XVI Domenica del Tempo Ordinario – Attorno a Gesù

 

PER STARE CON LUI

Ger 23, 1-6; Sal 22; Ef 2, 13-18; Mc 6, 30-34

I Dodici inviati tornano…

Ecco così che, se domenica scorsa avevamo contemplato l’inizio della corsa dell’Evangelo per le strade del mondo, oggi contempliamo l’inizio di una vera vita comunitaria, capace di mettere assieme gioie, fatiche, stupori, dolori, fallimenti, preoccupazioni, stanchezze; una vita comunitaria che ha al centro Gesù («Si riunirono attorno a Gesù»), e che solo lì trova conforto, riposa, forza.

Una vita ecclesiale, apostolica, colma di attività al servizio del Regno, se non trova il suo centro reale (e dunque non ideale o intenzionale!) in Gesù, diventa altro: smarrisce la forza libera dell’Evangelo, si perde nei rivoli delle contese e delle rivalità, o nelle pastoie delle recriminazioni e dei lamenti o nelle autoesaltazioni.
Attorno a Gesù!
E Lui è lì per accogliere e difendere, per offrire riparo e riposo, è lì per dichiarare con dolce fermezza la necessità di un “altrove” solitario per un riposo con Lui!

E’ vero che nel racconto di Marco di oggi questo non accade fino in fondo, in quanto le folle ancora premono e sono spaesate ed abbandonate, ma ciò non destituisce di importanza la dichiarazione della necessità di questo tempo con Lui, del tempo del riposo, del tempo dell’”altrove”!

Le folle premono, e generano in Gesù quel moto che è all’origine di tutto l’Evangelo: la commozione-compassione! Ed è all’origine dell’Evangelo perché è la causa dell’Incarnazione… la causa della Croce.
Unisco i due termini (commozione e compassione) per designare meglio cosa sia questo moto che avviene in Gesù: è un dolore profondo, un dolore viscerale, “irragionevole”; è come il dolore materno,  profondo perché proveniente dalle “viscere” in cui il figlio si è formato. Questo è suggerito dal verbo greco “splanchnίzomai” che deriva dalla parola “splánchna” (“viscere”) che significa appunto “sentire dolore nelle viscere”.
Cuore dell’Evangelo è allora questa commozione profonda, una commozione che rivela l’amore ed è ragione di ogni moto di donazione da parte di Dio. Andare “in disparte con Lui per riposare significa dunque, per il credente, andare alla fonte di questo amore, che quando si incontra con la miseria – povertà e smarrimento dell’uomo – si concretizza in commozione, in “dolore nelle viscere”.

Lo stare con Lui abilita i discepoli a questo sentire con Cristo; stare con Lui significa imparare a sentire quella sua commozione-compassione; è imparare a far scaturire dall’amore la concretezza della compassione che, alla fine, si deve tradurre necessariamente in desiderio di portare gli stessi pesi, gli stessi dolori.

La commozione di Gesù si tradusse infatti nella sua piena condivisione della nostra umanità, della nostra morte e del nostro dolore; chi prova quella stessa commozione profonda non può rimanere fuori dal dolore dell’amato, al contrario, lo vuole abitare e portare! Così fece Gesù, e così è necessario che faccia la sua Chiesa!
Questo, però, sarà possibile solo se i suoi discepoli avranno sempre il “coraggio” di dare spazio al silenzio colmo di Lui, alla solitudine abitata da Lui, al riposo in Lui. Guai a chi ritiene non necessario quel salire sulla barca dell’“anachòresis” (cioè del “prendere le distanze” dal quotidiano) e del riposo in Lui.
Il rischio è, come sempre, quello di smarrire l’identità del discepolato di Cristo e di vestire i panni di una delle tante (e, per carità, anche benemerite!) associazioni filantropiche!

Bisogna farsi convinti che è il vero rapporto con Cristo che rende i nostri rapporti intra-umani veri e profondi, e scevri da ogni egoismo.

La commozione-compassione di Gesù sorge dal vedere che quelle folle sono sole, nessuno se ne fa carico, nessuno le guida…
Dove vanno? Che speranze hanno in cuore? Hanno ancora speranze? Di cosa si “nutrono”?Gesù le guarda con amore, e si fa loro pastore; si fa per loro nuovo Mosè che deve e può guidare ad una vera terra di libertà, ad una terra promessa di pace e di riconciliazione. Darà loro il pane, come Mosè diede il pane della manna, e poi, nel suo Esodo (cfr Lc 9, 31) aprirà per quelle folle e “per moltitudini” (cfr Mt 26, 28), una via di salvezza, una via di autentica umanità. Nuovo Davide, come ha scritto Geremia nell’oracolo che abbiamo ascoltato come prima lettura, li pascerà nella giustizia facendo misericordia e regnando dalla Croce.

Salire sulla barca di questo Messia è sì riposare con Lui, è sì presa di distanza dal quotidiano ma per tornare agli uomini con lo stesso amore costoso del Messia Gesù: un amore che si fa con-passione e quindi dono.
Salire su quella barca è condividere con Lui le sue due “passioni”: quella per il Padre, da ricercare incessantemente nel silenzio, e quella per l’uomo da servire umanizzandolo ed indicandogli vie di vita, portandone i pesi e le ferite, senza darsi sconti.
Le due “passioni” devono sempre stare assieme e mai, né l’una né l’altra, in modo implicito!
Le vere “passioni” non tollerano l’implicito!

p. Fabrizio Cristarella Orestano

 




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II Domenica di Quaresima (B) – La luce della bellezza

 

La Trasfigurazione, Beato Angelico - Firenze

La Trasfigurazione, Beato Angelico – Firenze

AL CUORE DEL DOLORE DEL MONDO

Gn 22, 1-2.9a.10-13.15-18; Sal 115; Rm 8, 31b-34; Mc 9, 2-10

 

E’ la domenica della Trasfigurazione! Se domenica scorsa Gesù si è mostrato come Colui che lotta nella nostra lotta, come Colui che ci dona la sua vittoria nelle nostre lotte, oggi Gesù ci mostra sul suo volto l’esito della nostra storia con Lui, delle nostre lotte e soprattutto dell’opera della grazia in noi.
Marco scrive che Gesù «si trasfigurò» utilizzando il verbo greco “metamorphein”; e per comprendere meglio questo trasfigurarsi, Matteo nella sua narrazione di questo episodio dice che «il volto di Gesù risplendette come il sole» (cfr Mt 17, 2): quel volto è promessa di luce per i nostri volti!
Marco continua dicendo che «le sue vesti divennero risplendenti e così candide quali nessun lavandaio della terra potrebbe farle»: Gesù si mostra avvolto di vesti candide, luminose; quelle vesti sono promessa per noi, che saremo rivestiti di luce (cfr Is 60, 1). Se la Quaresima, come dicevamo, è tempo di “radiosa tristezza”, oggi la liturgia della Chiesa pone l’accento sul “radiosa” …

La Trasfigurazione non è un momento di “trionfo” di Gesù, non è un momento in cui, stanco della kenosi (dell’abbassamento), mostra la sua divinità. Il trionfo terreno è sempre stato aborrito da Gesù, e non lo avrebbe voluto neanche a beneficio consolatorio dei tre discepoli più intimi; la volontà di rinnegare la kenosi si era già rivelata come tentazione, quando nel deserto satana gli aveva suggerito di mettere alla prova Dio con un gesto sovrumano, come quello di volare dal pinnacolo del Tempio.
La Trasfigurazione è mistero di rivelazione, è rivelazione della vocazione dell’uomo! Una vocazione di luce, di bellezza, che l’uomo riceve definitivamente in Cristo Gesù! E’ Lui la benedizione promessa a tutte le genti; è Lui l’Isacco condotto sul monte e offerto, Lui figlio di Abramo e Figlio di Dio.

La cosa straordinaria del mistero della Trasfigurazione è che questa luce, questa benedizione, questa bellezza sono tutte in un uomo! E’ nell’umanità di Gesù che splende Dio, è nell’umanità di Gesù che ci è narrato e consegnato Dio e la sua luce.

Scrive Paolo: «Dio abita una luce inaccessibile» (cfr 1Tm 6, 16) ma sul Tabor quella luce si è fatta accessibile all’umanità, perché è nell’umanità di Cristo Gesù che essa splende.

La Trasfigurazione però non è neanche una bella emozione da gustare, come pensa Pietro nella narrazione dell’evangelo di oggi; questi certo capisce una cosa: “è bello!”, ma dovrà capire che quella bellezza promessa non può essere estraniamento dalla storia e neanche dal “brutto” della storia, che è il dolore.
La Trasfigurazione è annunzio del Regno e della sua bellezza, ma non può restare chiuso nelle tende del Tabor come Pietro sogna: il Regno attraversa la storia, e deve portare la luce di Dio al cuore del dolore del mondo. Scendere dal Tabor per andare a Gerusalemme sarà proprio questo: portare la bellezza del Regno al cuore della passione, cioè al cuore delle sofferenze dell’uomo, dei suoi “inferni”, della sua morte.

Scendendo dal monte, i tre si sentono dire che non si può parlare di quella luce se non dopo che il Figlio dell’uomo sia risorto da morte, cioè non prima che abbia portato quella luce di bellezza fino al cuore del dolore e della morte … solo dopo che il Figlio dell’uomo avrà gridato il suo lacerantissimo “perché?” (cfr Mc 15, 34).

Il Padre lì, sul monte della bellezza aveva detto l’ultima sua parola: «Questi è il Figlio mio, l’amato, in cui mi sono compiaciuto. Ascoltatelo!», sintesi straordinaria – questa – di tutto il cammino dell’Alleanza, di tutta la ricerca amorosa di Dio nei confronti dell’uomo: il figlio amato ci ricorda Isacco, come abbiamo ascoltato nella prima lettura di oggi («Prendi tuo figlio, il tuo unigenito, l’amato, Isacco … e offrilo in olocausto» cfr Gen 22, 2); la compiacenza di Dio ci ricorda che è il Servo sofferente (Ecco il mio servo: io lo sosterrò. Il mio eletto in cui mi compiaccio, cfr Is 42, 1); il comando dell’ascolto, infine, ci conduce alla radice di tutta la fede biblica, a quella permanente richiesta di ascolto su cui si fonda l’Alleanza (Sh’mà, Israel … ascolta, Israele, cfr Dt 6, 4). Quell’antico Sh’mà ha ora però una convergenza inimmaginabile: l’ascolto richiesto è un ascoltare Lui, il Figlio amato, il Servo; Colui che è la compiacenza di Dio: Gesù!

Come la luce della bellezza così anche l’ascolto ora riposa su un uomo, sull’uomo Gesù. Ascoltare Lui compie l’antico Sh’mà, come ci vien detto dal colloquiare di Gesù con Mosè ed Elia che avevano tracciata la strada dell’attesa: Mosè, che aveva detto «Il Signore tuo Dio susciterà per te, in mezzo a te, tra i tuoi fratelli, un profeta pari a me. Ascoltatelo» (cfr Dt 18, 15); Elia, che la sapienza di Israele afferma che dovrà tornare per preparare la via al Messia (cfr Mal 3, 23-24).

Marco dice che al termine della manifestazione luminosa tutto torna come prima, e che i tre discepoli non videro più nessuno se non Gesù solo. Resta solo Gesù e neanche più ammantato di luce … resta Gesù e basta. E’ quel Gesù quotidiano, vorrei dire ordinario, che bisogna ascoltare con coraggio; è quel Gesù “e basta”, che bisogna avere il coraggio di seguire per strade che devono attraversare il dolore, l’inferno e la morte. Nella passione quel Gesù racconterà incredibilmente la  e porterà il Regno al cuore del dolore del mondo!
Chi ha il coraggio di obbedire alla voce del Padre, ascoltando il Figlio amato, parteciperà con Lui e per Lui alla straordinaria impresa di trasformare il mondo, portando la bellezza di Dio ed il suo Regno al cuore dell’uomo, ma partendo dall’abisso del dolore.
Il Centurione, dinanzi alla croce del Figlio dell’uomo, dinanzi al suo grido inarticolato ed alla sua morte, riconoscerà paradossalmente quel bagliore del Regno, e capirà che l’orrore della morte è stato abitato dalla bellezza di Dio: «Davvero quest’uomo era il Figlio di Dio!» (cfr Mc 15, 39); ed è bello che Marco metta sulle labbra del centurione la sottolineatura “quest’uomo”!

L’Evangelo di oggi si chiude con un silenzio carico di domande, carico di attese … i tre discepoli scendono in silenzio … il quotidiano non è il Tabor: quando si intravede e si gusta la bellezza di Dio, bisogna subito andare alla vita per portare il Regno al cuore del mondo.

Dal Tabor si scende in silenzio, “ruminando” le parole dell’Evangelo e della promessa, e puntando con coraggio, con Gesù, verso Gerusalemme. A Gerusalemme la luce del Regno, che sul Tabor sfolgora sul volto di Cristo, sarà donata ad ogni uomo! La via sarà quella della croce, ma la meta è la pace gioiosa della Pasqua!
Ricordiamo sempre che la Quaresima non è un riposo, è cammino!

La Pasqua sarà ingresso nel riposo!

Intanto, allora, buon cammino.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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III Domenica di Pasqua – Sulla strada di Emmaus

IL RISORTO CI CERCA NEI NOSTRI PASSI PERDUTI

 At 2, 14a.22-33; Sal 15; 1Pt 1, 17-21; Lc 24, 13-35

 

La Risurrezione è un evangelo, è una buona notizia non solo perché è promessa di futuro dinanzi al dramma del mostro morire, non solo perché è vittoria non arrogante dell’amore sull’odio ma anche perché ci assicura la presenza di Cristo Gesù al di là del tempo ed anche al di là delle nostre percezioni e consapevolezze.

La riflessione che ci offre la liturgia di questa domenica mi pare che vada proprio in questa direzione: Lui, il Crocefisso Risorto, è con noi, cammina per le nostre strade e non in modo generico, “ideale”, “disincarnato” ma per davvero! Si fa accanto a i nostri passi stanchi, sfiduciati e tante volte disperati ed insensati …

Il racconto dei due discepoli di Emmaus, che tanto accende i nostri cuori di nostalgia di incontro e di nostalgia di infinito, ci assicura che la Risurrezione è dono di presenza che va oltre ciò che noi possiamo anche solo immaginare o attendere. Il Risorto ci cerca nei nostri passi perduti, viene a visitarci proprio lì dove non ce lo attenderemmo,lì dove non lo attendiamo più, lì dove il nostro cuore è anche “distante” e “separato” da Lui e dagli altri. Il Risorto ci raggiunge sulle nostre strade senza speranza, nelle nostre domande senza risposta; ci raggiunge quando coniughiamo la speranza al passato (quei due dicono, se ci pensiamo bene, una cosa tremenda: Noi speravamo è tremendo perché la speranza con un tempo al passato è un assurdo: la speranza vera vuole il futuro!); il Risorto ci raggiunge quando il sole tramonta e pare che incomba una sera che non conoscerà più aurore. Proprio in sere che hanno questo sapore di promessa di buio e basta il Risorto ci raggiunge senza temere i nostri occhi incapaci di riconoscerlo: è lì e basta!

La fede pasquale è fede in una presenza che va al di là delle nostre percezioni e del nostro sentire; la fede pasquale è fede, ci dice l’Evangelo di oggi, in un Signore che, essendo passato per i nostri bui e le nostre vie dolorose (cfr Eb 4,15), continua a farsi compagno dei nostri passi di dolore e di disperazione.

Credere alla Risurrezione non è professare un articolo di fede su un evento del passato avvenuto veramente ma è sapere che Gesù è per sempre, dovunque e in ogni oggi e condizione il “Dio-con-noi”.

La via per Emmaus è allora paradigma di tutte le nostre vie senza vita che possono diventare vie di vita senza tramonto se solo ci lasciamo aprire gli occhi da Lui sulla sua presenza.

Nell’ora in cui Cristo si fa accanto ai nostri passi ci consegna ancora quelle realtà che ci fanno suoi discepoli: la Parola, il Pane spezzato, i fratelli a cui non si può rinunciare come avevano fatto stoltamente quei due fuggiaschi …

Gesù consegna ai due la Parola che apre i loro cuori e li infiamma, spezza per loro il Pane che sarà la sua presenza nonostante la sua “assenza” (Ma egli sparì dalla loro vista) e li riconduce a Gerusalemme perché ritrovino la Chiesa perche solo lì possono vivere da discepoli perché solo lì potranno ricevere la conferma della loro esperienza di incontro (Trovarono riuniti gi Undici e gli altri che erano con loro i quali dicevano: “Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!”).

Esploda allora anche in noi la struggente preghiera di Emmaus, quella preghiera che rimbalzata sulle labbra di generazioni e generazioni di cristiani, ha reso Emmaus memoria di dolcezza e speranza, quella preghiera che ha trasformato l’amarezza di quei due discepoli disillusi in sapore di dolcezza da cui tutti gli “innamorati” di Cristo Gesù si sentono sedotti: Resta con noi, Signore perché si fa sera ed il giorno già volge al declino …

Anche al buio delle nostre incapacità ed incomprensioni di senso questa preghiera ci permette di entrare in una consolazione che si nutre di una certezza: Lui, Gesù, resta! Scrive Luca: Ed entrò per rimanere con loro. Quello che Luca scrive noi lo sperimentiamo quando quel “Resta con noi” affiora alle nostre labbra forse stanche di uomini dai passi perduti e a volte disperati.

Resta con noi” … ed il sole dorato del tramonto nostalgico di Emmaus diviene non presagio di notte ma promessa di un’aurora nuova di un eterno giorno di Pasqua.

Allora, come Pietro e gli altri, sapremo venir fuori dai nostri “cenacoli” chiusi per raccontare al mondo che Lui è vivo, presente, operante e che ne siamo testimoni; costi quel che costi!




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Pasqua di Resurrezione – Sì, ci precede

NE PORTIAMO I SEGNI NELLA CARNE?

Veglia Gen 1,1-2,2; Gen 22,1-18; Es 14,15-15,1; Is 54,5-14;Is 55,1-11; Bar 3,9-15.32-4,4; Ez 36,16-28; Rm 6,3-11; Mc 16, 1-8 Messa del giorno At 10,34a.37-43; Sal 117; Col 3,1-4 (opp. 1Cor 5,6b-8); Gv 20,1-9 (sera Lc 24,13-35)

 

E’ la Pasqua del Signore! E’ il suo passaggio definitivo per le nostre morti, per le nostre miserie, per le strade impervie e desolate della nostra storia! Le ha percorse tutte queste nostre strade: le strade del quotidiano bello, pieno di senso, di no di uomini e donne da amare, da trarre fuori da dolori e lutti; le strade dell’amicizia più vera e della fraternità senza condizioni, le strade della verità di Dio da proclamare senza arroganza ma anche senza diminuzioni o addolcimenti…strade che hanno incrociato le vie dell’odio e della miseria del mondo! Qui Gesù ha scelto di salire sulla croce e di amare fino all’estremo …mentre gli uomini gli gridavano il loro “no”, Dio, in Cristo Gesù, ha gridato loro il suo “sì”.

Il Signore passa per gridare questo “” all’uomo ed oggi è il giorno santissimo di questo “sì”; giorno di luce per questo suo passare ; è passato per le nostre vite e ora ci chiede se vogliamo andare con Lui oltre; le donne che, nel mattino di Pasqua, vanno al sepolcro ci vanno con il carico del loro passato e del loro dolore; quante lacrime sono mescolate a quei preziosi profumi che portano per quel cadavere da ungere per un “sempre” ineluttabile perchè è il “sempre” della morte…sono ancora legate al passato e ad un passato gonfio ormai solo di lacrime e nostalgie senza risposta…ma il futuro irrompe dove esse non lo attendevano: Non è qui! E’ risorto! Vi precede! Sì, ci precede …ci precede in un esodo dal morire, in un esodo dal nulla…ci precede perchè l’amore ha forza per correre avanti…il discepolo amato, ci racconta l’Evangelo, corse più veloce di Pietro …ma, prima ancora, aveva corso più veloce il Figlio amato, aveva corso avanti spinto dall’amore, aveva corso la sua vita meravigliosa amando ed era salito sulla croce per proclamare che quella vita così era la vera vita dell’uomo! Era salito sulla croce per fare di quel suo amore un atto concreto, un atto costoso, capace di generare un modo nuovo, un modo “altro” di essere uomo, di essere davvero vivi !

C’è un segreto profondo nella Pasqua di Gesù, ed è un segreto che si consuma tutto nell’intimità tra Gesù ed il Padre suo; è questo segreto la cosa più importante della Pasqua; più importante del sepolcro vuoto ed anche più importante degli incontri che il Risorto avrà con i suoi. Gesù è il Figlio che è andato a cercare i figli prodighi e perduti e, per loro, si è fatto prodigo e perduto anch’egli (cfr Lc 15, 11-32)! Prodigo, perchè ha speso tutta la vita che il Padre gli aveva dato, fino all’ultima goccia di sangue, di volontà, di se stesso…si è fatto perduto perchè è stato annoverato tra gli empi (cfr Is 53,9), nella morte vergognosa degli schiavi, si è fatto maledizione per i maledetti (cfr Gal 3,13), si è fatto peccato per i peccatori (cfr 2Cor 5,21)…il segreto stupefacente è che il Padre lo è andato a cercare lì nel silenzio tremendo del sepolcro…lì dove la vita tace, dove il buio non ha spiragli, lì dove la speranza è morta, lì dove la morte regna incontrastata e comincia a distruggere ciò che è ogni uomo è stato!

Lì il Padre gli ha spalancato le braccia e l’ha stretto a sè dando vita e risurrezione al Figlio morto per amore…l’abbraccio dello Spirito ha fatto fiorire la vita dal sepolcro di Gerusalemme…e allora tutto è stato diverso…Tutto è diverso!…

Sì, qui sulla nostra terra tutto pare andare come sempre, si soffre, si dispera, si piange e si muore…ma tutto non è più come prima!! Ora nelle zolle di questa nostra terra è seminato un seme di vita che riguarda tutti! In quell’abbraccio ritrovato tra il Padre e il Figlio nel buio di quel sepolcro di Gerusalemme, il Padre ha ricevuto dal Figlio, tra le braccia, la moltitudine degli uomini !

In quest’alba di Pasqua siamo stretti in quell’abbraccio assieme al corpo di Gesù martoriato per amore!

Per Cristo, con Cristo ed in Cristo!”…diciamo in ogni Eucaristia, ed è così: per Cristo , attraverso di Lui, con Cristo, insieme a Lui perchè senza di Lui non possiamo far nulla (cfr Gv 15,5), in Cristo, intimamente legati a Lui; siamo sua carne, suo corpo, innestati vitalmente in Lui che ha preso la nostra carne senza vergognarsene ma assumendola e amandola!

Gesù, il Figlio, era venuto a cercarci e ci aveva trovato nel fondo dell’inferno del dolore colmo di “perchè?” senza risposta; lì ci aveva caricati sulle sue spalle di Pastore buono e bello (cfr Gv 10,14), e ora ci porta nell’abbraccio di tenerezza infinita del Padre che lo ama eternamente, ed eternamente ama, in Lui, anche noi…

E’ l’Evangelo! E’ la buona notizia: siamo amati, abbiamo speranza; la morte non sarà l’ultima parola nè su di noi, nè sulla storia! L’Evangelo è Gesù…l’Evangelo è la Risurrezione, Gesù è la buona notizia; con tutto ciò che ha detto e fatto non poteva restare nella morte! La buona notizia è la sua Risurrezione !

Risurrezione: parola insensata ed estranea alle conoscenze dell’uomo! Parola incomprensibile per il mondo che crede solo nella morte e serve la morte e si serve della morte! Risurrezione: parola che noi credenti in Cristo abbiamo la vocazione di proclamare al mondo mostrandone i segni nella nostra carne!

Portiamo i segni della Risurrezione? Porta i segni della Risurrezione solo chi porta prima i segni della croce: segni di un amore che costa e che si sceglie nella libertà più piena…porta i segni della Risurrezione chi ama con Lui e come Lui (cfr Gv 13, 34) ed è perciò afferrato in un vortice di senso che fa rifiorire i giorni, le fatiche dei giorni, le lotte dei giorni, perfino il dolore dei giorni!

Vivere da risorti è la grande possibilità che quest’esodo nuovo ci offre…Ricordiamo le Dieci Parole : “Io sono il Signore tuo Dio che ti ho fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione di schiavitù …perciò tu sarai capace di …” (cfr Es 20, 2). Nell’ora della Risurrezione, nell’ora del compimento dell’esodo, il Signore ci dice: “Io sono il Signore che ti ho condotto alla libertà dell’amore fino all’estremo, l’ho fatto scendendo sulla strada costosa della croce fino ai tuoi inferni di schiavitù! Per questo sarai capace di… vivere da risorto, da uomo nuovo, da figlio e non più da schiavo. Sarai capace di camminare nella storia seminando amore e sapendo che la meta è lì dove sono io, assiso alla destra di Dio…sarai capace di camminare nella storia pensando alle cose di lassù !”

Cantiamo l’alleluia allora non come un canto rituale, ma come un grido di giubilo che erompe da cuori davvero liberati!

E’ la Pasqua del Signore!

p. Fabrizio Cristarella Orestano

 




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