II Domenica di Quaresima (Anno C) – La via di Gesù

 

UN ESODO CHE RIGUARDA TUTTI

Gen 15,5-12.17-18; Sal 26; Fil 3,17-4,1; Lc 9, 28b-36

E’ la domenica della Trasfigurazione (anche se nel testo dell’Evangelo che oggi leggiamo, Luca non usa il termine greco metamorphosis, che giudica ambiguo per i destinatari di origine pagana del suo scritto, i quali conoscevano la metamorfosi di dei e ninfe), e la liturgia della Quaresima ci dona oggi uno squarcio di luce gloriosa, una gloria però che è a caro prezzo (1Cor 6, 20).

Al capitolo 9 di Luca, in cui è anche il racconto della Trasfigurazione, l’Evangelo del Regno comincia a correre per le strade degli uomini; il capitolo infatti si apre con Gesù che invia i discepoli a predicare l’Evangelo nei villaggi della Galilea. Questa predicazione suscita un’eco. La prima risonanza Luca ce la consegna per bocca della gente che esprime le più svariate ipotesi sull’identità di Gesù (Lc 9, 7-8); l’eco pio rimbalza sulle labbra vili e stupite di Erode Tetrarca che si chiede: «Chi è dunque costui?» (Lc 9, 9). Segue poi, in un clima di profonda pace, nella preghiera (Luca è il solo che ambienta questo episodio in un clima di preghiera) la domanda di Gesù ai suoi discepoli: «La gente chi dice che io sia?» e poi la domanda più compromettente: «E voi chi dite che io sia?». E Pietro risponde: «Il Cristo di Dio!» (Lc 9, 18-22).

Dunque la genteErode, i discepoliPietro…risposte possibili all’uomo circa l’identità di Gesù. Nel passo evangelico odierno è però il Padre a dare finalmente la risposta definitiva: «Questi è il Figlio mio, l’Eletto. Ascoltatelo!».

Iniziando la Quaresima domenica scorsa, abbiamo capito che c’è una lotta da compiere, ed oggi la voce stessa del Padre risuona per indicarcene la via: l’ascoltoL’antico, fondante precetto di Israele, Shemà, ora ha un indirizzo preciso: l’ascolto va teso verso di Lui, verso Gesù, verso il Figlio, l’Eletto.

Pietro, Giovanni e Giacomo sono per Gesù compagni d’una ascesa faticosa al monte della preghiera, e lì vedono il volto di Gesù diventare altro e le sue vesti sfolgorare; ci sono Mosè ed Elia, e Luca è il solo evangelista a precisare di cosa discorrono con Gesù: del suo esodo, quello che avrebbe compiuto a Gerusalemme…è l’esodo doloroso che Gesù affronterà passando per le acque di morte, per l’abisso della sofferenza. Poco prima (Lc 9, 21-24) Gesù aveva detto ai suoi discepoli una parola scandalosa sulla necessitas passionis, una parola accompagnata da uno sconcertante invito a stare con lui in  quell’atto di amore e di offerta di sé: è necessario dimenticarsi per seguirlo, e chi saprà perdere la vita la troverà e chi la vorrà preservare la perderà (cfr Lc 9, 24); ora sul Tabor il Padre chiede che si ascoltino proprio quelle sue parole scandalose, chiede ai discepoli di accettare quel Figlio Eletto che passa per lo scandalo della croce. Solo lui è il suo Figlio; solo lui è da ascoltare; non si ingannino ascoltando altri con parole magari più allettanti.

La strada è così tracciata anche per questa nostra Quaresima: la lotta è possibile perché Cristo ha vinto, ma ha vinto a caro prezzo (1Cor 6, 20); non si può ingaggiare quella lotta se non passando per quell’esodo doloroso. Altre vie non sono possibili.

Pietro, affascinato dalla luce del Tabor, commette un errore gravissimo, un errore che si porterà dietro sino alla fine dell’Evangelo quando quello stesso errore lo precipiterà fino al rinnegamento del Cristo sofferente. L’errore di Pietro è di voler dimorare nella luce della Pasqua senza passare per la passione; è un gran rischio volere la gioia e la pace sfuggendo la ruvidezza della croce.
Luca ironicamente commenta che Pietro non sapeva quel che diceva: sì, Pietro è un incosciente, come spesso accade anche a noi; vorrebbe delle scorciatoie, e in Matteo e Marco osa suggerirle anche a Gesù che lo apostrofa con il terribile nome di Satana. Scorciatoie a portata di mano: l’illusione che la vita sia la conquista dello star bene e basta…ad ogni costo; anche a prezzo dell’oblio di quanti sono nel dolore e nella morte: meglio dimenticarli, ci sporcano le illusioni…

Il rischio è quello che dice Paolo nel passo di della sua Lettera ai Cristiani di Filippi che oggi si proclama: comportarsi da nemici della Croce di Cristo!

L’Evangelo invece ci indica la via di Gesù, una via che è tutt’altro: è la via della compromissione senza mezze misure per un esodo che riguarda tutti gli uomini.
Gesù ci rivela il volto altro di un Dio che davvero si compromette, che all’uomo si offre tutto e senza riserve: Abramo, protagonista del racconto di Genesi che è la prima lettura di questa domenica, sperimenta un Dio che si impegna personalmente al sacrificio, che passa lui solo tra gli animali squartati impegnandosi appunto a versare il sangue. I due contraenti, in questo tipo antichissimo di alleanza, passavano assieme tra le bestie squartate per proclamare che ogni infedeltà al patto li avrebbe condotti a quella stessa fine cruenta; ad Abramo, però, non viene chiesto di passare tra quel sangue; solo il Signore lo farà, facendosi così carico di tutte le infedeltà all’alleanza.

L’ombra della Croce si allunga da quella notte di Abramo fino alla luce del Tabor; ormai è l’ora di seguire il Signore in un “esodo” che egli è pronto ad inaugurare con il suo sangue, e che bisogna accogliere con il coraggio di perdere la propria vita per conquistarla davvero.

La via sicura? Ascoltarlo, rifiutando le squallide scorciatoie che il tremendo buon senso del mondo sempre ci suggerisce.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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XIX Domenica del Tempo Ordinario (B) – Gesù, dono del Padre

 

SACRIFICIO DI SOAVE PROFUMO

 

1Re 19, 4-8; Sal 33; Ef 4, 30-5,2; Gv 6, 41-51

 

 

Dopo il segno dei pani nel IV Evangelo inizia questo lungo discorso che stiamo leggendo in queste domeniche, in cui Gesù afferma di essere il pane che discende dal cielo così come la manna era discesa dal cielo, e successivamente il dono del Padre.
E’ il Padre fa al mondo questo dono che è Gesù, ed il pane è segno di Gesù; è dunque necessario cercare Lui, nutrirsi e saziarsi di Lui! Chi fa questo, accoglie il dono di Dio!
Il dono è Gesù e lo si accoglie nella fede.

La fede ha però una grande opposizione: la mormorazione. Questa è una critica sorda e sotterranea all’agire di Dio; chi ha ascoltato le parole di Gesù mormora contro di Lui perché ha ascoltato da Lui qualcosa che non collima con le sue conoscenze, con le sue idee, con i suoi giudizi e pregiudizi, con i suoi orizzonti ristretti e “a fiato corto”. L’Evangelista qui, è chiaro, continua con la sua narrazione a creare un parallelo con l’Esodo: prima il luogo deserto, poi la manna, ora la mormorazione (cfr Es 15, 24; Es 16, 7). Israele mormorò contro Mosè e contro il Signore, mormorò perché l’agire di Dio, in quel momento, non collimava con le sue attese, con le sue idee, con i suoi bisogni.
Mormora chi, come Israele nel deserto, riconduce tutto al “banale”, chi non sa leggere oltre nell’opera di Dio, nella sua rivelazione; nel deserto Israele rimpiangeva il cibo d’Egitto, il cibo di schiavitù, quel cibo che il Faraone gli dava perché voleva che i suoi schiavi sopravvivessero per essere ancora suoi schiavi…anche questa folla a Cafarnao mormora contro Gesù, riconducendo tutto all’ordinario, anzi invocando l’ordinario di Gesù per destituire Gesù stesso di credibilità: «Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui conosciamo il padre e la madre».
L’ordinarietà di Gesù, come già leggevamo in Marco qualche domenica fa, è scandalo ed inciampo per la loro fede; credono di “conoscere” Gesù…ma la “conoscenza” che di Lui bisogna avere non è quella miope e presuntuosa di questa gente, è necessaria una “conoscenza” altra. Una “conoscenza” che si raggiunge solo per dono, solo se ci si apre, senza il diaframma tremendo della mormorazione, al dono di Dio.
Gesù non si oppone alla mormorazione e neanche si giustifica, chiede, invece di accettare lo scandalo della sua ordinarietà, della sua carne, del suo essere “figlio di Giuseppe”; è uno scandalo necessario alla salvezza; se non si va a Lui nella sua verità “di carne” ordinaria, non si accede alla salvezza; Gesù lo dice con chiarezza: bisogna essere attratti a Lui dal Padre. E’ il Padre che dona la vera “conoscenza” di Gesù. E’ necessario deporre altre conoscenze, altre idee, altri mondi di pensiero per lasciare spazio in noi al mondo di Dio, alla sua rivelazione.

Il tratto di oggi del discorso del capitolo sei dell’Evangelo di Giovanni, si conclude ancora con un paragone con la manna, ma un paragone che mostra un contrasto: la manna scendeva dal cielo e chi la mangiò pure morì, ma questo pane sceso dal cielo che è Lui darà la vita. Chi ne mangerà non morirà!
A questo punto Giovanni ci fa fare un ulteriore passaggio: se prima il pane (di cui era stato segno la moltiplicazione dei pani) è Gesù, e questo pane lo dà il Padre facendolo scendere dal cielo, ora questo pane lo dà Gesù stesso ed è la sua carne per la vita del mondo! Mi pare chiaro come Giovanni qui abbia creato un discorso “per accrescimento” di sensi: i pani moltiplicati sono segno di Gesù che bisogna cercare per saziarsene; Gesù è dono dall’alto del Padre; Gesù dà il pane che è la sua carne, cioè l’Eucaristia.

Il percorso è impressionante: il Padre, dall’eterno, fa il suo dono alla storia, in quella pienezza dei tempi, preparata dalla Prima Alleanza (esodo, manna…); Gesù è questo dono alla storia degli uomini, dono in una carne concretissima (“sarx”), ma perché il dono non rimanesse circoscritto a quel tempo e a quel luogo, Gesù dà l’Eucaristia che spande quel dono che dà la vita ad ogni tempo e ad ogni luogo.
Così, ogni tempo e ogni luogo potrà essere riempito di eterno, di una vita che abbia il sapore di Dio.
Così gli uomini di ogni tempo e di ogni luogo potranno camminare nella storia per giungere alla meta che è Dio, che è il senso della storia.

Elia, nella Prima lettura tratta dal Primo Libro dei Re, è “icona” di questo popolo che percorre i deserti della storia, di un popolo che rischia di morire e d’essere sopraffatto, e che trova miseri ripari (una ginestra!). Elia riceve un pane che sarà forza per il suo cammino.
La liturgia di oggi ci suggerisce allora che Gesù è venuto ad essere questo pane che dà senso, sazia la fame e la sete che attanagliano l’uomo, e dà forza permettendo di camminare per terre accidentate e difficili: la metà sarà il “monte” di Dio!

L’autore della Lettera ai cristiani di Efeso, scrive che il cammino del credente, nutrito di quel pane, è cammino nell’“agàpe”, cammino che ha al cuore l’amore di Cristo che si è offerto a Dio in sacrificio di soave profumo: quel pane ci mette in contatto con quel sacrificio di soave profumo.

L’Eucaristia è una via divina proprio perché è una via “ordinaria”; anche noi, dinanzi a quel pane sull’altare potremmo dire: ma noi sappiamo “di dove viene”!
In quell’“ordinarietà” c’è però l’infinito di Dio, come nel figlio del carpentiere si poteva incontrare il Figlio di Dio disceso dal cielo. Se si mormora contro quest’ordinario non si riuscirà a gustare quel “soave profumo” dell’amore di Cristo perché Dio sceglie l’ordinario: lì si rivela, lì ci cerca, lì ci attende!

Trovarlo nell’“ordinario” fa straordinaria la storia! La “vita eterna” che quel pane dona è lo straordinario di Dio nella vita dell’uomo; chi accoglie lo straordinario di Dio, che è il Figlio nella sua carne ordinaria, vive la sua stessa vita, la vita eterna.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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Santissima Trinità (B) – Dio è con noi!

 

LA NOSTRA UNICA E SOLA PATRIA

Dt 4, 32-34.39-40; Sal 32; Rm 8, 14-17; Mt 28, 16-20

L’Evangelo di Matteo si apre e si chiude allo stesso modo, con un’affermazione, una promessa, una certezza, un qualcosa che l’umanità, a partire dall’evento Gesù, potrà sperimentare: Dio è con noi!
Al principio del suo Evangelo, infatti, Matteo, narrandoci la concezione verginale di Maria, ci dice: «Tutto questo avvenne perché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: «Ecco, la vergine concepirà e partorirà un figlio che sarà chiamato Emmanuele» che significa “Dio-con-noi”» (cfr Mt 1, 22-23).
Alla fine dell’Evangelo, Gesù stesso, nel passo che oggi si legge, promette: «Ecco, io sono con voi tutti i giorni fino alla fine dei secoli». Il Dio nascosto nel grembo di Maria all’inizio dell’Evangelo è nascosto, nel finale dello stesso Evangelo, nel grembo della Chiesa, e lì resta per tutti i secoli della storia; nascosto nel grembo della Chiesa perché la Chiesa lo annunzi e lo faccia conoscere, sperimentare. Perché la Chiesa lo consegni all’uomo, consegnando l’uomo a Dio.

La festa della Santissima Trinità, con i testi scritturistici che la liturgia oggi proclama, vuole che ci soffermiamo su questa presenza di Dio nella storia. Una presenza che ha bisogno di essere scoperta, vissuta, conosciuta. Una presenza a cui ci si può affidare.

Il passo di Deuteronomio di oggi è tutto pervaso dallo stupore di una presenza inimmaginabile di Dio; una presenza che assolutamente non è statica ma davvero operante e liberatrice; una presenza che il popolo ha sperimentato nei fatti dell’esodo.
Una presenza che si è fatta udire con una parola viva e creatrice, una parola che non annienta l’uomo: Israele infatti sa di aver ascoltato la voce di Dio dal fuoco, e di essere rimasto vivo dinanzi a cosa così grande! Una parola che, anzi, lo fa vivere perché gli consegna una via di vita, la Torah, una via di gioia…

Questa vicinanza di Dio, che già la Prima Alleanza proclama con stupore, nell’Incarnazione si è fatta appunto “carnale” e dunque palpabile in Gesù (cfr 1Gv 1, 1), ma con la sua Pasqua si è fatta addirittura intima all’uomo.
Paolo, infatti, nello straordinario testo tratto dalla sua Lettera ai cristiani di Roma, ci conduce al mistero trinitario che inabita il credente: questi, dice l’Apostolo, ha ricevuto uno «spirito da figli […] nel quale grida “Abbà, Padre” […] e lo Spirito attesta che, se figlio è anche coerede di Cristo», e quindi capace di partecipare alla sua dinamica pasquale.

Il Dio trino, il Dio che è amore (cfr 1Gv 4, 8) non è un Dio lontano e inesistente per le cose dell’uomo e della storia.
Non solo, infatti, Dio è entrato nella storia, ma ora la innerva con la sua presenza; e la vivifica non in modo miracolistico, ideale o – peggio ancora – disincarnato, ma attraverso un popolo che ha una precisa vocazione; una vocazione che Gesù, in questa finale di Matteo che abbiamo ascoltato, dice chiaramente!
Nel suo ultimo discorso, il Risorto ci permette un triplice sguardo: a Dio e al suo mistero trinitario, ai discepoli e alla loro inaudita missione, agli orizzonti sconfinati della salvezza che il Cristo ha realizzato nella sua Pasqua; una salvezza che si estende sia spazialmente che temporalmente («tutte le genti […] fino alla fine dei secoli»).

L’Evangelo di oggi ci dice chi siamo in quanto Chiesa.
In primo luogo siamo una comunità adorante: il primo atto che i discepoli fanno, infatti, dinanzi al Risorto è il prostrarsi in adorazione, ed a Matteo questo verbo piace molto! Anche qui crea infatti un’“inclusione” con il racconto dell’infanzia: lì c’erano i Magi che si prostrano in adorazione (cfr Mt 2, 11).
E’ la fede il primo e fondamentale atto che la Chiesa deve fare per essere Chiesa, e questo anche per il Quarto Evangelo: «Cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio? Gesù rispose: Questa è l’opera di Dio: credere in colui che egli ha mandato (cfr Gv 6, 28-29). Una fede che non priva di dubbio («alcuni però dubitavano»), perché la fede vera non è mai meridiana ma sempre vespertina, o – come qualcuno preferisce – aurorale; il dubbio, che qui è anche simbolo e sintomo della ineludibile fragilità della Chiesa, non impedisce però l’adorazione e l’ascolto delle parole del Risorto.

La Chiesa è poi partecipe della missione di Gesù: una missione che si estende lungo i secoli e lungo tutta la faccia della terra. Gesù usa qui quattro verbi che ci fanno tremare i polsi: andate, ammaestrate, battezzando, insegnando…il Risorto imprime con il fuoco questi imperativi, queste priorità, nella “carne” della Chiesa…

Questa Comunità, inoltre, è permanentemente in stato di esodo: la Chiesa appartiene alla Trinità! E’ lì, in quel grembo santissimo di amore, che ha la sua destinazione; se custodisce la presenza di Dio nel suo grembo di sposa, deve sapere che la sua meta è il grembo d’amore del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
Perché?
Perché è comunità di battezzati, chiamata a sua volta a «battezzare nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo».

Nel nome” è un’espressione questa che indica destinazione, indica la consegna. La Chiesa, cioè, è destinata alla Trinità! Quella è la meta, ed è consegnata alla Trinità: è, insomma, di Dio ed è per Dio; la Chiesa ha la missione di destinare e consegnare l’umanità al Dio Trino che Gesù ha raccontato.

Andando, ammaestrando, battezzando e insegnando la Chiesa deve consegnare a Dio il mondo che Cristo ha salvato; la salvezza operata da Gesù, che nel Mistero Pasquale abbiamo contemplato, è affidata alla Chiesa perché la Chiesa la doni all’umanità, facendo dell’umanità un popolo in cammino verso Dio, non disinteressato alla storia ma con lo sguardo fisso sull’oltre della storia.

Lì, nell’amore del Padre, del Figlio e dello Spirito c’è la nostra unica e sola patria!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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Ascensione del Signore (B) – Inizia un tempo nuovo

 

INDICARE AL MONDO LA TERRA PROMESSA

 

At 1, 1-11; Sal 46;  Ef 4, 1-13; Mc 16, 15-20

 

Ascensione, di Giotto (Cappella degli Scrovegni - Padova)

Il racconto che Luca fa in Atti dell’Ascensione del Signore è racconto di una vera e propria teofania, di una manifestazione di Dio; una manifestazione che avviene con il celarsi di Gesù!
Paradossale! Come sempre, nel mistero cristiano, tutto è paradossale!
Qui Dio si manifesta sottraendo la visibilità del Risorto ai discepoli, ma questa assenza subito si riempie di una parola che viene da Dio: «Uomini di Galilea perché state a fissare il cielo? Questo Gesù, che è stato di tra voi assunto fino al cielo, tornerà un giorno allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo».
A parlare sono “due uomini” non meglio definiti da Luca; ed anche al sepolcro le donne avevano visto “due uomini”: la tradizione ha voluto vedervi due angeli, per alcuni sarebbero di nuovo Mosè ed Elia, anch’essi definiti così da Luca nella scena della Trasfigurazione (cfr Lc 9, 30), venuti come testimoni all’appuntamento del “compimento” dell’Esodo!
Sì, perché qui l’Esodo è davvero compiuto!
Se la passione è stata il tempo del deserto, ora, qui, con la Risurrezione e l’Ascensione, Gesù giunge con tutta l’umanità alla Terra promessa!
La scena somiglia tantissimo al racconto della Trasfigurazione: c’è la nube, segno della gloria del Signore, che cela e rivela e, mai come in questo racconto, è chiaro ciò che essa celi, per poi dipanarsi una grande rivelazione.

I due uomini – siano angeli, o Mosè ed Elia!… – invitano i discepoli disorientati (da notare, ancora un parallelismo con il racconto della Trasfigurazione!) a non rimanere fissi con gli occhi al cielo: c’è da attendere un ritorno, e questa attesa non può non essere che nella storia, nel quotidiano…
I discepoli devono tornare alla storia, e anzi devono essere, nella storia, via di svolta, di “esodo” per tutti!
Ormai questo “esodo” è incominciato, tanto che un frammento della storia, del tempo degli uomini, e della loro carne, è ormai presso Dio… Gesù è questo straordinario frammento di storia che è giunto a Dio, compiendo tutto l’Esodo, ed essendo promessa di pienezza!
La Chiesa resta nella storia per essere seme di questo compimento! Un compimento che può avvenire solo in un modo: narrando Gesù! D’altro canto Gesù era venuto per narrare al mondo il Padre, e l’aveva fatto con le sue parole e la sua vita tutta donata; la Chiesa non può e non deve fare altrimenti, non può e non deve fare altro!
Riceverà lo Spirito per essere serva di questo compimento.

Nella finale dell’Evangelo di Marco che oggi si ascolta è chiaro: i discepoli, nonostante la loro fragilità (sono gli Undici e non più i Dodici, perché tra loro si era insinuato il tradimento e la morte!), sono inviati da Gesù risorto ad evangelizzare tutta la creazione; mi pare forte che Gesù non dica semplicemente “tutti gli uomini” o “tutte le genti”, come viene detto in Matteo, ma dica “tutta la creazione”…è come dire che l’Evangelo, per la parola e la testimonianza degli Apostoli, debba permeare tutto il creato per trasfigurarlo; tanto è vero che gli stessi segni che essi devono fare toccano con evidenza le cose create, liberandole (scacciano i demoni!), e trasformandole da male a bene (i serpenti, il veleno, le malattie, la separazione tra gli uomini a causa delle “lingue” diverse…)

Con l’Ascensione allora inizia un tempo nuovo, il tempo in cui il seme che Cristo ha piantato nella storia deve iniziare a giungere a pienezza…
Anche la finale di Marco sottolinea che inizia un tempo di assenza, ma subito quell’essenza è avvertita come presenza distesa e permanente…infatti il Signore opera con i suoi, conferma le loro parole, e questo dappertutto, ovunque…

Lo straordinario di questo mistero dell’Ascensione è che l’ Evangelo, frutto “a caro prezzo” dell’amore trinitario, frutto “a caro prezzo” della croce del Figlio, ora è affidato a povere mani di uomini…la conferma e l’operare di Cristo sono strettamente legate all’opera dei discepoli: se essi non vanno e non si compromettono, l’Evangelo resta “congelato” perché non annunziato, resta fermo perchè ha bisogno delle loro gambe e della loro fatica…
Quando nei secoli i discepoli non hanno fatto questo, il mondo degli uomini ed il creato tutto ripiombano nelle loro vie di morte e di alienazione.

L’Ascensione deve accendere nei nostri cuori la “febbre” dell’evangelizzazione…non c’è cristiano che se ne possa sentir fuori…non c’è discepolo di Cristo che possa nascondersi dietro “altri ministeri” ed altre urgenze!
Divenuti discepoli del Crocifisso Risorto non si può avere che un’urgenza: gridare al mondo, con la vita e la parola, la grande speranza; indicare al mondo quella terra promessa che già ci appartiene perché “uno di noi”, Gesù di Nazareth, Figlio dell’uomo e Figlio di Dio, già ci abita e, abitandoci, è però sempre con noi!

Credere nella Risurrezione è credere a questa terra promessa, e tendervi con tutte le forze! Chi crede nella Risurrezione sa che c’è un’urgenza: l’Evangelo!
Sa che è un’urgenza prima per lui stesso, che ogni giorno deve decidersi per Cristo, per poi mostrarlo al mondo, senza arroganze e senza disprezzo.

A Cristo Gesù, che tornerà, la Chiesa dovrà consegnare questo mondo, in cui essa è stata lasciata: un mondo da amare e trasfigurare con la parola di salvezza, e con la sua vita tutta fatta dono come quella del suo Sposo e Signore!

 




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