Santissima Trinità (B) – Dio è con noi!

 

LA NOSTRA UNICA E SOLA PATRIA

Dt 4, 32-34.39-40; Sal 32; Rm 8, 14-17; Mt 28, 16-20

L’Evangelo di Matteo si apre e si chiude allo stesso modo, con un’affermazione, una promessa, una certezza, un qualcosa che l’umanità, a partire dall’evento Gesù, potrà sperimentare: Dio è con noi!
Al principio del suo Evangelo, infatti, Matteo, narrandoci la concezione verginale di Maria, ci dice: «Tutto questo avvenne perché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: «Ecco, la vergine concepirà e partorirà un figlio che sarà chiamato Emmanuele» che significa “Dio-con-noi”» (cfr Mt 1, 22-23).
Alla fine dell’Evangelo, Gesù stesso, nel passo che oggi si legge, promette: «Ecco, io sono con voi tutti i giorni fino alla fine dei secoli». Il Dio nascosto nel grembo di Maria all’inizio dell’Evangelo è nascosto, nel finale dello stesso Evangelo, nel grembo della Chiesa, e lì resta per tutti i secoli della storia; nascosto nel grembo della Chiesa perché la Chiesa lo annunzi e lo faccia conoscere, sperimentare. Perché la Chiesa lo consegni all’uomo, consegnando l’uomo a Dio.

La festa della Santissima Trinità, con i testi scritturistici che la liturgia oggi proclama, vuole che ci soffermiamo su questa presenza di Dio nella storia. Una presenza che ha bisogno di essere scoperta, vissuta, conosciuta. Una presenza a cui ci si può affidare.

Il passo di Deuteronomio di oggi è tutto pervaso dallo stupore di una presenza inimmaginabile di Dio; una presenza che assolutamente non è statica ma davvero operante e liberatrice; una presenza che il popolo ha sperimentato nei fatti dell’esodo.
Una presenza che si è fatta udire con una parola viva e creatrice, una parola che non annienta l’uomo: Israele infatti sa di aver ascoltato la voce di Dio dal fuoco, e di essere rimasto vivo dinanzi a cosa così grande! Una parola che, anzi, lo fa vivere perché gli consegna una via di vita, la Torah, una via di gioia…

Questa vicinanza di Dio, che già la Prima Alleanza proclama con stupore, nell’Incarnazione si è fatta appunto “carnale” e dunque palpabile in Gesù (cfr 1Gv 1, 1), ma con la sua Pasqua si è fatta addirittura intima all’uomo.
Paolo, infatti, nello straordinario testo tratto dalla sua Lettera ai cristiani di Roma, ci conduce al mistero trinitario che inabita il credente: questi, dice l’Apostolo, ha ricevuto uno «spirito da figli […] nel quale grida “Abbà, Padre” […] e lo Spirito attesta che, se figlio è anche coerede di Cristo», e quindi capace di partecipare alla sua dinamica pasquale.

Il Dio trino, il Dio che è amore (cfr 1Gv 4, 8) non è un Dio lontano e inesistente per le cose dell’uomo e della storia.
Non solo, infatti, Dio è entrato nella storia, ma ora la innerva con la sua presenza; e la vivifica non in modo miracolistico, ideale o – peggio ancora – disincarnato, ma attraverso un popolo che ha una precisa vocazione; una vocazione che Gesù, in questa finale di Matteo che abbiamo ascoltato, dice chiaramente!
Nel suo ultimo discorso, il Risorto ci permette un triplice sguardo: a Dio e al suo mistero trinitario, ai discepoli e alla loro inaudita missione, agli orizzonti sconfinati della salvezza che il Cristo ha realizzato nella sua Pasqua; una salvezza che si estende sia spazialmente che temporalmente («tutte le genti […] fino alla fine dei secoli»).

L’Evangelo di oggi ci dice chi siamo in quanto Chiesa.
In primo luogo siamo una comunità adorante: il primo atto che i discepoli fanno, infatti, dinanzi al Risorto è il prostrarsi in adorazione, ed a Matteo questo verbo piace molto! Anche qui crea infatti un’“inclusione” con il racconto dell’infanzia: lì c’erano i Magi che si prostrano in adorazione (cfr Mt 2, 11).
E’ la fede il primo e fondamentale atto che la Chiesa deve fare per essere Chiesa, e questo anche per il Quarto Evangelo: «Cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio? Gesù rispose: Questa è l’opera di Dio: credere in colui che egli ha mandato (cfr Gv 6, 28-29). Una fede che non priva di dubbio («alcuni però dubitavano»), perché la fede vera non è mai meridiana ma sempre vespertina, o – come qualcuno preferisce – aurorale; il dubbio, che qui è anche simbolo e sintomo della ineludibile fragilità della Chiesa, non impedisce però l’adorazione e l’ascolto delle parole del Risorto.

La Chiesa è poi partecipe della missione di Gesù: una missione che si estende lungo i secoli e lungo tutta la faccia della terra. Gesù usa qui quattro verbi che ci fanno tremare i polsi: andate, ammaestrate, battezzando, insegnando…il Risorto imprime con il fuoco questi imperativi, queste priorità, nella “carne” della Chiesa…

Questa Comunità, inoltre, è permanentemente in stato di esodo: la Chiesa appartiene alla Trinità! E’ lì, in quel grembo santissimo di amore, che ha la sua destinazione; se custodisce la presenza di Dio nel suo grembo di sposa, deve sapere che la sua meta è il grembo d’amore del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
Perché?
Perché è comunità di battezzati, chiamata a sua volta a «battezzare nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo».

Nel nome” è un’espressione questa che indica destinazione, indica la consegna. La Chiesa, cioè, è destinata alla Trinità! Quella è la meta, ed è consegnata alla Trinità: è, insomma, di Dio ed è per Dio; la Chiesa ha la missione di destinare e consegnare l’umanità al Dio Trino che Gesù ha raccontato.

Andando, ammaestrando, battezzando e insegnando la Chiesa deve consegnare a Dio il mondo che Cristo ha salvato; la salvezza operata da Gesù, che nel Mistero Pasquale abbiamo contemplato, è affidata alla Chiesa perché la Chiesa la doni all’umanità, facendo dell’umanità un popolo in cammino verso Dio, non disinteressato alla storia ma con lo sguardo fisso sull’oltre della storia.

Lì, nell’amore del Padre, del Figlio e dello Spirito c’è la nostra unica e sola patria!

p. Fabrizio Cristarella Orestano

II Domenica di Pasqua – L’incredulo che ha sfidato Dio

CREDERE SENZA VEDERE

At 2, 42-47; Sal 117; 1Pt 1, 3-9; Gv 20, 19-31

 

Il Risorto è presente nella sua Chiesa!

Incredulità di San Tommaso (Caravaggio)

Incredulità di San Tommaso (Caravaggio)

La Pasqua non è conclusione di una storia…non è il “lieto fine” di una vicenda dolorosa…la Pasqua è nuovo inizio di una presenza che fonda una comunità di uomini e donne rinnovati dalla misericordia e colmati del bene supremo cui ogni uomo anela: la pace.

La Pasqua è dono di pace, ma è un dono di cui Gesù, entrando nel cenacolo in quella sera del primo giorno dopo sabato e dicendo “Pace a voi”, mostra il prezzo: le sue mani e i suoi piedi feriti, il suo cuore trafitto! Questo è il prezzo della pace e dell’uomo nuovo: un prezzo che Gesù mostra senza rinfacciare il dolore, senza rinfacciare l’abbandono, senza rinfacciare i tradimenti.

Le piaghe del Crocefisso sono al cuore della Chiesa perché al cuore di essa c’è l’amore fino all’estremo (cfr Gv 13,1) di Lui che l’ha creata e santificata.

Il Quarto Evangelo non ci dice che Gesù “apparve” (e neanche “venne”!), ma che Gesù “stette in mezzo [a loro]” (“éste eis tò méson”): Pasqua è, dunque, apertura di un tempo nuovo ed ulteriore, un tempo in cui si può sperimentare una presenza stabile, sicura, estesa; una presenza che la Chiesa può gustare senza più limiti di spazio e di tempo. Una presenza che c’è, e che si rinnova di continuo aprendo il tempo all’eterno… e questo in ogni giorno della storia.

L’evangelo di questa domenica ci dice che il Risorto stette in mezzo ai suoi la sera del giorno della Risurrezione e otto giorni dopo… Il giorno dell’incontro rinnovato con il Risorto è così l’ottavo giorno: se ci riflettiamo, però, l’ottavo giorno in sé e per sé non esiste (i giorni sono 7!); l’ottavo giorno è allora dizione che ci rivela che il tempo del Risorto, il tempo in cui Lui ormai sta nella sua Chiesa, è un tempo oltre il tempo: nel tempo c’è uno sprazzo di eterno che è la sua presenza, che viene a donare pace e viene a cercarci con le sue piaghe; la sua presenza trascina la storia verso l’oltre della storia, verso l’eterno.

I discepoli presenti in quella sera di Pasqua accolgono quella presenza e la riconoscono. Colgono anche la richiesta del Risorto alla loro vita di Chiesa: annunziare l’evento pasquale come luogo di misericordia e di perdono, mostrando il volto di una comunità di uomini riconciliati dall’amore fino all’estremo di Gesù.

I Dieci (Tommaso è assente) accolgono quell’invito ad essere testimoni della Risurrezione e della speranza; questo è possibile solo annunziando la remissione dei peccati con la propria vita. Annunziare la remissione dei peccati è compito ecclesiale cui adempiere con tutta la vita della Chiesa, che il Risorto ha posto nel mondo come comunità riconciliata e riconciliante.

La pace del Risorto, che raggiunge il cuore dei discepoli chiusi in quel cenacolo che è diventato la loro “tomba”, li fa partecipi della Risurrezione di Gesù: erano “morti” per la paura e per la disperazione, ma l’ingresso di Gesù apre loro nuovi orizzonti di vita e dà loro un compito preciso: testimoniare la novità! Essi lo fanno subito con Tommaso, e lo fanno anche con insistenza. Giovanni, infatti, usa qui un imperfetto per parlare della loro testimonianza: “gli dicevano” (“élegon oûn autõ”)! Il loro è annunzio reiterato ed insistente, ma Tommaso è un fallimento! In verità, anche loro non dovevano aver accolto la testimonianza di Maria di Magdala se Gesù li ha trovati “seppelliti” a porte chiuse: questa volta, però, non è la testimonianza di un singolo ma è la testimonianza della Chiesa, di tutta una comunità credente…

Dalle labbra di Tommaso rimbalza una sfida: vuole vedere anche lui, vuole toccare; vuole, in fondo, più degli altri! Tommaso poteva essere il primo dei nostri fratelli, condividendo la nostra fede al buio, una fede senza vedere; e invece no! Ha voluto aver bisogno del vedere; ha voluto essere più fratello di Pietro, di Giovanni, di Giacomo e degli altri che fratello nostro! Certo, è nostro fratello nel dubbio e nella fatica di credere!

Il dubbio… nel nostro mondo pare che avere dubbi sia molto meritorio; in realtà – spesso – risulta molto comodo, e così si fa passare il dubbio per espressione di maturità, di non creduloneria, di indipendenza. Molti sono onestamente dubbiosi e tormentati dal dubbio; per tanti, invece, il dubbio diventa un paese di disimpegno! Se Cristo è risorto, nulla può essere più come prima… ma se mi rifugio nei meandri del dubbio, allora tutto può rimanere sospeso nel mediocre, rendendo possibile rimandare decisioni e definitive prese di posizione.

Tommaso, dunque, è uno che sta imboccando questa via mortifera, una via che è anche via di peccato poiché lui è lontano dalla Chiesa proprio la sera di Pasqua, ma soprattutto perché non crede alla testimonianza della Chiesa: il suo è un peccato prima contro la Chiesa e poi contro Dio… Tommaso però viene cercato nel suo peccato da Colui che ormai sta nella Chiesa, e che egli ha rifiutato rifiutando la Chiesa.

E Gesù stette di nuovo in mezzo a loro! Tommaso ora – cercato – si arrende… ma si arrende al vedere? Tommaso si arrende in primo luogo dinanzi all’essere stato cercato e amato sul terreno della sua incredulità, del suo peccato. Tommaso si arrende a Colui che è tornato all’ottavo giorno solo per cercare lui, l’incredulo che ha sfidato Dio.

“Signore mio, Dio mio” grida Tommaso, facendo esplodere nel Nuovo Testamento la più grande confessione di fede cristologica! E da quelle labbra arrese all’amore, questa parola grande e semplice rimbalzerà sulle labbra di tutte le generazioni cristiane: generazioni più beate di Tommaso perché credono senza vedere, ma beate con Tommaso perché – come lui – amate e perdonate da Colui che ormai sta nella Chiesa, e spinge la Chiesa ad essere dimora di misericordia, dimora di fratelli tutti peccatori perdonati, tutti chiamati a perdonare e perdonarsi.

Così, e solo così, il mondo crederà senza vedere, senza vedere le piaghe del Risorto ma vedendo il frutto meraviglioso di quelle piaghe: una comunità di uomini e donne che, perdonati, si perdonano. Ecco l’unica cosa che la Chiesa deve mostrare!

p. Fabrizio Cristarella Orestano