Ascensione del Signore (B) – Inizia un tempo nuovo

 

INDICARE AL MONDO LA TERRA PROMESSA

 

At 1, 1-11; Sal 46;  Ef 4, 1-13; Mc 16, 15-20

 

Ascensione, di Giotto (Cappella degli Scrovegni - Padova)

Il racconto che Luca fa in Atti dell’Ascensione del Signore è racconto di una vera e propria teofania, di una manifestazione di Dio; una manifestazione che avviene con il celarsi di Gesù!
Paradossale! Come sempre, nel mistero cristiano, tutto è paradossale!
Qui Dio si manifesta sottraendo la visibilità del Risorto ai discepoli, ma questa assenza subito si riempie di una parola che viene da Dio: «Uomini di Galilea perché state a fissare il cielo? Questo Gesù, che è stato di tra voi assunto fino al cielo, tornerà un giorno allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo».
A parlare sono “due uomini” non meglio definiti da Luca; ed anche al sepolcro le donne avevano visto “due uomini”: la tradizione ha voluto vedervi due angeli, per alcuni sarebbero di nuovo Mosè ed Elia, anch’essi definiti così da Luca nella scena della Trasfigurazione (cfr Lc 9, 30), venuti come testimoni all’appuntamento del “compimento” dell’Esodo!
Sì, perché qui l’Esodo è davvero compiuto!
Se la passione è stata il tempo del deserto, ora, qui, con la Risurrezione e l’Ascensione, Gesù giunge con tutta l’umanità alla Terra promessa!
La scena somiglia tantissimo al racconto della Trasfigurazione: c’è la nube, segno della gloria del Signore, che cela e rivela e, mai come in questo racconto, è chiaro ciò che essa celi, per poi dipanarsi una grande rivelazione.

I due uomini – siano angeli, o Mosè ed Elia!… – invitano i discepoli disorientati (da notare, ancora un parallelismo con il racconto della Trasfigurazione!) a non rimanere fissi con gli occhi al cielo: c’è da attendere un ritorno, e questa attesa non può non essere che nella storia, nel quotidiano…
I discepoli devono tornare alla storia, e anzi devono essere, nella storia, via di svolta, di “esodo” per tutti!
Ormai questo “esodo” è incominciato, tanto che un frammento della storia, del tempo degli uomini, e della loro carne, è ormai presso Dio… Gesù è questo straordinario frammento di storia che è giunto a Dio, compiendo tutto l’Esodo, ed essendo promessa di pienezza!
La Chiesa resta nella storia per essere seme di questo compimento! Un compimento che può avvenire solo in un modo: narrando Gesù! D’altro canto Gesù era venuto per narrare al mondo il Padre, e l’aveva fatto con le sue parole e la sua vita tutta donata; la Chiesa non può e non deve fare altrimenti, non può e non deve fare altro!
Riceverà lo Spirito per essere serva di questo compimento.

Nella finale dell’Evangelo di Marco che oggi si ascolta è chiaro: i discepoli, nonostante la loro fragilità (sono gli Undici e non più i Dodici, perché tra loro si era insinuato il tradimento e la morte!), sono inviati da Gesù risorto ad evangelizzare tutta la creazione; mi pare forte che Gesù non dica semplicemente “tutti gli uomini” o “tutte le genti”, come viene detto in Matteo, ma dica “tutta la creazione”…è come dire che l’Evangelo, per la parola e la testimonianza degli Apostoli, debba permeare tutto il creato per trasfigurarlo; tanto è vero che gli stessi segni che essi devono fare toccano con evidenza le cose create, liberandole (scacciano i demoni!), e trasformandole da male a bene (i serpenti, il veleno, le malattie, la separazione tra gli uomini a causa delle “lingue” diverse…)

Con l’Ascensione allora inizia un tempo nuovo, il tempo in cui il seme che Cristo ha piantato nella storia deve iniziare a giungere a pienezza…
Anche la finale di Marco sottolinea che inizia un tempo di assenza, ma subito quell’essenza è avvertita come presenza distesa e permanente…infatti il Signore opera con i suoi, conferma le loro parole, e questo dappertutto, ovunque…

Lo straordinario di questo mistero dell’Ascensione è che l’ Evangelo, frutto “a caro prezzo” dell’amore trinitario, frutto “a caro prezzo” della croce del Figlio, ora è affidato a povere mani di uomini…la conferma e l’operare di Cristo sono strettamente legate all’opera dei discepoli: se essi non vanno e non si compromettono, l’Evangelo resta “congelato” perché non annunziato, resta fermo perchè ha bisogno delle loro gambe e della loro fatica…
Quando nei secoli i discepoli non hanno fatto questo, il mondo degli uomini ed il creato tutto ripiombano nelle loro vie di morte e di alienazione.

L’Ascensione deve accendere nei nostri cuori la “febbre” dell’evangelizzazione…non c’è cristiano che se ne possa sentir fuori…non c’è discepolo di Cristo che possa nascondersi dietro “altri ministeri” ed altre urgenze!
Divenuti discepoli del Crocifisso Risorto non si può avere che un’urgenza: gridare al mondo, con la vita e la parola, la grande speranza; indicare al mondo quella terra promessa che già ci appartiene perché “uno di noi”, Gesù di Nazareth, Figlio dell’uomo e Figlio di Dio, già ci abita e, abitandoci, è però sempre con noi!

Credere nella Risurrezione è credere a questa terra promessa, e tendervi con tutte le forze! Chi crede nella Risurrezione sa che c’è un’urgenza: l’Evangelo!
Sa che è un’urgenza prima per lui stesso, che ogni giorno deve decidersi per Cristo, per poi mostrarlo al mondo, senza arroganze e senza disprezzo.

A Cristo Gesù, che tornerà, la Chiesa dovrà consegnare questo mondo, in cui essa è stata lasciata: un mondo da amare e trasfigurare con la parola di salvezza, e con la sua vita tutta fatta dono come quella del suo Sposo e Signore!

 

III Domenica di Pasqua (B) – A caro prezzo

 

 

LA CHIESA SOGNATA DA DIO

 At 3, 13-15.17-19; Sal 4; 1Gv 2, 1-5; Lc 24, 35-48

 

Agnus Dei di Francisco De Zurbaran, particolare

Agnus Dei di Francisco De Zurbaran, particolare

Mi pare che il grande tema che attraversa questa Terza domenica di Pasqua sia la remissione dei peccati, o, meglio, la capacità del Dio dell’Evangelo, del Dio che è la Buona Notizia che Gesù ha narrato, di rispondere all’iniquità dell’uomo con la misericordia. Non un’iniquità qualunque, ma l’iniquità suprema della crocifissione del Giusto, del Santo, dell’Autore della vita, come dice con coraggio Pietro nel passo di Atti che è la prima lettura di questa domenica.
La misericordia che risponde all’iniquità più radicale.

Certo «la misericordia di Cristo non è una grazia a buon mercato, non è banalizzazione del male. Cristo porta nel suo corpo e sulla sua anima tutto il peso del male e tutta la sua forza distruttiva. Egli brucia e trasforma il male nella sofferenza, nel fuoco del suo amore crocefisso. La vendetta e la misericordia coincidono nel Mistero pasquale del Cristo. Questa è la vendetta di Dio: Egli stesso, nella persona del Figlio, soffre per noi». Così diceva il Card. Ratzinger nell’omelia della Messa Pro eligendo Pontifice il 18 aprile del 2005.

Questa misericordia a caro prezzo va annunziata al mondo da quella Chiesa che la Risurrezione di Gesù ha radunato; da quella Chiesa che è la Comunità di quelli che hanno fatto esperienza della misericordia a caro prezzo; quella Chiesa che è la Comunità dei peccatori perdonati, che ha visto cancellati i suoi peccati dal Crocefisso.

Cristo, ha scritto Giovanni nella sua Prima lettera, si è fatto vittima di espiazione per i nostri peccati: un’espressione questa che ci conduce a guardare a Cristo Gesù sì come Agnello della Pasqua, ma anche come Agnello dello Yom Kippur, del Giorno dell’Espiazione. L’agnello, o capro, dell’Espiazione era quello che, in quel giorno santissimo dell’anno liturgico giudaico, prendeva «su di sè il peccato» del popolo (cfr Gv 1, 29), e nel suo sangue, che il Sommo Sacerdote versava sul coperchio dell’Arca luogo della presenza viva del Signore, in quel contatto con la SANTITÁ assoluta di Dio, permetteva a Dio di “bruciare” tutti i peccati del popolo.
Questa è l’espiazione secondo la fede di Israele, e questo è quello che Gesù ha ritenuto di dover fare in sè: mettere a contatto il peccato del mondo, che aveva preso su di sè, con l’infinita SANTITÁ di Dio, e questo nel suo sangue sparso sulla Croce. La santità di Dio, il suo amore fino all’estremo, “bruciano” il peccato del mondo, e sorge così l’uomo nuovo.

Sappiamo, dunque, di essere preceduti dall’amore di Dio che la Croce di Cristo ha manifestato per sempre; un amore tale che non può conoscere la corruzione della morte.
Se nel suo sangue avviene l’espiazione, nella sua Risurrezione ci è data una speranza, che va al di là di ogni possibile immaginazione.

Il Risorto, nel passo dell’Evangelo di Luca che oggi si ascolta, mostra ai discepoli il “caro prezzo” delle sue ferite, ma poi si siede a mensa con loro, ancora. A mensa con coloro che l’avevano rinnegato e abbandonato, e proprio a loro affida il compito di predicare la conversione e il perdono dei peccati…è quello che essi hanno sperimentato, e non a partire da qualcosa che essi hanno fatto o voluto, ma da quello che Lui ha voluto per loro.
E’ la sua misericordia che li ha convertiti, cioè li ha fatti volgere di nuovo a Dio e al suo volto; è la sua misericordia che li rende capaci di gridare al mondo che il perdono è qualcosa che già c’è, e non qualcosa che va conquistato o meritato; qualcosa da cui bisogna lasciarsi afferrare e conquistare.
Qualcosa, dunque, da annunziare.
Il perdono, fiorito dalla Pasqua del Figlio Crocefisso e Risorto, è ora affidato alla Chiesa perchè lo predichi al mondo, perchè lo dica al mondo!

Capiamo allora che una Chiesa di “giusti” non può annunziare la misericordia, solo una Chiesa di peccatori perdonati può raccontarla.
Finchè non toglieremo da noi i paludamenti ridicoli della nostra giustizia, l’Evangelo non può che restare muto sulle nostre labbra: le parole che diremo non avranno credibilità nè potenza da aprire i cuori.

Il segreto dell’evangelizzazione è tutto lì: o l’evangelizzatore è uno che ha fatto una vera esperienza di misericordia nella più pura gratuità, e così saprà mostrare il vero Evangelo di Gesù, o sarà un triste moralista rivestito di una risibile giustizia, un “castigatore di costumi” capace solo di far diventare repellente il più grande tesoro dell’umanità, che è l’Evangelo del vero volto di Dio, l’unica bella notizia in grado di cambiare i cuori.

Gesù, nella sua Pasqua, ha sognato una Chiesa così: fratelli perdonati ed amati che raccontano la misericordia e l’amore perchè ne sono stati afferrati, conquistati; perchè hanno sentito nella loro storia concreta la potenza di quell’amore misericordioso.
Fratelli che narrano quello che hanno conosciuto.

La Chiesa è la comunità testimone di tutto questo. Non può e non deve essere altro!

p. Fabrizio Cristarella Orestano

V Domenica del Tempo Ordinario (B) – L’altrove di Gesù

 

CERCATORE APPASSIONATO

 

Gb 7, 1-4; 6-7; Sal 146; 1Cor 9, 16-19.22-23; Mc 1, 29-39

 

Rembrandt - Gesù guarisce la suocera di Pietro

Rembrandt – Gesù guarisce la suocera di Pietro

C’è una parola in questo evangelo di oggi che ci provoca particolarmente. E’ una piccola parola: “altrove”, in greco “allachoû”. In questo testo di Marco, Gesù confessa che la ragione più profonda della sua missione è proprio in un “altrove”: Gesù è sempre per un altrove; la sua è una via che non si arresta mai in un “qui” definitivo e comprensivo di tutto. E ci sono degli altrove perché ci sono sempre altri: altre folle, altri dolori, altri cuori, altre orecchie che devono ascoltare la Parola dell’Evangelo.

Gesù non si lascia imprigionare dalle folle che premono; Gesù ama la gente, ma non si fa fermare da nessuno. Gesù è un cercatore appassionato di uomini che cercano, ed è anche un cercatore appassionato di uomini che non cercano o, drammaticamente, non cercano più. Lui li cerca, perché desidera accendere in essi la ricerca…

Gesù desidera incontrare ogni uomo, e per questo sente la necessità di incontrare il Padre suo nella preghiera solitaria e silenziosa. Gesù ha tempo per il Padre, ha tempo per la solitudine silenziosa. E l’alba lo trova così: orante, in un tempo bruciato tutto per il Padre, senza lasciarsi fuorviare dai bisogni che premono, ma sedotto invece dalla necessità più profonda del suo cuore e del cuore del Padre.
Gesù non si lascia ingannare dalle urgenze, come capita sempre più nello spazio ecclesiale!, ma si lascia afferrare dal necessario, e il necessario si configura proprio nell’altrove: l’altrove dell’intimità con il Padre, l’altrove di un annunzio senza frontiere.
L’altrove di Gesù non è una via di fuga dal quotidiano, poiché questa si configurerebbe come accidia o “disincarnazione”, assurdo per Colui che è l’incarnazione di Dio nella carne dell’uomo! L’altrove di Gesù è invece un altrove che cerca la storia, che cerca gli uomini concreti, li prende per mano, ne ascolta le storie e li conduce alla vita ed al servizio.

La narrazione della guarigione della suocera di Pietro è un racconto vivissimo e caratteristico, ma non è solo questo.
Raccontando questa semplicissima vicenda, Marco desidera sottolineare come Gesù abbia ascoltato l’uomo e le sue sofferenze («gli parlarono di lei»), come Gesù si sia fatto vicino all’uomo nella sua concreta fragilità («le si avvicinò»), e come lo abbia sollevato toccando la sua carne ammalata («la fece alzare prendendola per mano»); Marco usa qui il verbo “eghéiro” che è il verbo pasquale della risurrezione, e lo fa per dirci che l’Evangelo va letto sempre nella prospettiva pasquale. Lo scopo dell’Evangelo, delle parole e dei gesti di Gesù, va ricercato sempre in quella dinamica in cui il contatto con Gesù fa passare dalla morte alla vita, dall’immobilità all’attività, dal non-senso al senso.
La predicazione dell’Evangelo è annunzio di una buona notizia che guarisce, dà la vita e rende gli uomini atti ad amare e a servire.

Nel dialogo con gli apostoli, i quali vorrebbero far tornare Gesù lì dove ha già predicato e mostrato i frutti dell’Evangelo (le guarigioni numerose), Gesù afferma che è venuto per un altrove che mai è esaurito, e a cui deve annunziare (il verbo “keriùssein”!) la buona notizia del Regno. Il testo, anzi, dice che per questo è uscito, con una espressione che ci fa riflettere: è uscito allo scoperto, si è mostrato, è uscito da Dio… Insomma l’annunzio dell’altrove è il motivo del suo invio da parte di Dio.

Leggendo questo testo di Marco penso che, come Chiesa, dobbiamo lasciarci provocare su molti punti: sulla nostra capacità di relazione con l’uomo di oggi; sulla capacità quanto mai necessaria di ascoltare le sue istanze e le sue domande, senza avere risposte sempre precostituite, senza pregiudiziali ma cercando sempre e solo l’uomo concreto, la sua realtà fatta di carne e sangue.
Il testo ci provoca inoltre alla riflessione su quell’altrove che è l’intimità con Dio, e su quell’altrove che è la ricerca inesausta di orizzonti sempre più vasti, senza chiusure in circoli ristretti o di presunti “giusti”.

Marco ci pone con forza, come Chiesa, la domanda sulla passione per l’annunzio dell’Evangelo: quella passione che spinse sempre Gesù all’altrove; quella passione che Paolo proclama nel passo che oggi si legge della sua Prima lettera ai cristiani di Corinto: Guai a me se non evangelizzo!
Paolo scrive di essersi fatto tutto a tutti per guadagnarne il maggior numero: anche lui mai sazio come il suo Signore; anche lui sempre alla ricerca di un altrove che abbia la bellezza della diversità di tanti cuori umani, in cui si deve versare l’Evangelo di Gesù. Paolo lo grida: per il discepolo è dovere evangelizzare! Non è nè un’attività secondaria, nè tanto meno un hobby per il tempo libero, per gli scampoli di tempo. Non ci si può dar pace da questa assoluta priorità e necessità!
Attenti però a non fare di questo dovere una fonte di attivismo sfrenato che ci fa smarrire noi stessi; la Chiesa dei nostri tempi è affetta gravemente da questa “peste” che non annunzia l’Evangelo, ma lo mortifica e ne mostra un volto meramente filantropico, che nulla ha a che vedere con l’annunzio esigente e trasbordante del Regno.

Questo dovere di cui Paolo scrive sia invece fonte di santa inquietudine, che metta in moto la Chiesa per quel che davvero conta ed è essenziale, e la metta in moto a partire dall’intimità vissuta con Dio. Nella solitudine del deserto, la comunità credente deve ritrovare le ragioni di quell’amore che l’ha amata e che le chiede amore, amore che la spinge all’altrove…da lì, dall’intimità del deserto dell’ascolto adorante, sorge ogni vera passione per l’annunzio dell’Evangelo.

Gesù nella sua vita fece così! La sua vita tra noi fu inquieta passione per il Padre e per l’umanità; la sua vita fu passione per quell’annunzio per cui era uscito dal Padre (cfr Gv 16, 28), per cui era venuto a camminare sulle nostre strade e ad abitare le nostre case.

p. Fabrizio Cristarella Orestano