III Domenica di Quaresima – I segni dei tempi

GIUSTIZIA E MISERICORDIA 

Es 3,1-8a.13-15; Sal 102; 1Cor 10,1-6.10-12; Lc 13, 1-9

 

Nel passo evangelico di questa domenica alcuni riferiscono a Gesù un’atroce episodio di cronaca: un eccidio ordinato da Pilato per sterminare un gruppo di ribelli galilei; si vorrebbe che Gesù prendesse una posizione per condannare l’iniquità del potere e la sua violenza, Gesù. però, non cade in questa trappola e, come sempre, conduce tutti all’oltre, all’oltre di Dio. In quei tempi era facile dare ad eventi come questo narrato a Gesù un’interpretazione politica o religiosa; quella politica divide il mondo in buoni e cattivi e quella religiosa è capace di vedere in uno sterminio (o in incidente mortale come quello che Gesù stesso cita subito dopo) una punizione di Dio per il peccato, punizione che pure paleserebbe dei peccatori (quelli colpiti) e dei giusti (gli altri che magari ringraziano Dio di non essere come quei peccatori!)

Gesù rifiuta nettamente queste due vie: pur sottolineando l’orrore commesso da Pilato che ha mescolato sacrilegamente sacrificio ed eccidio, non divide il mondo in buoni e cattivi, né in senso politico, né in senso religioso. Gesù si rifiuta di avallare un volto pervertito di un Dio giustiziere e pieno di astio in attesa solo di regolare i conti senza alcuna pietà; si rifiuta di dare a suo Padre questo volto orrendo in cui gli uomini religiosi amano compiacersi. Gesù sa altro del Padre, ben altro. Si rifiuta inoltre di entrare in polemiche politiche in cui Pilato è il cattivo ed i ribelli sono i buoni: anche questi sono certamente peccatori perché hanno l’assurda pretesa di fare giustizia con le armi dell’ingiustizia e della violenza. Per Gesù il problema è altrove: che lettura siamo capaci di fare della storia?

Alla fine del capitolo precedente Gesù aveva invitato a guardare e osservare con discernimento i segni dei tempi (Lc 12,54-59), ora qui Luca ci mostra Gesù  che indica due eventi storici precisi da cui è possibile trarre un appello pressante, due eventi da cogliersi come segni dei tempi. Non sono punizioni di Dio ma segno della nostra fragilità, della nostra caducità, segno di un tempo che è breve che grida un’urgenza: è necessario convertirsi, è necessario volgersi a Dio seriamente rigettando ciò che ci rovina, rigettando le illusorie libertà che invece ci incatenano. E’ urgente decidersi per intraprendere quella lotta per un vero esodo verso la libertà. Nella prima lettura odierna il Dio dei padri chiama Mosè a decidersi per questo esodo; il nostro Dio si presenta a Mosè come un fuoco ardente che brucia di un’urgenza: la salvezza; il Dio del Sinai è lì ad attendere la decisione di Mosè e la sua disponibilità a rischiare lasciando le sue acquisite sicurezze. Mosè, pur tra le sue resistenze, riconosce il tempo di Dio per la salvezza ed intraprende l’impensabile.

Gesù oggi ci invita a scegliere: è l’ora!

L’urgenza della scelta da compiersi non è in contrasto con il seguito della pagina evangelica di questa domenica; la parabola del fico sembra suggerire una pazienza che incoraggi a rimandare qualsiasi urgenza; sembra che si possa aspettare a portare frutti. In realtà la misericordia paziente di Dio non può spegnere l’urgenza, è solo l’alveo meraviglioso che, una volta conosciuto, non ci fa tollerare più rimandi. In fondo chi rimanda mostra di non conoscere la qualità della misericordia di Dio, il suo caro prezzo.

Per alcuni quei tre anni in cui il padrone è venuto a cercare invano dei frutti sono il tempo di Gesù, il tempo del suo ministero, l’anno supplementare che il vignaiolo chiede ancora è tutto il tempo della storia in cui la pazienza (alla lettera la macrotimìa) di Dio pazienta (cfr 1Pt3,20) finché gli uomini si decidano per lui.

La misericordia allora non spegne l’urgenza di conversione, di decisione, di risposta alle chiamate di Dio;  La nostra debolezza, fragilità e caducità non sono ostacolo all’urgenza della conversione ma la profonda ragione di essa.

La parabola del fico pieno di foglie e senza frutti non contrappone la giustizia del Padre e la  misericordia del Figlio, non oppone quel Taglialo! al Perdonalo ancora per un anno! (così alla lettera quel lascialo; sorprendentemente è lo stesso verbo che nel Padre nostro serve a dire perdona a noi i nostri peccati); in Dio giustizia e misericordia sono sempre in dialogo misterioso ma vero; se per noi giustizia e misericordia sono una tensione insolubile, in Dio esse sono misteriosamente una sola realtà ma senza annullarsi reciprocamente.

Non ci si può prendere gioco della sua paziente misericordia per sfuggire alla decisone, è invece necessario riconoscere nella bontà di Dio che Cristo ci ha narrato la più grande spinta alla conversione e alla sua urgenza.

Battesimo del Signore – La ricerca della verità

LA SUA STRADA, LA SUA MISSIONE, LA SUA IDENTITA’

Is 42, 1-4.6-7; Sal 28; At 10, 34-38; Mt 3, 13-17

 

Con questa festa del Battesimo del Signore si chiude il Tempo di Natale e ci si apre al cammino quotidiano che la Chiesa percorre nel cosiddetto Tempo ordinario … e il Mistero del Natale, il Mistero dell’Incarnazione oggi ci viene ancora incontro con tutta la sua paradossale realtà che, se accolta, ci trasforma davvero in uomini nuovi.

L’umanità di Dio in Gesù di Nazareth è una vera umanità, un’umanità che ha dovuto fare la grande fatica della libertà e della ricerca della verità. L’umanità di Gesù di Nazareth, per il fatto che era l’umanità del Verbo, non è stata esente da queste “bellissime” fatiche dell’ essere uomo. E’ la fatica di scoprire la propria identità e la propria vocazione; al Battesimo al Giordano si compie questa fatica di verità in Gesù; finalmente gli è rivelato chi davvero egli è e, in quell’istante, gli è rivelata la sua strada e la sua missione.

A Natale siamo stati noi a stupirci dinanzi al Dio fatto carne e deposto nella mangiatoia, oggi – vorrei dire – contempliamo lo stupore di Gesù che sente su di sé la voce del Padre che tuona sulle acque, come dice il Salmo 28 che oggi si canta; quel tuono non è un tuono che richiama tempeste e potenze spaventose ma è un tuono che grida l’ amore: Tu sei il Figlio mio, l’Amato, in te mi compiaccio.

E Gesù ora sa chi è; gli Evangeli non ci narrano dei tormenti della sua ricerca e del suo “discernimento” ma ci dicono l’esito straordinario di quel travaglio … al Giordano tutti scendevano perché attraverso Giovanni ricevessero la conversione e Gesù si mette assieme a loro, solidale con quella fila di peccatori e, facendo questo gesto d’amore, di solidarietà, schierandosi dalla parte dei fragili, dei deboli e dei peccatori, sente su di sé la voce del Padre! La fatica di comprendere si versa ora in Lui in una consapevolezza in cui il gesto di scendere al Giordano assume a pieno il suo vero sapore e significato: è il Figlio, l’Amato, è carne di Dio, ha assunto l’umanità con tutte le sue fatiche compresa quella di dover capire, scegliere, scoprire la propria identità e verità; a quell’umanità ora, al Giordano, Gesù inizia ad aggiungere il peccato degli uomini suoi fratelli! Non compiendo il peccato ma prendendo su di sé il peccato del mondo; nel IV Evangelo ci viene riportata quell’indicazione del Battista proprio sulle rive del Giordano: Ecco l’Agnello di Dio che prende su di sé il peccato del mondo! (cfr Gv 1, 29)

Al Giordano l’Agnello immacolato si carica della miseria del mondo e la porterà sulla croce, lì la inchioderà (cfr Col 2,14) per vincerla con l’amore.

La parola d’amore del Padre ha certamente incendiato tutte le fibre di Gesù ed è stato su quella parola che Gesù ha gettato anche Lui le reti della sua vita … su quella parola ha deciso di amare e condividere, di lottare e soffrire per l’uomo … Quella parola del Padre gli ha consegnato un amore che riguardava la sua carne ma che in Lui riguardava ogni carne; Gesù sa che ogni vocazione non è per chi la riceve ma per tutti e sa che quello Spirito d’amore effuso su di Lui deve essere dono per tutti.

Per questo Gesù affronterà il deserto della tentazione, per questo annunzierà il Regno, per questo vivrà ogni giorno le parole di Isaia che abbiamo ascoltate nella prima lettura: Non spezzerà una canna incrinata, non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta … Tu sarai alleanza del popolo e luce per le genti … perché tu apra gli occhi ai ciechi e faccia uscire dal carcere i prigionieri, dalla reclusione coloro che abitano nelle tenebre. Perché lo Spirito sia effuso su ogni carne Gesù salirà sulla croce e per questo scenderà nel profondo degli inferi …

Il Mistero dell’ Incarnazione giunge fino a quegli inferi perché noi uomini abitiamo nel non-senso e nel peccato e Lui ha desiderato incontrarci.

Colui che a Natale discese nella nostra carne e in essa iniziò a manifestarsi alla storia, al Giordano inizia la sua discesa verso gli inferi prendendo sempre più su di sé il peccato del mondo!

Scendendo nelle acque del Giordano inizia un nuovo esodo verso la patria che è Dio … scendendo nel Giordano si fece battezzare (il verbo greco “baptizein” significa “immergere”) nel peccato del mondo per poter immergere noi nella santità di Dio!

Il racconto di Matteo che oggi si proclama si apre con una parola del Battista che può risuonare sulle labbra dell’umanità tutta: Io ho bisogno di essere battezzato da te e tu vieni a me?

La risposta di Gesù, che sembra enigmatica, in realtà ci rivela che – perché noi potessimo essere immersi nella santità di Dio – era necessario che Lui si immergesse nell’iniquità del mondo in una solidarietà misteriosa e sorprendente. La giustizia di Dio (Gesù dice al Battista: Si adempia ogni giustizia) sceglie una via di salvezza che non ha nulla di miracolistico e di automatico, nulla di “magico”, sceglie invece una via in cui Dio si compromette con la storia fino in fondo, si immerge nella storia di peccato del mondo, ne paga le conseguenze, ama senza sconti e mostrando così il suo vero volto.

Si adempia ogni giustizia, e la giustizia di Dio è quello che Dio vuole; e Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati mediante la loro verità di figli nel Figlio (cfr 1Tm 2,4). Il Verbo fatto carne conosce la volontà del Padre e sulle rive del Giordano diviene primogenito di molti fratelli (cfr Rm 8,29) e lo fa immergendosi nel profondo del nostro abisso di peccato. Un battesimo che si compirà sulla croce! (cfr Mc 10, 38 e Lc 12, 49-50)

Il Mistero che oggi si celebra è allora grande e smisurato; non ricordiamo un gesto esemplare di umiltà che Gesù compie per dirci come è necessario il Battesimo (come tante volte abbiamo sentito e purtroppo anche letto!) … oggi invece celebriamo ancora un’Epifania (nelle Chiese d’oriente l’Epifania è celebrazione della visita dei Magi, del Battesimo al Giordano e delle Nozze messianiche in Cana), una Manifestazione: a Gesù della sua figliolanza ed a noi della sua solidarietà. Il Battesimo di Gesù è effusione dello Spirito sulla carne santissima di Gesù, effusione che lo consacra perché egli sia il Cristo che dona quell’unzione ad ogni carne!

Contemplare questo mistero è andare alle radici del nostro rapporto con Cristo. Dove è questa radice? In quel nostro battesimo in cui gratuitamente fummo immersi in una vita nuova, in una vita da figli amati. Quella è la santità che già ci appartiene, ora bisogna vivere l’oggi secondo quella santità! E’ la grande opera di ogni giorno per cui in noi cristiani continuerà il santo mistero dell’Incarnazione di Dio!

Santa Famiglia

NON C’E’ EGITTO CHE DURI PER SEMPRE

Sir 3,2-6.12-14; Sal 127; Col 3, 12-21; Mt 2,13-15.19-23

 

 

Contemplare con gioia il mistero dell’Incarnazione è attitudine necessaria e vitale, ma è un’attitudine che subito si scontra con la storia di peccato in cui il nostro Dio si è voluto immergere proprio con l’Incarnazione.

La storia non è un’oasi di pace, la storia rigurgita sangue e dolore ed il Figlio di Dio vi si immerge senza sconti e senza privilegi.

E’ nato nel grembo caldo di una famiglia umana, una famiglia contemporaneamente ordinaria e straordinaria. La sua ordinarietà, coniugata con la sua straordinarietà, fa sì che oggi la Chiesa guardi a quella famiglia come modello per le nostre famiglie. Siamo convinti che questa esemplarità è un po’ azzardata in quanto troppo straordinaria è quella Famiglia ma è pur vero comunque che quella Famiglia ci dice una verità per la nostra vicenda di uomini concreti segnati dal dono della fede: non c’è nessuna esenzione per chi crede! Quanto è meschina quell’idea (madre di tanti “delusi” da Dio!) per la quale chi crede e compie le opere della giustizia dovrebbe essere esentato dal dolore, dai patimenti fisici e morali, dall’emarginazione! Quanto è misera e calcolatrice questa concezione di una fede che metta al riparo dalla vita!

Il racconto evangelico di oggi ci dice perfettamente il contrario, e ci ricorda che il solo giusto è stato minacciato da una spada assassina dal principio della sua vicenda umana fino al concretarsi di quell’antica minaccia di Erode sulla croce piantata sul Golgotha. Nessuna esenzione al Figlio di Dio nella carne degli uomini, nessuna esenzione per colei che fu madre e vergine dell’Emmanuele, nessuna esenzione per Giuseppe, figlio di Davide e uomo giusto!

La vicenda, che Matteo si compiace di narrarci per motivi più teologici che strettamente storici (Luca ignora questa fuga in Egitto!), contiene nel suo svolgersi l’indicazione di ciò che davvero occorre al credente per percorrere le strade della storia.

Ancora Giuseppe ne è umile maestro: ascolta e obbedisce!

Nell’ultima domenica d’Avvento l’abbiamo visto in quell’obbedienza che lo ha trasformato, dicevamo, da ragazzo innamorato con un suo progetto, in ultimo dei Patriarchi della Prima Alleanza, da custode di un piccolo sogno con confini precisi segnati da una bottega, una casa come le altre, una sposa feconda a custode del più grande sogno di Dio: essere per sempre per noi uomini l’Emmanuele, il Dio-con-noi.

Quell’obbedienza consegna a Gesù la discendenza davidica, quell’obbedienza permette a Dio di chiamare “figlio” quel bambino e permette a Israele di chiamarlo “Nazoreo”. Giuseppe è sempre connesso con i nomi di Gesù: lui lo chiama Gesù (cfr Mt 1,21), andando in Egitto permette a Dio di chiamarlo mio figlio (Dall’Egitto ho chiamato il mio figlio) e, stabilendosi a Nazareth permette al popolo di Israele di chiamarlo Nazoreo e quindi riconoscerlo come colui che Dio aveva promesso (Nazareth ha la stessa radice di “neser” che significa “germoglio”: Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse (cfr Is 11,1); Da sempre germoglio è il suo nome (cfr Sal 72,17).

A Giuseppe tocca questa obbedienza che dà il nome al Verbo eterno di Dio: Gesù, Figlio, Nazoreo; il suo nome proprio, la sua qualità di Figlio di Dio, il suo essere adempimento delle attese di Israele.

L’Evangelo di oggi mostrandoci l’opera di obbedienza di Giuseppe ci fa guardare all’Incarnazione con tutta la sua crudezza; oggi ci è detto il perché profondo dell’Incarnazione di Dio: il Verbo divenne carne (cfr Gv 1,14) per seguirci negli esili e nelle miserie, per fare strada con noi in un nuovo, continuo esodo in cui desidera che anche noi tutti siamo figli chiamati dall’Egitto… L’esilio per la Scrittura fu esperienza dell’Egitto e di Babilonia, due esperienze diverse: l’Egitto fu un esilio diventato schiavitù a causa del peccato degli altri (il Faraone, gli aguzzini…), Babilonia fu esilio causato invece dall’infedeltà di Israele; il Figlio di Dio vivendo l’esilio comincia quella ricerca dell’uomo negli inferi subiti o creati dalla propria iniquità…Nel tornare dall’esilio, Gesù giunge a Nazareth e lì riceve il nome di germoglio, perché inizio di una nuova storia di libertà… Isaia aveva cantato: Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse; la stirpe di Iesse (padre del re Davide) pareva secca per sempre ed il Messia sembrava un sogno impossibile ma ecco che quel tronco secco è fiorito per la Grazia di Dio e per l’obbedienza di Giuseppe figlio di Davide…ma non è solo quel tronco secco di Iesse che in Gesù fiorisce ma in Lui fiorisce il ceppo di tutta l’umanità che è  infecondo di pace, di bene, di amore perché asservito dal peccato; fiorisce di una santità che non si può dare da sola; la salvezza infatti viene dal grembo di una Madre vergine per dirci che l’uomo nuovo Gesù solo Dio poteva darcelo! L’uomo nuovo può essere solo accolto come dono, proprio come fecero Maria con il suo grembo e Giuseppe con la sua obbedienza.

A Nazareth il Figlio di Dio entra nell’umile quotidiano; il Dio-con-noi è davvero con noi e santifica ogni ferialità, ogni riposo e fatica, ogni gioia ed ogni dolore, ogni amore ed ogni timore…l’esodo di Dio verso l’uomo ed il suo mondo è iniziato perché si compia l’esodo dell’uomo verso il mondo di Dio.

Maria e Giuseppe compagni di questo esodo e di quella quotidianità sono davvero primizia di una nuova storia in cui Cristo è cuore dei giorni. In tal senso ogni comunità umana, a partire da quella familiare, scopre nell’Evangelo un segreto che è fonte di vera pace e di senso: la presenza di Cristo che è presenza di Dio perché Lui è l’Emmanuele.

Il germoglio (“neser” cfr Is 11,1) è il consacrato di Dio (“nazir” cfr Gdc 13,5.7) che fa fiorire l’umanità nuova rendendola santa con la sua santità.

Lo straordinario di tutto questo è che ci vien detto che questa nostra povera carne può essere davvero luogo di santità! E se il peccato fa scorrere sangue innocente e costringe i giusti all’esilio non dobbiamo temere perché Dio compie ogni sua parola e promessa e l’Emmanuele è Dio-con-noi anche negli esili, nelle ingiuste fughe e non-senso dell’odio del mondo.

Non c’è “Egitto” che duri per sempre!

p. Fabrizio Cristarella Orestano

Pasqua di Resurrezione – Sì, ci precede

NE PORTIAMO I SEGNI NELLA CARNE?

Veglia Gen 1,1-2,2; Gen 22,1-18; Es 14,15-15,1; Is 54,5-14;Is 55,1-11; Bar 3,9-15.32-4,4; Ez 36,16-28; Rm 6,3-11; Mc 16, 1-8 Messa del giorno At 10,34a.37-43; Sal 117; Col 3,1-4 (opp. 1Cor 5,6b-8); Gv 20,1-9 (sera Lc 24,13-35)

 

E’ la Pasqua del Signore! E’ il suo passaggio definitivo per le nostre morti, per le nostre miserie, per le strade impervie e desolate della nostra storia! Le ha percorse tutte queste nostre strade: le strade del quotidiano bello, pieno di senso, di no di uomini e donne da amare, da trarre fuori da dolori e lutti; le strade dell’amicizia più vera e della fraternità senza condizioni, le strade della verità di Dio da proclamare senza arroganza ma anche senza diminuzioni o addolcimenti…strade che hanno incrociato le vie dell’odio e della miseria del mondo! Qui Gesù ha scelto di salire sulla croce e di amare fino all’estremo …mentre gli uomini gli gridavano il loro “no”, Dio, in Cristo Gesù, ha gridato loro il suo “sì”.

Il Signore passa per gridare questo “” all’uomo ed oggi è il giorno santissimo di questo “sì”; giorno di luce per questo suo passare ; è passato per le nostre vite e ora ci chiede se vogliamo andare con Lui oltre; le donne che, nel mattino di Pasqua, vanno al sepolcro ci vanno con il carico del loro passato e del loro dolore; quante lacrime sono mescolate a quei preziosi profumi che portano per quel cadavere da ungere per un “sempre” ineluttabile perchè è il “sempre” della morte…sono ancora legate al passato e ad un passato gonfio ormai solo di lacrime e nostalgie senza risposta…ma il futuro irrompe dove esse non lo attendevano: Non è qui! E’ risorto! Vi precede! Sì, ci precede …ci precede in un esodo dal morire, in un esodo dal nulla…ci precede perchè l’amore ha forza per correre avanti…il discepolo amato, ci racconta l’Evangelo, corse più veloce di Pietro …ma, prima ancora, aveva corso più veloce il Figlio amato, aveva corso avanti spinto dall’amore, aveva corso la sua vita meravigliosa amando ed era salito sulla croce per proclamare che quella vita così era la vera vita dell’uomo! Era salito sulla croce per fare di quel suo amore un atto concreto, un atto costoso, capace di generare un modo nuovo, un modo “altro” di essere uomo, di essere davvero vivi !

C’è un segreto profondo nella Pasqua di Gesù, ed è un segreto che si consuma tutto nell’intimità tra Gesù ed il Padre suo; è questo segreto la cosa più importante della Pasqua; più importante del sepolcro vuoto ed anche più importante degli incontri che il Risorto avrà con i suoi. Gesù è il Figlio che è andato a cercare i figli prodighi e perduti e, per loro, si è fatto prodigo e perduto anch’egli (cfr Lc 15, 11-32)! Prodigo, perchè ha speso tutta la vita che il Padre gli aveva dato, fino all’ultima goccia di sangue, di volontà, di se stesso…si è fatto perduto perchè è stato annoverato tra gli empi (cfr Is 53,9), nella morte vergognosa degli schiavi, si è fatto maledizione per i maledetti (cfr Gal 3,13), si è fatto peccato per i peccatori (cfr 2Cor 5,21)…il segreto stupefacente è che il Padre lo è andato a cercare lì nel silenzio tremendo del sepolcro…lì dove la vita tace, dove il buio non ha spiragli, lì dove la speranza è morta, lì dove la morte regna incontrastata e comincia a distruggere ciò che è ogni uomo è stato!

Lì il Padre gli ha spalancato le braccia e l’ha stretto a sè dando vita e risurrezione al Figlio morto per amore…l’abbraccio dello Spirito ha fatto fiorire la vita dal sepolcro di Gerusalemme…e allora tutto è stato diverso…Tutto è diverso!…

Sì, qui sulla nostra terra tutto pare andare come sempre, si soffre, si dispera, si piange e si muore…ma tutto non è più come prima!! Ora nelle zolle di questa nostra terra è seminato un seme di vita che riguarda tutti! In quell’abbraccio ritrovato tra il Padre e il Figlio nel buio di quel sepolcro di Gerusalemme, il Padre ha ricevuto dal Figlio, tra le braccia, la moltitudine degli uomini !

In quest’alba di Pasqua siamo stretti in quell’abbraccio assieme al corpo di Gesù martoriato per amore!

Per Cristo, con Cristo ed in Cristo!”…diciamo in ogni Eucaristia, ed è così: per Cristo , attraverso di Lui, con Cristo, insieme a Lui perchè senza di Lui non possiamo far nulla (cfr Gv 15,5), in Cristo, intimamente legati a Lui; siamo sua carne, suo corpo, innestati vitalmente in Lui che ha preso la nostra carne senza vergognarsene ma assumendola e amandola!

Gesù, il Figlio, era venuto a cercarci e ci aveva trovato nel fondo dell’inferno del dolore colmo di “perchè?” senza risposta; lì ci aveva caricati sulle sue spalle di Pastore buono e bello (cfr Gv 10,14), e ora ci porta nell’abbraccio di tenerezza infinita del Padre che lo ama eternamente, ed eternamente ama, in Lui, anche noi…

E’ l’Evangelo! E’ la buona notizia: siamo amati, abbiamo speranza; la morte non sarà l’ultima parola nè su di noi, nè sulla storia! L’Evangelo è Gesù…l’Evangelo è la Risurrezione, Gesù è la buona notizia; con tutto ciò che ha detto e fatto non poteva restare nella morte! La buona notizia è la sua Risurrezione !

Risurrezione: parola insensata ed estranea alle conoscenze dell’uomo! Parola incomprensibile per il mondo che crede solo nella morte e serve la morte e si serve della morte! Risurrezione: parola che noi credenti in Cristo abbiamo la vocazione di proclamare al mondo mostrandone i segni nella nostra carne!

Portiamo i segni della Risurrezione? Porta i segni della Risurrezione solo chi porta prima i segni della croce: segni di un amore che costa e che si sceglie nella libertà più piena…porta i segni della Risurrezione chi ama con Lui e come Lui (cfr Gv 13, 34) ed è perciò afferrato in un vortice di senso che fa rifiorire i giorni, le fatiche dei giorni, le lotte dei giorni, perfino il dolore dei giorni!

Vivere da risorti è la grande possibilità che quest’esodo nuovo ci offre…Ricordiamo le Dieci Parole : “Io sono il Signore tuo Dio che ti ho fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione di schiavitù …perciò tu sarai capace di …” (cfr Es 20, 2). Nell’ora della Risurrezione, nell’ora del compimento dell’esodo, il Signore ci dice: “Io sono il Signore che ti ho condotto alla libertà dell’amore fino all’estremo, l’ho fatto scendendo sulla strada costosa della croce fino ai tuoi inferni di schiavitù! Per questo sarai capace di… vivere da risorto, da uomo nuovo, da figlio e non più da schiavo. Sarai capace di camminare nella storia seminando amore e sapendo che la meta è lì dove sono io, assiso alla destra di Dio…sarai capace di camminare nella storia pensando alle cose di lassù !”

Cantiamo l’alleluia allora non come un canto rituale, ma come un grido di giubilo che erompe da cuori davvero liberati!

E’ la Pasqua del Signore!

p. Fabrizio Cristarella Orestano