Battesimo del Signore (B) – L’amore costa


LE NOSTRE VITE PAGANO UN PREZZO?

 

Battesimo di Cristo (particolare) di Piero della Francesca

Battesimo di Cristo (particolare) di Piero della Francesca

Is 55, 1-11; Cantico da Is 12, 2-6; 1Gv 5, 1-9; Mc 1, 7-11

 

Battesimo di Cristo (particolare) di Piero della Francesca

Battesimo di Cristo (particolare) di Piero della Francesca

Oggi si conclude il Tempo di Natale e si apre il cosiddetto Tempo ordinario, tempo in cui siamo chiamati a realizzare quanto abbiamo contemplato nel Tempo d’Avvento e nei giorni del Natale; “cerniera” tra il Tempo di Natale ed il Tempo ordinario è questa domenica del Battesimo del Signore.

La carne di Dio, che abbiamo contemplato nella mangiatoia di Betlemme, è la nostra carne di figli di Adamo, e quella stessa carne, assunta dal Verbo, oggi è immersa da Gesù in una purificazione in cui deve “affogare” il vecchio Adamo. Gesù, il nuovo Adamo, è venuto per compiere una missione precisa: raccontarci Dio ed il suo amore totalmente gratuito e raccontare l’uomo all’uomo. Il racconto, però, non può rimanere solo racconto, spiegazione, informazione … deve diventare concretezza, possibilità realmente offerta.

Il Battesimo al Giordano è promessa pasquale: l’uomo nuovo, Gesù, promette a tutti gli uomini, “prigionieri” dell’uomo vecchio, di essere con loro in un’opera necessaria e dolorosa: la morte dell’uomo vecchio! Immergendo nelle acque del Giordano la nostra carne, che ha assunto, Gesù inizia una strada dolorosissima in cui giungerà ad inchiodare il peccato, l’uomo vecchio, al legno della croce. Giovanni il Battista, nel passo di Marco, proclama che Gesù “è più forte” perché capace di compiere quest’opera definitiva di morte dell’uomo vecchio, di cui il suo Battesimo era solo un segno.

Il gesto di Gesù di mettersi in quella “fila di peccatori” per farsi immergere da Giovanni è “sacramento” di tutta la sua vita: vita di condivisione piena, senza esenzioni, della nostra condizione di uomini segnati dal peso della fragilità e della miseria. Lui, Gesù, che non era né peccatore né meschino né vile, sceglie di essere tra noi, sceglie la via della condivisione costosa e non la via del privilegio (cfr Fil 2,6).

Inizia qui quella discesa agli inferi che lo farà compagno dell’ultimo degli uomini, di quello più infimo e più reietto, quello più sporco e meno amabile, di quello più compromesso e cattivo … Non sceglie di stare a mensa solo con i fragili ed i peccatori pentiti, ma di stare assieme agli uomini in qualsiasi condizione; sceglie l’uomo nel suo peccato, quello che lo abbrutisce e gli imbratta l’immagine di Dio
In questo senso davvero le vie di Dio sono inconcepibili per noi: lo ha detto il testo del Libro di Isaia che oggi si ascolta come prima lettura: «I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie»! Il Verbo si è fatto carne per percorrere questa via incredibile di “compagnia” e, quindi, di abbassamento.
Oggi capiamo come l’esito del Natale sia qualcosa di tutt’altro che “zuccheroso” e rassicurante: Dio ha preso molto sul serio la via dell’Incarnazione, gli è costata molto … l’amore costa, c’è poco da fare!

A Natale abbiamo cantato quella dolce nenia di Sant’Alfonso: “Ahi quanto ti costò l’avermi amato!”,  e pensiamo subito al Bambino infreddolito avvolto in fasce … ma non è solo questo …
Da lì, per Dio, inizia un’avventura meravigliosa di bellezza, ma anche di vera compromissione. Da lì per Gesù, Verbo eterno fatto carne, inizia una via umanissima e perciò meravigliosa, ma anche una via che, per custodire la sua bellezza, paga un prezzo: il prezzo della spoliazione, il prezzo del con-soffrire, dell’assaporare l’amarissimo boccone della morte. Questa scelta di Gesù di Nazareth, certamente una scelta sofferta, cercata, frutto di un discernimento tale che nessuno di noi può neanche lontanamente immaginare, ha un esito straordinario: la rivelazione piena, per Gesù, della sua identità. Finalmente Gesù di Nazareth comprende davvero chi è: è il Figlio amato, oggetto di una gioia indicibile di quel Dio dei padri, che ora Gesù sa di poter e di dover chiamare Abbà, Padre suo tenerissimo, fonte di un progetto incredibile di vita e di “compagnia” per l’uomo che Egli ama.

Gesù di Nazareth sa di essere il Figlio unico del Padre, ma sa anche di portare la carne di ogni uomo; sa che Dio gli è Padre per davvero, e sa pure che nessun uomo gli è estraneo! Lo Spirito che scende su di Lui sarà – scriveva San Basilio – compagno inseparabile di quel cammino di Emmanuele che Gesù intraprenderà; sarà la forza della sua piena umanità, della sua capacità di dono fino all’estremo; non lo esenterà dalla fatica della libertà e dal dolore, ma gli darà quell’unzione per cui quella carne che ha assunto potrà essere “luogo” della Parola da proclamare con fermezza (profezia), sarà capacità di offerta piena di sé nell’amore (sacerdozio), sarà vittoria sul mondo e sulle sue strade egoistiche di morte (regalità).

La sua discesa nelle acque del Giordano non è un gesto esemplare (che terribile tendenza quella di fare dei gesti e delle parole di Gesù occasioni esemplari e moralistiche, vuote della fatica dell’umano!), ma è un’ora di approdo ad una piena coscienza di sé, è ora di scelta di campo (stare dalla parte dei peccatori); è ora di unzione della sua carne santissima. Al Giordano Gesù, Figlio di Adam e Figlio eterno di Dio, diviene il Cristo, l’Unto perché riceve l’Unzione che è lo Spirito: Unzione che gli dona la pienezza della profezia, del sacerdozio e della regalità.
Così, con la potenza della parola profetica, con la forza di offrirsi totalmente, con bellezza di un amore che tutto vince e che sa donare fino all’estremo, il Figlio di Dio plasma la nostra carne ad essere carne dell’uomo nuovo. Si è fatto uomo perché tutti gli uomini possano essere uomini nuovi, possano essere come Lui, anzi – diranno i Padri siriaci – perché “ogni uomo possa essere non un figlio di Dio ma il Figlio di Dio”!

Immergendosi oggi nelle acque del Giordano, alla ricerca della miseria dell’uomo, Gesù, come ha sempre detto la tradizione cristiana, santifica tutte le acque perché possano essere, nel Battesimo, luogo di salvezza per tutti coloro che vi saranno immersi per morire al vecchio uomo e nascere alla novità di vita dell’Evangelo.

Oggi possiamo sentire nel cuore una grande consolazione: Gesù di Nazareth ci ha scelti nella nostra miseria … non ci ha scelti solo perché è nato a Betlemme, facendosi carne da Maria Vergine per un eterno consiglio del Dio delle promesse, ma ci scelse anche coscientemente, ormai adulto, dopo l’umanissima fatica di un discernimento libero della sua identità, e dopo essersi posto dinanzi al Padre ed alla sua volontà. Ci fu un giorno santissimo in cui Gesù di Nazareth decise di scendere nel Giordano con i peccatori, scelse così ognuno di noi, prendendoci per mano per condurci alla vita nuova.
Per questo pagò un prezzo … lo pagò con gioia ed amando in una vita bella, buona e felice … ma lo pagò!

Le nostre vite di credenti sono umane, belle, piene, sensate?
Le nostre vite pagano un prezzo?

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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COSA NE FACCIAMO DELLA “BELLA NOTIZIA”?

 

At 1, 1-11; Sal 46; Ef 1, 17-23; Mt 28, 16-20

 

Ascensione di Cristo, di Donatello

Ascensione di Cristo, di Donatello

La festa dell’Ascensione del Signore è davvero straordinaria per la vita cristiana e per la vita ecclesiale. Una cattiva comprensione del mistero dell’Ascensione può portare a credere che sia una “festa di addio”…in realtà, tutta la liturgia di oggi non fa altro che gridare che la Pasqua, avendo sottratto Gesù alle coordinate spazio-temporali, ne ha dilatato la presenza, iniziata con l’Incarnazione, ad ogni luogo e a ogni tempo. Se il Gesù storico era “costretto” nelle latitudini della terra di Israele e nell’arco temporale di quei 36 o 37 anni di vita nel corso del primo secolo, la Risurrezione, facendo compiere al Crocefisso un balzo nell’eterno di Dio, lo rende presente ed operante in ogni luogo ed in ogni tempo.

La presenza del Risorto è sottratta con l’Ascensione agli occhi degli uomini. Luca scrive infatti che “una nube lo sottrasse ai loro sguardi”, e la nube è sempre segno della gloria di Dio, che è presenza velata ma veramente concreta. Con l’evento dell’Ascensione questa presenza continua nella storia, e i discepoli saranno – tra gli uomini – quelli che per primi ne faranno esperienza, poiché la vedranno operare attraverso di loro, e la vedranno operare al punto tale che essi si scopriranno capaci di “fare cose più grandi” del Gesù storico (cfr Gv 14, 12). Sì, perché i discepoli, la Chiesa, potranno operare dovunque e per tutti i secoli del “frattempo”, e potranno mostrare quanto la presenza di Gesù sia capace di trasformare i deboli in forti, i poveri in ricchi, i peccatori in “strumenti eletti di Dio” (cfr At 9, 15)!

Il racconto di Atti proposto nella liturgia di questo giorno dice di questa “sottrazione” del corpo del Risorto allo sguardo dei discepoli, mentre il passo dell’Evangelo – che è la finale del racconto di Matteo – ci dice che quella stessa sottrazione non sarà una “assenza”: le ultime parole del Risorto hanno certo il “sapore” di un addio, ma – se le leggiamo bene – non sono propriamente un addio, sono piuttosto una potente promessa: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine dei secoli”.

Gesù è davvero l’Emmanuele, il Dio-con-noi che l’Evangelista Matteo aveva contemplato all’inizio del suo racconto quando citava Isaia (Is 7,14) per spiegare quello che era accaduto a Maria, e quello che a Giuseppe era stato rivelato: Ecco la vergine concepirà e partorirà un figlio che sarà chiamato Emmanuele, che significa Dio-connoi” (Mt 1, 23). Significativamente, troviamo delle corrispondenze di parole nel testo greco tra il brano proposto dalla liturgia domenicale dell’Ascensione e l’inizio del racconto di Matteo: “idoù (che significa “ecco”), in genere apre una rivelazione e una novità, ma soprattutto vale la pena notare il contenuto della rivelazione stessa, che è questa presenza-compagnia di Dio: “Dio-connoi (al capitolo primo di Matteo), e “Io sono con voi tutti i giorni fino alla fine dei secoli (nella finale). L’Evangelo di Matteo si rivela così una “grande inclusione” che riguarda il Dio-con-noi. Proprio perché è l’evangelo per la Chiesa giudeo-cristiana, Matteo, con questa “inclusione”, proclama un pieno compimento in Gesù di tutte le promesse che Israele ha ricevuto.

Il nome di Dio era già promessa di presenza; il Dio del Roveto ardente si era infatti presentato a Mosè come il Dio della presenza, della compagnia con quel popolo di schiavi chiamati a libertà: “Io sono Colui che ci sono” (cfr Es 3, 14). Una promessa, questa, che si invererà per tutto l’Esodo in cui Lui sarà con Israele, e provvederà al suo cammino come difesa, nutrimento e guida. Una presenza che si renderà concretamente visibile a tutti nel “segno” della “Tenda del convegno”, e poi nel Tempio; e poi ancora nella parola provocatoria dei Profeti, e nella promessa del Messia. Gesù è il compimento di tutto questo nella sua carne: è lì la definitiva compagnia di Dio con l’uomo, è lì che Dio ed uomo saranno uno: l’umanità di Gesù è l’umanità di Dio, l’umanità di Gesù è la divinizzazione dell’uomo.

Questo esserci di Dio in Gesù è per sempre! In Gesù, Dio c’è per l’uomo! E la Chiesa è chiamata – dal mistero dell’Ascensione – a vivere questa presenza invisibile, ma realissima; una presenza che potrà constatare, vera ed operante, ogni qual volta saprà amare come Lui, saprà dare la vita come Lui, saprà farsi “perdente” come Lui; ogni qual volta saprà infondere alla storia una speranza, una gioia e una pace che il mondo non può dare, nè sa dare! L’Ascensione è allora mistero che richiama la responsabilità della Chiesa ad annunziare questa speranza, a confidare in questa presenza, ed a vivere l’alterità che Gesù era venuto a cantare all’umanità.

L’Ascensione è però anche mistero che rilancia una promessa per il futuro; non riguarda solo il presente (Lui è con-noi tutti i giorni, che significa ogni giorno, ogni oggi!) ma riguarda anche il futuro, e non un futuro generico, non un “domani migliore”, un futuro che è il suo ritorno! Gli angeli dell’Ascensione, nel racconto di Atti, invitano i discepoli a tornare alla storia nella custodia del mistero pasquale di Gesù, che è “buona notizia” da annunziare al mondo, nella speranza certa che Gesù tornerà! Come l’hanno visto andare via, celarsi ai loro occhi, così un giorno tornerà e “ogni uomo lo vedrà” (cfr Ap 1,7)… E in quel giorno benedetto, ciò di cui essi avevano gioito, quello sguardo, quelle mani, quella tenerezza, quel volto saranno per tutti gli uomini, per ogni uomo.

La Chiesa in questo “frattempo” – forte della presenza promessa – dovrà camminare nella storia senza esenzioni, vivendola e attraversandola nell’attesa del suo ritorno. In quel giorno la Sposa si consegnerà allo Sposo che ritorna, consegnerà a Lui i frutti dell’Evangelo che le era stato confidato, e che ha confidato a sua volta a chi ha incontrato e cercato nel suo cammino nella storia.

La festa dell’Ascensione ci pone delle domande riguardo all’Evangelo che il Risorto ci ha affidato, celandosi al nostro sguardo ma rimanendo con noi: cosa ne facciamo della bella notizia del Risorto? Cosa ne facciamo della bella notizia del suo ritorno? Che ne facciamo della bella notizia che Gesù colma di vita vera la nostra umanità? Che ne facciamo del nostro essere Chiesa, come custode di una presenza più grande di noi?

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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PER UNA VIA DI AMORE COSTOSO

   –  Is 42, 1-4. 6-7; Sal 28; At 10, 34-38; Mt 3, 13-17   – 

 

Il Battesimo di Cristo, Andrea del Verrocchio (Galleria degli Uffizi, Firenze)

Il Battesimo di Cristo, Andrea del Verrocchio (Galleria degli Uffizi, Firenze)

Anche oggi celebriamo un’epifania! Tre sono le epifanie che la Chiesa celebra: quella ai Magi, quella al Giordano nel Battesimo, e quella a Cana di Galilea ove Gesù “manifestò la sua gloria ed i suoi discepoli credettero in lui” (cfr Gv 2, 1-12). In questa domenica celebriamo il Battesimo di Gesù al Giordano.

Cosa fu per Gesù quell’ora?

Mentre tanti andavano dal Battista a farsi immergere nel Giordano, per proclamare una ferma volontà di conversione e chiederne la grazia, Gesù va al Giordano per farsi imergere anche Lui. Perchè?

Nell’Evangelo di Matteo c’è un dialogo tra Gesù e Giovanni Battista – che è solo di questo evangelista – che certamente ha carattere apologetico (vuole, cioè, difendere il primato di Gesù su Giovanni, e vuole affermare che Gesù non aveva bisogno di conversione!); ma questo dialogo ci dà anche luce sul perchè di questo scendere di Gesù nel Giordano, per mano di Giovanni.

Alla perplessità del Battista, Gesù risponde: Lascia fare, per ora, perchè conviene che s’adempia ogni giustizia”. Risposta questa che ha messo al lavoro generazioni e generazioni di Padri e di esegeti… che adempimento è questo di cui parla Gesù? Non può essere un adempimento puntuale di una Scrittura che Matteo, d’altro canto, non cita esplicitamente. Si tratta del fatto che Gesù e Giovanni devono adempiere essi stessi quello che è giustizia di Dio, cioè la sua volontà. Ma perchè Dio può volere che il Messia venga battezzato? La risposta sta nella solidarietà con i peccatori che Gesù è venuto a compiere: nell’Evangelo dell’infanzia si era detto che il bambino, concepito per opera dello Spirito Santo, avrebbe dovuto ricevere il nome di Gesù perchè “salverà il suo popolo dai suoi peccati” (cfr Mt 1, 21)… e come lo farà? Sottoponendosi ad un battesimo di annientamento, lasciandosi sommergere, “affogare” nella morte (cfr Mc 10, 38). Qui l’Emmanuele si consacra alla sua vocazione, e lo fa unendosi alla folla dei peccatori che accorrono al Giordano. Davvero è con-noi, davvero è l’Emmanuele.

Gesù al Giordano compie il primo passo verso il Golgotha: questa è la giustizia di Dio, questa è la volontà del Padre…che vada a cercare i peccatori, stando tra loro, e stando con loro!

L’epifania del Battesimo è un’epifania: una manifestazione a Gesù e – in Gesù – è manifestazione fatta a noi uomini; l’epifania che qui Gesù riceve è dunque la sua verità, di Figlio e Messia. Qui al Giordano avviene come una nuova nascita per Lui, una ri-nascita, in cui si rivela d’improvviso, al suo cuore ed alle sue orecchie, l’infinita ricchezza della sua identità: è il Figlio amato dal Padre, è oggetto di compiacimento e di gioia per quel Padre di cui sta adempiendo la volontà in quella fila di peccatori. La manifestazione che avviene per Gesù diviene allora anche per noi manifestazione di Dio, di come Dio si è messo in cammino con noi nella storia, di quali vie ha scelto, e di come ci chiede di seguirlo, di quale sequela ha bisogno l’Evangelo del Regno.

Isaia, parlando del Servo del Signore, ha detto che su di Lui scenderà lo Spirito; ed ecco che Matteo, mettendosi in parallelo con quella pagina che oggi costituisce la prima lettura, ci mostra lo Spirito che scende su Gesù come una colomba, un’immagine forse suggerita da Gen 1,2, in cui “lo Spirito di Dio aleggia sulle acque” primordiali; al Giordano lo Spirito aleggia sulle acque di un altro “archè”, di  un altro “principio”, sulle acque in cui si immerge il Figlio solidale con i peccatori per dare inizio ad una nuova creazione.

Questo gesto di Gesù di andare al Giordano è un gesto per nulla simbolico o esemplare; è un gesto che porta a compimento, e in modo definitivamente compromettente, l’Incarnazione! Da parte di Dio, questà è davvero la scelta della compagnia con gli uomini, sino al profondo di ogni uomo… fino agli abissi che abitano l’uomo… fino all’inferno in cui l’Adam è voluto scendere per inseguire se  stesso. Il Figlio amato non sta con l’uomo in modo asettico ed esteriore; Egli è venuto a cercare chi è perduto (cfr Lc 19, 10), e per questo è disposto a perdere se stesso.

Lo Spirito sarà la forza del suo donarsi, del suo offrirsi; sarà la forza per combattere il male e mostrare la vicinanza del Regno (“se io scaccio i demoni per virtù dello Spirito di Dio, è giunto a voi il Regno di Dio” – cfr Mt 12,28).

La voce dal cielo, che Marco attestava essere rivolta a Gesù (“Tu sei il mio Figlio, l’amato” – cfr Mc 1, 11), Matteo la fa diventare un invito rivolto a noi uomini: è necessario riconoscere in quell’Uomo innocente ma solidale con i peccatori, il Figlio amato (scrive Matteo: “Questi è il mio Figlio amato”), via per ritrovare il “cielo”, Dio … E su quel Figlio sceso nelle acque del Giordano si aprono i cieli, quegli stessi cieli che il peccato, la disobbedienza dell’Adam avevano chiuso (cfr Gen 3, 24). In Gesù sarà possibile dunque ritrovare Dio come Padre, sarà possibile essere figli nel Figlio, e sarà possibile divenire luogo della dimora dello Spirito di Dio, per essere capaci di misericordia, di condivisione, di amore e di speranza.

Se il Figlio si è immerso tutto nelle acque, rese impure dal nostro peccato, noi uomini riceviamo in dono la possibilità di essere immersi nel Figlio per essere immersi nel Padre, nella forza dello Spirito. Le acque che furono strumento di morte nel diluvio (cfr Gen 6, 17) saranno, per i credenti in Cristo, luogo di nascita dell’uomo nuovo fatto ad immagine del Figlio; le acque, come quelle del Mar Rosso, saranno per i credenti passaggio dalla schiavitù alla libertà …

Ma nelle acque bisogna lasciare l’uomo vecchio, immagine del vecchio Adamo. Non ci sarà passaggio senza sacrificio, senza offerta, senza una morte…la morte costosa dell’uomo vecchio! L’infinitamente preziosa vita nuova ci sarà donata da figli nel Figlio: figli chiamati a camminare su quella stessa strada che Lui, dal Giordano, percorse in tutta la sua vita, insegnadoci ad essere uomini; una via di misericordia e di perdono, una via condivisione e di fraternità, una via che rigetta ogni mediocrità, scegliendo sempre l’Evangelo che ci fa contraddizione di ogni mondanità.

Gesù fece così, per questo venne nella nostra carne…

Al termine di questo Tempo di Natale ci chiede se vogliamo davvero seguirlo, e seguirlo da discepoli del Messia incamminato su una via di amore costoso.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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Santissima Trinità – La fonte della storia

ECCO IL NOSTRO DIO!

Dt 4, 32-34.39-40; Sal 32; Rm 8, 14-17; Mt 28, 16-20

Tutte le feste cristiane fanno riferimento ad un evento di salvezza che è accaduto nella storia, ad eventi puntuali in un tempo ed in un luogo precisi; così le feste ebraiche, così le feste cristiane: l’incarnazione, la Natività del Signore, la sua Pasqua di croce e risurrezione (questa addirittura sottolineata, nei simboli di fede, con “sotto Ponzio Pilato” per collocarla precisamente nella storia!), l’Ascensione del Signore, la Pentecoste. Oggi no. Nella festa di oggi non c’è la celebrazione di un evento di salvezza, ma la contemplazione della fonte di tutti gli eventi di salvezza, della fonte della storia stessa: la Trinità Santissima .
Ecco il nostro Dio! Eterna circolarità di vita e di amore , eterno abbraccio di un Padre che sempre inizia ad amare, di un Figlio che si lascia generare ed amare, di uno Spirito che è l’Amore spirato dal Padre e che il Figlio gli ridona in un abbraccio di eterna unità!
Ecco il nostro Dio! Ma, per quanto cerchiamo di entrare nel Dio “in sè” questo ci riconduce sempre al Dio “per noi”, “con noi”! Infatti la meraviglia straordinaria è che l’Eterno Amore di questo Dio-Comunione si dona tutto a noi e, in Gesù Cristo, si è mostrato, si è narrato e ha preso casa per sempre in noi …
Il volto trinitario di Dio è il grande dono che Gesù ci ha fatto: Lui ce lo ha rivelato , Lui ce lo ha narrato : è il suo essere Figlio che ci ha rivelato che c’è un Padre , è la sua promessa di un altro Paraclito che ci ha rivelato lo Spirito Santo che tutto vivifica e che è il Dono che ci fa Chiesa, attestandoci – come scirve Paolo nel testo della Lettera ai cristiani di Roma che abbiamo ascoltato – che siamo figli di Dio e coeredi di Cristo !
La “finale” dell’Evangelo di Matteo, che oggi si proclama, ci dice che questo mistero eterno di amore che Gesù ci ha rivelato “a caro prezzo”, con la sua croce, vuole riflettersi sul volto della Chiesa !
Questa “finale” dell’Evangelo di Matteo, in realtà, è una “porta” che si spalanca sulla storia: tutto deve essere toccato dall’Evangelo di Gesù e i discepoli, radunati sul monte in Galilea, sono inviati ad annunziare il volto del Dio trino “immergendovi” tutte le genti. L’annunzio del “volto” di Dio è affidato al “volto” della Chiesa e questa finale dell’Evangelo di Matteo ci descrive benissimo l’identità della Chiesa di Cristo; sì, se si leggono con profondità queste righe di Matteo, vi si scopre l’identità di questa Comunità inviata, incredibilmente, a cambiare la faccia della terra con l’annunzio della Buona Notizia dell’amore di Dio.
“Quando lo videro gli si prostrarono innanzi; alcuni però dubitavano ”: è una comunità adorante ma attraversta da ombre, da dubbi ; la fede è così…sempre “vespertina” – come dicevano i Padri della Chiesa – piena di luci e di ombre. La Comunità dei credenti nella storia sarà sempre le due cose assieme: adorante (sa che la vita proviene solo da Dio!) e piena di ombre (dubbi, peccati, infedeltà).
La Chiesa, poi, è inviata da Cristo a portare il suo Evangelo alle genti partecipando così alla comunicazione della salvezza a tutti gli uomini; la sua non è missione particolare ma universale :a tutte le genti…
Gesù usa quattro verbi intensissimi: “andate”, “ammaestrate”, “battezzando” e “insegnando ”…
Andare”: una comunità allora non immobile, statica, attendista ma inquieta di santa inquietudine, che cerca l’uomo ovunque l’uomo sia; non c’è luogo o stato di vita che possa essere estraneo alla Chiesa di Cristo.
Ammaestrare”, questo secondo verbo mi pare che richiami fortemente, più che un insegnamento dottrinale, una testimonianza di vita: la Chiesa è maestra quando è testimone di un modo altro di stare tra gli uomini nella storia, è maestra quando mostra delle relazioni fraterne che siano inimmaginabili da ogni logica mondana; è maestra quando vive l’amore intra-ecclesiale , quello che Giovanni, nel suo Evangelo, farà dare da Gesù come “comandamento estremo” (cfr Gv 13,34).
C’è poi il verbo “battezzare” che non richiama solo ad un rito sacramentale da compiere ma ad una consegna da fare: “nel nome”, infatti, è un’espressione che designa destinazione. Battezzare “nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo” è allora dire che le genti devono essere immerse nell’amore trinitario perchè quella è la destinazione di ogni uomo, quella è la patria cui bisogna giungere; Paolo dirà la stessa cosa, con altro linguaggio, quando parlerà di Gesù come di Colui che ha ricapitolato tutto che significa proprio che ha “re-intestato ” tutto il Creato alla sua vera, unica e primitiva destinazione: Dio! (cfr Ef 1,10)
Insomma tutti gli uomini devono essere riconsegnati all’amore di Dio e l’opera della Chiesa è proprio e solo questa; la Chiesa, con tutte le sue fragilità ed ombre, ha la vocazione di “insegnare” le vie di Dio.
Il quarto verbo è, infatti, “insegnare”; insegnare a fare ciò che Gesù ha comandato; nei secoli la Chiesa sarà custode del deposito dell’Alleanza e dovrà insegnare con la parola, con l’esempio, con la liturgia, con la lotta quotidiana per la giustizia, con lo schierarsi sempre con le vittime e mai con i caranefici, a vivere l’Evangelo!
Questi quattro verbi catapultano, in questa pagina di Matteo, quei poveri uomini certo adoranti ma attraversati da paure e da ombre, verso un orizzonte così vasto da parere assolutamente impossibile alle loro forze…quei quattro verbi catapultano noi, Chiesa di oggi, attraversata da “veleni” e mediocrità, da slanci di santità e generosità e da rigurgiti di logiche di potere e mondanità, verso orizzonti che paiono impossibili in questo tempo di disaffezione e di “riduzione”…eppure per quei poveri Undici e per noi, ancor più poveri, si dischiude la più grande speranza e certezza: l’Emmanuele, Dio-con-noi ! Come l’Evangelo di Matteo si era aperto, così si chiude. Se nel primo capitolo Giuseppe aveva ascoltato dall’Angelo l’annunzio che il grembo della sua Sposa era gravido, per opera dello Spirito Santo, dell’Emmanuele, del Dio-con-noi (cfr Mt 1,22-23), così qui la Chiesa ascolta dalle labbra dell’Emmanuele stesso che, per tutta la storia, ella sarà piena della sua presenza : Ecco io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine dei secoli .
Questa presenza è l’unica forza che la Chiesa deve avere! Guai quando confida in altre forze! Questa presenza è la consegna del Dio trino alla storia degli uomini! E’ la via incredibile. ma umanissima, per cui l’amore del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo cercherà nei secoli i cuori di tutti gli uomini !
I Tre si affidano a fragili mani, rese forti dalla certezza stessa di quell’esserci di Dio.
E’ solo chi crede davvero a queste parole di Cristo Gesù che riesce, nella Chiesa, a realizzare la propria vocazione e nonostante le sue ombre e fragilità; solo chi crede davvero a questa promessa del Risorto riesce a far brillare sul proprio viso un riflesso della Trinità Santissima, del suo mistero di amore; solo una Chiesa che si fida di quella promessa può essere capace di mostrare alla storia le strade dell’Evangelo, le strade dell’eterno.




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