizza è al servizio di questa “re-intestazione”, spinge gli uomini a trovare la loro vera “destinazione”, la vera “destinazione” della loro storia, il senso profondo della loro esistenza, delle loro lotte, delle loro speranze!




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